
La fine della Seconda Guerra Punica non significò la fine della carriera di Annibale. Infatti, a 46 anni lo ritroviamo suffeta a Cartagine. Ricoprendo tale alta magistratura, egli dimostrò di avere anche doti di fine e onesto amministratore politico, promuovendo l’agricoltura e combattendo corruzione e malversazioni, permettendo a Cartagine di riprendersi economicamente. Ma l’oligarchia punica, da sempre invidiosa, costruì su di lui accuse di cospirazione contro Roma. Sapendo che era solo questione di tempo prima di venire consegnato alla Repubblica, Annibale scelse la via dell’esilio, rifugiandosi alla fine in Siria, alla corte di Antioco III, un altro grande nemico di Roma che però non abbiamo inserito nella nostra personale classifica dei “Fab Seven”.
Il re seleucide non diede retta ai saggi consigli di Annibale, che gli suggeriva di allestire una flotta per invadere il sud Italia, e di affidargli il comando dell’esercito. Anche qui, l’invidia indusse il re a commettere gravissimi errori strategici. Quando se ne rese conto, nominò Annibale ammiraglio della flotta, ma fu troppo tardi. In una battaglia navale, l’ultima del Barcide, venne sconfitto dalla flotta romana. La successiva sconfitta di Magnesia e la relativa Pace di Apamea aprirono le porte dell’Asia a Roma e tra le clausole del Trattato vi era anche la consegna di Annibale, che riuscì però a fuggire, riparando dapprima in Armenia e poi in Bitinia, nell’odierna Turchia.
Ma Roma gli stava con il fiato sul collo e, scoperto dove si trovava, inviò agenti che circondarono la sua villa, per catturarlo. Pur di non dare ai Romani la soddisfazione di esibirlo come trofeo nell’Urbe, Annibale si avvelenò.
A queste incredibili vicende è dedicata l’ultima parte del lungo articolo su Annibale. Ma non solo. In modo alquanto inedito tratteremo anche del pesante impatto ambientale e dei conseguenti problemi ecologici che la guerra annibalica provocò nel sud Italia, al punto che ci vollero secoli prima che quelle zone potessero riprendersi. E ancora, riserveremo uno spazio per un tema stranamente ancora poco trattato: la fondamentale importanza che un efficiente servizio di Intelligence per la raccolta di informazioni può avere per conseguire un vantaggio strategico sul nemico. Nello specifico, parleremo dell’Intelligence cartaginese, di gran lunga superiore a quella romana, ancora agli esordi, senza tralasciare il ricorso di Annibale alla guerra psicologica ed alla falsificazione dei documenti. Tutto questo, e con il consueto contributo di contenuti multimediali, sulla “Stele di Rosetta”, pubblicato in esclusiva per IQ. Buona lettura.

INDICE DEI CONTENUTI:
ANNIBALE, POLITICO A CARTAGINE
ANNIBALE E LE ACCUSE DI COSPIRAZIONE
- L’invasione della Grecia (192 a.C.)
- La Battaglia delle Termopili (191 a.C.)
- Nonostante questa sconfitta Antioco III continuava a rappresentare una importantissima minaccia per i Romani
L’ULTIMA BATTAGLIA DI ANNIBALE (190 a.C.)
LA BATTAGLIA DI MAGNESIA (189 a.C.)
LA FUGA DI ANNIBALE E L’INGANNO AI CRETESI
I DANNI ECOLOGICI DELLA SECONDA GUERRA PUNICA
- Spionaggio e guerra psicologica
- L’infiltrazione nel campo nemico
- La falsificazione di documenti
- Vincere la battaglia ma perdere la guerra
- Romani ottusi e senza macchia?
- L’ultimo vantaggio: la morte
CONCLUSIONI: LA FIGURA DI ANNIBALE
- Annibale era una personalità complessa. Ecco i suoi pregi e difetti
- L’ultimo sussulto di un mondo che stava scomparendo
- Artefice della grandezza di Roma
- Cartagine l’ingrata
ANNIBALE, POLITICO A CARTAGINE
La fine della II guerra punica non significò la fine della carriera di Annibale: egli aveva appena 46 anni e dimostrò di sapere essere non solo un condottiero, ma anche un uomo di Stato. Infatti, negli anni 200-195 a.C. Annibale rivestì un importante ruolo politico a Cartagine. Dopo un periodo di oscuramento politico nel 195 a.C. tornò al potere come suffeta (capo del governo). Il titolo era diventato abbastanza insignificante, ma Annibale gli ridiede potere e prestigio.
Chi erano i suffeti?
I suffeti costituivano la più alta carica di Cartagine e di alcune città fenicie. I suffeti erano due, duravano in carica un anno e la loro importanza era paragonabile a quella dei consoli dell’antica Roma. Questa magistratura era presente anche in altre città del Nordafrica (per esempio a Thugga), nonché nella terra d’origine dei cartaginesi, la Fenicia, e in particolare la città di Tiro.

I Suffeti venivano eletti una volta all’anno dall’Assemblea del popolo, mentre prima del III secolo a.C. rimanevano in carica a vita.
Avevano potere giudiziario e presiedevano il Senato e l’Assemblea popolare, ma non detenevano il potere militare.
Essi dirigevano il Consiglio cartaginese, spesso descritto come un Senato. Ne assumevano la presidenza e avevano diritto di prendere la parola in Consiglio, avevano diritto di convocarlo e di sottoporgli delle proposte. Avevano un ruolo decisivo anche nel legiferare. Con tutta probabilità avevano anche diritto convocare l’Assemblea del popolo; peraltro, non si ha conoscenza di alcun’altra carica dello stato che avesse questa facoltà. Non di rado essi avevano anche il comando supremo in occasione delle guerre.
Le riforme di Annibale e la ripresa economica di Cartagine
Non deve sorprendere che Annibale fosse anche un alto magistrato. Va tenuto presente che la famiglia a cui egli apparteneva, i Barcidi, era tra le più in vista dell’aristocrazia e nell’agone politico e militare cartaginese, i maggiori esponenti del partito antiromano all’interno dell’oligarchia della città, i proponenti di una politica di sempre maggiore espansione commerciale e coloniale nel Mar Mediterraneo.
Attaccò, in particolare, il temuto Consiglio dei Cento, garante del potere oligarchico: restituì, da vitalizia che era, una durata annuale alla carica di membro del Consiglio. In questi anni si dedicò anche all’agricoltura: impiegò infatti i suoi reduci nella gestione dei suoi possedimenti terrieri in Byzacena, antica regione della Tunisia.
L’economia cartaginese, pur se deprivata degli introiti del commercio, stava riprendendo vigore con un’agricoltura specializzata. Le pesanti sanzioni imposte da Roma alla sconfitta Cartagine, che avevano lo scopo di paralizzare la città, vennero pagate facilmente grazie alle sue riforme.
ANNIBALE E LE ACCUSE DI COSPIRAZIONE
Annibale tentò una riforma dello Stato per incrementare le entrate fiscali, ma l’oligarchia (i cui membri gli avevano rifiutato l’invio di aiuti durante la guerra), sempre gelosa di lui, tanto da accusarlo di avere tradito gli interessi di Cartagine quando era in Italia, evitando di conquistare Roma quando ne aveva avuto la possibilità, lo denunciò ai sempre sospettosi Romani, affermando che stesse ricostituendo nuovamente la potenza di Cartagine per sfidare ancora Roma.
Non è chiaro il momento in cui i senatori decisero di comportarsi in questo modo; le uniche cose sicure sono la loro delusione nei suoi confronti dopo la sconfitta di Zama e la gelosia verso le sue abilità. Spesso l’invidia fece ai grandi uomini più male dei suoi nemici in battaglia. E anche Annibale venne colpito dalla belva dell’invidia, che dagli animi gretti si riversa sui grandi. Ciò che accadde anche a Scipione l’Africano che, per gli stessi meschini motivi, fu accusato da un geloso Senato di simpatizzare con Annibale per avergli concesso la grazia e averlo lasciato andare, di essere corrotto e di appropriazione indebita di denaro, il tutto per neutralizzare l’eroe del momento, colui che aveva letteralmente salvato Roma e vinto una guerra ventennale, e per questo tanto popolare da offuscare il prestigio e l’autorità della Curia.
ANNIBALE E L’ESILIO
Scipione difese Annibale, definendolo un nemico onorevole, e fermò i Romani dal mandare una delegazione che pretendeva il suo arresto. Annibale però capì che era solo una questione di tempo prima che venisse tradito dai suoi stessi concittadini, e fuggì da Cartagine nel 195 a.C. scegliendo un volontario esilio. Prima tappa fu Tiro, la città-madre di Cartagine, e poi ad Efeso, in Asia Minore, dove divenne il consulente di Antioco III il Grande, sovrano dell’Impero seleucide dal 223 al 187 a.C. che stava preparando una guerra contro Roma. Antioco fu uno dei grandi nemici di Roma, anche se non rientra nella nostra personale classifica. Annibale sperava di poter vendicare la sua patria e di sfidare ancora una volta la Repubblica.

ANTIOCO III CONTRO ROMA
Annibale comprese che l’esercito siriaco non avrebbe retto quello romano per cui consigliò di equipaggiare una flotta e portare un esercito nel sud Italia, di cui avrebbe potuto lui stesso assumere il comando, allo scopo di sollevare i popoli italici e costringere Roma a ritirare le sue truppe dall’Asia. Antioco ovviamente conosceva la reputazione di Annibale, e non voleva correre il rischio di dare il controllo del suo esercito a un condottiero così potente e famoso, per cui non ascoltò i suoi saggi consigli e preferì seguire i suoi generali e cortigiani, che lo indussero a commettere gravi errori strategici. Ad Annibale, quindi, non venne affidato alcun incarico importante e venne mantenuto a corte.

L’invasione della Grecia (192 a.C.)
L’anno 192 a.C. vide Antioco III sbarcare in Eubea con 10.000 armati, e proclamarsi protettore della libertà dei Greci. Successivamente, il re seleucide cercò di convincere Calcide ad allearsi. Tutto risultò inutile, sebbene Antioco si fosse mosso verso questa città in modo molto rapido ed improvviso con soli 1.000 armati, per coglierla impreparata.
Il rifiuto della città portò Antioco a far rientro a Demetriade, dove si trovava il grosso delle truppe, intavolando nuove trattative di alleanza con Beoti e Achei. Anche in questa circostanza raccolse nuovi fallimenti. Gli Achei, infatti, non solo non si accordarono con lui, ma al contrario ribadirono l’alleanza con i Romani, dichiarando guerra al re seleucide ed agli Etoli, oltre ad inviare 500 armati a Calcide ed altrettanti al Pireo. I Beoti, al contrario, preferirono attendere sul da farsi, almeno fino a quando Antioco non fosse entrato in Beozia con il suo esercito.
Antioco ottenne due nuovi successi, seppure modesti: un certo Menippo, inviato ad attaccare Salganea, ottenne la resa della città e l’allontanamento delle truppe alleate; lo stesso re, che si era diretto contro la postazione fortificata dei Romani, riuscì ad ottenerne la definitiva resa, ponendo l’intera Eubea sotto il suo dominio. A Roma si era così fornito il pretesto per dichiarare guerra al re seleucide.
Sebbene Antioco avesse ottenuto questi successi, la maggior parte degli stati della Grecia preferirono rimanere neutrali, mentre la Lega Beotica e l’Epiro misero in atto un’alleanza con Antioco più formale che reale, rimanendo in sostanza neutrali. Inoltre, anche il re Filippo V di Macedonia mantenne l’alleanza con Roma, dopo essere stato da essa battuto nella precedente Battaglia di Cinocefale, nel 197 a.C.
La Battaglia delle Termopili (191 a.C.)

Le operazioni di quell’anno cominciarono prima con l’avanzata di Antioco III in Acarnania, dove molte delle sue città furono poste sotto assedio dal sovrano seleucide. Poco più tardi, con l’inizio della primavera, anche l’esercito consolare di Acilio Glabrione (formato da due legioni romane e due di alleati italici, per un totale di 20.000 fanti, 2.000 cavalieri ed alcuni elefanti, sbarcato ad Apollonia in Illiria, si unì all’armata dell’alleato macedone.
Assunto il comando dell’esercito romano, Glabrione si diresse, con il beneplacito del re macedone, verso il sud della Tessaglia, dove rimanevano pochi presidi seleucidi da espugnare.
Antioco, venuto a conoscenza di questi accadimenti, rimase terrorizzato. Decise così di inviare messaggeri in Asia per sollecitare l’arrivo di Polissenida, mentre egli si attestava con 10.000 fanti, 500 cavalieri oltre agli alleati, a guardia del passo delle Termopili, per impedire al nemico di penetrare più a sud, e qui attendere l’arrivo dei rinforzi.
Il Comandante romano, che conosceva la storia greca, si ricordò dell’esistenza di un percorso diverso per superare il passo delle Termopili già utilizzato secoli prima dai Persiani per sorprendere i Greci. Casualmente, un reparto romano condotto da Marco Porcio Catone incappò in un avamposto che Antioco aveva disposto per custodire il percorso. Riuscì a catturare uno dei greci e a scoprire la posizione della forza principale di Antioco e che la guarnigione posta a difesa del percorso ammontava a 600 armati Etoli. I Romani attaccarono questo piccolo contingente, che si disperse immediatamente.
Nel frattempo, il grosso dell’esercito romano attaccò l’esercito principale di Antioco. Ad un certo punto, durante la battaglia si videro apparire gli Etoli in fuga da Catone e poi Catone stesso: l’esercito di Antioco, quindi, rimase sconcertato ed intimorito da ciò che vide, avendo sentito parlare del micidiale metodo di combattimento dei Romani.
Preso tra due fronti, venne sonoramente sconfitto mentre cercava di riparare nel proprio accampamento, incalzato dai Romani che irruppero in esso, saccheggiandolo.
Le perdite romane risultarono assai irrilevanti (circa 200 armati), mentre la maggior parte dell’esercito di Antioco fu annientato o ridotto in schiavitù, tanto che il re seleucide poté fuggire in Asia, ad Efeso, con soli 500 armati. Si racconta, infine, che Antioco stesso fu colpito alla bocca da una pietra e perse alcuni denti.
Filippo V di Macedonia fu ricompensato della sua alleanza, lasciando libero il figlio Demetrio, il quale era ostaggio della Repubblica romana.
I Romani dopo questa prima vittoria ricevettero le suppliche dei Focesi e dei Calcidesi, che in passato avevano collaborato con Antioco. Contemporaneamente il console Acilio Glabrione e Filippo V invasero l’Etolia, ponendo molte delle sue città sotto assedio e catturando lo stesso Democrito, generale degli Etoli.
Nonostante questa sconfitta Antioco III continuava a rappresentare una importantissima minaccia per i Romani
Infatti, tornato in Asia Minore, ordinò ai satrapi di inviare i loro eserciti verso la costa in tutta fretta, e allestita una grande flotta la pose sotto il comando di un esule di Rodi, di nome Polissenida. Attraversò, quindi, di nuovo l’Ellesponto e riprese a fortificare le coste del Chersoneso tracico in particolare la località europea di Sesto e quella di Abido sulla sponda asiatica, postazioni attraverso le quali le legioni romane sarebbero state obbligate a passare nel caso avessero deciso di invadere l’Asia Minore.
Alla fine dell’estate del 191 la flotta romana, sotto il comando del pretore Gaio Livio Salinatore (composta da 81 quinqueremi e 24 di piccole dimensioni), unitamente ad una flotta inviata dall’alleato di Pergamo Eumene II (composta da 44 grandi navi e 26 di piccole dimensioni), ottenne una nuova vittoria sulle forze seleucidi del navarco Polissenida (al comando di 200 navi, 70 delle quali di grosse dimensioni) presso il capo Corico (tra Chio ed Efeso). Solo allora Rodi decise di allearsi con Roma, partecipando attivamente alla guerra con 27 imbarcazioni.
L’ULTIMA BATTAGLIA DI ANNIBALE (190 a.C.)

Consapevole del pericolo rappresentato da Antioco III Cornelio Scipione si offrì di partecipare alle operazioni militari se suo fratello Lucio fosse stato nominato comandante di tale spedizione militare. E questo avvenne nei fatti.
Pertanto Scipione l’Africano affrontò ancora una volta il suo vecchio nemico Annibale questa volta come ufficiale subalterno del fratello Lucio. Il gesto di Scipione è illuminante sulla sua nobiltà: il più grande comandante militare della storia romana si abbassava ad accettare una carica subordinata. Gli bastava salvare il proprio paese lasciando a un altro gli onori del trionfo. Va tuttavia sottolineato che anche se formalmente Scipione l’Africano era un ufficiale subalterno del fratello Lucio, nella realtà rivestiva il ruolo di comandante in capo dell’esercito romano.
La spedizione romana parte nel marzo del 190 a.C. La presenza della flotta di Antioco a Efeso e di un’altra in Fenicia al comando di Annibale, fa decidere agli Scipioni di condurre le truppe in Asia attraverso la Macedonia e la Tracia.
Antioco, che si era probabilmente reso conto di aver commesso un grave errore non avendo dato ascolto, per invidia o paura, ai saggi ed esperti consigli del più grande genio militare del tempo, Annibale, fece un atto riparatorio, disperato quanto inutile, visto come si erano messe le cose: nominò il cartaginese ammiraglio della flotta seleucide.

La Battaglia dell’Eurimedonte (190 a.C.)
Poco sappiamo della battaglia che si svolse nei pressi del fiume Eurimedonte, non molto lontano da Side.
Annibale era un marinaio inesperto, come lo era il suo equipaggio, e fu sconfitto, anche se va detto che arrivò vicino alla vittoria. Caio Livio, il figlio del vincitore della Battaglia del Metauro, sconfiggendo Annibale in quella che fu la prima e l’ultima battaglia navale del cartaginese (vittoria bissata, nello stesso anno, nella battaglia di Myonessus dove la flotta romana e rodese sconfisse quella seleucide), conquistò così il dominio sul mare.
Le conseguenze
Le sconfitte navali fanno perdere la speranza ad Antioco di riuscire a difendere i suoi possedimenti al di là dei Dardanelli, così evacua la Tracia e ordina il ritiro della sua guarnigione da Lisimachia, città non molto distante dall’attuale Bulair e che per la sua posizione avrebbe potuto facilmente resistere per tutto l’inverno. Così quando l’esercito romano arriva allo stretto dei Dardanelli (Ellesponto), compie la traversata senza incontrare la minima opposizione. È la prima volta che un esercito romano mette piede in Asia.
LA BATTAGLIA DI MAGNESIA (189 a.C.)
Sorpreso dall’improvviso attraversamento dell’Ellesponto da parte dei Romani e da essi incalzato, Antioco III arretrò presso Magnesia dove la pianura, attraversata dal fiume Frigio, si prestava alle manovre della sua cavalleria e dei suoi carri da guerra.
Le forze romane erano decisamente inferiori a quelle seleucidi: 60.000 contro 70.000.

Antioco intendeva sfondare lo schieramento delle legioni romane con la cavalleria pesante, per poi distruggere le truppe in rotta mentre la falange avanzava. I carri da guerra avrebbero invece dovuto annientare la cavalleria romana. Il re seleucide guidò personalmente la carica sul lato destro e inizialmente riuscì nel suo intento di decimare i legionari nemici.
I Romani invece avevano ammassato sulla loro ala destra quasi tutta la cavalleria, al comando di Eumene, e questi era riuscito, servendosi di arcieri cretesi e frombolieri, a far imbizzarrire i cavalli che trascinavano i carri falcati che lo fronteggiavano ed a metterli in fuga, durante la quale i carri travolsero le truppe ausiliarie al seguito e si ritorsero anche contro la cavalleria seleucide disposta sull’ala sinistra dell’esercito. La cavalleria subì così ingenti perdite da non poter completare il piano previsto di mossa a tenaglia in congiunzione con la cavalleria di Antioco sull’ala destra, dando tempo ai legionari di riorganizzarsi e tornare in formazione.
In seguito, la cavalleria romana, rimasta integra grazie alla messa fuori gioco dei carri, attaccò i catafratti scompaginati e decimati che dovettero ritirarsi. La falange, strettamente ammassata al centro dello schieramento seleucide, su una profondità di 32 linee, venne dunque a trovarsi con il fianco sinistro scoperto in una situazione non prevista, e cominciò ad arretrare verso il proprio accampamento, incalzata da una pioggia di frecce e di pila scagliate dai legionari. Improvvisamente, nel momento critico della battaglia, gli elefanti da guerra posti al centro del fronte siriano si imbizzarrirono e scompaginarono gli ordinati ranghi della falange, che si sfasciò.
L’impetuoso sovrano seleucide, a capo della cavalleria sulla propria ala destra, aveva nel frattempo sfondato il fianco sinistro dello schieramento romano, mettendo in fuga le truppe nemiche in direzione del loro centro e verso l’accampamento. Se fosse tornato indietro avrebbe potuto cercare di porre rimedio alla disfatta, ma dalla sua posizione Antioco ignorava che l’altra ala di cavalleria aveva fallito l’attacco e che le falangi si erano trovate in difficoltà, inoltre manovrare più di 4000 cavalieri in una massiccia battaglia non è cosa da poco e c’era il forte rischio che i legionari romani se lasciati fuggire si sarebbero presto riuniti per contrattaccare alle spalle. Così il re seleucide iniziò l’inseguimento verso il campo avversario, cercando di disperdere quanti più soldati possibile. Il campo romano era però ben difeso da Marco Emilio, figlio di Marco Lepido, guerriero valoroso ed energico, che ordinò di colpire tutti, sia nemici che fuggiaschi. Questi ultimi tornarono a combattere, presto soccorsi da rinforzi provenienti da settori del fronte dove la battaglia era ormai stata vinta.
Antioco, quando si rese conto che il suo piano era fallito e non poteva più vincere, si ritirò riparando a Sardi e poi ad Apamea da dove nel 188 a.C. firmò la pace con i Romani.
La battaglia divenne inoltre un esempio di come la falange di tipo macedone fosse vulnerabile se sprovvista di supporto ai fianchi e in mancanza di cavalleria disponibile ad attuare la tattica avvolgente ad “incudine e martello” con cui colpire l’avversario.
Le fonti romane del tempo riportano che, al termine della battaglia, le perdite seleucidi ammontarono a circa 53 000 uomini, mentre quelle romane furono di soli 300. Per quanto la battaglia di Magnesia sia stata una delle più importanti vittorie della storia romana, la stima dei caduti non risulta plausibile e deve essere interpretata ricordando il fine “propagandistico” dei resoconti scritti dagli storici del tempo.
LA PACE DI APAMEA (188 a.C.)


Secondo le disposizioni contenute nel trattato Antioco dovette cedere le navi e gli elefanti da guerra e pagare un’enorme indennità di guerra pari a 15.000 talenti.
Per la Siria comportò la perdita dei territori ad ovest del Tauro, inclusa la Pisidia, che i Romani affidarono al regno ellenistico degli Attalidi di Pergamo. La sconfitta ebbe conseguenze nefaste per l’impero seleucide che aveva precedentemente superato una grave crisi politico-economica grazie alla guida del re Antioco. I Romani ebbero così l’occasione di espandere il proprio dominio sul Mar Mediterraneo orientale.
Tuttavia, le richieste dei Romani prevedevano un’altra clausola: la consegna di Annibale, che era considerato il nemico pubblico numero uno.
LA FUGA DI ANNIBALE E L’INGANNO AI CRETESI
Dalla corte di Antioco che sembrava pronto a consegnarlo ai Romani, Annibale fuggì per nave fino a Creta. È celebre l’aneddoto del suo inganno; i Cretesi non volevano lasciarlo più partire a meno che non lasciasse nel loro tempio principale l’oro che aveva con sé come offerta votiva. Egli allora finse di acconsentire. Consegnò un grosso quantitativo di ferro appena ricoperto da un sottile strato d’oro e trafugò invece le sue barre fondendole e nascondendole all’interno di statue di magnifica fattura che egli portava sempre con sé e che i Cretesi gli permisero di portare via. Da Creta quasi subito ritornò in Asia.
ANNIBALE IN BITINIA

Si disse che il vecchio generale oramai in fuga visse un po’ di tempo in Armenia ma successivamente si rifugiò presso Prusia I il re della Bitinia. Qui fece costruire una città che chiamò, in onore del proprio ospite, Prusia (di cui ancora rimangono le vestigia dell’acropoli) e che in seguito diventerà Bursa, futura prima capitale dell’Impero ottomano.
LA MORTE DI ANNIBALE

La parabola del condottiero cartaginese si concluse proprio in Bitinia, nei pressi di Libyssa (l’attuale Gebze), 40 km a est di Bisanzio. Secondo Nepote, un legato bitinico informò per errore l’inviato romano Tito Quinzio Flaminino, vincitore nel 197 a.C. della seconda guerra macedonica, della presenza di Annibale in Bitinia (Cornelio Nepote, Hannibal, XII).
Ancora una volta i Romani sembrarono determinati nella sua caccia e inviarono Flaminino per chiedere la sua consegna. Prusia accettò di consegnarlo perché non poteva esimersi ma avvertì Annibale. Ma il Barcide non poteva sopportare di essere consegnato come preda da un imbelle monarca impaurito e, deciso a sottrarsi all’estrema umiliazione di essere portato prigioniero a Roma, scelse di non cadere vivo nelle mani del nemico.
A Libyssa, sulle spiagge orientali del Mar di Marmara, si concludeva la parabola straordinaria di quel ragazzino che giurò eterna inimicizia verso i Romani: Annibale prese quel veleno che, come diceva, aveva a lungo conservato nel castone del suo anello.
Singolare dunque (ma non si sa quanto veritiero) l’oracolo che, in giovane età, lo aveva sempre convinto che sarebbe morto in Libia (e quindi verosimilmente a Cartagine) e che recitava: “Una zolla libica (libyssa) ricoprirà le tue ossa“. Le sue ultime parole si dice fossero secondo Tito Livio: “Quanto sono cambiati i Romani, soprattutto nei costumi, non hanno più neanche la pazienza di aspettare la morte di un vecchio, su allora, liberiamoli da questo lungo affanno”.
E così prese il veleno. L’esatta data della sua morte è fonte di controversie. Generalmente viene indicato il 182 a.C. ma, come sembra potersi dedurre da Tito Livio, potrebbe essere stato il 183 a.C., incredibilmente lo stesso anno della morte del suo vincitore, Scipione l’Africano.
IL MONUMENTO DI GEBZE
Il luogo di sepoltura di Annibale non è certo. Nonostante il corpo non sia stato ritrovato, un monumento a lui dedicato si trova a Gebze, vicino al sito dell’antica città di Libyssa. Il monumento a Gebze, noto anche come “Dente di Annibale”, è un omaggio al generale e si trova vicino al luogo in cui si crede sia morto.
Su richiesta del presidente Mustafa Kemal Atatürk nel 1934, si cercò il luogo di sepoltura di Annibale affinché fosse trovato e trasformato in un parco. Sebbene l’ubicazione esatta della tomba non potesse essere determinata durante i lavori fu eretto un monumento ad Hannibal Hill (Collina di Annibale) nel centenario della nascita del defunto presidente, il 24 luglio 1981, come espressione del rispetto di Atatürk per Annibale.


La pietra monumentale con il rilievo di Annibale pesa circa 25 tonnellate ed è stata portata al parco da Hereke, una cava e sito archeologico a circa quindici chilometri a est dell’antica Libyssa. Il rilievo raffigurante Annibale è stato realizzato da Nejat Ozatay, scultore del Museo Archeologico di Istanbul.
L’iscrizione sul monumento è redatta in cinque lingue: turco, italiano, francese, inglese e tedesco.

LA LEGGENDA ANNIBALE
Annibale divenne una leggenda nel corso della sua stessa vita e, anni dopo la sua morte, le madri romane continuavano a spaventare i loro figli che non volevano andare a dormire con la frase Hannibal ad porta, cioè, “Annibale è alla porta” Il suo attraversamento delle Alpi, impensabile ai suoi tempi, gli fece guadagnare la riluttante ammirazione dei suoi nemici e una fama imperitura fin da allora.
I DANNI ECOLOGICI DELLA SECONDA GUERRA PUNICA
Annibale lasciò un segno profondo della sua ventennale presenza in Italia, un segno non solo psicologico, ma anche profondamente fisico, legato all’ambiente in cui egli e il suo esercito si muovevano. La Seconda Guerra Punica causò impatti ecologici significativi, principalmente attraverso il disboscamento per usi militari e la distruzione di ecosistemi agricoli. L’intenso sfruttamento delle risorse naturali per sostenere gli eserciti e le battaglie portò a conseguenze a lungo termine sull’ambiente.
La strategia della “terra bruciata”

Calpestare i campi di grano del nemico, abbatterne gli alberi da frutto, requisire o ucciderne il bestiame e bruciarne le fattorie, furono pratiche di guerra adottate fin dalle primissime epoche e con assoluta ovvietà anche dai Romani e dai loro vicini italici. E non insorsero mai sensi di colpa o scrupoli religiosi: a patto, naturalmente, che si trattasse di un bellum iustum, quanto meno secondo i criteri soggettivi suggeriti dalle proprie misure e norme.
Le intromissioni belliche più durature ed ecologicamente devastanti in una flora che cresceva da millenni con naturale rigoglio e che da secoli era coltivata per scopi agricoli, avvennero tuttavia, nella storia romana, lì dove meno si sarebbe portati a supporle: nell’Italia stessa! E più precisamente nella parte meridionale della Penisola, che ebbe a soffrire terribilmente le conseguenze della Seconda guerra Punica che portò ad una devastazione senza precedenti di estese zone.
Un esercito dopo l’altro passò, saccheggiando e incendiando, attraverso terre un tempo fiorenti e che furono devastate in misura crescente.
Da parte romana il Comandante in capo Quinto Fabio Massimo fece ricorso, come abbiamo visto, a un mezzo che nella condotta bellica dell’antichità era stato usato solo raramente a causa del carattere a doppio taglio e della radicalità: la strategia della terra bruciata.
Mirando in un certo senso a costringere Annibale a girare a vuoto, rendendogli difficile l’approvvigionamento delle truppe, Fabio Massimo ordinò una devastazione preventiva delle basi di rifornimento alle quali il Cartaginese avrebbe potuto eventualmente attingere.

Livio riferisce che nell’anno 217 a.C. Fabio Massimo fece emanare un editto in base al quale le popolazioni delle località non fortificate dovevano essere evacuate e messe al riparo nelle città più grandi. Ma prima avrebbero dovuto incendiare le loro case e distruggere i campi affinché non restasse la benché minima provvista.
Due anni dopo ordinò che tutti gli abitanti delle campagne trasferissero entro il 1° giugno il loro frumento nelle città fortificate. Chi non avesse ubbidito a quest’imposizione, sarebbe andato incontro alla distruzione dei suoi campi, alla messa all’asta degli schiavi ed alla distruzione col fuoco della casa.
Gli effetti ecologici della guerra di Annibale
Oltre all’elevatissimo costo in vite umane, i danni ambientali prodotti dalla Seconda Guerra Punica non sono calcolabili sulla base delle notizie fornite dalle fonti, le quali sono, su questo argomento, troppo generiche.
Certo è che l’Italia meridionale impiegò decenni, se non secoli, per riprendersi dall’immensa ondata di devastazione e desolazione che si rovesciò con inusitata veemenza sul Paese, travolgendo in un gorgo micidiale uomini, animali, alberi e colture. Come ha scritto lo storico Arnold Toynbee: “Se guardiamo alla vegetazione, fu come se la Penisola italica fosse stata devastata da un uragano che avesse sradicato gli alberi, e poi da un incendio che avesse bruciato i cespugli ed ogni altra vegetazione. Il substrato inanimato del territorio, quello dal quale normalmente scaturisce la vita, era nudo e brullo”.

Nel complesso, gli uomini e la natura, in ampie parti di quello che era il Mezzogiorno dell’antichità, non riuscirono più a riprendersi dalle distruzioni catastrofiche inflitte loro dalla guerra annibalica: secondo Toynbee, in quei territori si è tornati soltanto dopo la Seconda Guerra Mondiale al livello di benessere che la lunga guerra punica aveva tanto brutalmente spazzato via.
E aggiunge perfino: “Attualmente, nell’anno in cui scrivo, il 1962, le tracce lasciate dalla presenza del crudele Annibale nel corso di quindici anni, dal 217 al 203 a.C., sono ancora visibili”.
È una constatazione che – pur con tutte le riserve nei confronti e delle conclusioni a volte esagerate del grande storico inglese – getta una luce significativa sulla furia e sull’accanimento con cui i Cartaginesi e i Romani condussero in quei frangenti la guerra contro l’uomo e contro la natura.
LE SPIE DI ANNIBALE

La Seconda Guerra Punica ha dimostrato con numerosi esempi quanto vantaggio un capo militare o politico possa trarre da un buon pacchetto di informazioni. In un contesto che mise a dura prova tutte le risorse di Roma – politiche, militari, economiche e sociali – i Romani si trovarono ingabbiati per vent’anni in un conflitto mortale con un maestro della tattica, esperto di spionaggio. Molto è stato scritto su quel terribile conflitto, eppure poco si è detto dell’attività di Annibale come spia.
I Cartaginesi erano da tempo esperti delle comunicazioni e nella raccolta di informazioni. Probabilmente non avevano un vero e proprio servizio segreto come quelli di cui si valevano i re babilonesi, assiri e persiani, tuttavia i Cartaginesi, essendo uomini di mare, applicavano al commercio in terra straniera i principi di un servizio segreto di qualità.
I Cartaginesi, inoltre, proteggevano gelosamente i loro segreti commerciali, e ciò dimostra che fin dall’inizio si resero conto dell’importanza della sicurezza e del controspionaggio. Evitarono, per esempio, che i Greci scoprissero l’esistenza delle loro miniere di stagno nel Nord della Penisola iberica.
Polibio riferisce che i generali cartaginesi comunicavano fra loro con segnali di fuoco e per mezzo di messaggeri. Rapidità ed affidabilità delle comunicazioni erano fattori di enorme importanza per i comandanti cartaginesi. Il prezzo di un errore poteva essere altissimo: molti ufficiali furono condannati a morte per aver fatto male i loro calcoli e per aver sbagliato a valutare una situazione di emergenza.
Annibale si servì magistralmente delle informazioni per attuare il suo piano. Ad esempio, per mezzo delle spie che aveva a Roma, il generale venne a sapere che il piano bellico romano prevedeva due linee d’attacco: una contro Cartagine e una contro il loro territorio in Spagna. Il modo migliore per respingere i due eserciti consolari era quindi quello di invadere l’Italia. Passando a sorpresa le Alpi, Annibale avrebbe goduto del vantaggio di trovarsi all’attacco, mettendo in crisi il piano romano di colpire al cuore l’impero cartaginese: la migliore disponibilità di informazioni segrete riuscirono a neutralizzare la strategia romana. La Repubblica dipendeva ancora dalle informazioni fornite dagli alleati di Sagunto e Massilia, che erano però scarse e in ritardo.
I racconti di Livio evidenziano che l’iniziativa diplomatica e spionistica dei Romani era piuttosto debole. Quando il Senato aveva dato ai suoi legati il compito di mettersi in contatto con varie tribù della Spagna e della Gallia per indurle ad allearsi con Roma, non sapeva che gli agenti di Annibale erano già passati di lì, ed avevano convinto le tribù della Spagna a cacciare i Romani, mentre in Gallia essi ricevettero un’accoglienza oltraggiosa, ridendogli in faccia.
Durante il passaggio delle Alpi, la complicità della rete spionistica di Annibale non venne meno. Le sue spie avevano già controllato il territorio che i Cartaginesi avrebbero dovuto attraversare, avevano creato contatti locali per individuare tribù ben disposte che potessero fornire truppe, vettovaglie e guide. Disponendo di informazioni con buon anticipo, Annibale fu in grado di utilizzare con ciascuna tribù il giusto mezzo di persuasione.
Spionaggio e guerra psicologica
Un aspetto a cui Annibale diede molta importanza fu la guerra psicologica, non solo apparendo umano con lo scopo di sottrarre alleati a Roma, ma anche cercando di comprendere la personalità dei suoi avversari, per imparare a pensare come i comandanti romani e sfruttare a proprio vantaggio il loro modo di comportarsi. Adeguare le proprie missioni all’umore del comandante nemico richiede non poca intuizione, anche quando si può fare affidamento su informazioni attendibili e precise. Il fatto che in più d’una occasione Annibale abbia applicato con successo questa prassi testimonia la qualità delle sue spie.
Per fare un esempio: quando il console Longo arrivò nel nord della Penisola con le sue legioni, Annibale, grazie ai suoi agenti celtici, fu in grado di scoprire le sue intenzioni. Poiché c’erano Galli in entrambi gli schieramenti, le spie di Annibale poterono raccogliere una ricca messe di informazioni. Raccontarono che il Romano era ansioso di dare battaglia, ed Annibale approfittò dell’impazienza di Longo per attirarlo in una trappola sul fiume Trebbia, annientando l’esercito romano.
Un altro esempio ci è dato con Quinto Fabio Massimo. La sua tattica temporeggiatrice, come sappiamo, non piaceva a molti Romani, perché volevano vedere riscattato l’onore delle legioni. Come abbiamo visto, si diffuse la voce che Fabio Massimo fosse prezzolato dai Cartaginesi: Annibale approfittò della situazione con un’altra astuta manipolazione psicologica. Quando i suoi esploratori gli riferirono queste dicerie, Annibale evitò deliberatamente le terre di proprietà di Fabio, bruciando invece quelle intorno ad esse. Già il fatto che Annibale fosse in grado di identificare le proprietà di Fabio dimostra l’efficacia del suo servizio di spionaggio.
L’infiltrazione nel campo nemico
Che interrogasse i disertori, i prigionieri di guerra o la popolazione locale, in ogni circostanza Annibale riusciva ad ottenere le informazioni che gli servivano.
A parte queste pratiche elementari, il modo più efficace e rischioso di raccogliere informazioni è infiltrare uomini nel campo nemico: impresa in cui Annibale si avventurò con notevole successo. Non ci furono infiltrati cartaginesi solo negli accampamenti romani, ma anche in Roma stessa. Livio ci racconta di una spia punica che lavorò in città per due anni, ma alla fine fu catturata e condannata all’amputazione delle mani.
Altre spie, invece, non furono mai individuate, e poterono riferire ad Annibale che il governo romano era diviso da contrasti sulla gestione della guerra.
La falsificazione di documenti
Annibale, mettendo a punto la sua capacità di falsificatore di documenti, inviò a Fabio una lettera che sembrava scritta dai primi cittadini di Metaponto. Essi dichiaravano a Fabio che si sarebbero arresi solo a lui in persona, ed avrebbero aspettato il suo arrivo in città per consegnarsi.
Se non fosse stato per gli auspici sfavorevoli che indussero i Romani a procrastinare la partenza, essi sarebbero andati a cadere nell’imboscata di Annibale appena usciti di città. Plutarco non lascia dubbi: i Romani furono salvati dagli dèi, e non certo dalle informazioni di cui disponevano.
Vincere la battaglia ma perdere la guerra
Il genio di Annibale come generale è innegabile e fu in buona parte dovuto all’efficace impiego delle fonti di informazione di cui disponeva. Nel III secolo a.C. la raccolta di informazioni era ancora rudimentale, ma Annibale seppe compensare le lacune tecnologiche con la fantasia e l’astuzia.
Per un comandante le informazioni segrete sono decisive per minimizzare il rischio di essere colti di sorpresa, ed al tempo stesso per trarre il massimo beneficio dalla sorpresa del nemico. L’altra importante funzione dell’Intelligence è permettere il miglior uso possibile delle proprie risorse, sfruttando l’opportunità di valutare i punti di forza del nemico, le sue debolezze e i suoi obiettivi. I successi di Annibale dimostrano che egli aveva compreso profondamente questi concetti. Le informazioni segrete gli consentirono di stabilire quando e dove avrebbe potuto lanciare con successo la propria campagna contro un avversario numericamente superiore, in casa dell’avversario stesso.
L’abilità di Annibale fa sembrare facile l’imboscata al Lago Trasimeno, al punto che dimentichiamo come di fatto un tranello di quella portata sia un evento pressoché irripetibile in una guerra.
I Romani avevano una percezione diversa dell’utilità delle informazioni segrete. All’inizio della guerra Roma praticamente non si servì di nessun sistema di spionaggio; non sorprende, pertanto, che l’impegno bellico dei Romani fosse costellato di errori di informazione e disastri militari.
Un fattore che certo non favoriva lo sviluppo coerente dei servizi segreti a Roma era la rotazione annuale delle massime cariche della città. Praticamente ogni anno partivano da Roma comandanti nuovi che avrebbero dovuto imparare da zero a controllare le operazioni segrete, specie se avevano scarsa esperienza militare.
Ma allora, visto che aveva un sistema informativo eccellente, perché Annibale perse la guerra? Perché i vantaggi politici e strategici erano intrinsecamente a favore di Roma. Annibale fu sconfitto, e pesantemente, sul piano strategico. Capacità quali l’intelligenza tattica, l’ascendente nell’esercizio del comando e l’efficacia nella raccolta di informazioni non erano sufficienti per battere i Romani. Annibale non aveva sufficienti informazioni strategiche, in altre parole non aveva la guerra sotto controllo. La sua idea di portare la guerra in Italia era giusta come piano d’azione, ma non poteva compensare la superiorità di Roma in mare o la superiorità numerica del suo esercito, non poteva neutralizzare la lealtà degli alleati di Roma, e la loro capacità di impedire ai rinforzi di raggiungere Annibale; non poteva, infine, tener conto della controffensiva di Scipione. Nemmeno il miglior servizio segreto avrebbe potuto prevedere in anticipo tutto ciò.
Quando fu evidente che gli obiettivi più ambiziosi del suo piano d’invasione originario non sarebbero stati raggiunti, e quando fallirono i successivi tentativi di aprire un nuovo fronte per circondare Roma, Annibale si trovò ad un punto morto. Egli perse il suo vantaggio strategico quando il teatro d’azione si spostò in Spagna e in Sicilia.
Romani ottusi e senza macchia?
L’astuzia piena di inventiva di Annibale indubbiamente contribuisce ad attirargli l’ammirazione degli uomini d’armi e degli storici. La sua padronanza delle arti tattiche molto spesso mette in evidenza l’ottusità dei comandanti romani, e non sorprende che i Romani reagissero accusando la perfidia punica.
Ma neanche loro erano delle mammole. La Storia riporta che i Romani ricorsero con continuità, anche se non spessissimo, ad operazioni segrete se le ritenevano necessarie. Il fatto che Roma non sfruttasse le sue capacità di spionaggio non aveva nulla a che vedere con “scrupoli morali” sulle regole della guerra, ma dipendeva esclusivamente da una certa ortodossia di pensiero e alla mancanza di una grande visione, o di capacità di pianificare a lungo termine nell’ambito spionistico.
Ma l’attacco a sorpresa mosso contro Carthago Nova nel 210 a.C. e l’azione che culminò con l’incendio degli accampamenti dei Cartaginesi e dei Numidi nel 203 a.C., dimostrano come la tattica dei Romani si fosse fatta più sofisticata con Scipione.
L’ultimo vantaggio: la morte
Anche con la morte, Annibale negò a Roma ogni soddisfazione. Come abbiamo visto, nel 183 a.C., diciannove anni dopo Zama, il Senato di Roma decretò che Annibale non poteva più rimanere in circolazione. Gli agenti di Roma lo rintracciarono in Bitinia e circondarono la sua villa, con l’intenzione o di ucciderlo o di catturarlo vivo e portarlo nell’Urbe come personaggio centrale del corteo trionfale. Il fatto che i Romani si preoccupassero di dare la caccia ad un uomo ormai sessantaquattrenne, arrivando fino ad un’oscura città sul Lago di Marmara, dimostra come egli fosse ancora un simbolo importante, se non addirittura una vera e propria minaccia. I Romani non avrebbero avuto pace finché Annibale fosse stato in vita. Quando i soldati romani entrarono nella villa, lo trovarono morto, suicida.
Ancora una volta, anche se per l’ultima, Annibale aveva preceduto di un passo i suoi nemici.
CONCLUSIONI: LA FIGURA DI ANNIBALE

Siamo così giunti alla fine di questo lungo articolo dedicato al più famoso dei grandi nemici di Roma, a cui è stato giustamente riservato un approfondimento senza precedenti nella nostra personale classifica dei “Fab Seven”.
A questo punto, è doveroso tirare le somme sulla personalità di Annibale e sulla sua eredità, a partire dal genio militare.
Annibale era una personalità complessa. Ecco i suoi pregi e difetti
- Pregi:
- Tattica: le sue manovre in battaglia restano insuperate per l’abilità nel prevedere il nemico, attuando contromosse sorprendenti.
- Strategia: la marcia dalla Spagna alla Pianura Padana attraverso le Alpi colse di sorpresa gli italici e li terrorizzò.
- Diplomazia: creò armate eterogenee, come quelle di Alessandro Magno, integrando mercenari e alleati con abilità. Conosceva molte lingue.
- Politica: chiamato a reggere Cartagine dopo la guerra, combatté malversazioni e frodi, riformò l’agricoltura e fu un abile economista.
- Prestigio: era adorato dai suoi soldati, con i quali condivideva le fatiche, ed era meno feroce e crudele di tanti altri comandanti del suo tempo.
- Tolleranza: non mirava a imporre il suo predominio né ai concittadini né ai popoli alleati di Cartagine.
- Difetti:
- Odio: il giuramento di vendetta fatto al padre da bambino non gli consentì di operare in piena lucidità̀ e di capire le ragioni dei popoli amici di Roma.
- Sottovalutazione: non seppe prevedere le capacità militari, morali e di rinnovamento di Roma, che in breve tempo padroneggiò le tattiche militari nemiche.
- Superbia: riteneva di essere il miglior stratega della Storia, dopo Alessandro Magno. Aveva ragione, ma a volte ciò lo indusse a osare troppo.
- Azzardo: non si accontentò di consolidare l’impero che aveva ereditato in Spagna, affrontando una velleitaria marcia sull’Italia partendo dalle Alpi.
- Avversari: trascurò i problemi che minavano la sua forza alle spalle, ovvero i politici cartaginesi, restii ad appoggiarlo in una guerra lunga e dispendiosa.
- Isolamento: rimase troppo a lungo in Italia ad aspettare una svolta, mentre la vera guerra si sarebbe condotta in Spagna, e poi in Africa, dove arrivò dopo Scipione.
L’affascinante personalità di Annibale ha fatto sorgere molte discussioni tra gli storici ma che non hanno mancato di ammettere il fatto che Annibale era un genio della strategia militare. Il suo genio di comandante è infatti evidente e le sue battaglie sono rimaste nella storia militare come modelli di strategia .
Oltre a queste qualità il grande ed eccezionale generale gli storici hanno anche apprezzato ed evidenziato le sue notevolissime capacità di amministratore.
Inoltre Annibale era anche un uomo dotato di un eccezionale carisma cosicché egli fu rispettato ed esaltato da migliaia di persone.
A volte Annibale venne accusato e talvolta non a torto di crudeltà e perfidia. Tuttavia, egli spesso dimostrò rettitudine e grandi qualità umane.
Le sue qualità maggiori oltre a quelle militari furono la forza di carattere e la fedeltà che dimostrò verso Cartagine nonostante gli ostacoli e i sospetti rivolti dai Cartaginesi alla sua persona.
L’ultimo sussulto di un mondo che stava scomparendo

Le strategie di Annibale, apprese così bene da Scipione, furono incorporate nelle tattiche romane e usate con buoni risultati in seguito alla battaglia di Zama. Lo storico Ernle Bradford scrive che la guerra di Annibale contro i Romani “può essere considerata come l’ultimo sforzo dei vecchi popoli semiti e orientali nel prevenire il dominio del mondo mediterraneo da parte di una potenza stanziata nella parte occidentale del bacino. Tale sforzo fu frustrato dall’immensa resilienza dei Romani, dovuta sia alla loro costituzione politica che militare”
Pur essendoci del vero in queste parole, la sconfitta finale di Annibale fu dovuta sicuramente dal rifiuto di Roma di arrendersi dopo Canne.
Artefice della grandezza di Roma
È innegabile che l’elemento che caratterizzò sempre la vita di Annibale fu il suo tentativo continuo di combattere Roma. Legato all’ineguagliabile patrimonio del pensiero greco, il Cartaginese comprendeva la minaccia romana sempre più seria nei confronti del mondo ellenistico, abbastanza composito e perciò sempre più fragile.
Ma, ironia della sorte, fu proprio lui, con la sua avventura in Italia, a svegliare un mostro che minacciava di divorare non solo lui stesso, ma l’intera ecumene e non ebbe la possibilità di fermarlo.
A lui la potenza di Roma dové lo straordinario strumento della sua supremazia militare e quindi della sua conquista; a lui la classe dirigente romana doveva il fatto di aver acquisito quella mentalità che l’avrebbe avviata a fagocitare il mondo civile.
Annibale fu un uomo che cercò di lottare contro un popolo, contro il corso stesso della storia. È qui che risiede il fascino tutto romantico di Annibale, la cui opera è quasi scritta sulla sabbia.
Nonostante il suo talento militare, la sua intuizione politica, la sua determinazione infaticabile, il parziale successo conseguito contro i Romani (specialmente in Puglia) non ebbe alcuna conseguenza negativa sulla stabilità romana.
In realtà Annibale non poteva vincere: egli era un uomo di genio superiore, ma dotato di una grandezza solitaria di fronte alla quantità dei mediocri.
Possiamo concludere che Annibale fu certo un grande, ma Roma seppe dare prova di più grande forza morale. L’azione di Annibale fu scatenante. Messa alla prova di una guerra totale, senza ritualità né convenzioni, ma limitata solo dalla convenienza dei combattenti, l’aristocrazia romana dal trauma atroce della guerra contro Annibale seppe sviluppare a poco a poco la sua insaziabile brama imperialistica. Neppure un grande genio strategico come Annibale riuscì ad evitare che Roma continuasse il suo cammino su quella strada che l’avrebbe portata a diventare la potenza egemone del mondo antico in grado di costruire un impero vastissimo.
Proprio il fatto di aver superato un così grande pericolo e così grandi difficoltà diede a Roma la consapevolezza della propria forza e del proprio futuro destino di gloria.
Cartagine l’ingrata

Possiamo dire senza ombra di dubbio che Cartagine si dimostrò ingrata nei confronti del suo più grande condottiero. La debolezza principale di Annibale fu sicuramente quella di perseguire sempre e comunque il suo ambizioso e “irrealizzabile” progetto politico e militare, ovvero la distruzione della potenza romana.
Non c’è dubbio, come nota anche Bradford, che “se Annibale avesse combattuto contro qualsiasi altra nazione del mondo antico…con le sue travolgenti vittorie le avrebbero piegate tutte, provocando una capitolazione veloce“; il motivo della sconfitta di Annibale risiede nel rifiuto dell’aristocrazia cartaginese di supportarlo mentre combatteva per la loro causa.
Non ci sono testimonianze a Cartagine che attestano ad Annibale qualsivoglia riconoscimento per il suo servizio in Italia; fu onorato più dalla grazia e dalla difesa concessagli da Scipione che da qualsiasi azione dei suoi connazionali. Anche così, continuò a fare del suo meglio per la sua gente nel corso di tutta la sua vita, e restò fedele al voto che aveva preso da giovane: fino alla fine, restò un nemico dei Romani e il suo nome venne ricordato come quello del più grande avversario di Roma per generazioni, fino ai nostri giorni.
Nel prossimo articolo: I Grandi nemici di Roma – Giugurta
SE TI SEI PERSO GLI ARTICOLI PRECEDENTI DI QUESTA SERIE:
