I GRANDI NEMICI DI ROMA – ANNIBALE (Quarta Parte – Da Scipione alla Battaglia di Zama).

Scipione, con la Campagna in Iberia, cacciò i Cartaginesi dalla penisola e si preparò, portando la guerra in Africa, alla riscossa di Roma, realizzando il suo capolavoro tattico: la Battaglia di Zama.

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Dopo la Battaglia del Metauro, le carte in tavola erano cambiate. E da quell’inesauribile serbatoio umano che era la Repubblica, emerse una figura destinata a mutare le sorti della Seconda Guerra Punica: Publio Cornelio Scipione. Sopravvissuto alla Battaglia di Canne, il giovane compì tutto il cursus honorum fino ad essere investito dell’imperium proconsolare per condurre la campagna in Iberia contro i Cartaginesi, con il proposito di colpire il cuore delle forze nemiche.

Con una delle più audaci azioni della storia militare romana, Scipione conquistò Nova Carthago, che racchiudeva la maggior parte delle risorse monetarie cartaginesi oltre a materiale bellico in abbondanza. Fu proprio in Spagna che Scipione organizzò e addestrò l’esercito sulla base di nuovi criteri militari, introducendo una prima riforma tattica e istruendolo nell’utilizzo delle nuove armi. Adottò quindi la spada spagnola (il famoso gladius) e forse modificò il giavellotto (pilum), che avrebbero portato ai Romani la supremazia sull’allora mondo civilizzato. Con le Battaglie di Baecula e Ilipa, Scipione cacciò i Cartaginesi dalla penisola iberica che divenne la nuova Provincia romana di Hispania.

Divenuto console, Scipione concepì l’ardito piano di portare la guerra in Africa, avvalendosi delle due “Legioni maledette”, la Quinta e la Sesta, dette “Cannensi” condannate dal Senato a non smobilitare mai, e mai mettere piede in patria, perchè ritenute colpevoli di essere sopravvissute al massacro di Canne. Queste due legioni, rimanendo per undici anni sempre in armi, finirono per diventare il prototipo del soldato professionista di cento anni dopo, che emerse in seguito alla la riforma mariana. La loro volontà di riscatto fu fondamentale nella Battaglia di Zama.

Le devastazioni dei territori e le vittorie che Scipione riportò in Africa costrinsero il Senato cartaginese a richiamare Annibale che, così, dopo ben 33 anni di assenza, tornò in patria, cercando di salvare il salvabile.

Dopo un leggendario colloquio con il suo più giovane avversario, Annibale scese in battaglia contro un esercito, quello romano, molto più addestrato ed agguerrito, in cui la famosa manovra a tenaglia fu stavolta utilizzata contro i Cartaginesi, decretandone la sconfitta e la fine della Seconda Guerra Punica, che può essere considerata sostanzialmente il primo conflitto mondiale della storia, almeno per quanto riguarda l’area del Mediterraneo. Oltre a Roma e Cartagine, furono infatti coinvolti nella guerra Celti, Italici, Iberi, Liguri, Numidi, il Regno Macedone e la simmachia greca, la Lega Achea, la Lega Etolica e così via. L’incendio dell’intera flotta da guerra cartaginese, cinquecento navi, decretò la fine per Cartagine del suo ruolo di grande potenza mediterranea.

Roma impose a Cartagine condizioni umilianti e pesantissime. In tale circostanza, Annibale si rivelò anche un abile ed onesto politico, obbligando il Senato punico ad accettarle senza riserve.

A queste vicende è dedicata la quarta parte dell’articolo su Annibale per i Grandi Nemici di Roma, con la Rubrica “La Stele di Rosetta”, per il quale, come sempre ci avvarremo del supporto di cartine e contenuti mediatici. Buona lettura!

INDICE DEI CONTENUTI:

L’ASTRO NASCENTE DI ROMA: PUBLIO CORNELIO SCIPIONE

LA CAMPAGNA DI SCIPIONE IN SPAGNA

IL CONSOLATO

I “LEGIONARI MALEDETTI”

UN PIANO ARDITO E OSTEGGIATO

SCIPIONE SBARCA IN AFRICA

ANNIBALE ABBANDONA L’ITALIA

IL LEGGENDARIO INCONTRO

ZAMA, LA NEMESI DI ANNIBALE (19 ottobre 202 a.C.)

Le forze in campo: Romani

Le forze in campo: Cartaginesi

Lo schieramento: Romani

Lo schieramento: Cartaginesi

La battaglia: fase1

La battaglia: fase 2

La battaglia: fase 3

La battaglia: fase 4

Il bilancio della Battaglia di Zama

LE CONSEGUENZE DELLA BATTAGLIA DI ZAMA

SCIPIONE DIVENTA “L’AFRICANO”

L’ASTRO NASCENTE DI ROMA: PUBLIO CORNELIO SCIPIONE

Presunto busto di Scipione l’Africano esposto ai Musei Capitolini a Roma.

Appartenente alla Gens Cornelia, una delle più antiche e potenti famiglie patrizie di Roma, Scipione nacque a Roma nel 236 a.C. Le prime notizie della vita pubblica di Publio che si hanno riportano al 218 a.C.: durante la Battaglia del Ticino, il giovane Publio, salvò la vita al padre, gravemente ferito.

Due anni dopo, nel 216 a.C. fu tra i superstiti della Battaglia di Canne. Gli storici antichi non dicono se Scipione partecipò direttamente alla battaglia e da Livio sappiamo che ricopriva la carica di tribuno militare. Dopo la disfatta di Canne, si adoperò per porre in salvo i pochi e sbandati superstiti delle legioni romane, guidandoli verso Canosa: si trattava di un’impresa molto pericolosa, distando la città solo quattro miglia dal campo di Annibale.

Nel 213 a.C. fu eletto edile e agli inizi del 211 a.C., giunse a Publio dalla Spagna la triste notizia che il padre Publio Cornelio Scipione e lo zio Gneo Cornelio Scipione Calvo erano stati sconfitti e uccisi dalle soverchianti forze militari cartaginesi, dopo diversi anni di guerra. Quello stesso anno, il possesso della Spagna sarebbe verosimilmente andato perduto senza l’iniziativa di Lucio Marcio Settimo, che riuscì a riorganizzare i reparti sopravvissuti alla disfatta e fermare l’avanzata cartaginese, ottenendo una insperata vittoria. Una nuova spedizione romana venne inviata in Spagna sotto il comando di Gaio Claudio Nerone e, verso la fine del 211 a.C. a Roma, il Senato e il Popolo deliberarono per accrescere le proprie forze militari e per mandare in Spagna un nuovo comandante a sostituire lo stesso Claudio Nerone. La scelta cadde sul giovane Publio.

LA CAMPAGNA DI SCIPIONE IN SPAGNA

Marcia di Scipione in Spagna nel 210 a.C.

Fu così che Publio, all’età di soli 25 anni, al di sotto dell’età minima legale per poter entrare in carica, partì per l’Hispania verso la fine dell’anno come cittadino privatus, ma investito dell’imperium proconsolare, accompagnato dal propretore Marco Giunio Silano e dal suo fidato compagno d’arme, Gaio Lelio. Alle forze rimaste in Spagna dell’antico esercito e a quelle che Nerone vi aveva portato dall’Italia, furono aggiunti 10.000 fanti e 1.000 cavalieri. Scipione, accompagnato da una flotta di trenta navi, tutte quinqueremi, partì dalle foci del Tevere, percorse il litorale dell’Etruria, il golfo Gallico fino ai Pirenei, per sbarcare alla città greca di Emporiae. Da qui, dopo aver ordinato che le navi lo seguissero parallelamente lungo la costa, partì a piedi per Tarraco (Tarragona) dove radunò tutti gli alleati, che lo avevano raggiunto da tutta la provincia alla notizia del suo arrivo.

Scipione aveva come obiettivo principale quello di rovesciare alcune alleanze fra le popolazioni iberiche e i Cartaginesi, rendendo difficile il reclutamento di forze da inviare contro Roma in Italia. Era necessario però colpire a fondo le colonie di entrambi.

L’assedio e la conquista di Nova Carthago

Dopo aver trascorso l’intero inverno a preparare la sua prima azione in Iberia (regione dell’Ebro, in latino Iber), studiando mappe e percorsi da seguire, con il proposito di colpire il cuore delle forze nemiche in una delle più audaci azioni della storia militare romana, Scipione partì alla volta di Nova Carthago, all’insaputa dell’intero esercito ad esclusione del solo e fidato Gaio Lelio. Questa importante fortezza racchiudeva la maggior parte delle risorse monetarie cartaginesi (vista la sua vicinanza ad alcune miniere di argento), oltre a materiale bellico in abbondanza e numerosi ostaggi di molte delle popolazioni della Spagna. Il suo porto era, inoltre, uno dei migliori del Mediterraneo occidentale, cosa che avrebbe permesso a Scipione di avere un’ottima base di partenza per la conquista del sud.

Nova Carthago era difesa soltanto da una piccola guarnigione, poiché i Cartaginesi ritenevano che la città fosse inespugnabile per la conformazione fisica del luogo e le massicce mura difensive. Scipione, consapevole non solo della sua importanza economica, ma anche delle implicazioni psicologiche che la sua presa avrebbe generato, si preparò meticolosamente ad assaltarla.
I Romani raggiunsero Cartagena (Nova Carthago) contemporaneamente via terra e via mare, e posero gli accampamenti (castra aestiva) in quel settore della città che guarda a settentrione.
All’epoca Cartagena era protetta su due lati dal mare e sul terzo da una laguna. Tuttavia, Scipione, sfruttando la bassa marea nella laguna, da lui spacciata agli occhi dei soldati per una volontà divina a suo favore, riuscì a scalare le mura della città senza opposizione e impadronirsi di essa senza doverla assediare.

Nicolas Poussin, “La clemenza di Scipione” (Museo Puškin delle belle arti, Mosca) dopo l’assedio di Cartagena.

La conquista di Cartagena è ricordata anche per la grande umanità con la quale Scipione trattò gli ostaggi. Si racconta infatti che ai 2.000 artigiani presenti in città disse che, per il momento, dovevano considerarsi schiavi pubblici di Roma. Promise però la libertà (manumissio) a tutti coloro che si fossero dimostrati collaborativi verso i Romani con il loro lavoro, una volta portata a termine la guerra in modo vittorioso contro i Cartaginesi. Tra i restanti prigionieri scelse i migliori per forza, per aspetto e per età, e li unì agli equipaggi delle sue navi, aumentando di metà il numero totale dei marinai che aveva in precedenza. Anche a questi, promise la libertà al termine della guerra, sempre se fossero stati fedeli a Roma. Questo modo di trattare i prigionieri suscitò da parte dei cittadini una grande benevolenza e lealtà nei confronti di Publio Scipione mentre gli artigiani si mostrarono pronti ad aiutarlo, con la speranza di poter tornare in libertà.

L’esercito romano adotta il famoso gladius
Verso la fine del 209 a.C., a Scipione, dopo aver annunciato al Senato di Roma la vittoria riportata a Nova Cartago attraverso Gaio Lelio, venne prorogato il comando insieme a Silano, non per un solo anno, ma fino a quando non fossero stati richiamati dal Senato stesso. Scullard aggiunge che Scipione passò il resto dell’anno ad organizzare e addestrare l’esercito sulla base di nuovi criteri militari, introducendo una prima riforma tattica e istruendolo nell’utilizzo delle nuove armi. Adottò quindi la spada spagnola (gladius) e forse modificò il giavellotto (pilum), che avrebbero portato ai Romani la supremazia sull’allora mondo civilizzato.

Questo tipo di spada era chiamato Gladius Hispaniensis. Il termine stesso “gladius” deriva probabilmente dal celtico “kladyos” (“spada”), sebbene alcuni storici ritengano che questo termine possa derivare anche dal latino “clades” (“ferita, ferita”) o “gladii” (“fusto”).

È molto probabile che prima dei gladi, i Romani usassero una variante del greco xiphosa.

La forma a punta e la lunghezza ridotta del gladio erano determinate dall’incapacità di sferrare colpi di taglio efficaci in una fitta formazione legionaria. Al di fuori di una formazione di fanteria serrata, il gladio era inferiore alle spade celtiche sotto molti aspetti. 

L’adozione del gladio Hispaniensis si rivelò una saggia decisione per l’esercito romano. Nel giro di pochi decenni, la sua tecnologia superiore gli garantì un vantaggio sia militare che psicologico sul campo di battaglia. Lo storico romano Tito Livio, ad esempio, descrive le ferite che i soldati romani erano in grado di infliggere con questa nuova arma, tra cui lo sventramento dei nemici, la recisione degli arti e la spaccatura del collo o della testa. Le descrizioni storiche dei danni causati dal gladio sono state corroborate da scoperte archeologiche in diversi siti in Spagna (Cerro de la Cruz, Valencia), dove resti umani mutilati illustrano graficamente i danni che quest’arma poteva infliggere.

Per nemici abituati solo a trafiggere ferite causate da lance e frecce, i danni che il gladio poteva causare 
dovevano essere terrificanti, e i Romani non si tirarono indietro dall’usarlo a pieno regime. Un’arma altamente efficace aveva ora chiaramente incontrato un esercito abbastanza brutale da maneggiarla in modo appropriato. Da quel momento, sarebbe diventata la spada preferita dell’esercito romano per oltre quattrocento anni. 

La Battaglia di Baecula
L’anno successivo, nel 208 a.C., Scipione ottenne una nuova vittoria sconfiggendo Asdrubale Barca nella battaglia di Baecula; tuttavia, in questa fase, dal punto di vista strategico, la sua azione fu un fallimento. Asdrubale infatti evitò la disfatta, concentrò un forte corpo di spedizione e si diresse verso l’Italia per accorrere in aiuto del fratello Annibale, senza che Scipione riuscisse a bloccare o intralciare la sua marcia (come abbiamo visto, Asdrubale fu poi sconfitto nella Battaglia del Metauro)

Theodor Mommsen ha criticato fortemente il suo comportamento e ritiene che la sua strategia fosse errata non essendo riuscito a impedire la spedizione di Asdrubale che nel 207 a.C. mise in grave difficoltà i Romani in Italia. Lo Scullard invece minimizza le responsabilità di Scipione, ritenendo che fosse impossibile bloccare tutti i passi dei Pirenei e che egli avesse come obbiettivo principale la sottomissione della Spagna, non quello di abbandonarla agli altri due eserciti cartaginesi presenti nel sud del suo territorio.

Giambattista Tiepolo, “Scipione l’Africano libera Massiva” (Walters Art Museum, Baltimora) dopo la vittoriosa battaglia di Baecula.

In ogni caso, Scipione, dopo Baecula, si comportò ancora una volta con grande generosità verso i prigionieri, rilasciando tra gli altri Massiva, il giovane nipote di Massinissa, re della Numidia, gesto questo, vale la pena ricordarlo, che creò i presupposti per quell’alleanza con il re numida che sarà uno degli strumenti più importanti di Scipione per rompere il dominio cartaginese in Africa.

La Battaglia di Ilipa, il capolavoro tattico di Scipione

Era giunto il momento per Scipione di spingersi a sud, nella speranza di portare a termine la conquista della Spagna cartaginese, ma Asdrubale si rifiutava di combattere, dividendo il suo esercito in numerose città. Publio però non cadde nel tranello, sprecando tempo prezioso in una guerra di assedi, nonostante il fratello Lucio fosse riuscito a conquistare la ricca e importante città di Aurungis.
All’inizio del 206 a.C., Publio si scontrò con le forze cartaginesi congiunte presso Ilipa (Alcalá del Río), ottenendo una vittoria determinante per la conquista della Spagna cartaginese.

Durante i giorni che precedettero la battaglia, i due eserciti si studiarono reciprocamente: la formazione romana si posizionava sempre con le legioni al centro e gli alleati iberici sulle ali. Scipione voleva infatti convincere Asdrubale e Magone che quella sarebbe stata la formazione definitiva che avrebbe schierato per la battaglia decisiva.

Formazione di battaglia nei giorni precedenti.

Il generale romano, convinto di aver ingannato gli avversari, fece la sua mossa. I legionari furono svegliati ancora prima dell’alba ed ebbero il tempo di nutrirsi e prepararsi adeguatamente. Dopodiché, Scipione inviò le sue truppe di cavalleria e la fanteria leggera contro gli avamposti cartaginesi. Nel frattempo, la gran parte dell’esercito usciva ordinatamente dall’accampamento per posizionarsi sul campo di battaglia.
Quel giorno, a differenza di quanto avvenuto in precedenza, le legioni erano posizionate sulle ali, mentre gli alleati iberici erano stati schierati al centro.
I Cartaginesi, innervositi dagli attacchi nemici, si precipitarono fuori dai loro accampamenti senza nutrirsi e preparandosi il più in fretta possibile.

Convinto che Scipione avrebbe disposto le sue forze come al solito, Asdrubale schierò le truppe africane più forti al centro e i mercenari spagnoli sulle ali. Il generale cartaginese si accorse troppo tardi del drastico cambio di formazione dell’avversario e, essendo i legionari di Scipione ormai troppo vicini, non vi era più alcuna possibilità di apportare modifiche allo schieramento.

Cambiamento dello schieramento di battaglia romano da parte di Scipione e suo attacco ai fianchi cartaginesi.

Quando Scipione decise di attaccare, richiamò le truppe leggere, che attraversarono gli spazi lasciati tra i manipoli per posizionarsi dietro le legioni. L’ordine generale di Scipione prevedeva che gli Iberici al centro avanzassero lentamente, mentre le ali, composte dai legionari, si avvicinavano al nemico a un passo decisamente più rapido.
In questo modo, Scipione fu in grado di formare una linea di battaglia concava, esattamente opposta alla disposizione di Annibale a Canne. Proprio per questo motivo, gli storici militari definiscono la battaglia di Ilipa anche “Canne rovesciata”.
Le truppe leggere si posizionarono sui fianchi dei legionari, estendendo ulteriormente le ali dell’esercito romano e accerchiando l’intera linea cartaginese su entrambi i lati.

Durante la manovra, Asdrubale si rese conto di trovarsi in un vicolo cieco: se avesse distolto le sue forze per contrastare le ali romane, avrebbe scoperto il centro, permettendo così agli alleati iberici di Scipione di attaccare facilmente, sfondando le sue linee. Ma, mantenendo la situazione invariata, le lunghe ali romane avrebbero finito per circondare il suo esercito.
Inoltre, Scipione era riuscito a contrapporre le proprie truppe più forti, costituite dai legionari, agli alleati, più deboli, di Asdrubale. Il centro cartaginese perse ogni coraggio, anche a causa degli elefanti, che, impazziti, iniziarono a devastare le stesse linee di Asdrubale. Spinti verso il centro dalla cavalleria romana che attaccava sui fianchi, gli elefanti finirono per distruggere quel che rimaneva delle difese cartaginesi.
Oltre alla fame e alla stanchezza, i Cartaginesi videro il loro generale completamente circondato e disorientato. Asdrubale non poté fare altro che ordinare ai suoi uomini di ritirarsi ordinatamente verso l’accampamento, l’ultima frontiera di salvezza.

Scipione, intuendo la mossa del nemico, ordinò al centro iberico di accelerare il passo e attaccare ciò che rimaneva dell’esercito cartaginese.
Il contingente punico collassò e iniziò un massacro da parte dei legionari romani, che sarebbe stato pari a quello di Canne, se non fosse scoppiato un improvviso acquazzone, che bloccò tutte le azioni sul campo e permise ai Cartaginesi rimasti di trovare rifugio nel loro accampamento.

Le truppe cartaginesi sopravvissute non riuscirono a riposare durante la notte successiva. Consapevoli che il mattino seguente i Romani avrebbero inevitabilmente attaccato, trascorsero le ore notturne a rafforzare le loro difese. Ma nel corso della notte, un numero sempre crescente di mercenari iberici iniziò ad abbandonare Asdrubale, fuggendo disordinatamente verso le pianure circostanti.
Approfittando dell’oscurità, Asdrubale tentò di far uscire gli ultimi uomini a lui fedeli, cercando di sfuggire ai Romani. Scipione, che aveva disseminato il territorio di vedette, si accorse immediatamente della manovra e ordinò un inseguimento. Guidato dalla cavalleria, l’intero esercito romano si mise sulle tracce di Asdrubale.

Quando i Romani raggiunsero finalmente l’esercito cartaginese, si scatenò una vera e propria carneficina.
Asdrubale rimase con soli 6.000 uomini, che si rifugiarono su una montagna vicina, senza alcuna riserva d’acqua. Questo ultimo contingente cartaginese si arrese poco dopo.
Scipione aveva così ottenuto una vittoria decisiva, e soprattutto aveva portato l’intera cultura militare romana ad un nuovo livello.
Lo Scullard aggiunge che non fu meno brillante la tattica utilizzata da Scipione rispetto a Baecula. Egli, infatti, corresse uno dei punti deboli della precedente battaglia, riuscendo a contenere il grosso dell’esercito nemico mentre le ali compivano una perfetta manovra di avvolgimento dell’intera armata cartaginese.

La cacciata dei Cartaginesi e la nascita della nuova Provincia di Hispania
Scipione punì in modo esemplare alcune città iberiche, tra cui Castax, Astapa (Estepa) e Ilurgia (Lorca), quest’ultima espugnata in seguito ad un attacco convergente. In seguito, guidò la sua armata contro due principi ispanici che si erano ribellati, conducendola ad una brillante vittoria sull’alto Ebro e costringendo i sovrani ribelli a rinnovare l’alleanza con Roma. A completamento delle sue imprese in Spagna, vi fu anche l’incontro con l’altro principe numida, Massinissa, la fondazione di una colonia a Italica per i suoi veterani (dove oggi sorge Santiponce) e la resa dell’ultimo baluardo cartaginese in Spagna, la città di Cadice.

Magone, dopo un inutile tentativo di riprendere Nova Carthago, si rifugiò nelle isole Baleari, dove la capitale di Minorca, Mahón, porta ancora il suo nome. Scipione era così riuscito a cacciare definitivamente i Cartaginesi dalla penisola iberica ed a chiudere il fronte occidentale, mantenendovi solo le necessarie forze di presidio. Scipione poteva ora tornare a Roma vittorioso e pronto a nuove avventure militari. Lasciò, pertanto, la Spagna nel 206 a.C., nell’anno che rappresenta la nascita della provincia romana di Hispania.

IL CONSOLATO

Nel 205 a.C. Roma sottoscrisse la pace di Fenice con Filippo V di Macedonia, chiudendo anche il fronte orientale, ma soprattutto proiettando Roma per la prima volta dentro il mondo politico ellenico, come garante nei confronti di coloro che ne avevano chiesto l’intervento negli anni passati. Scipione una volta tornato dalla Spagna (autunno del 206 a.C.), venne eletto console nel 205 a.C. e gli fu affidata la Sicilia, dove dovette accontentarsi delle legioni “cannensi”, sebbene gli fosse stato accordato il diritto di reclutare dei volontari.

I “LEGIONARI MALEDETTI”

Erano coloro la cui colpa fu di essere sopravvissuti a Canne. Per quanto la mattanza sia stata dura, va infatti tenuto conto che le forze di Annibale erano troppo esigue per poter accerchiare ermeticamente le legioni, e in alcuni punti i manipoli poterono facilmente liberarsi dalla morsa e ripiegare. Con una formazione a cuneo uscirono dall’accampamento piccolo e si diressero verso il maggiore dove si unirono agli uomini che erano stati lasciati di guardia. Questa forza mista, Romani e alleati, si diresse, compatta, verso la città più vicina, Canosa. In questa occasione, i tribuni si riunirono per decidere il da farsi, ma una fazione, guidata da un nobile di nome Lucio Cecilio Metello, propose di lasciare l’Italia e la Repubblica, ormai condannate, e di mettersi al soldo di qualche re orientale come mercenari. Fu proprio Scipione, all’epoca un giovane tribuno, a rimettere in riga i facinorosi, ma ormai il danno era fatto: l’ombra del tradimento marchiò non solo Metello e i suoi, ma l’intero contingente. Le ripercussioni saranno pesantissime.

Nel frattempo, il console Varrone si era fermato a Venosa e venne raggiunto da quattromila tra fanti e cavalieri, tutti dispersi sin dalle prime ore dopo la battaglia. Quando alcuni messi inviati da Scipione, allora un giovane tribuno, proclamato dai sopravvissuti a ruolo di comandante, raggiunsero il console, questi riunì le due forze. Quattordicimila uomini ancora in grado di combattere fu quanto Roma si ritrovò dopo il disastro.

Una monotona routine militare, priva di effettiva utilità: a questo furono condannati i soldati “Cannensi”.

Il marchio di infamia
Nonostante la gravità della situazione, i sopravvissuti, sfuggiti alla morte ed alla cattura da parte di Annibale, divennero il capro espiatorio dell’intera vicenda. Le due legioni, la Quinta e la Sesta, marchiate d’ora in poi con l’infamante epiteto di “Cannenses”, non sarebbero state congedate, né avrebbero messo piede sul suolo italico fino alla fine della guerra. Il Senato decretò, inoltre, che non avrebbero dovuto prendere parte attiva agli scontri di una certa importanza, né avrebbero ricevuto alcuna paga e sarebbero sopravvissute con i rifornimenti forniti dallo Stato. Non avrebbero svernato nelle città e i loro accampamenti non potevano essere collocati a meno di dieci miglia da alcun centro abitato. Un esilio e un servizio continuativo infamante erano ciò che le due legioni dichiarate maledette si sarebbero dovute aspettare d’ora in poi. L’onta della sconfitta era troppo alta, l’onore dello Stato troppo coinvolto, perché vi fosse pietà nei confronti di chi aveva perduto una così disastrosa battaglia.

Il prototipo del soldato di professione
Per due anni non si ebbero notizie di questi uomini. Nel 213 a.C. erano sotto il comando del pretore Publio Lentulo quando ottennero da quest’ultimo il permesso di inviare una delegazione con lo scopo di parlare con il console Claudio Marcello affinché intercedesse presso il Senato per farli rientrare in azione. Per la prima volta nella storia di Roma, i soldati ebbero nel loro comandante un punto di riferimento che andava oltre la semplice conduzione in guerra: un precedente storico incredibile, che anticipò di quasi cento anni ciò che la riforma di Mario renderà prassi. Privati dei loro diritti di cittadini, i soldati di Canne pregavano affinché il loro condottiero intercedesse per loro.
Il Senato concesse a Marcello la possibilità di usufruire delle due legioni maledette, a patto che nessuno dei soldati ricevesse decorazioni o licenze.

Fu così che i Cannenses parteciparono, nel 212 a.C., all’assalto ed alla conquista di Siracusa, e nel 209 a.C. all’assedio di Taranto. La ricompensa? I censori decretarono che i cavalieri delle due legioni perdessero il privilegio del cavallo pubblico e fossero “degradati” dal loro livello sociale, il più prestigioso, a quello di semplici erarii, alla base della scala sociale romana.

L’assedio di Siracusa.

I soldati delle legioni sopravvissuti a Canne, con la loro vita militare isolata e continuativa, divennero dei professionisti a tutti gli effetti, dei militari a vita. Il loro servizio prolungato non aveva precedenti nella storia di Roma e se uniamo questo aspetto a quello dell’affidarsi in toto al comandante in carica e non al Senato, si può affermare che essi furono il prototipo del soldato professionale degli eserciti da Mario in poi, in tale circostanza creati involontariamente dal Senato.

La lungimiranza di Scipione
La speranza di riscatto per le legioni maledette prese forma con Scipione. Quando divenne console, convinse il Senato a lasciargli portare la guerra direttamente in Africa. Il senato acconsentì, ma non autorizzò lo spostamento delle legioni “regolari”, mettendogli a disposizione solo quelle “cannensi”. Scipione aveva compreso l’enorme opportunità che aveva di fronte: quegli uomini li conosceva perché era stato tribuno durante la disfatta di Canne e sapeva che non erano certo colpevoli della sconfitta.

Con grande acume, Scipione considerò la loro professionalità acquisita in undici anni di servizio continuativo, una forza che si aggiungeva alla voglia di riscatto, qualità che risultarono decisive a Zama, quando ripagarono Annibale con la sua stessa tattica di accerchiamento.
La maledizione fu tuttavia spezzata solo dopo la Battaglia di Cinocefale del 197 a.C.: durante lo scontro con la falange di Filippo V di Macedonia, venti manipoli di legionari guidati da un coraggioso tribuno rimasto anonimo, effettuarono una perfetta manovra di aggiramento.

Dopo vent’anni la maledizione venne infranta. I sopravvissuti ricevettero terra (non molta perché il Senato non li perdonò mai davvero) in Apulia e nel Sannio: la loro vicenda si concluse quindi dove tutto era iniziato. Lì, finalmente, la Storia li sorpassò, lasciandoli alla meritata pace tanto faticosamente conquistata. (Credits: Giovanni Melappioni – ilsaperestorico.it).

UN PIANO ARDITO E OSTEGGIATO

Scipione annunciò il suo ambizioso programma di chiudere la partita con Cartagine, portando la guerra in Africa. Invano a questo suo disegno politico e strategico si oppose il Senato romano, capitanato dalla fazione attendista di Quinto Fabio Massimo e del figlio. Si può comprendere come l’ex dittatore, ora princeps senatus, ormai ultraottantenne fosse affezionato alla sua concezione della guerra che fino ad allora aveva permesso a Roma di resistere.

Il Senato di Roma, sotto la pressione dei Fabii, voleva prima sconfiggere Annibale in Italia e rifiutava di supportare Scipione che in Sicilia aveva a sua disposizione solo le legioni “cannensi” e poche navi.

Preso atto dell’atteggiamento del Senato, Scipione si rivolse agli alleati italici per avere uomini, armi, navi e vettovaglie. La risposta, leggiamo in Tito Livio, fu entusiastica. Le città dell’Etruria e del Lazio fornirono ciurme per le navi, tela per le vele, grano e farro e vivande di tutti i tipi, punte di frecce, scudi, spade, lance e uomini. In meno di due mesi Scipione aggiunse alle sue legioni “cannensi” circa 7.000 volontari italici e cominciò a preparare seriamente lo sbarco in Africa.

SCIPIONE SBARCA IN AFRICA

Nel 204 a.C. Publio Cornelio fu nominato proconsole e poté continuare con il suo progetto di portare la guerra in Africa. Partito da Lilibeo (oggi Marsala), sbarcò nei pressi di Utica scompaginando i piani dei Cartaginesi, comunque superiori in forze (60.000 uomini contro i 35.000 di Publio), che lo attendevano a Emporia, in Spagna. Scipione era riuscito a portare dalla sua parte anche il principe numida in esilio, Massinissa, appoggiandolo nella sua campagna per conquistare il trono, tenuto da Siface, alleato di Cartagine, che aveva sposato la bella figlia di Asdrubale Giscone, Sofonisba. Il giovane principe ricambiò il Romano offrendo la sua preziosa cavalleria, che tanto aveva aiutato Annibale.

Dopo un vittorioso scontro con un contingente di cavalleria, Scipione poté dedicarsi al saccheggio del territorio e inviare a Roma ricchezze e schiavi, rinforzando rinforzando la sua posizione politica e operativa. Cercò inoltre di conquistare Utica ma non vi riuscì e decise di accamparsi per l’inverno, facendo erigere “Castra Cornelia“, l’accampamento fortificato dove passò l’inverno con il suo esercito.

La campagna vittoriosa e l’armistizio
Durante l’inverno, Scipione, considerata l’enorme superiorità numerica degli avversari, elaborò un piano per indebolire il nemico. Con la scusa di cercare un accordo per evitare una guerra mandò una serie di ambascerie, facendo mescolare tra gli ambasciatori esploratori e centurioni che approfittarono dei colloqui per raccogliere dettagliate informazioni topografiche utili per l’attacco. Poi, in primavera, sentendosi pronto, interruppe i negoziati e fece salpare le sue navi in direzione di Utica, come se avesse intenzione di assalire la città dal mare. Ma nottetempo si portò presso i quartieri d’inverno di Siface e, dopo aver bloccato ogni via di fuga, appiccò l’incendio che, come previsto, si estese in breve tempo all’intero accampamento. Non appena i Cartaginesi dell’accampamento di Asdrubale, credendo accidentale l’incendio, si precipitarono fuori in aiuto, vennero annientati. Secondo Livio, furono uccisi o morirono tra le fiamme circa quarantamila uomini e quasi cinquemila furono fatti prigionieri. Scipione aveva sbaragliato in un colpo solo, quasi senza perdite, forze numericamente superiori. Sia Asdrubale che Siface riuscirono a mettersi in salvo, il primo si ritirò a Cartagine mentre l’altro tornò in Numidia.

Grazie a nuovi arruolati e all’arrivo di 4.000 mercenari dalla Spagna, nel giro di un mese, Asdrubale e Siface ripresero le ostilità, ma vennero sconfitti ai Campi Magni (presso Souk El Kremis), sul corso superiore del Bagrada, a centoventi chilometri a ovest di Utica. Solo grazie all’eroica resistenza dei Celtiberi i due riuscirono a mettersi in salvo. Asdrubale ritornò nuovamente a Cartagine, mentre Siface si ritirò nella propria capitale, Cirta: l’odierna Costantina.

Scipione approfittò della vittoria per occupare varie città di importanza strategica, tra cui Tunisi, a soli ventiquattro chilometri da Cartagine, da dove poté controllare le comunicazioni via terra del nemico. Nel frattempo, inviò Lelio e Massinissa all’inseguimento di Siface, il quale raccolte nuove forze marciò contro di loro, venendo sconfitto presso Cirta e, infine, fatto prigioniero; la moglie, Sofonisba, si avvelenò. Scipione conferì il titolo di re della Numidia a Massinissa e gli concedette grandi onori.

Cartagine, alle corde, intavolò trattative di pace. Le condizioni fissate da Scipione, che non mirava alla distruzione della città, furono severe: la restituzione dei prigionieri, il ritiro degli eserciti cartaginesi dall’Italia, la rinuncia alla Spagna, la consegna delle navi da guerra; i Cartaginesi dovettero accettare e il conflitto si concluse con l’armistizio dell’inverno 203-202 a.C.

ANNIBALE ABBANDONA L’ITALIA

La guerra sembrava alla fine. Tuttavia, i Cartaginesi approfittarono della tregua per richiamare in patria Annibale e Magone. Quest’ultimo però, ferito durante una battaglia, morì durante il viaggio. Per quanto riguarda Annibale, si racconta che nessun esule abbia lasciato la propria patria con un’afflizione maggiore di quella mostrata dal generale nel lasciare la terra dei suoi nemici e che sulla nave che lo riportò a Cartagine egli abbia imprecato contro sé stesso per non aver attaccato Roma subito dopo la vittoria di Canne: “Scipione aveva osato muovere contro Cartagine senza aver veduto da console, in Italia, il nemico cartaginese; egli, che aveva fatto a pezzi centomila romani al Trasimeno e a Canne, era rimasto a invecchiare tra Casilino e Cuma e Nola”. In questo modo però, Scipione riuscì comunque a liberare l’Italia dai Cartaginesi.

I resti del tempio di Era a Capo Lacinio presso Kroton (oggi Capo Colonna presso Crotone) dove Annibale, nel 205 a.C. aveva fatto incidere, secondo la tradizione dei condottieri ellenistici, un’iscrizione in bronzo in cui venivano descritte le sue imprese in Italia. Dal sito del FAI.

Il ritorno di Annibale in Africa, tuttavia, rinforzò la resistenza cartaginese e rinsaldò il morale della popolazione, ridando il vantaggio al partito della guerra al punto da spingere i Cartaginesi ad impossessarsi di duecento navi onerarie romane – e del loro carico – salpate dalla Sicilia con rinforzi e rifornimenti per Scipione, e sospinte da una tempesta sulla costa di Cartagine. Scipione mandò ambasciatori a protestare per l’accaduto ma i cartaginesi, contando sull’imminente arrivo di Annibale, li licenziarono senza risposta e tesero loro un agguato sulla via del ritorno. Come risposta, Scipione devastò la valle del fiume Bagrada per isolare Cartagine dalla sua base di rifornimento.

Il Tophet (luogo sacro – tipico del mondo punico – in cui si effettuavano i sacrifici dei fanciulli alle divinità) di Hadrumetum.

Il Barcide toccò il suolo africano, dopo 33 anni, ad Hadrumetum (oggi Susa), 80 km più a sud nella Byzacena, dove la sua famiglia aveva dei possedimenti. Era il 203 a.C. Appena sbarcato con i suoi 15.000 veterani, si diede a risistemare l’esercito, ricevendo reclute da Cartagine e i mercenari di Asdrubale Giscone, dal proprio fratello Magone Barca (figlio minore terzogenito di Amilcare Barca), da Ticheo, parente di Siface, che gli inviò un corpo di 2.000 cavalieri, oltre a 4.000 macedoni inviati da re Filippo (ma è notizia poco credibile, visto la misera condizione dei Macedoni sul suolo patrio), per prepararsi a combattere una battaglia che sapeva essere decisiva.

IL LEGGENDARIO INCONTRO

Le devastazioni nella valle del Bagrada – importante fonte di rifornimento per Cartagine – da parte di Scipione provocarono nella città punica reazioni violentissime: erano disperse e annientate le ricchezze dei grandi proprietari terrieri e dei mercanti cartaginesi, che troppo avevano fino ad allora sofferto per la guerra e non riuscivano a sopportare questa improvvisa escalation nella violenza del conflitto, tanto più impressionante in quanto giunta quando si pensava che qualsiasi limite di orrore fosse stato già superato.

Cartagine chiedeva dunque ad Annibale di rompere gli indugi e di passare all’offensiva per fermare questo scempio prima che non ci fosse più niente da salvare.

Ma Annibale rimaneva sordo a queste richieste, impassibile nella sua base di Hadrumetum, continuando ad addestrare con cura le sue milizie, e rispondendo gelidamente che i cartaginesi lasciassero fosse lui ad occuparsi della gestione delle cose della guerra. Annibale valutava la situazione da un punto di vista che ai suoi concittadini sfuggiva. La sua immobilità era quella di un animale predatore che aspettava il momento più opportuno per intervenire. Annibale e Scipione sono due velocisti in surplace che cercano di sorprendere l’avversario con uno scatto ben piazzato, e partire con scarso tempismo sarebbe stato fatale.

La cattura degli esploratori cartaginesi secondo l’IA.

E Annibale partì all’improvviso verso Scipione, muovendosi in modo da ridurre la distanza che divideva la sua armata dall’alleato numida, minacciando allo stesso tempo anche le linee di comunicazione di Scipione. Giunse così fino a Zama, a circa 140 chilometri in linea d’aria tanto da Hadrumentum quanto da Cartagine. La prima preoccupazione di Annibale era di localizzare il nemico verificando se Massinissa – del quale non aveva notizie, come non ne aveva di Vermina – non si fosse già ricongiunto con esso. Così, Annibale inviò degli esploratori per scoprire le misure difensive dell’accampamento romano, ma tre spie vengono catturate. Portate davanti a Scipione, egli non solo non li punisce ma al contrario li affida a un tribuno militare, con l’ordine di mostrare loro apertamente tutto ciò che c’era nel campo. Ciò fatto, li interroga per sapere se la persona da lui incaricata aveva fatto loro vedere tutto accuratamente e, a loro risposta affermativa, li congeda invitandoli a riferire esattamente ad Annibale quello che era loro capitato.

Questo insolito comportamento di Scipione era calcolato: serviva per dimostrare ad Annibale e ai cartaginesi la completa fiducia dei Romani nei propri mezzi e ad insinuare dubbi fra le loro file. Scipione voleva far sapere ad Annibale che Massinissa non c’era ancora. È un complicato gioco psicologico: Massinissa stava effettivamente per arrivare e Scipione, dunque, col suo comportamento dava ad Annibale un’informazione esatta sì, ma solo ancora per poco tempo.

Rientrati gli esploratori e riferito quanto accaduto, Annibale, conscio dei limiti dei suoi uomini, chiese un incontro con Scipione per discutere con lui l’intera situazione. Scipione accettò e scelse come luogo dell’incontro una pianura non lontana dalla città di Naraggara. In tal modo si assicurò la battaglia su un terreno pianeggiante, l’ideale per sfruttare al massimo il vantaggio che gli derivava dalla superiorità della sua cavalleria.

L’incontro tra Annibale e Scipione, secondo l’IA.

Il giorno dell’incontro, Annibale fece al comandante romano una proposta di pace: Sicilia, Sardegna e Spagna sarebbero passate definitivamente ai Romani mentre le ambizioni di Cartagine si sarebbero limitate alla sola Africa. Ma Scipione non accettò queste proposte facendo notare ad Annibale come egli offrisse territori già da lungo tempo in mano ai Romani. Annibale ha 45 anni, Scipione 33. La differenza di età si sente, ma è la diversa condizione strategica a suggerire la risposta di Scipione: fredda e logica senza margini di compromesso. Era la risposta di chi si sentiva forte e superiore. L’incontro terminò senza esito e la parola passò alle armi.

ZAMA, LA NEMESI DI ANNIBALE (19 ottobre 202 a.C.)

Battaglia di Zama. Illustrazione di un’enciclopedia militare russa. 1914 circa.

Il luogo della battaglia di Zama non è certo; è stata di recente collocata a Naraggara (per es. da De Sanctis) o a Margaron (da Veith); ma senza prove inoppugnabili. I due eserciti si schierarono in una vasta piana priva d’impedimenti, luogo ideale per lo svolgimento di una grande battaglia campale.

Le forze in campo: Romani
Guidati da Publio Cornelio Scipione.

  • Fanteria: 23.000 Romani e Italici (citati da Appiano), 6.000 Numidi (Liv., XXX, 29, 4; Pol., XV, 5, 12) e probabilmente 900 Berberi (De Sanctis).
  • Cavalleria: 1.500 Romani e Italici (citati da Appiano), 4.000 Numidi (Liv., XXX, 29, 4; Pol., XV, 5, 12), 600 Berberi (citati da Appiano).

Le forze in campo: Cartaginesi
Guidati da Annibale Barca.

  • Fanteria: 12.000 mercenari tra Liguri, Celti, Baleari e Mauri (Pol., XV, 11, 1), 15.000 Libici e Cartaginesi, 15.000 veterani della campagna d’Italia e probabilmente anche 4.000 macedoni (Liv., XXX, 26, 3).
  • Cavalleria: 2.000 Cartaginesi, 2.000 Numidi.
  • Elefanti: 80 (Liv., XXX, 33, 4) o un numero leggermente maggiore, comunque più che in ogni altra battaglia combattuta da Annibale prima d’ora. (Pol., XV, 11, 1).
Schema degli schieramenti prima della battaglia.

Lo schieramento: Romani

  • Centro: le legioni, con in prima linea gli hastati, dopo di questi i principes e infine i triari. Sia Livio che Polibio mettono però in evidenza il fatto che i manipoli non fossero schierati a scacchiera, come erano soliti fare i Romani, ma che ogni manipolo di principi e triari fosse allineato perfettamente al corrispondente degli hastati sul fronte dell’esercito, per permettere il passaggio degli elefanti senza troppi danni negli ampi spazi così liberati. Per evitare che il fronte così sistemato si presentasse debole, tra un manipolo e l’altro di astati furono sistemati i veliti, col preciso ordine di iniziare la battaglia e di ritirarsi dietro l’esercito lasciando liberi i corridoi verticali.
  • Ala Sinistra: cavalleria italica guidata da Gaio Lelio (Pol., XV, 9, 8; Liv., 30, 33) e probabilmente anche i cavalieri berberi di Damacas.
  • Ala Destra: cavalleria e fanteria numidica guidata da Massinissa (Pol., XV, 9, 8; Liv., 30, 33).

Lo schieramento: Cartaginesi

  • Centro: davanti a tutti si trovavano gli 80 o più elefanti, dietro questi la prima linea di fanteria formata dai mercenari; in seconda linea si trovavano i Libici e i Cartaginesi. Stando a Livio (XXX: 26, 3; 33, 5; 42, 4-5) anche forze inviate dalla Macedonia in aiuto dei Punici guidate da Soprato; infine, in terza linea, distanziati di uno stadio (Pol., XV, 11, 2), cioè circa 200 metri, i veterani della campagna italica di Annibale.
  • Ala sinistra: cavalleria numidica
  • Ala destra: cavalleria cartaginese

Lo schieramento è suggerito ad Annibale dalla qualità delle sue truppe e, in qualche modo, vincolato ad esse. Ai mercenari può chiedere un impeto iniziale che si sommi a quello degli elefanti, ma non resistenza ad oltranza: i mercenari galli o liguri erano sempre stati travolti dai legionari, a differenza, ad esempio, dei più ostinati Celtiberi.

Dalle reclute non può attendersi molto: possono affrontare i Romani solo dopo che questi siano stati opportunamente ammorbiditi. Ai veterani, infine, può affidare non solo e non tanto il colpo decisivo, ma anche qualche tentativo di manovra tattica: non così complicate come quella di Canne, ma sufficienti a rispondere alla temuta manovra di aggiramento di Scipione: che però, probabilmente, Annibale ipotizza essere sul tipo di quelle spagnole e forse solo teme sia stata resa più pericolosa dal suo eccezionale avversario.

La profondità dell’esercito cartaginese, dal primo degli elefanti all’ultimo dei veterani è forse anche 300 metri (500 dai Romani), una distanza enorme per l’epoca e mai raggiunta prima.

Lo schieramento di fanteria era studiato affinché lo sforzo fosse differenziato tra le truppe, e ciò deve indurci a riflettere su come Annibale intendesse effettuare il passaggio dello scontro da una linea all’altra. Per certo non lo sappiamo, perché i resoconti della battaglia ci aiutano assai poco.
Elefanti e mercenari avrebbero due onde d’urto successive, le reclute cartaginesi avrebbero fornito un sostegno e un rincalzo, in riserva i veterani avrebbero iniziato una battaglia nuova, scontrandosi contro forze romane logorate.

Sulla propria cavalleria Annibale non riponeva molte speranze perché ne conosceva l’inferiorità numerica: se l’apporto degli elefanti fosse stato quello che auspicava, però, almeno sarebbe sufficiente a neutralizzare la cavalleria romana e a ridurre la battaglia ad uno scontro tra fanterie, nel quale avrebbero prevalso quelle più fresche.

La battaglia: fase1

Dopo qualche schermaglia tra Numidi, Annibale aprì le ostilità ordinando agli elefanti di caricare: confidava che gli animali sarebbero riusciti a provocare nella prima linea romana uno scompiglio sufficiente ad avvantaggiare l’attacco, subito successivo, che doveva essere portato in successione dalle altre due linee. Ma ormai i Romani avevano imparato come trattarli: una parte degli animali, spaventati dai suoni dei corni provenienti dalle fila romane, si rivoltò contro le linee cartaginesi travolgendo la cavalleria di Ticheo. Massinissa ne approfittò con grande tempismo, caricando e ponendo in fuga il nemico disordinato.

In condizioni simili, dall’altro capo del campo di battaglia, Lelio mandava in rotta la cavalleria pesante avversaria e così, già nella prima fase della battaglia, la linea cartaginese non aveva più protezione sui fianchi
Gli altri elefanti ebbero più successo ma furono incanalati negli spazi lasciati dai manipoli, dove passarono senza procurare grossi danni per hastati, principes e triarii. Solo i velites pagarono un prezzo pesante, messo comunque in conto da Scipione che ha ottenuto quello che voleva: la sua linea è rimasta ordinata, gli hastati sono integri e i principes non sono stati coinvolti.

La battaglia: fase 2

A questo punto le fanterie avanzarono e vennero a contatto, tranne i veterani cartaginesi che mantennero la posizione.
Lo scontro fu molto violento e ne nacque una mischia confusa con grandi varchi che si aprivano nella formazione dei mercenari laddove alcuni si diedero alla fuga. Inoltre, la linea delle reclute africane non intervenne subito a sostegno perché il fronte era occupato dai fuggitivi ai quali fu impedito di passare per non disordinare i ranghi. Appena ebbero il fronte sufficientemente libero alcuni reparti di reclute si unirono alla mischia entrando in contatto per primi con gli hastati che avevano lasciato la posizione gettandosi all’inseguimento dei fuggiaschi. Fu necessario il supporto dei principes nei punti in cui gli hastati non avevano recuperato la posizione.

Nel disordine creatosi, i Romani, meglio addestrati e armati, riescono a prevalere. Le prime due file cartaginesi, ora mischiate, cominciano a ripiegare abbandonando la linea di combattimento, alcuni fuggono. Gli hastati, i più coinvolti psicologicamente e fisicamente nella lotta, esultano e si danno all’inseguimento: è un errore e se l’esperienza precedente non li ha istruiti, ha messo, però, sul chi vive Scipione che è pronto a spendere ogni energia sua e del suo apparato di comando per richiamarli e trattenerli, impedendogli di sfiancarsi correndo per i 400 metri che li separano dai veterani cartaginesi.

Scipione tentò di ripetere la manovra della battaglia dei Campi Magni e mosse le sue file di principi e triari sui fianchi per accerchiare le forze di Annibale. La manovra fallì parzialmente poiché i veterani che Annibale mantenne come riserva nella terza linea, lontana dalle prime due (probabilmente per contrastare una tale mossa), non consentirono ai Romani di circondare l’esercito cartaginese. Inoltre, il terreno disseminato di cadaveri rese ancora più difficoltosa la manovra di Scipione, il quale fu costretto a far tornare indietro le seconde file per reggere l’urto dei Cartaginesi, senza più sufficiente spazio d’azione.

La classica disposizione a scacchiera del manipolo, che non poté essere utilizzata a Zama.

Un ulteriore problema derivò dal fatto che la tattica utilizzata da Scipione per evitare la carica degli elefanti si rivelò controproducente per contrastare le linee di fanteria cartaginese. I corridoi creati, infatti, non permettevano l’utilizzo corretto della tattica manipolare, che necessitava di una disposizione a scacchiera. Perciò, le prime fasi dello scontro pesarono direttamente sulle spalle degli hastati: può darsi che Annibale, astutamente schierando gli elefanti sul fronte del suo esercito, intendesse esattamente costringere Scipione a disporre i manipoli in colonna, invece che a scacchiera.

La battaglia: fase 3

A questo punto la battaglia era diventata piuttosto ardua per la compagine romana. Pur avendo probabilmente subito perdite minori rispetto ai Punici, i combattimenti con le prime due linee cartaginesi avevano permesso ad Annibale di fiaccare i fanti romani, nonché di sfruttare nel migliore dei modi la superiorità numerica. Infatti, i ripiegamenti dei mercenari e dei cittadini punici avevano permesso di coprire i fianchi ai veterani d’Italia, che erano ancora freschi e saldi al centro dello schieramento cartaginese.

Scipione, invece, una volta riorganizzati gli hastati può finalmente far compiere ai suoi legionari la tanto celebrata manovra di movimento sui fianchi: non per aggirare il nemico, ma solo per evitare un accerchiamento che gli si sarebbe rivelato fatale e per estendere da un lato e dall’altro il fronte degli hastati. In linea teorica, data una distanza percorsa di 750 metri, sono sufficienti circa 8-10′ per eseguirla, assottigliando i ranghi fino a coprire tutto il fronte punico, ma con principes e triarii, finora poco impegnati, che si trovavano a combattere sulle ali contro forze più stanche.

La battaglia era giunta ad una fase critica. Impossibilitati alla manovra e senza i reparti di cavalleria, allontanatisi nell’inseguimento di quelli Cartaginesi, i Romani si trovarono impegnati in uno scontro frontale contro forze superiori in numero e freschezza. Il combattimento si riaccende tempestosamente e le sue sorti rimangono sospese.

La battaglia: fase 4

Definitivamente dispersa la cavalleria nemica, o forse richiamati da Scipione, Lelio e Massinissa tornarono con i loro cavalieri avventandosi alle spalle delle forze cartaginesi- Queste, pressate da vicino dalla cavalleria romana, si diedero ben presto alla fuga. Come succedeva sempre nelle guerre dell’antichità, finita la battaglia iniziava l’inseguimento e con esso il massacro. L’esercito cartaginese venne accerchiato e definitivamente annientato. Era la disfatta finale di Annibale e di Cartagine.

Il bilancio della Battaglia di Zama
Quella tentata da Annibale fu una battaglia di attrito, l’unica che gli era consentita dalle forze che aveva a disposizione. Nel suo piano di battaglia i Romani avrebbero dovuto essere fiaccati dallo scontro con ben tre linee (elefanti, mercenari, reclute puniche) prima di arrivare al confronto decisivo con i veterani dell’ultima linea.
Fu un delicato equilibrio di forze e soprattutto di tempi, che Scipione fu in grado di sbilanciare a suo favore anche in virtù della voglia di riscatto delle legioni romane da lui addestrate dopo la sconfitta di Canne.

Tuttavia, Annibale e alcune migliaia di Cartaginesi riuscirono a fuggire, lasciando sul campo almeno 20.000 caduti e 10.000 prigionieri. Le perdite romane assommarono a un massimo di 4.000 uomini, metà dei quali numidi. Scipione aveva avuto la battaglia campale che cercava e con la vittoria aveva posto fine allo scontro mortale tra Roma e Cartagine.

LE CONSEGUENZE DELLA BATTAGLIA DI ZAMA

La vittoria decisiva nella battaglia di Zama pose fine alla seconda guerra punica (219-202 a.C.) e sancì, di fatto, la fine della potenza cartaginese nel Mediterraneo. Cartagine, la grande città di origine fenicia che col suo impero commerciale per sessant’anni aveva conteso a Roma il predominio sul Mediterraneo occidentale, era battuta.

Come si può vedere dalla cartina qui sotto, la seconda guerra punica può essere considerata sostanzialmente il primo conflitto mondiale della storia, almeno per quanto riguarda l’area del Mediterraneo. Oltre a Roma e Cartagine, furono infatti coinvolti nella guerra Celti, Italici, Iberi, Liguri, Numidi, il Regno Macedone e la simmachia greca, la Lega Achea, la Lega Etolica e così via; durante il conflitto restarono attivi contemporaneamente più fronti anche molto distanti fra loro, con un impiego di mezzi e uomini enorme, se rapportato alle popolazioni dell’epoca. Si aggiunga che l’invasione di Annibale consentì all’altra Italia di rialzare la testa e di ribellarsi a Roma: non solo le popolazioni galliche della Cisalpina ma, dopo Canne, anche quelle Osco-Sabelliche e i Greci della Magna Grecia.

Scipione sfruttò immediatamente gli effetti psicologici della vittoria ordinando a Gneo Ottavio di portarsi con le legioni presso Cartagine. Contemporaneamente egli mosse con la flotta verso il porto della città. Cartagine capitolò immediatamente, senza bisogno di assedio e di spargimenti di sangue.

Roma costrinse la città rivale a una pace umiliante. Un trattato pesantissimo imponeva a Cartagine – oltre a dover restituire le navi onerarie romane di cui si era impossessata in violazione della tregua nonché tutti i prigionieri – di smantellare completamente la flotta da guerra: solo poche decine di navi, infatti, erano consentite alla marina cartaginese dalle clausole del trattato; tutte le colonie cartaginesi in Spagna passavano sotto il controllo romano; la stessa politica estera di Cartagine doveva conformarsi a quella romana e la obbligava al pagamento di un pesantissimo tributo che per cinquant’anni avrebbe gravato sulla sua economia.
Si racconta che, nonostante la moderazione delle condizioni di pace proposte da Scipione, quando il Senato cartaginese si riunì per discuterle, uno dei senatori contrario all’accettazione di quei termini si alzò per parlare. Fece però appena in tempo ad iniziare il suo discorso che Annibale, favorevole invece alle condizioni proposte da Scipione, lo strappò di peso dalla tribuna.
Alla fine, il Senato cartaginese accettò le condizioni di pace. Una volta ratificata la pace anche dal Senato Romano, Scipione fece immediatamente incendiare l’intera flotta da guerra cartaginese, cinquecento navi. Era la fine per Cartagine del suo ruolo di grande potenza mediterranea. Le condizioni cui Cartagine fu costretta ad assoggettarsi la cancellarono dal novero delle potenze: essa divenne politicamente subordinata a Roma.

Il Mediterraneo al tempo della pace siglata al termine della seconda guerra punica (201 a.C.). Roma in termini di espansione territoriale ottenne il totale controllo dell’intera penisola italica, a cui si aggiungevano la Sardegna e Corsica, la Sicilia e la costa orientale e meridionale della penisola Iberica, estendendo la sua influenza sull’area dell’Egeo. Si realizzava, quindi, un controllo di tutto il bacino occidentale del Mediterraneo che porrà le basi per il futuro impero.

Come era mutata la faccia del mondo! Due decenni prima si avevano nel bacino occidentale del Mediterraneo due rivali; ora uno era stato messo completamente da parte e l’altro dominava senza competitori. La Lega Italica era tornata nuovamente tutta a disposizione di Roma; essa imperava sulla Sicilia orientale e occidentale e sulle coste spagnole fin molto dentro nell’interno del paese; i Celti dell’Italia superiore dovettero di nuovo accettare e riconoscere la supremazia di Roma, e l’antica amicizia di Massilia assicurò il mezzogiorno della Gallia e la via della Spagna. Infine, ad occidente di Cartagine i Romani esercitavano una influenza politica in grazia dei loro buoni rapporti col re numida Massinissa.

Tutto l’Occidente era dunque già caduto sotto l’influenza romana; rimaneva ancora in piedi in Oriente il sistema di Stati ellenistici, ma non doveva passar molto tempo ed anche il mondo dell’ellenismo andò incontro alla spada dei Romani. Nel 200 a.C. ca. inizia l’assalto, ma questa è un’altra storia…

Nella storia del mondo antico l’importanza della seconda guerra punica è, senza esagerazione, fondamentale. Definitivamente liberatasi di Cartagine come grande potenza mediterranea, Roma diventa dominatrice dei destini del mondo civilizzato introducendovi un’unità che durerà quasi mezzo millennio e che in qualche modo ancora segna la civiltà del nostro continente.

SCIPIONE DIVENTA “L’AFRICANO”

Busto presunto di Scipione l’Africano (Museo Archeologico Nazionale di Napoli), rinvenuto nella Villa dei Papiri di Ercolano. Probabile ritratto di un sacerdote isiaco.

Dopo aver donato a Massinissa tutte le terre di Siface conquistate dai Romani, Scipione si imbarca per la Sicilia e ritorna a Roma via terra attraverso l’Italia meridionale: è un’unica lunghissima processione trionfale. È in questo periodo che nasce il cognomen ex virtute di “Africano”. Non si sa se a coniarlo furono i suoi soldati, gli amici o il popolo. Certo è che Scipione fu il primo comandante militare romano a essere onorato col nome del popolo da lui vinto.

L’entusiasmo del popolo era così grande che, se Scipione avesse voluto, avrebbe potuto ottenere un titolo ben più sostanzioso di un soprannome. Infatti, il popolo voleva proclamarlo console e dittatore perpetuo. Ma Scipione rifiutò redarguendo severamente la folla perché intendeva elevarlo a un potere di fatto, se non di nome, pari a quello di un re. Scipione aveva trentatré anni, aveva salvato Roma ed era all’apice della fama.

E Annibale? Per lui cominciò una nuova vita come politico a Cartagine. Ma la sua esistenza fu sempre percepita come una minaccia per Roma. Nel prossimo, conclusivo episodio, andremo a vedere che cosa ne fu di colui che portò Roma sull’orlo del disastro. Vi aspettiamo!

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