I GRANDI NEMICI DI ROMA – SPARTACO (Seconda Parte: dalla sconfitta al mito).

Con l’avvento al comando di Marco Licinio Crasso, il conflitto prese una svolta decisiva che determinò la sconfitta di Spartaco. Ma il suo mito rimase nei secoli successivi e la sua figura fu di ispirazione per opere letterarie e partiti politici.

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Nella statua in bronzo dello scultore Denis Foyatier, Spartaco è idealizzato come un paladino della libertà e di tutti gli oppressi della storia. 1847, Musée des Beaux- Arts, Lille, Francia. Foto: René-Gabriel Ojeda / RMN

Nella prima parte abbiamo lasciato Spartaco impegnato in un misterioso dietro front dinanzi alle Alpi. Il suo esercito vittorioso aveva annientato tutti gli eserciti consolari che gli erano stati scagliati contro. Fino ad allora i successi degli schiavi erano stati favoriti certo dalla loro superiorità̀ numerica e dalla tattica di guerriglia, ma anche dalla mediocrità̀ dei generali che li avevano affrontati. Infatti, in quel momento, i due migliori comandanti romani si trovavano fuori d’Italia: Gneo Pompeo in Spagna e Marco Terenzio Varrone Lucullo in Oriente.

I Romani non commisero più l’errore di sottovalutare le qualità del loro nemico e decisero di andarci giù pesante. Si fece strada quindi il più ricco banchiere di Roma, Marco Licinio Crasso (quello del successivo Primo Triumvirato) che, desideroso di gloria militare, ottenne il comando supremo delle legioni. Gli furono assegnati quattro eserciti consolari a cui ne aggiunse, pagandoli di tasca propria, altri sei, formando quindi un’armata di 45.000 legionari. Ristabilì la disciplina attraverso la terribile pratica della decimazione e grazie ad un’accurata pianificazione, evitò di ripetere gli errori dei suoi predecessori. Con una strategia che ricordava quella di Quinto Fabio Massimo ai tempi di Annibale, Crasso evitò accuratamente ogni contatto diretto con l’esercito di Spartaco, spingendolo sempre più all’angolo, complici anche i pirati cilici che, intascati dal trace i soldi con la promessa di traghettarlo con il suo esercito in Sicilia, si dileguarono lasciandolo bloccato in Calabria.

Stretto in una micidiale morsa, tra le legioni Pompeo a nord, quelle di Lucullo a sud, e braccato da Crasso, Spartaco, che si era intanto diretto verso l’Apulia, con un esercito indebolito da scissioni e defezioni, giunto in Campania decise di non scappare più e di affrontare il nemico in uno scontro campale dal quale era consapevole che non ne sarebbe uscito vivo. Fu qui che si svolse lo scontro decisivo, passato alla Storia come la Battaglia del fiume Sele, dove Spartaco, affrontando legionari preparati e rabbiosi, trovò la sconfitta e la morte, combattendo fino all’ultimo istante.
La vendetta di Crasso fu terribile: i seimila prigionieri furono crocifissi sulla Via Appia, per chilometri, lungo il percorso tra Capua e Roma, come tremendo monito per chi avesse avuto l’ardire di sfidare ancora, sul proprio territorio, la potenza romana.

In questa parte conclusiva dell’articolo dedicato alla rivolta di Spartaco, andremo ad analizzare i motivi della sconfitta di Spartaco, nonché l’impatto che la Terza guerra servile ebbe sulla società romana. Vedremo come il mito di Spartaco attraversò i secoli, influenzando il pensiero di filosofi come Carl Marx e di attivisti politici dei primi decenni del XX secolo, che lo considerarono un proletario precursore del comunismo (un parallelo che, come vedremo, non può reggere), il cui nome fu dato anche a società sportive del blocco sovietico, fino alle più recenti pellicole cinematografiche e serie Tv dedicate. Non può mancare anche la parte archeologica, riportando la notizia della scoperta, in Calabria, del muro che Crasso fece costruire per contenere ed isolare i ribelli. Il tutto, sempre con il prezioso supporto di cartine, immagini e contenuti multimediali. Buona lettura.

La Via Appia, lungo la quale Crasso fece crocifiggere i 6.000 schiavi catturati dopo la Battaglia del fiume Sele.
INDICE DEI CONTENUTI (clicca qui per aprire il menu)

LA SVOLTA: MARCO LICINIO CRASSO

UNA PREPARAZIONE ACCURATA

LA SCONFITTA DI MUMMIO

LA DECIMAZIONE

SPARTACO TRADITO DAI PIRATI CILICI

IL MURO DI CRASSO IN CALABRIA

SPARTACO ROMPE L’ASSEDIO

I RINFORZI DI POMPEO E LUCULLO

LA MORSA ROMANA SI CHIUDE

NUOVI DISACCORDI E DIVISIONI

LA BATTAGLIA DI CANTENNA

L’ULTIMA BATTAGLIA: IL FIUME SELE

LA TERRIBILE VENDETTA DI ROMA

I MOTIVI DELLA SCONFITTA DI SPARTACO

POMPEO SI PRENDE IL MERITO DELLA VITTORIA

LE CONSEGUENZE DELLA TERZA GUERRA SERVILE

IL MITO DI SPARTACO

SPARTACO FU UN PRECURSORE DEL COMUNISMO?

CONCLUSIONI

LA SVOLTA: MARCO LICINIO CRASSO

Busto del tardo periodo repubblicano, che si ipotizza rappresentare Crasso, conservato alla Ny Carlsberg Glyptotek di Copenaghen.

Fino ad allora i successi degli schiavi erano stati favoriti certo dalla loro superiorità̀ numerica e dalla tattica di guerriglia, ma anche dalla mediocrità̀ dei generali che li avevano affrontati. Infatti, in quel momento, i due migliori comandanti romani si trovavano fuori d’Italia: Gneo Pompeo in Spagna e Marco Terenzio Varrone Lucullo in Oriente. A Roma negli ambienti senatoriali la confusione e lo sgomento crescevano giorno dopo giorno. I militari, seguendo le mosse di Spartaco, capivano che l’esercito ribelle cercava ora di guadagnare la Sicilia per dare una base logistica alle future operazioni: Spartaco era troppo intelligente e troppo informato delle cose romane per illudersi di conquistare l’Urbe senza troppa fatica.

I Romani non commisero più l’errore di sottovalutare le qualità del loro nemico e decisero di andarci giù pesante. La ribellione dei gladiatori minacciava alle basi il sistema sociale. Senza il lavoro servile l’economia della repubblica sarebbe crollata. Aristocratici e privilegiati d’ogni sorta avrebbero dovuto dare l’addio alla loro vita agiata, fatta di eleganza e raffinatezza, cibi e vini squisiti. Per questo il Senato si rivolse a Marco Licinio Crasso, il quale possedeva tre evidenti qualità: era un forbito oratore, un generale competente e un uomo ricchissimo.

Chi era Crasso
Membro della potente gens Licinia, Crasso era ricchissimo e perciò̀ motivato a far cessare al più̀ presto i disordini degli schiavi, che danneggiavano agricoltura e commerci.
Crasso aveva avuto un’adolescenza tribolata e infelice. Quand’era piccolo, suo padre e il fratello maggiore erano stati uccisi dai sicari di Mario; risparmiato perché ancora un ragazzo, Crasso si era rifugiato per otto mesi in Spagna presso un amico di suo padre. Tornato a Roma dopo l’avvento di Silla, si era rivelato un oratore brillante ed un generale abile e fortunato, dettaglio che non guasta mai. Silla però aveva deciso di metterlo ai margini, poiché Crasso si era mostrato troppo avido di denaro, ottenuto in modo illegale con le confische dei beni dei proscritti mariani per poche monete. Aveva costruito un solido impero economico fatto di appartamenti cittadini e tenute di campagna. Un “ammassa” ricchezze che non disdegnava speculazioni e strozzinaggio, facendo in tal modo concorrenza al suo capo.

Datosi ai commerci, Marco Licinio Crasso si rivelò anche un abile uomo d’affari. La sua specialità era l’edilizia: avendo addestrato come muratori e ingegneri cinquecento dei suoi schiavi più abili, acquistava a prezzo ridicolo i resti di case bruciate dagli incendi ed i terreni nelle loro adiacenze. Le maestranze ai suoi ordini costruivano a quel punto nuove case nelle aree acquistate a poco prezzo, che erano poi vendute con grande vantaggio economico.

Le truppe di Silla combattono contro le forze mariane e i Sanniti a Porta Collina.

Molto parsimonioso, Crasso viveva modestamente: preferiva spendere il proprio patrimonio per acquistare voti e influenza politica piuttosto che per fare la bella vita. Si vantava di preferire il rozzo mattone al levigato marmo. Da molti era considerato un semplice spilorcio.
Dal punto di vista militare, era uno dei trionfatori della battaglia di Porta Collina, dove, caricando alla testa dei suoi uomini, aveva abbattuto i mariani come birilli. Silla lo apprezzava più che altro come reclutatore di soldati, cosa che gli riusciva benissimo.

Crasso considerava i denari quale unico mezzo per farsi strada nella vita. Questo atteggiamento lo aveva reso malvisto all’aristocrazia romana. La plebe invece da sempre attirata come mosche dalla ricchezza, lo guardava con ammirazione. La sua carriera politica era ferma, almeno fino a quel fatidico anno 72 a.C. Egli voleva diventare console ed eguagliare i successi militari di Pompeo, che stava sgominando il ribelle Sertorio in Spagna, e si attendeva a breve il suo trionfale ritorno e di cui era geloso. Non c’erano legioni da comandare o ulteriori teatri di guerra in quel periodo. Crasso aveva quindi ogni interesse a sedare quanto prima la rivolta, per conservare un ruolo centrale nella politica romana.
La rivolta di Spartaco, pur essendo un “fatto” di secondo rilievo nella considerazione romana, era l’unico palcoscenico da calcare per dare una svolta alla propria esistenza. Crasso non si fece sfuggire l’occasione.

UNA PREPARAZIONE ACCURATA

Crasso, interpretato da Simon Merrells nella serie “Spartacus: la guerra dei dannati”.

Il Senato fu ben lieto di dargli un mandato da pretore e le quattro legioni ex consolari, circa 16.000 uomini. Il riccone ne arruolò di tasca sua altre sei, convincendo persino alcuni veterani delle guerre sillane a riprendere in mano gladio e scudo. Si presentò in guerra con oltre 45.000 soldati di buon livello.

Crasso non era stupido e non fece l’errore di sottovalutare i suoi avversari. Il suo scopo era di accrescere pazientemente le proprie forze ed evitare una battaglia decisiva, fiducioso che alla fine le risorse superiori e la ricchezza di Roma avrebbero logorato i ribelli e creato le condizioni favorevoli ad una vittoria militare. Crasso aveva capito che non si trattava di una delle solite guerre servili, cioè di una mano di schiavi ribelli facili da sbaragliare e punire. Si informò minuziosamente da Lentulo Batiato, il proprietario della scuola di Capua da cui il primo nucleo di schiavi era evaso, sul carattere e il modo di combattere di Spartaco, e si persuase che l’incarico non era da prendere con leggerezza.

LA SCONFITTA DI MUMMIO

La campagna di Crasso iniziò con la sonora sconfitta del suo legato Mummio, al comando di due legioni. Molti di coloro che si erano uniti al pretore in cerca di gloria, però, non condividevano la sua comprensione del nemico che avevano di fronte. Erano damerini giovani e ricchi che non capivano con chi avessero a che fare, che si erano uniti alla lotta contro gli schiavi come se stessero partecipando ad una caccia alla volpe. Plutarco ci informa: “Un gran numero di nobili andarono come volontari assieme a lui [Crasso], in parte per amicizia, in parte per raccogliere onori”. Ancora una volta, questa eccessiva fiducia fu la ricetta perfetta per un disastro.

Mentre Crasso rimaneva appostato presso i confini del Piceno, in attesa dell’arrivo di Spartaco, mandò il suo luogotenente Mummio, con due legioni, a osservare i movimenti nemici, ma con l’ordine rigoroso di non impegnarsi in battaglia o condurre schermaglie in alcun caso. Doveva limitarsi a conquistare una piccola collina, senza far troppo rumore per non mettere in allerta l’avversario.

Troppo sicuro di sé, alla prima occasione il luogotenente di Crasso ingaggiò battaglia e venne pesantemente sconfitto. I suoi uomini sarebbero stati tutti annientati se non fosse stato per Crasso, che si unì immediatamente ai combattimenti. Fu una battaglia particolarmente sanguinosa: molti Romani vennero massacrati e molti si salvarono solo gettando le armi e fuggendo vergognosamente. Al contrario, secondo Plutarco, “su 12.300 ribelli caduti in battaglia, solo due furono trovati con ferite alla schiena, tutti gli altri erano morti restando nei ranghi e combattendo coraggiosamente.”

LA DECIMAZIONE

Il coraggio degli schiavi era in netto contrasto con la codardia manifestata dai romani nelle prime battaglie, tanto che Crasso, furibondo, ristabilì̀ a forza la disciplina tra i suoi uomini ripristinando un’antica punizione romana: la decimazione.

Crasso dapprima rimproverò aspramente Mummio; poi fece riarmare i soldati, ma con un gesto umiliante pretese che pagassero una cauzione per le nuove armi, per essere sicuro che non le avrebbero nuovamente abbandonate.

Infine, selezionò cinquecento uomini tra quelli che erano stati i primi a fuggire e li divise in cinquanta gruppi da dieci, in ciascuno dei quali un uomo estratto a sorte doveva essere messo a morte “in una maniera orribile e infamante, di fronte a tutto l’esercito”, come riferisce Plutarco. Vediamo nel dettaglio come questa veniva messa in pratica.

Come funzionava la decimazione
La parola deriva dal latino decimatio che significava “eliminare uno ogni dieci“. La coorte che si voleva punire per decimazione era divisa in gruppi di 10 legionari; ciascun gruppo sceglieva a sorte uno di loro che veniva ucciso dagli altri commilitoni per lapidazione o a bastonate. Ai soldati era poi dato da mangiare un rancio a base di orzo invece che di frumento e quindi mandati a dormire all’addiaccio fuori dell’accampamento, senza la protezione del vallum. Il rischio e la paura di essere sorteggiati gravavano indistintamente, dunque, su tutti.

Polibio aggiunge che, nel caso fossero stati numerosi a commettere gli stessi reati, o che interi manipoli, pressati dal nemico, avessero abbandonato il proprio posto, i Romani preferivano evitare di infliggere a tutti quanti la pena della bastonatura (fustuarium) o della morte. La soluzione che essi avevano trovato era quella della decimazione. In questo caso, il tribuno, una volta riunita la legione, faceva condurre al centro dello spiazzo i responsabili dell’abbandono del posto, li rimproverava aspramente e poi alla fine sorteggiava tra tutti i colpevoli, ora cinque, ora otto, ora venti, in modo che il totale corrispondesse sempre alla decima parte del numero complessivo degli imputati.

Poiché la punizione colpiva a caso, tutti i soldati della coorte punita correvano il rischio di essere uccisi, indipendentemente dal grado o dai compiti svolti. Di conseguenza la minaccia della decimazione oltre che spaventare obbligava i legionari a mantenere un comportamento risoluto in battaglia. Tuttavia, poiché l’applicazione della decimazione riduceva in un sol colpo la forza del reparto del dieci per cento, si crede che essa fosse irrogata molto raramente.

Questa terribile punizione era caduta in disuso da molto tempo e, riportandola in auge, Crasso voleva dimostrare che faceva sul serio. Nessuno, fra i suoi soldati, se ne sarebbe dimenticato. Nessuno avrebbe più commesso il medesimo errore: ognuno avrebbe cercato ad ogni costo la vittoria piuttosto che incorrere nel rischio di deludere il proprio comandante
Da quel momento ogni soldato romano imparò ad aver più paura del proprio comandante che degli schiavi.

SPARTACO TRADITO DAI PIRATI CILICI

Alla fine del 72 a.C., Spartaco e il suo esercito si accamparono a Rhegium (Reggio Calabria), vicino allo Stretto di Messina. Spartaco tentò di raggiungere un accordo con alcuni pirati della Cilicia per far attraversare agli schiavi lo Stretto di Messina. Secondo Plutarco: “Progettava di passare in Sicilia dove, sbarcando duemila uomini, sperava di riaccendere la guerra degli schiavi che, da poco spenta, aveva bisogno solo di una piccola scintilla per divampare nuovamente. Dopo che [i pirati cilici] ebbero stipulato un patto con lui, ed ebbero anche ricevuto dei donativi, lo ingannarono e salparono senza di lui.”

Ecco come appare un pirata cilicio nella serie “Spartacus”.

Il piano di Spartaco dimostrava una buona conoscenza della tattica e della strategia. Se fossero riusciti a raggiungere la Sicilia e a provocare una nuova rivolta di schiavi, i ribelli avrebbero potuto difendere l’isola contro Roma. Non avendo potuto attraversare le Alpi, era forse l’unica opzione rimasta a Spartaco, esclusa quella di un attacco diretto su Roma.

Ma, come abbiamo visto, il progetto fallì a causa del tradimento dei pirati cilici con i quali il gladiatore aveva preso accordi per imbarcare la sua armata. Essi, infatti, si dettero alla macchia una volta intascato il compenso, lasciando Spartaco a terra a Rhegium. Le malelingue insinuarono che dietro la precipitosa fuga dei pirati, ci fosse la lunga mano di un ricco romano: Crasso. È possibile che i suoi agenti li avessero corrotti, oppure semplicemente i pirati temevano che, aiutando gli schiavi, si sarebbero tirati addosso tutto il peso dell’esercito romano. Qualunque fosse la ragione, l’esercito di Spartaco si ritrovò intrappolato in Calabria.

IL MURO DI CRASSO IN CALABRIA

Spartaco tentò comunque di attraversare lo stretto di Messina, ma naufragò in terra calabrese. Egli riuscì comunque a liberarsi dalla morsa di Crasso, ma il suo gruppo continuò a sfaldarsi. Nel frattempo, Crasso non cercò lo scontro frontale, ma costruì un blocco nei pressi dell’istmo di Catanzaro. Un vero e proprio muro di 55 chilometri dalla costa ionica a quella tirrenica protetto da un fossato, con lo scopo di assediare gli uomini di Spartaco e di tagliare loro i viveri. Infatti, il Trace riceveva aiuto da briganti, schiavi fuggitivi e disertori, ma non dai contadini o dagli abitanti delle città atterriti dalle sue imprese.

Una cover con i personaggi della serie “Spartacus” sovrapposti ad una panoramica dell’Aspromonte.

La scoperta archeologica
A questo punto è obbligatorio aprire una parentesi archeologica estremamente affascinante. L’istmo descritto da Plutarco, è identificato geograficamente con la “strozzatura” che viene a formarsi nel Bruzio meridionale all’altezza delle attuali città di Locri da una parte e di Gioia Tauro dall’altra.
Non potendo percorrere la via Annia-Popilia per risalire la penisola, essendo ben presidiata dai soldati romani, Spartaco dovette attraversare l’Aspromonte, già via naturale delle grandi migrazioni lucane e bruzie provenienti da Nord oltre che delle antiche popolazioni attestate al di qua e al di là dei crinali.

Aspromonte, antiche mura romane I Courtesy Ministero della Cultura.

Uno studioso reggino, Carmelo Turano, in una raccolta di saggi recante per titolo “Calabria Antica” pubblicata nel 1977, avvalorata dalle notizie e dai particolari descritti da Plutarco, ed il prof. Domenico Raso collocano questi eventi in una zona montana posta lungo la linea che congiunge Gioia Tauro e Locri, ossia su quello stretto ed allungato istmo montagnoso che collega le Serre con l’Aspromonte, il Dossone della Melìa, lungo la via consolare in seguito denominata “Via Grande”.

In questo luogo, lo Zomaro, la larghezza della penisola italiana è pari a 55 km, la stessa distanza espressa in stadi lungo la quale Plutarco colloca le opere difensive allestite dai Romani per bloccare l’avanzata dell’esercito dei ribelli.
La presenza sullo Zomaro di resti di muri antichi e di larghi fossati, compatibili con il sistema di fossi descritto dalle fonti antiche su Spartaco e riconducibili ad antiche opere militari, nonché alcune designazioni toponomastiche della zona (Piani di Marco, Serro di Marco, Chiusa o Chiusa Grande, ecc.), identificano con precisione tali luoghi.

Aspromonte, antiche mura romane. Courtesy Ministero della Cultura.

E infatti, nel cuore silenzioso di questa foresta, si è svelato un segreto antico celato per secoli. L’eco di un passato lontano che risuona ancora tra la rigogliosa vegetazione del Dossone della Melia. Archeologi ed ambientalisti locali hanno individuato un maestoso muro di pietra che potrebbe rappresentare un luogo storico di notevole importanza: si tratterebbe del sito di uno scontro epico tra il celebre gladiatore e ribelle Spartaco e l’inarrestabile armata romana.

Aspromonte, antiche mura romane. Courtesy Ministero della Cultura

Gli archeologi, allertati da ambientalisti locali che avevano notato la struttura, hanno introdotto avanzati metodi di scansione radar e laser, oltre all’analisi dei campioni di terreno, per analizzare i dettagli del muro. Questa struttura, con un fossato ed un terrapieno (o fossa e agger, rispettivamente) che si estendono per quasi due miglia attraverso la foresta, era un tipico sistema di difesa romana.
Andrea Maria Gennaro, il sovrintendente dell’archeologia del Ministero della Cultura che ha lavorato sullo scavo, racconta: “Il muro funge da barriera a causa della sua posizione topografica e di altri fattori, come l’assenza di porte. Esso divide l’intero ampio pianoro in due parti.”
Da quando è stata fatta questa scoperta, gli studiosi hanno chiarito che il muro e i fossati furono costruiti dal generale romano Marco Licinio Crasso nel 71 a.C. con il preciso intento di inibire il passaggio a Spartaco e al suo formidabile esercito. Si crede che Spartaco stesso abbia attaccato il muro cercando di sfuggire al tranello della potente Roma.

“Grazie alle presenza dei Romani Spartaco non riusciva a spostarsi lungo le strade costiere dirette in Sicilia; quindi, la sola via di fuga era attraversando l’Aspromonte”, spiega Gennaro.

Secondo l’archeologo Paolo Visonà, a capo degli scavi e docente presso l’Università del Kentucky, si tratta di un’opera estremamente ben progettata. A confermare la teoria secondo cui l’esercito di Spartaco tentò di forzare il passaggio, sono stati rinvenuti numerosi reperti bellici danneggiati, tra cui manici di spade, punte di giavellotto piegate e una sezione visibilmente danneggiata del muro, tutti indizi che suggeriscono l’avvenimento di una battaglia in loco.
In un punto preciso della struttura, si notano chiari segni di violazione. Lì si è verificato probabilmente uno scontro violento nel tentativo disperato di sfuggire all’assedio.

“Iniziammo a studiare le armi ritrovate lungo il muro e i confronti più vicini sono con armi del tardo periodo repubblicano”, aggiunge Gennaro. “Crediamo di aver identificato il sito dello scontro.”
Ma ancora molti studi e ricerche sono necessari per portare alla luce quanto nasconde il sito: in corso d’opera, è importante anche operare per proteggere il luogo dall’incuria e dai saccheggiatori.

SPARTACO ROMPE L’ASSEDIO

Quando Spartaco tentò di porre fine alla guerra negoziando, i Romani rifiutarono, in modo che il capo dei ribelli fu costretto a ordinare di rompere l’assedio. Nonostante le avversità, Spartaco dimostrò ancora una volta la sua stupefacente padronanza delle tattiche militari. In una notte tempestosa, ordinò ai suoi compagni di riempire una parte del fossato con terra e rami e così riuscì ad attraversarlo con un terzo del suo esercito.

La moderna città di Strongoli che alcuni studiosi identificano con l’antica Petelia.

Sfondato il blocco, Spartaco si diresse verso l’Apulia, secondo alcuni perché da lì voleva salpare alla volta della Tracia, secondo altri perché voleva far insorgere gli schiavi della provincia ed inglobarli quindi nelle file del proprio esercito. Crasso, per tutta risposta, lo attaccò alle spalle, ma il capo ribelle riuscì, seppur con non poca difficoltà, a sconfiggerlo nella battaglia di Petelia. Tuttavia, a causa della stanchezza dei suoi uomini, Spartaco non poté sfruttare al meglio il suo successo, avvenuto nel gennaio del 71 a.C., anche perché l’esercito romano, ora numeroso e ben armato, costrinse il Trace prima alla fuga verso Brindisi.

I RINFORZI DI POMPEO E LUCULLO

A questo punto, le legioni di Gneo Pompeo Magno erano di ritorno in Italia dopo aver messo fine alla ribellione di Quinto Sertorio in Hispania.

Le fonti sono discordi sul fatto che Crasso abbia richiesto rinforzi o che il Senato romano abbia approfittato del ritorno di Pompeo in Italia, ma al generale in arrivo fu detto di non passare da Roma e di raggiungere direttamente l’Italia meridionale e portare aiuto a Crasso. Il Senato inviò allora altri rinforzi al comando di un certo “Lucullo”, che Appiano confonde col generale Lucio Licinio Lucullo, impegnato all’epoca nella terza guerra mitridatica, ma che in realtà sarebbe stato il proconsole di Macedonia, Marco Terenzio Varrone Lucullo, fratello del precedente.

Con le legioni di Pompeo che scendevano da nord e quelle di Lucullo sbarcate a Brundisium, Crasso si rese conto che se non avesse posto immediatamente fine alla rivolta, il merito di aver vinto la guerra sarebbe andato al generale che per primo fosse arrivato con i rinforzi, e decise così di spronare le proprie truppe a concludere in fretta le ostilità.

LA MORSA ROMANA SI CHIUDE

Ormai la morsa implacabile delle legioni andava serrandosi contro l’armata di Spartaco, con un esercito proveniente dalla Grecia al comando del proconsole Lucullo che si preparava a sbarcare a Brindisi, mentre dall’Etruria marciavano le legioni di Pompeo reduci dalla Spagna.

NUOVI DISACCORDI E DIVISIONI

Quando si rese conto che Spartaco gli era sfuggito, Crasso fu terrorizzato all’idea che potesse marciare direttamente su Roma. In realtà, questa era la migliore opzione – di fatto l’unica opzione rimasta: puntare tutto su un ultimo sforzo disperato e colpire il nemico dritto al cuore. Ma l’applicazione di questo piano fu resa impossibile dall’insorgere di nuove divisioni tra le fila degli schiavi. A quanto pare, una forza di 30.000 ribelli sotto il comando di Gannico e Casto si separò dal gruppo principale. Ancora una volta la mancanza di unità ebbe le conseguenze disastrose della Battaglia di Cantenna.

LA BATTAGLIA DI CANTENNA

Gannico, interpretato da Dustin Clare nella serie “Spartacus”

La battaglia ebbe luogo in una località chiamata Cantenna, 5 km a sud del Capaccio dove si trova la città di Giungano, dietro cui sorge il monte Cantenna. Crasso attaccò i ribelli guidati da Casto e Gannico, fisicamente stanchi per la precedente battaglia.

Prima di attaccare Crasso aveva diviso bene le sue forze in due campi mobili ognuno con un suo fossato e il suo terrapieno, posti vicino al nemico per mostrare la sua sicurezza. Crasso rizzò la sua tenda da comandante nel campo più grande ma in una notte condusse fuori le truppe e le posizionò nelle colline pedemontane, lasciando la sua tenda nel campo per ingannare l’avversario. Poi suddivise la cavalleria in due gruppi e ne fece uscire uno agli ordini di Lucio Quinzio, il suo legato con l’ordine di attirare Spartaco nella battaglia. Il piano riuscì grazie a Lucio Quinzio ma anche alla paura della decimazione in caso di fallimento. L’altro gruppo di cavalleria doveva attirare il gruppo di Casto e Gannico in una trappola dove la fanteria di Crasso li aspettava.

Casto, interpretato da Blessing Mokgohloa nella serie “Spartacus”

La battaglia si trasformò così in battaglia campale, l’incubo di Spartaco. I ribelli avevano la possibilità di sottrarvisi, ma per gli uomini di Casto e Gannico ciò non era possibile: per la loro cultura, la battaglia era un atto religioso, dove dedicavano quello che catturavano al loro dio della guerra. Contro Crasso erano, però, inferiori numericamente e come armamenti. Inoltre, a differenza dei Romani che esaltavano la coordinazione e la disciplina, i celti/germani concepivano la battaglia come qualcosa di epico. Spartaco sapeva che questa concezione era tatticamente sbagliata contro una forza romana. Ma ora Spartaco non c’era più.

La conseguenza fu che la battaglia di Cantenna si risolse in una schiacciante vittoria a favore dei Romani. Le fonti delle perdite divergono: si passa da 30.000-35.000 ribelli a 12.300 secondo Plutarco. Si può dedurre una via di mezzo. In ogni caso Casto e Gannico morirono entrambi e la battaglia fu la più aspra che Crasso dovette combattere e solo due morti su 12.300 furono trovati con ferite alla schiena, mentre gli altri mantennero la posizione e combatterono i Romani fino alla fine. Sicuramente qualcuno riuscì a ripiegare e ricongiungersi a Spartaco.

La disciplina brutale di Crasso funzionò e dopo la battaglia i Romani trovarono un ricco bottino ma soprattutto tesori simbolici come cinque fasci con verghe e asce, simbolo del potere e punire e giustizia del magistrato romano. La perdita dei fasci aveva disonorato i littori, mentre il loro recupero aveva onorato gli uomini di Crasso. Ma soprattutto recuperarono cinque aquile romane e 26 stendardi di battaglia (che rappresentavano con un simbolo una centuria, una legione, una coorte). Le aquile era qualcosa che gli uomini veneravano e perderle era motivo di disgrazia e vergogna.

I simboli militari romani.

L’ULTIMA BATTAGLIA: IL FIUME SELE

Il fiume Sele

I ribelli non costituivano un esercito professionale, e avevano raggiunto il loro limite. Non disposti a continuare la loro fuga, gruppi di uomini si staccavano dal grosso dell’esercito e attaccavano in maniera indipendente e non coordinata le legioni di Crasso che avanzavano. Spartaco, dopo aver appreso della sconfitta di Casto e Gannico, si fermò ormai stanco di fuggire, ordinò a circa 5.000 uomini (con donne e bambini) di proseguire verso nord e si volse ad affrontare Crasso su una piana attraversata dal Silario, l’odierno Sele.

Mostrando le sue straordinarie qualità di condottiero, Spartaco mise con calma il suo esercito in ordine di battaglia. Quello che seguì fu uno degli episodi più commoventi della storia. Quando gli fu portato il cavallo, Spartaco tirò fuori la spada e lo uccise davanti all’esercito, dicendo: “Se vinceremo, prenderò molti cavalli migliori tra quelli catturati al nemico; se invece saremo sconfitti, non avrò bisogno di nessun cavallo.” Con questo gesto, Spartaco non solo mostrò grande coraggio e noncuranza per la propria sicurezza, ma lanciò anche un messaggio agli schiavi: o vinciamo questa battaglia o moriamo.

Gli ultimi eventi della guerra, quando l’esercito di Spartaco ruppe l’assedio delle forze di Crasso e si ritirò verso le montagne di Peteli; si notino gli scontri iniziali tra elementi dei due schieramenti, il rovesciamento del fronte delle forze di Spartaco per lo scontro finale e l’arrivo da nord delle legioni di Pompeo che catturarono i sopravvissuti.

La morte di Spartaco
Per l’ultima volta, gli schiavi si batterono con un coraggio disperato, come persino gli storici romani sono costretti ad ammettere. Lo scontro prese subito una piega negativa per i ribelli. Questi non stavano affrontando miliziani male armati e demotivati o pigri, ma legionari preparati e rabbiosi e in numero pari al loro.

Spartaco circondato dai legionari. Immagine generata con l’IA.

L’esito di questa battaglia non fu mai in dubbio. Secondo i resoconti romani, Spartaco, intuendo la sconfitta, si aprì la strada attraverso la massa dei combattenti e puntò dritto contro lo Stato Maggiore romano, ossia contro Crasso in persona. Sotto una pioggia di colpi mortali e coperto di ferite, riuscì ad uccidere due centurioni che gli sbarravano la strada. In vista di Crasso, fu colpito da un giavellotto. Alla fine, abbandonato da quanti gli stavano vicino, tenne la sua posizione e, circondato dai legionari, si difese coraggiosamente finché non fu fatto a pezzi a colpi di gladio. Lo storico romano Appiano descrive così la scena:
“Spartaco fu ferito alla coscia da una lancia e cadde in ginocchio, tenendo lo scudo di fronte a sé e difendendosi così dai suoi assalitori, finché lui e la gran parte di quelli che gli stavano accanto furono accerchiati e massacrati”.

Il suo corpo non sarebbe stato mai ritrovato, forse perché ormai irriconoscibile a causa dei colpi ricevuti o forse occultato per non creare un mito, come si fa a volte con dei personaggi importanti, ma fortemente contrastati da un regime.
Era la primavera del 71 a.C.

Vennero uccisi ben 60.000 schiavi contro solo 1.000 morti romani, e vennero fatti 6.000 prigionieri. Dopo la battaglia i legionari trovarono e liberarono 3.000 prigionieri romani nell’accampamento ribelle, tutti illesi.

LA TERRIBILE VENDETTA DI ROMA

La repressione fu spaventosa. La Via Appia, che congiungeva Roma a Capua, soprannominata dagli storici la regina Viarum, costruita da Appio Claudio nel 312 a.C., era la prediletta dei ceti agiati perché conduceva ai luoghi ameni del Mezzogiorno. Fu proprio lungo questa strada consolare che Crasso allestì l’orribile spettacolo. Sebbene la gran parte degli schiavi fosse morta in battaglia, circa 6.000 sopravvissuti erano stati catturati da Crasso, che li mise tutti a morte, nudi, mediante crocifissione, sul tragitto tra Capua e Roma della Via Appia per un tratto di circa 200 chilometri, come monito per tutti coloro che avessero osato sfidare Roma sul suo stesso territorio.

 La crocifissione degli schiavi lungo la Via Appia. Incisione tratta da «Storia di Roma» di Francesco Bertolini.

Poiché Crasso non diede mai l’ordine di rimuovere i corpi, per anni dopo la battaglia i viandanti vennero sottoposti a questo macabro spettacolo.
Fu un’immagine spaventosa, rievocata più volte anche dai primi Cristiani: la croce dei seguaci di Spartaco fu la stessa a cui sarà condannato Gesù Cristo nell’età di Tiberio, poche generazioni dopo.

I MOTIVI DELLA SCONFITTA DI SPARTACO

La sconfitta derivò anche a causa delle divisioni interne all’esercito di ribelli guidati da Spartaco. Come abbiamo visto, tra i ribelli vi erano diversi gruppi, alcuni guidati dal gallo Crisso, altri guidati da Enomao, Gannico e Casto (tutti in seguito caduti) insieme ad altri guidati dallo stesso Spartaco (che in seguito rimase solo e con un esercito ridotto). I capi di questi gruppi, in disaccordo, decisero di dividersi, dando ascolto più ai propri obiettivi personali, che al bene di tutti quelli che avevano preso parte alla rivolta. Perciò, il potente esercito diviso costituì un pericolo minore e più facile da affrontare, e questa divisione andò a favore delle legioni di Crasso che si trovarono davanti un esercito sfaldato. I Romani, in superiorità numerica rispetto ai gruppi divisi ed affrontati singolarmente, riuscirono così a conseguire una vittoria che sarebbe stata più difficile da ottenere se avessero dovuto affrontare un enorme esercito unito.

In ogni caso, l’assenza di un obiettivo politico preciso, lo scarso appoggio ottenuto dalle città della Penisola e le inesauribili risorse della Roma repubblicana frustrarono qualunque speranza di successo dei ribelli.

Cartina riepilogativa della Terza guerra servile.

POMPEO SI PRENDE IL MERITO DELLA VITTORIA

I timori di Crasso erano, però, giustificati. Egli annientò completamente la ribellione; le forze di Pompeo non ingaggiarono mai direttamente il nemico, ma le sue fresche legioni, scendendo da nord, furono in grado di catturare 5.000 ribelli stremati che fuggivano dalla battaglia e che il generale romano “uccise tutti”, sfruttando poi il massacro di una banda di fuggitivi, esausti e demoralizzati, come pretesto per attribuirsi il merito di aver posto fine alla guerra degli schiavi. Per questo motivo Pompeo inviò un messaggio al Senato romano, in cui diceva che sebbene fosse stato senza dubbio Crasso a sconfiggere gli schiavi in battaglia, lui aveva “estirpato la guerra fino alle radici“, reclamando in questo modo gran parte del merito, e ottenendo l’ostilità di Crasso.

La guerra causò, dunque, la rottura dei rapporti personali tra i due generali: a Pompeo fu infatti concesso il trionfo per la vittoria su Sertorio e sugli schiavi fuggiaschi, mentre Crasso poté ottenere soltanto l’ovazione, una cerimonia minore nella quale il vincitore sfilava a piedi. Fu così Pompeo “il Grande” a venir salutato come un eroe a Roma, mentre Crasso, con suo gran disappunto, non ricevette né merito né gloria per aver salvato la Repubblica da Spartaco.

Questa ingratitudine ci dice molto sulla psicologia della classe dominante di Roma. Essa non avrebbe mai potuto ammettere che in Spartaco aveva trovato un nemico in grado di farla tremare. I nobili senatori molto opportunamente dimenticarono il terrore che il nome di Spartaco aveva suscitato in loro solo qualche mese prima. Come poteva una guerra contro un esercito di schiavi meritare l’onore di un trionfo?
Crasso e Pompeo si riappacificarono soltanto dopo un decennio, quando costituirono assieme a Gaio Giulio Cesare il primo triumvirato.

LE CONSEGUENZE DELLA TERZA GUERRA SERVILE

Terminava così la rivolta di Spartaco. Tuttavia, rimasero vivi alcuni focolai portati avanti da seguaci del gladiatore ribelle scampati alla battaglia. Altri, per lo più donne e bambini, si salvarono approdando in territori non sotto il dominio di Roma. Ancora nel 61 a.C. il propretore Ottavio, mentre si recava in Macedonia, di cui aveva ottenuto per sorteggio l’amministrazione dopo la pretura, annientò gli ultimi brandelli dell’esercito di Spartaco che si erano rifugiati a Turi.

Pompeo e Crasso consoli
Pompeo e Crasso seppero cogliere appieno i frutti politici della loro vittoria sui ribelli; entrambi tornarono a Roma con le loro legioni, rifiutandosi di scioglierle e accampandosi appena fuori dalle mura della città. I due generali si candidarono al consolato per l’anno 70 a.C., anche se Pompeo non era eleggibile a causa della sua giovane età e dal fatto che non aveva ancora servito come pretore o questore, come richiedevano, invece, le severe leggi del cursus honorum. Cionondimeno, entrambi furono eletti, anche a causa della minaccia implicita rappresentata dalle legioni in armi accampate fuori dalla città.

Cambiano le leggi per gli schiavi
Gli effetti della terza guerra servile sull’atteggiamento dei Romani verso la schiavitù e sulle relative istituzioni sono più difficili da determinare. Certamente la rivolta aveva scosso il popolo romano, che “a causa della grande paura sembrò iniziare a trattare i propri schiavi meno duramente di prima”. I ricchi possessori di latifundia iniziarono a ridurre il numero di schiavi impiegati nell’agricoltura, scegliendo di impiegare come mezzadri alcuni degli ex-piccoli proprietari terrieri spossessati. Più tardi, terminate la conquista della Gallia ad opera di Gaio Giulio Cesare nel 52 a.C. e le altre grandi conquiste territoriali operate dai Romani fino al periodo del regno di Traiano (98-117), si interruppero le guerre di conquista contro nemici esterni, e con esse cessò l’arrivo in massa di schiavi catturati come prigionieri. Si incrementò, al contrario, l’impiego di lavoratori liberi in campo agricolo.

L’immagine mostra la “Stanza degli Schiavi” rinvenuta durante gli scavi archeologici nella Villa di Civita Giuliana, a nord di Pompei. Questo ambiente offre uno spaccato raro e dettagliato sulla vita quotidiana degli schiavi nel mondo romano. La stanza, in eccezionale stato di conservazione, include arredi come letti e anfore, fornendo preziose informazioni sulle condizioni di vita di questa parte della popolazione. 

A Roma non vi fu più̀ alcuna rivolta paragonabile a quella di Spartaco. Forse ciò̀ fu dovuto alle maggiori possibilità̀ di emancipazione concesse agli schiavi e al trattamento più̀ umano che essi ricevettero durante l’Impero. Durante il regno dell’imperatore Claudio (41-54), fu promulgata una costituzione che considerava omicidio e puniva l’assassinio di uno schiavo anziano o ammalato, e che dava la libertà agli schiavi abbandonati dai loro padroni. Durante il regno di Antonino Pio (138-161), i diritti degli schiavi furono ulteriormente allargati, e i padroni furono ritenuti direttamente responsabili dell’uccisione dei loro schiavi, mentre gli schiavi che dimostravano di essere stati maltrattati potevano forzare legalmente la propria vendita; fu contemporaneamente istituita un’autorità teoricamente indipendente cui gli schiavi si potevano appellare.

Sebbene questi cambiamenti legali abbiano avuto luogo molto tempo dopo la rivolta di Spartaco per poterne essere considerati le dirette conseguenze, sono nondimeno la traduzione in legge dei cambiamenti dell’atteggiamento dei Romani nei confronti degli schiavi evolutosi per decenni.

IL MITO DI SPARTACO

L’immagine mostra un poster del film sovietico muto “Spartak” (o “Spartacus”) del 1926. Il film è basato sul romanzo omonimo di Raffaello Giovagnoli. Il poster è stato disegnato da Heinrich Beisenherz. Il film è stato prodotto dalla Ukrainian Film Company (VUFKU).
La pellicola originale del film è andata perduta nel tempo.

Nonostante il sanguinoso epilogo della sua rivolta, Spartaco ha continuato ad ispirare i posteri nei secoli e nei millenni successivi. Spartaco divenne presto un simbolo per tutti coloro che si opponevano alla tirannia e all’oppressione di Roma. La sua storia fu raccontata da storici antichi come Plutarco, Appiano e Floro, che ne diedero però un’immagine negativa o ambigua. Nel Medioevo e nel Rinascimento, la sua figura fu dimenticata o confusa con quella di altri personaggi storici o leggendari.

Secondo alcuni storici, testimoni oculari delle sue imprese, Spartaco era alto, bello, intelligente, gentile e carismatico, divenuto grazie alle sue gesta un personaggio leggendario, un emblema dell’eroe idealista capace di lottare titanicamente in nome della libertà e di sconfiggere i più forti eserciti del mondo grazie allo slancio ideale più che alle armi. Già la sua ribellione viene citata dal poeta latino Claudiano, quasi cinque secoli dopo i fatti, nel poema De bello Gothico, accostando la debolezza dei Romani del V secolo alla ignominiosa sconfitta delle forze romane per opera dello schiavo Spartaco.

Sallustio in un’incisione ottocentesca.

Gli storici antichi erano divisi sui reali obiettivi del Trace: taluni pensarono che volesse solo riconquistare la propria libertà e vendicarsi delle angherie subite per mano dei Romani, mentre altri che volesse davvero muovere guerra alla Repubblica romana e sconfiggerla proprio grazie all’abolizione della schiavitù (sebbene la maggioranza degli storici moderni escluda questa seconda interpretazione, ritenendola fin troppo ambiziosa: i comportamenti e le scelte operate da Spartaco e dall’esercito servile, almeno stando alle testimonianze che ci sono pervenute, non troverebbero spiegazione coerente al di fuori di questa interpretazione).

Sallustio nel suo III libro delle Historie descrive, oltre alla guerra contro Mitridate e la fine della guerra contro Sertorio, anche la rivolta di Spartaco e Crisso, molto dettagliata, a volte ora per ora, il che dimostra l’importanza di un evento che comunque durò circa tre anni e in cui appare evidente che l’autore tiene per Spartaco se non per la sua fazione. Non ha gli stessi elogi per Crisso che ritiene giustamente esaltato e imprudente, anche se al momento della morte gli riconosce un certo valore. Ma di Spartaco riconosce l’avvedutezza, la prudenza, l’intelligenza, la modestia, il senso pratico, la strategia bellica, il coraggio, il valore e la capacità di prevedere le cose. Spartaco è per Sallustio un eroe incompreso, valoroso e audace che deve però soccombere perché odiato e temuto dai nemici ma pure inascoltato dagli amici.

Il vero motivo della nascita del mito di Spartaco, oltre ai sentimenti di ammirazione per il suo coraggio, intelligenza e tenacia, è che il gladiatore ribelle riuscì a sfidare i padroni del mondo a casa loro. Questa tesi è confermata proprio dal piano di Spartaco: una volta fuggito, avrebbe potuto fare ritorno in Tracia, in diverse occasioni, ma non lo fece poiché, probabilmente, il suo progetto era quello di annientare il nemico e di porsi come comandante di un grande esercito di rivoltosi, dando una lezione ai Romani in un capovolgimento simmetrico della situazione.

La vicenda del gladiatore trace ha ispirato anche la settima arte, dal primo film risalente al 1913 fino ad arrivare alle più recenti serie televisive come la statunitense Spartacus – Gli dèi dell’arena del 2011 passando per il celeberrimo Spartacus del 1960 per la regia di un allora trentenne Stanley Kubrick nel quale il ruolo del condottiero ribelle è stato magistralmente interpretato da Kirk Douglas. Nonostante il film abbia avuto un enorme successo al botteghino, abbia vinto quattro Oscar e sia considerato tra i migliori film storico-epici, Kubrick in seguito prese le distanze da esso, lamentando che il personaggio di Spartaco non avesse difetti o stranezze.

SPARTACO FU UN PRECURSORE DEL COMUNISMO?

Variante della bandiera della Lega di Spartaco

Fu a partire dal XVIII secolo che Spartaco fu rivalutato come un eroe della libertà e dell’uguaglianza, soprattutto da parte dei movimenti rivoluzionari e socialisti. Tra XIX e XX secolo il nascente movimento operaio riconobbe nel gladiatore trace un precursore per quanto gli storici moderni siano abbastanza scettici circa il fatto che il reale obbiettivo di Spartaco fosse l’abolizione della schiavitù o anche solo la costituzione di una società maggiormente egualitaria.

Il romanziere e garibaldino Raffaello Giovagnoli pubblica, nel 1873, il romanzo Spartaco come tributo all’eroismo garibaldino, e il romanzo stesso è stampato con una lettera di Garibaldi in prefazione, che si definisce un liberto e termina auspicando un futuro in cui non ci saranno né gladiatori né padroni.

“La vittoria sarà nostra perché Spartacus significa fuoco e spirito, anima e cuore, violenta azione della Rivoluzione proletaria. Spartacus significa tutte le miserie, tutto il desiderio di felicità del proletariato. Significa il socialismo, la rivoluzione mondiale”

(Rosa Luxemburg)
Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg

Non è un caso che, durante la Prima guerra mondiale, Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht adottarono il nome del rivoluzionario romano quando crearono la Lega di Spartaco, e venendo definiti appunto “spartachisti”. Costituitasi in seno al movimento pacifista tedesco, sorto in reazione agli orrori della Grande Guerra, divenne, di fronte all’imperante militarismo assunto dai socialdemocratici al potere, il primo nucleo di quello che sarà poi il Partito Comunista di Germania, mirante ad una rivoluzione simile a quella attuata dai bolscevichi in Russia.

La rivolta spartachista del 1919.

Nel gennaio del 1919, gli Spartachisti insorsero contro il governo di Berlino, con una violenta rivolta armata conosciuta come la Rivolta spartachista, venendo brutalmente repressi dall’esercito tedesco e dai Freikorps (“Corpi franchi”, organizzazioni paramilitari anticomuniste assunte dallo stesso governo socialdemocratico al potere), su diretto ordine dell’allora Cancelliere, il socialdemocratico Friedrich Ebert. Centinaia di Spartachisti, compresi gli stessi Liebknecht e Luxemburg, saranno infine assassinati nelle settimane seguenti ad opera dei Freikorps.

Anche Karl Marx era un grande ammiratore di Spartaco. Lo definì un eroe e “il meglio che l’antichità ha da offrire”. In una lettera ad Engels del 27 febbraio 1861, Marx scrive di aver letto di Spartaco nelle Guerre civili di Appiano:
“Spartaco emerge come la figura più grandiosa di tutta la storia antica. Un grande generale […], di carattere nobile, un ‘autentico rappresentante’ del proletariato dell’antichità. […].

Vecchio stemma dello Spartak Mosca, di epoca sovietica

Ovviamente Spartaco venne riconosciuto come un eroe nell’Unione Sovietica comunista, dove negli anni Trenta il nome Spartak venne adottato dalla grande società polisportiva delle organizzazioni sindacali del governo. Inoltre, anche una stazione della metropolitana di Mosca è denominata Spartak.

Un parallelo che non regge
È possibile che esistessero correnti utopistiche o comuniste nella grande rivolta degli schiavi del 71 a.C., basate sul vago ricordo di un passato lontano, quando gli uomini erano uguali e la proprietà era comune. Ma se così fosse, avrebbero avuto un carattere reazionario e non progressista. Si sarebbero manifestate come un comunismo dei consumi (basato sull’ “uguale ripartizione”) e non come una forma di produzione collettiva.

Nelle condizioni dell’epoca, questa opzione non avrebbe fatto avanzare la società, ma al contrario l’avrebbe fatta arretrare. Il vero comunismo (una società senza classi) non può essere costruito sulla base dell’arretratezza e dell’austerità. Presuppone invece un alto sviluppo delle forze produttive, in modo che gli uomini e le donne possano essere liberati dal fardello del lavoro e avere il tempo necessario a sviluppare tutto il loro potenziale umano. Queste condizioni materiali non esistevano ai tempi di Spartaco.

È errato quindi pensare che Spartaco si ribellò perché si fece promotore di una coscienza di classe; questa ipotesi, infatti, rappresenta un inquinamento della conoscenza del passato. In epoca imperiale si parlava di strati e non di classi (concetto nato solo nel periodo della Rivoluzione Industriale), ma soprattutto l’idea di una collettività senza lavoro servile non era contemplata dalle società mediterranee antiche. Per tali ragioni, non abbiamo nessun elemento che ci induce a credere che Spartaco andasse oltre queste vedute.

CONCLUSIONI

Spartaco fu uno dei più valenti condottieri della Storia. La sua condotta militare fu sempre improntata al pragmatismo, a ciò che realmente un esercito di ex schiavi poteva compiere senza strafare.

Dal suo popolo, i Traci, apprese l’arte della guerriglia, una tipologia di guerra fatta di agguati, escamotage e tattiche mordi e fuggi.

Dai Romani, sotto i quali aveva servito come ausiliario, imparò come schierare gli uomini in campo e renderli compatti e ordinati dinanzi al nemico. Non gli riuscì l’intento di trasformare un miscuglio di schiavi, gladiatori e disperati in una legione romana.

Le varie etnie presenti, gli interessi divergenti tra i capi e le tante teste calde, resero l’armata ingovernabile nell’ultimo anno della rivolta. Consideriamo, pertanto, le imprese di Spartaco alla luce del suo carisma e del talento militare mostrato.

Un mito da ridimensionare?
Alcuni studiosi moderni, scettici sull’idealizzazione del personaggio proposta da Plutarco, hanno sminuito l’impatto reale della rivolta di Spartaco sui contemporanei. Per questi storici, la rivolta non fu che una serie di atti di saccheggio compiuti da schiavi fuggiaschi, organizzati in bande separate, che agivano agli ordini di qualche caporione; tra questi, forse, Spartaco aveva il comando supremo.
Per tre anni i ribelli misero sotto scacco un esercito romano debole, guidato da generali inetti e di scarsa esperienza, fino a che, una volta ristabilita la disciplina, le rivolte furono soffocate e i loro protagonisti sterminati. Secondo questi stessi autori, furono gli storici romani posteriori a voler ingrandire le proporzioni della rivolta, con evidenti fini propagandistici.
Spartaco fu un coraggioso e un buon combattente, magari anche un intollerante verso qualsiasi autorità, visto che si ribellò all’esercito e poi alla scuola gladiatoria. Non conosciamo la verità. Di certo sappiamo che uomini liberi sceglievano volontariamente la scuola gladiatoria per la gloria e i soldi, e altrettanto nell’esercito.

Ma non sappiamo quanto fu intolleranza e quanto fu invece reale maltrattamento: di certo Spartaco fece agli altri peggio di quanto avesse ricevuto, anche se si ritiene che non fosse d’accordo nei saccheggi, uccisioni e stupri, però inevitabili, visto che non c’era lo Stato a inviargli le scorte per il suo esercito. Doveva razziare ovunque e stroncare ogni tentativo di difesa.

Di certo fu eretto a esempio di ribellione al potere, ma il suo esercito applicò un potere anche peggiore sulla popolazione che incontrò.

NEL PROSSIMO ARTICOLO: La sua figura è diventata un simbolo di resistenza e libertà per la Gallia. Fu un principe degli Arverni, una potente tribù della Gallia centrale. Nel 52 a.C., unificò le tribù galliche in una coalizione contro Roma, diventandone il leader e adottando una tattica di resistenza basata sulla guerriglia e la “terra bruciata”. La sua storia è raccontata da Giulio Cesare stesso nel suo “De Bello Gallico” e da altri autori antichi, oltre che da numerose opere storiche e letterarie. Per la serie “I grandi Nemici di Roma, parleremo di Vercingetorige.

SE TI SEI PERSO GLI ARTICOLI PRECEDENTI DELLA SERIE “I GRANDI NEMICI DI ROMA”:

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