
La Storia ci ha tramandato che la ragione dell’invasione dell’Impero d’Occidente da parte di Attila fosse a causa di una donna, Onoria, la sorella dell’imperatore Valentiniano III. Questa principessa, di indole ribelle, impulsiva e vendicativa come lo erano stati i suoi antenati, gli imperatori Valentiniano I e Teodosio I, era stata costretta al nubilato dal fratello, Valentiniano III che, paranoico come qualsiasi sovrano tardo imperiale, aveva paura che un figlio della sorella avrebbe insidiato il suo trono.
Tuttavia, la tipa non si perse d’animo e intrecciò una relazione con un funzionario di corte, col quale cospirò per metterlo al potere. Scoperto l’intrigo, Valentiniano III fece decapitare il malcapitato e spedì Onoria a Costantinopoli, il cui palazzo imperiale era diventato una sorta di cupo monastero cristiano. E in più, il fratello combinò il suo matrimonio con un senatore privo di ambizioni, e perciò innocuo.
E qui la fece grossa, perché decise di inviare ad Attila una richiesta d’aiuto in cambio di danaro, accompagnandola con il suo anello. L’invio di anelli per comprovare l’identità del mittente di una missiva era una prassi comune. Ma il rozzo Unno la scambiò per una proposta di matrimonio. Chiese quindi, oltre alla mano dell’incauta principessa, anche metà dell’Impero d’Occidente. Ovvio che a Ravenna rifiutassero. E così, il re degli Unni ebbe il pretesto per scatenare il suo immenso esercito in una delle più violente invasioni della storia romana.
In questa terza parte dell’articolo dedicato ad Attila, per la Rubrica di divulgazione “La Stele di Rosetta”, pubblicata da IQ, andremo a vedere quali furono le ragioni reali di tale invasione, e cosa successe nelle zone della Germania e della Gallia attraversate dagli Unni.
Faremo la conoscenza del più grande generale romano del tempo: Flavio Ezio, l’”Ultimo dei Romani” e delle sue abilità diplomatiche e militari.
Ne approfitteremo anche per vedere cosa fu in realtà l’esercito romano d’Occidente del tempo, più simile nell’equipaggiamento ad un esercito medievale che ai legionari con il gladio che ci hanno fatto vedere nei film, e come il suo imbarbarimento abbia portato a mutare le tattiche di battaglia.
Vedremo anche quali furono le principali differenze tra l’esercito d’Oriente e d’Occidente, il tutto, come sempre, arricchito da immagini e contenuti multimediali. Buona lettura!

INDICE DEI CONTENUTI
ONORIA, LA PRINCIPESSA RIBELLE
RICHIESTA D’AIUTO O PROPOSTA DI MATRIMONIO?
…E CONSEGUENTE INVASIONE DELL’IMPERO D’OCCIDENTE
FLAVIO EZIO, L’ULTIMO GRANDE ROMANO
EZIO E ATTILA ERANO AMICI. MA POI…
L’IMBARBARIMENTO DELL’ESERCITO ROMANO
ONORIA, LA PRINCIPESSA RIBELLE
Giusta Grata Onoria era figlia di Flavio Costanzo, il futuro imperatore Costanzo III (421), e Galla Placidia, e sorella maggiore dell’imperatore Valentiniano III, che salì al trono nel 425. L’imperatore, come ogni sovrano tardoantico che si rispetti, era un tipo un po’ ansioso, vale a dire che soffriva di manie di persecuzione, ossessionato dai complotti e dal timore di essere spodestato. L’idea che sua sorella potesse sposarsi e dare alla luce degli eredi, capaci un giorno di soffiargli il trono, non gli andava proprio giù. Decise dunque di destinare la poveretta ad uno stato di nubilato eterno e ad una vita quasi monacale.

Figura ribelle, ambiziosa e insofferente alle restrizioni della corte imperiale, Onoria manifestò precocemente un’ostilità verso il fratello e le imposizioni familiari che miravano a tenerla nubile per evitare, come abbiamo detto, rivalità dinastiche.
Tuttavia, nel 449 le cronache dell’epoca (spesso ostili) riportano la sua scandalosa relazione con un funzionario di corte, un certo Eugenio, il custode delle sue proprietà e dal quale aspettò addirittura un figlio. Probabilmente, ma non è certo, i due cospiravano per uccidere l’imperatore.
L’esilio a Costantinopoli

Ovviamente, Valentiniano non la prese benissimo: fece giustiziare l’aspirante cognato e spedì la sorella in esilio a Costantinopoli dallo zio Teodosio II. Della sorte del bambino le fonti non danno notizie, ma conoscendo lo zio, si dubita della sua incolumità.
La vacanza forzata a Costantinopoli si rivelò piuttosto deludente: ad Onoria non piacevano né il clima né la compagnia, costituita prevalentemente dalla zia Pulcheria, moglie di Teodosio II, che aveva fatto del palazzo imperiale una sorta di cristianissimo monastero. Possiamo solo immaginare quale noia e rigore religioso aleggiassero tra le opulenti stanze dell’augusta dimora, tra preghiere e perenni sensi di colpa, tipici del cristianesimo del tempo.
Come se non bastasse, Onoria fu obbligata a fidanzarsi con il senatore Flavio Basso Ercolano, un uomo di buon carattere e senza ambizioni di potere.
RICHIESTA D’AIUTO O PROPOSTA DI MATRIMONIO?
Ed è qui che Onoria la fece grossa. Per sottrarsi ad un infelice matrimonio combinato, compì il gesto che l’ha resa celebre: questa donna impulsiva, sanguinaria e vendicativa come lo erano stati i suoi antenati, i grandi imperatori Valentiniano I e Teodosio I nella primavera del 450 inviò al re degli Unni l’eunuco Giacinto con una richiesta d’aiuto, insieme al proprio anello, in cambio di denaro. L’invio di anelli come prova dell’identità del mittente era pratica comune a quei tempi, ma un barbaro ottuso (che ultimamente ci si affanna a considerare più acculturato e civile di quanto non sia stato in realtà), legato a concetti tribali e primitivi, ovviamente non ci poteva arrivare. Quindi, molto probabilmente, quella di Onoria non era una proposta di matrimonio (ribelle sì, ma non così pazza da mettersi sotto il tacco di un selvaggio sanguinario e rozzo), ma Attila interpretò il messaggio in questo senso, ed accettò pretendendo in dote metà dell’Impero d’Occidente, ben sapendo che si trattava di una richiesta che mai avrebbe potuto essere soddisfatta, ma valeva comunque come formidabile pretesto per realizzare il suo odioso sogno di invasione.

RICHIESTA RESPINTA…
Quando Valentiniano scoprì l’intrigo, fu solo l’intervento della madre Galla Placidia a convincerlo a mandare in esilio, piuttosto che ad uccidere Onoria, e ad inviare un messaggio ad Attila, in cui disconosceva assolutamente la legittimità della presunta proposta matrimoniale: Onoria non poteva sposare il re degli Unni in quanto già promessa sposa a un altro uomo. Valentiniano III, inoltre, fece torturare e decapitare l’eunuco Giacinto e consegnò sua sorella Onoria alla madre Galla Placidia. Attila, per nulla persuaso, inviò un’ambasciata a Ravenna per affermare che Onoria non aveva alcuna colpa, dichiarandola “sua sposa”, che la proposta era valida dal punto di vista legale e che se la donna avesse subito un’offesa la sua furia si sarebbe scatenata sull’Impero per esigere ciò che era un suo diritto. Scarpe grosse e cervello fino…
Nel frattempo, essendosi spento Teodosio II, cadendo da cavallo, ed essendogli succeduto sul trono orientale Marciano, Attila inviò un’ambasceria alla corte orientale richiedendo il pagamento del tributo stabilito, ma Marciano rifiutò con sdegno di continuare a pagare il tributo agli Unni preferendo piuttosto la guerra se necessario.
…E CONSEGUENTE INVASIONE DELL’IMPERO D’OCCIDENTE
Attila ebbe così il pretesto legale per mobilitare l’esercito. Dopo aver radunato i suoi sudditi, Gepidi, Ostrogoti, Rugi, Sciri, Eruli, Turingi, Alani, Burgundi, intraprese la marcia verso occidente.
In Germania…
Nella primavera del 451, dopo aver seguito il corso del Danubio verso ovest, Attila superò il Reno nei pressi di Coblenza alla testa di un esercito che le fonti dell’epoca quantificano tra i 700-500 mila uomini mentre gli storici contemporanei propendono per la più realistica cifra di 50-30 mila effettivi. Osservando la composizione di quest’immensa forza d’attacco scopriamo che gli Unni erano in minoranza rispetto all’insieme dei popoli tributari, come i già citati Gepidi, i Turingi e gli Ostrogoti, che Attila aveva aggregato all’orda.

A capo del più grande in Europa da duecento anni a quella parte, Attila attraversò la Germania provocando morte e distruzione. Conquistò molte delle grandi città europee, tra cui Reims, Strasburgo, Treviri (che era stata una capitale imperiale ai tempi di Costantino I e che fu saccheggiata senza limiti), e Colonia.
…e in Gallia

Dopo Treviri le nuove vittime di Attila furono le cittadine di Tongeren e di Divodurum (Metz), che furono letteralmente rase al suolo. Molti degli abitanti furono uccisi per il solo sfoggio di un’inutile crudeltà, con i bambini che vennero appesi ai rami degli alberi e ogni immaginabile e altra forma di scempio e di violenza. “Diedero alle fiamme la città, passarono gli abitanti a fil di spada e trucidarono i sacerdoti cristiani sui sacri altari”.
Queste azioni di crudeltà efferata sui civili potrebbero essere state causate dagli alleati germanici oppure turcomanni degli Unni, i quali sarebbero giunti sul luogo dei saccheggi quando ormai le veloci schiere dei cavalieri di Attila si erano allontanate verso Occidente.
La città seguente, destinata a essere saccheggiata, fu Reims, il cui vescovo Nicasio si recò incontro agli Unni vestito dai suoi migliori e più ricchi paramenti e con le sacre scritture tra le mani. La testa di Nicasio rotolò per terra dopo un rapido lampeggiare della spada di un soldato unno e la marcia dell’orda di Attila proseguì verso Parigi. Questa città che venne risparmiata grazie al fatto di essere stata costruita per lo più in mezzo alla Senna e sull’Île de la Cité, un fatto che la rendeva difficilmente espugnabile da un’armata di cavalieri.
L’avanzata continuò nel cuore della Gallia tra saccheggi e razzie fin sotto le mura di Aurelianum (Orleans) ultima fortezza prima dell’Aquitania visigota.

LE MOTIVAZIONI DELL’INVASIONE
È difficile scorgere quale fosse il grande piano di Attila perché, mentre la ratio delle singole campagne risulta sempre chiara, l’obiettivo finale rimane invece ancora incerto e sfuocato. Per alcuni egli era solo un ambizioso convinto ce nel suo destino vi fosse la conquista del mondo, per altri invece era la brama di un bottino sempre maggiore a spingerlo, ma Peter Heather (storico britannico, che si occupa della Tarda antichità e dell’Alto medioevo, considerato un’autorità sui temi degli Imperi Romani d’Occidente e d’Oriente e i Goti, nei quali si è specializzato) ha avanzato un’ipotesi molto interessante e concreta: l’obiettivo di Attila era di innestare gli Unni all’interno dell’Impero Romano, divenendone il Magister Militum. La teoria ha un suo perché dato che all’epoca non era raro per signori barbarici particolarmente dotati scalare le gerarchie della corte di Ravenna per giungere ai vertici: era già successo con Stilicone e sarebbe successo in seguito con Odoacre; certamente se vi fosse riuscito Attila si sarebbe trovato in una volta sola sia a capo dell’orda Unna che dell’Impero Romano d’occidente il che voleva dire un enorme concentrazione di potere nelle sue mani nonché la possibilità di trattare con Costantinopoli da una posizione ancora più forte di quanto la sua già non fosse.
Si può supporre che il re degli Unni temesse i risultati che i Romani stavano conseguendo; se essi, infatti, fossero riusciti a mettere la museruola ai Visigoti lo scricchiolante edificio dell’Impero d’Occidente avrebbe potuto ritrovare una sua stabilità, cosa certamente non gradita ad Attila, e non sarebbe dunque un caso che l’obiettivo della sua campagna gallica sembrerebbe fosse appunto di colpire i Visigoti in modo tale da aggregarli all’orda impedendo il ristabilirsi di un rapporto da foederati tra loro e Roma. Altri elementi sembrano corroborare questa tesi come la notizia di ambascerie di Genserico dei Vandali che suggeriva ad Attila di colpire congiuntamente l’impero d’occidente da nord e da sud.
Un grande generale romano comprese subito la gravità della tempesta che si stava abbattendo sul nord dell’Impero e si stava preparando per un’invasione su vasta scala fin da alcuni anni prima dell’evento, ma era anche consapevole che con le sole forze romane non era in grado di affrontare Attila. Quel generale era niente di meno che Flavio Ezio.
FLAVIO EZIO, L’ULTIMO GRANDE ROMANO
La storia di Ezio si intreccia con quella della sempre più decadente pars occidentalis dell’Impero Romano e dei popoli barbarici che si stavano insediando nelle sue province. Di due di questi fu persino ostaggio in gioventù: dal 405 al 408 risiedé alla corte di Alarico, il re dei Visigoti celebre per aver saccheggiato Roma, e poco dopo fu presso il re degli Unni Uldin. Del resto, nelle vene di Ezio scorreva sangue barbarico perché, mentre sua madre, il cui nome non ci è stato tramandato, era una ricca nobildonna romana di origine italica, suo padre era Flavio Gaudenzio, un generale di origine forse scita, forse gotica, ma comunque non romana. Ironico, per quello che sarà uno degli ultimi grandi uomini della pars occidentalis dell’impero.
Ezio nacque a Durosturum (odierna Silistra, in Bulgaria), una cittadina della Mesia Inferiore, attorno al 390.
Una carriera movimentata
Dopo aver cercato invano di sostener l’usurpatore Giovanni Primicerio, divenne fedele all’Imperatore Valentiniano III: quando l’imperatore d’Occidente Onorio morì, e venne nominato imperatore Giovanni Primicerio, Ezio fu al suo servizio come Cura Palatii. Giovanni non fu però riconosciuto dall’imperatore d’Oriente Teodosio II, che inviò in Italia un esercito per porre sul trono suo nipote Valentiniano III.
Giovanni inviò allora Ezio presso gli Unni, con i quali era ancora in ottimi rapporti, a chiedere aiuto e, nel 425 tornò in Italia con un esercito di Unni, ma Giovanni era già stato deposto e ucciso da Valentiniano (419-455), ovvero da sua madre, l’Augusta Galla Placidia, visto che Valentiniano aveva appena sei anni. La presenza in Italia di un forte esercito barbarico spinse Galla Placidia a scendere a patti con Ezio, il quale strinse un accordo con il giovane imperatore e, in cambio di un comando militare, rimandò i propri uomini nelle loro terre.
Ezio divenne dunque comes et magister militum per Gallias, cioè comandante supremo delle truppe stanziate in Gallia, posizione inferiore a quella del magister militum Felice, ma la sua influenza sugli ausiliari barbarici rese Ezio l’uomo più potente della Gallia.
Gli anni che seguirono, caratterizzati dalla minore età dell’imperatore Valentiniano III (che aveva appena sei anni al momento dell’ascesa al trono imperiale), furono segnati dalle manovre di potere di tre personaggi forti: Ezio, Bonifacio (governatore della diocesi d’Africa) e soprattutto Felice (patricius e Magister Militum) oltre alla reggente Galla Placidia, che li schierò l’uno contro l’altro affinché nessuno ottenesse abbastanza potere da marginalizzare lei e l’imperatore.
Nel 430 Ezio riuscì ad accusare di tradimento e far giustiziare Felice.
La resa dei conti con Bonifacio fu più dura: il comes Africae era un tipo tosto, sbarcò in Italia e sconfisse Ezio presso Ravenna nel 432, costringendolo a fuggire presso i soliti Unni. Tuttavia, le ferite riportate in battaglia uccisero Bonifacio subito dopo il trionfo, mentre Ezio tornò in Italia con gli immancabili alleati unni. Mise subito le mani sul patrimonio di Bonifacio (che comprendeva beni e possedimenti, ma anche contingenti militari privati) sposandone la vedova Pelagia, e Placidia dovette riconoscergli la più alta carica militare dell’impero – comandante supremo dell’esercito romano d’Occidente – e il titolo di patrizio.
Ezio fu fondamentale per mantenere la pace tra i Romani e i barbari: insediò gli Alani in Armorica, spostò i Burgundi in Savoia, mise in riga i Franchi e gli Svevi, negoziò lo stanziamento degli Unni in Pannonia. Tuttavia, fallì nel tentativo di riprendere l’Africa ai Vandali o di aiutare i Britanni che gli avevano inviato una richiesta d’aiuto.
Ezio seppe manipolare i nemici e negoziare con nuovi alleati in un complesso intrigo di interazioni diplomatiche che contribuì a mantenere in vita Roma per alcuni decenni, prima della sua fine. L’apice di tali tattiche fu la creazione di una vasta coalizione di popoli “federati”, dunque alleati di Roma, che servirono come scudo contro nuove invasioni da est.
EZIO E ATTILA ERANO AMICI. MA POI…
L’amicizia tra il generale romano Flavio Ezio e il re degli Unni Attila è uno degli aspetti più complessi e affascinanti della tarda antichità. Più che un legame affettivo, fu un rapporto di profonda conoscenza reciproca e convenienza politica, nato anni prima che i due diventassero acerrimi nemici.
Il rapporto ebbe inizio durante la giovinezza di Ezio, quando trascorse diversi anni come ostaggio presso la corte degli Unni. Durante questo periodo, Ezio imparò la lingua, i costumi e, soprattutto, le tattiche militari degli Unni, guadagnandosi il rispetto dei loro capi. Vivere tra gli Unni permise a Ezio di padroneggiare la guerra asimmetrica delle steppe, che poi integrò nell’esercito romano:
- L’uso dell’arco composito: Capì la potenza del tiro curvo e della mobilità dei cavalieri arcieri.
- Logistica e mobilità: Imparò a gestire spostamenti rapidi su grandi distanze senza le pesanti salmerie romane.
- Guerra psicologica: Apprese come il terrore e le finte ritirate potessero sfaldare ranghi nemici molto più numerosi.
Per gran parte della sua carriera, Ezio sfruttò questa connessione per utilizzare i guerrieri unni come mercenari nelle sue campagne in Gallia, consolidando il suo potere a Roma grazie al loro supporto.
Nonostante la lunga collaborazione, l’ascesa di Attila al potere assoluto e le sue mire espansionistiche trasformarono l’antica intesa in una rivalità mortale. Secondo Giordane, ciò sarebbe dovuto ai contatti tra Attila e il re vandalo Genserico, il quale avrebbe istigato il re degli Unni a invadere la Gallia per aggredire i Visigoti, con i quali i Vandali erano in cattivi rapporti.
Secondo Prisco di Panion, invece, il motivo del deterioramento dei rapporti andrebbe ricercato nelle lotte per la successione scoppiate nel regno dei Franchi in seguito alla morte del loro re: infatti uno dei pretendenti al trono richiese il sostegno militare di Ezio, mentre l’altro si rivolse ad Attila.
Poiché Attila minacciava di invadere l’Italia, Ezio inviò presso gli Unni un’ambasceria condotta da suo figlio Carpilione e dal senatore Cassiodoro, i quali negoziarono un accordo secondo cui Attila rinunciò ai suoi propositi bellicosi in cambio della nomina a magister militum dell’Impero d’Occidente e del relativo stipendio.
L’IMBARBARIMENTO DELL’ESERCITO ROMANO
Si rende necessario, a questo punto, aprire una parentesi sulla struttura dell’esercito romano nel tardo Impero. Essa rimase invariata fino a Diocleziano (285-301 d.C.) che aumentò il numero delle legioni dividendone ognuna in due parti. La prima parte, detta limitanea, sorvegliava i confini, mentre la seconda detta Comitatus stava nelle retrovie, pronta a fermare eventuali orde riuscite ad oltrepassare il limes (confine dell’Impero); il Comitatus era posto più internamente per accorrere ove necessario.
Dalla seconda metà del III secolo d.c. l’esercito, a causa delle immissioni di soldati barbari poco inclini alla disciplina, era diventato sempre più barbarizzato.
Gli scudi erano spesso rotondi o ovali e decorati, come quello sostenuto dal cavaliere al centro.
Scordiamoci dunque il legionario romano, piccolo e moro, armato di gladio (la spada corta) e di pilum (il giavellotto), con la sua tipica corazza a piastre e il grande scudo rettangolare che abbiamo visto in tanti film ambientati nell’Antica Roma.
Anche la composizione etnica dell’esercito era mutata: come abbiamo detto, a partire dal III secolo sempre meno cittadini erano ormai disposti ad arruolarsi il che aveva spinto Roma ad estendere massicciamente il reclutamento fra i Germani, gente bellicosa che allo scopo era accolta nell’impero come avvenne nel caso in questione per i Goti. L’esercito andò così “imbarbarendosi”: le reclute germaniche mal si adattavano alla disciplina e alle tecniche di combattimento delle legioni, preferendo l’uso delle proprie armi.
Fu allora che il gladio fu sostituito dalla più lunga spatha, il pilum fu accantonato e fecero la loro comparsa grandi scudi ovali che rimpiazzarono quelli rettangolari.
Anche le tattiche si fecero sempre più “barbare”: mentre prima le legioni erano addestrate a compiere complesse manovre tattiche sul campo di battaglia, da quel periodo iniziò a prevalere l’utilizzo dell’attacco in massa, facendo sempre più affidamento sul valore del singolo combattente e sulla forza d’urto.
Si trattava quindi indubbiamente di un esercito meno solido di quello dei secoli precedenti e meno motivato, il che potrebbe spiegare in parte la disfatta a cui andò incontro ad Adrianopoli.
Con Massimino il Trace si accentuò la barbarizzazione dell’esercito romano aumentando l’importanza della cavalleria germanica e sarmata, arruolata dopo averle battute in guerra.
La riforma di Costantino
Costantino completò la riforma militare di Diocleziano suddividendo l’”esercito mobile” in “centrale” (unità palatinae) e “periferico” (unità comitatenses), espandendo enormemente la componente mobile e riducendo quella di frontiera. Ciò produsse il progressivo stanziamento dei barbari nei territori imperiali, nonché il degrado dei centri urbani in cui venivano acquartierate truppe troppo numerose.
Inoltre mise il magister Militum a capo dell'”esercito mobile” di una Prefettura del Pretorio, e un comes a capo dell'”esercito mobile” di una Diocesi. Infine, come comandanti supremi dell’intero esercito imperiale introdusse due Magistri Militum Praesentalis.
A partire dal V i due divennero uno, più influente dello stesso Imperatore.
L’esercito nel Tardo Impero: Fanteria
Il soldato romano tardo-imperiale indossava un elmo con una calotta costituita da due metà saldate insieme da una cresta metallica, o con una calotta conica costituita da sei piastre, poi la lorica hamata sopra ad una tunica a maniche lunghe.
Se di armamento leggero indossava un berretto pannonico (più comune in occidente) o un berretto frigio (più comune in oriente).
Aveva uno scudo ovale o tondo dipinto con lo stemma della sua unità, una lancia, un giavellotto e alla cintura portava una spada.
Le unità di fanteria dell’esercito romano tardo imperiale erano le legiones (palatinae, comitatenses) e le auxiliae palatinae.
Le prime erano eredi delle antiche legioni che avevano reso grande Roma e spesso ne portavano ancora il nome, costituite da 1000 – 2000 fanti, generalmente con armamento pesante, per scontri in campo aperto.
Le seconde erano eredi delle ausiliarie, costituite da 500 – 1000 fanti, generalmente con armamento leggero, per azioni di guerriglia e rastrellamento.
Vi erano numerose specializzazioni: exculcatores (lanciatori di giavellotto), sagittarii (arcieri), balistari (balestrieri o manovratori di piccole catapulte) e funditores (frombolieri). Gli stessi pedes, meno disciplinati degli antichi legionari, erano più versatili: trasportavano nell’incavo dello scudo cinque dardi.
I gradi gerarchici erano: tribunus (comandante), vicarius (vice-comandante), draconarius (che trasportava il draco e/o lo stendardo), bucinator (trombettiere), campidoctor (simile ad un sergente e forse al centurione), semissalis (veterano) e pedes (soldato semplice di fanteria).
Cavalleria
C’erano le vexillationes: palatinae, comitatenses o pseudocomitatenses, oltre alle unità scelte, le scholae palatinae: Armaturae, Gentiles e Scutari. La cavalleria aveva soppiantato la fanteria.
IMPERO ROMANO DI OCCIDENTE E ORIENTE
Con la definitiva divisione dell’Impero Romano in Occidentale ed Orientale voluta da Teodosio I ed in 13 diocesi.
Parte orientale
Sotto l’Imperatore due Prefetti del Pretorio, un Prefetto della città di Costantinopoli, un Magister officiorum ed un Comes domesticorum:
- Dai Prefetti del Pretorio dipendevano 3 Vicari per le Diocesi Asiana, Pontica e Thracia, mentre quelle dell’Egitto e d’Oriente erano controllate dal Prefetto del Pretorio.
- Dai Praefectus praetorio Illyrici dipendevano 1 Vicari per la Diocesi di Macedonia, mentre quella della Dacia era controllata direttamente dal Prefetto del Pretorio.
Da qui la gerarchia militare:
- Magister Militum Praesentalis I, che controllava 2 Duci per l’Egitto e 1 Comes limitis Aegypti;
- Magister Militum Praesentalis II, da cui dipendeva 1 Duce per il Ponto ed un altro Comes per Isauriam.
- Magister Militum per Orientem, da cui dipendevano 6 Duci per l’Oriente: Dux Syriae, Dux Palaestinae. Dux Osrhoenae, Dux Mesopotamiae, Dux Arabiae.
- Magister Militum per Thracias, da cui dipendevano 2 Duci per la Tracia: Dux Moesiae secundae e Dux Scythiae.
- Magister Militum per Illyricum, da cui dipendevano 2 Duci per l’Illirico: Dux Daciae ripensis e Dux Moesiae primae.
Parte occidentale
L’Imperatore comandava su due Prefetti del Pretorio, un Praefectus urbis Romae, un Magister officiorum ed un Comes domesticorum, come segue:
- Praefectus praetorio Italiae, da cui dipendevano 3 Vicari per le Diocesi della città di Roma, d’Italia e d’Africa.
- Praefectus praetorio Galliarum, da cui dipendevano 3 Vicari per le Diocesi delle Septem Provinciae, delle Spagne e delle Britannie.
Di conseguenza la gerarchia militare, fanteria (Magister peditum praesentalis) e cavalleria (Magister equitum praesentalis), come segue:
- un Numerus intra Italiam a capo di: un Comes Italiae e un Dux Raetiae primae et secundae;
- un Numerus intra Gallias a capo dei: Magister equitum per Gallias, Comes tractus Argentoratensis, Dux Belgicae secundae, Dux Germaniae primae, Dux Mogontiacensis, Dux Sequanicae, Dux tractus Armoricani et Neruicani;
- un Numerus intra Illyricum, a capo dei: Comes Illyrici, Dux Pannoniae secundae, Dux Valeriae ripensis e Dux Pannoniae primae et Norici ripensis;
- un Numerus intra Hispanias sottoposto al Magister Militum Praesentalis da cui dipendeva un Comes Hispaniae;
- un Numerus intra Tingitaniam da cui dipendeva il Comes Tingitaniae;
- un Numerus intra Africam, da cui dipendeva Comes Africae, Dux limes Mauretaniae Caesariensis e Dux limites Tripolitani;
- un Numerus intra Britannias da cui dipendeva Comes Britanniarum, Comes litoris Saxonici per Britannias e Dux Britanniarum.
DIFFERENZE TRA ESERCITO ROMANO D’ORIENTE E D’OCCIDENTE
L’esercito romano d’Oriente, più ricco e coeso, contava su una fanteria specializzata e una crescente cavalleria corazzata, riuscendo a corrompere o deviare i barbari. L’Occidente, con un esercito teoricamente più numeroso ma economicamente fragile, si affidò sempre più a mercenari germanici (foederati), subendo una rapida “barbarizzazione” che ne compromise la lealtà e l’efficacia.
Ecco le principali differenze nel dettaglio:
Risorse e Finanziamento:
L’Oriente (Costantinopoli) era più prospero, con un’economia solida che permetteva di pagare regolarmente i soldati. L’Occidente soffriva di una cronica carenza di fondi, latifondi improduttivi e una base imponibile ridotta, rendendo difficile il mantenimento delle truppe.
Composizione delle Truppe:
- Oriente: Mantenne una struttura più professionale, valorizzando la fanteria pesante e, col tempo, sviluppando una cavalleria catafratta (corazzata) superiore, adattandosi alla minaccia persiana.
- Occidente: Dipendeva massicciamente dai foederati (barbari alleati). Le legioni romane tradizionali erano in declino e l’esercito era spesso composto da contingenti germanici con i propri capi, leali a Roma solo in cambio di denaro o terre.
Strategia e Comando:
- Oriente: Utilizzava la diplomazia e le tangenti per spingere i barbari verso occidente. I comandanti orientali erano spesso meglio formati e, pur subendo sconfitte (es. Adrianopoli), riuscivano a riorganizzarsi grazie alla profondità strategica del territorio.
- Occidente: Affrontava continue guerre civili e invasioni simultanee. La necessità di difendere confini vastissimi con poche risorse portò alla frammentazione del comando.
Sebbene presente in entrambi, la barbarizzazione fu fatale in Occidente, dove l’esercito divenne talmente autonomo da mettere o deporre imperatori, portando infine alla caduta del potere centrale.
NEL PROSSIMO EPISODIO: EZIO RIUNISCE UNA GRANDE COALIZIONE DI POPOLI CONTRO ATTILA E LO AFFRONTA NELLA BATTAGLIA DEI CAMPI CATALAUNICI. VI ASPETTIAMO!
SE TI SEI PERSO GLI ARTICOLI PRECEDENTI DELLA SERIE “I GRANDI NEMICI DI ROMA”:
