
Per lo storico romano Floro “il suo stesso nome sembrava fatto per incutere terrore”. Vercingetorige, re del popolo degli Arverni, una delle tribù galliche più potenti e influenti, che sul finire del II secolo a.C. s’oppose all’espansionismo sempre più incalzante dei Romani in Gallia. Sembra che inizialmente avesse militato come ausiliare nei ranghi romani, e sembra anche che sia stato molto amico di Giulio Cesare, di cui fu addirittura uno dei contubernales (compagni di tenda).
Non sapremo mai le ragioni del suo passaggio di campo ma nel 53 a.C., volendo forse approfittare della difficile situazione creatasi in quello stesso anno nella guerra contro i Parti, a seguito dell’annientamento delle legioni guidate da Crasso nella battaglia di Carre, e del malcontento latente in una Gallia stanca di guerre, Vercingetorige, tradendo l’alleanza con i Romani, aspira al potere regale. Riesce ad ottenerlo e, riunendo attorno a sé una coalizione di tribù galliche mai vista fino ad allora, si fa paladino della libertà della Gallia combattendo contro Giulio Cesare, che proprio in quel periodo stava conducendo in quei territori, in qualità di proconsole, una vittoriosa campagna di conquista ed annessione.
Con il massacro di Cenabum (Orléans), comincia ufficialmente la rivolta gallica. Vercingetorige, ben consapevole della superiorità tattica romana, evita ogni scontro in campo aperto, utilizzando la strategia della guerriglia e della “terra bruciata” per tagliare i rifornimenti alle undici legioni di Cesare.
In questa prima parte dell’articolo dedicato al valente condottiero gallico andremo ad analizzarne le origini e l’aspetto, vedremo il contesto storico in cui la rivolta si inserisce, e vedremo nel dettaglio sia l’incredibile tattica di assedio romana alla città di Avarico, cosa è un oppidum e le ragioni della sconfitta di Cesare a Gergovia, alla cui battaglia è dedicato un bellissimo museo multimediale dalle suggestive terrazze panoramiche sulla vallata sottostante che merita sicuramente una visita. Il tutto, come sempre, illustrato da mappe dettagliate e contenuti multimediali. Buona lettura!

INDICE DEI CONTENUTI (clicca qui per aprire il menu)
IL CONTESTO STORICO: CESARE IN GALLIA
LA RIVOLTA DI VERCINGETORIGE (52 a.C.)
IL PROLOGO: IL MASSACRO DI CENABUM
VERCINGETORIGE DIVIENE RE DEGLI ALVERNI
LA STRATEGIA DI VERCINGETORIGE: LA TERRA BRUCIATA
IL RITORNO DI CESARE NELLA GALLIA NARBONENSE
- Cos’è un oppidum
- Le forze in campo
- Le incredibili opere d’assedio romane
- I Galli tentano la sortita
- L’assalto finale romano
VERCINGETORIGE NON MOLLA, ANZI…
LA SCONFITTA DI CESARE: GERGOVIA
VERCINGETORIGE EVITA LO SCONTRO FRONTALE
LE ORIGINI
La data di nascita di Vercingetorige non ci è pervenuta da alcuna fonte a noi conosciuta, se non indirettamente per una deduzione dal testo di Cesare, in cui il capo gallo viene definito “adulescens” nel 52 a.C., ossia, nel diritto romano, un uomo di meno di trent’anni. Si può dunque dedurre una data di nascita che s’aggiri intorno all’anno 80 a.C.

Vercingetorige nacque nell’Alvernia, una regione storica dell’odierna Francia centro-meridionale, lungo il territorio del Massiccio Centrale, un massiccio ercinico (ossia derivante dall’insieme dei fenomeni orogenetici di corrugamento del periodo Carbonifero e Permiano, che portarono alla emersione e al sollevamento di catene montuose in diverse regioni della Terra; molto importanti sono quelle dell’Europa occidentale e centrale) risalente alla fine del Paleozoico che si estende per quasi un sesto della superficie totale della Francia.

Stando a quanto asserisce Strabone, la sua città natale sarebbe stata Gergovia – ma è possibile prendere in considerazione anche la città di Nemosso (menzionata tra l’altro quale capitale della tribù degli Arverni da Strabone stesso) -, identificata talvolta con l’attuale Clermont-Ferrand, benché gli scavi archeologici più recenti sembrerebbero farne propendere l’identificazione più corretta con la vicina città di Corent, nell’odierna zona di Limagne.
Vercingetorige era figlio di Celtillo, capo di uno dei clan principali degli Arverni, una delle tribù galliche più potenti e influenti, che sul finire del II secolo a.C. s’oppose all’espansionismo sempre più incalzante dei Romani in Gallia. Celtillo, che presso la propria tribù ricopriva inoltre la carica di vergobret (capo militare), sarebbe stato poi condannato a morte dalle stesse famiglie aristocratiche arverne per aver tentato di ristabilire a suo vantaggio il regime dinastico, abolito precedentemente su pressione romana, quando gli Arverni uscirono sconfitti dallo scontro con questi nel 121 a.C.
Celtillo lasciò al mondo un figlio – Vercingetorige, appunto – con un nome e una discendenza importante, ma privo di qualsiasi lascito di potere, eccetto quello che si sarebbe procurato lui stesso, seguendo forse gli ambiziosi sentimenti di rivalsa che lo animavano.
IL NOME

Cesare stesso e numerose monete riportano suo nome: le monete precisano l’esatta onomastica in VERCINGETORIXS. Per lo storico romano Floro “il suo stesso nome sembrava fatto per incutere terrore“, nome la cui origine è stata a lungo un mistero.
Per lungo tempo, dopo la riscoperta ottocentesca dei Galli e di Vercingetorige, gli autori si sono interrogati per scoprire se la parola “Vercingetorige” fosse realmente un nome proprio di persona, o se esso volesse semplicemente dire “il capo” in lingua gallica. Così Jules Michelet, nella sua Histoire de France lo chiama “il Vercingetorige” (“le Vercingétorix”).
Vi sarebbero quindi vari re così denominati nella storia della Gallia, il che darebbe ragione alla relativa abbondanza e distribuzione dei pezzi monetali gallici recanti questa iscrizione. Tuttavia, la difficoltà resta dal momento che “il” Vercingetorige portava già quel nome prima ancora che gli venisse conferita la responsabilità suprema.
Oggi è comunemente accettato quello che i filologi vanno scrivendo da tempo: il nome di per sé non riporterebbe nient’altro che un titolo onorifico, ricavato dai termini gallici Ver– (da pronunciarsi “uer”), che si tratta d’una forma di superlativo –cingeto– (da pronunciare verosimilmente “chinghéto”), traducibile grossomodo come “guerriero”, e –rix, letteralmente “re”, equivalente del latino rex, un suffisso presente peraltro in molti nomi di condottieri e sovrani celtici (nel suo De bello Gallico, ad esempio, Cesare menziona due capi celtici di nome Cingetorige).
Lo si può tradurre perciò come “Il grandissimo re dei guerrieri” oppure, più alla lettera, “Il grandissimo re guerriero”.
L’ASPETTO
Non vi è alcun ritratto di Vercingetorige censito nella scultura dell’epoca. Nel XIX secolo, scultori, pittori e illustratori, lo rappresenteranno secondo i canoni e i criteri dell’epoca, ispirandosi alle descrizioni letterarie degli autori antichi, tra cui Cesare, che ci presentano i Galli grossi, capelluti e baffuti.
Paradossalmente, il vero volto di Vercingetorige potrebbe apparire su un denario romano in argento battuto nel 48 a.C. dal magistrato monetario Lucio Ostilio Saserna. Raffigura il ritratto di un capo gallico che indossa nobilmente un paludamentum con una fibula: mostra un viso stanco ed emaciato, i capelli rivolti all’indietro e raccolti in ciocche, con baffi e barba, e uno scudo dietro la testa. L’altra faccia mostra un auriga che guida una biga che conduce un guerriero gallico nudo che brandisce una lancia e uno scudo, una delle tecniche di combattimento preferite dai Galli. Questo denario è stato battuto da un magistrato assai vicino a Giulio Cesare, nell’epoca in cui Vercingetorige era prigioniero a Roma; per questo motivo alcuni numismatici ritengono che potrebbe trattarsi di un vero ritratto dello stesso Vercingetorige.

In effetti, al momento della realizzazione di questa moneta, il personaggio gallico più celebre a Roma non poteva che essere il modello per eccellenza per gli incisori. Altri ritengono che si tratti di un personaggio in età più avanzata di Vercingetorige (allora di circa 32 anni) e pensano a un’allegoria della vittoria romana sui Galli. Il suo ritratto emaciato potrebbe essere, tuttavia, il riflesso di un corpo provato da quattro anni di dura prigionia, o vorrebbe tradurre la volontà di marcare l’aspetto indebolito e disperato di un nemico prestigioso.
GLI ARVERNI

Gli Arverni sono stati la tribù più ricca tra le antiche tribù della Gallia a causa di:
- Molte miniere d’oro, argento e altri metalli preziosi (scavate almeno dal 400 a.C.).
- Una metallurgia e un artigianato complessi. (Nel De bello Gallico, di Cesare, Vercingetorige è descritto con “una grande corazza fatta di molti pezzi d’argento assemblati che riflettono il sole”).
- Coniare proprie monete e una grande forza di scambio con le tribù vicine.
- La fabbricazione di ceramiche (Lezoux, ecc.)
- Le loro vittorie sulle tribù vicine, come Edui e tribù vassalle.
IL CONTESTO STORICO: CESARE IN GALLIA

Durante il suo consolato (59 a.C.), Cesare, con l’appoggio degli altri triumviri (Pompeo e Crasso), ottenne con la Lex Vatinia del 1º marzo il proconsolato delle province della Gallia Cisalpina e dell’Illirico per cinque anni e il comando di un esercito composto da tre legioni. Poco dopo un senatoconsulto aggiunse anche quella della Gallia Narbonense, il cui proconsole era morto all’improvviso, e il comando della X legione. Cesare aveva infatti bisogno di importanti vittorie militari così da costruirsi un suo potere personale con il quale controbilanciare quello che Pompeo si era costruito con le vittorie ottenute in Oriente.
La situazione della Gallia prima di Cesare Nell’anno 60 a.C., la Gallia cisalpina quella transalpina (rinominata poi “Narbonense”) erano province romane, mentre la Gallia Aquitania, la Gallia Belgica e la Gallia Lugdunense restavano in mano a tribù galliche, di diversa importanza, non sottomesse all’autorità di Roma. Cesare, che era governatore della Gallia cisalpina e della transalpina, parla di questo insieme di popoli e territorio, non facenti parte dell’effettivo della Repubblica ma nondimeno variamente dipendenti dal potere di Roma, come costituenti quella che veniva definita la Gallia Comata (“Gallia chiomata”, in riferimento cioè alle capigliature tipicamente lunghe dei Galli e con ciò ad esemplificare la loro estraneità al mondo romano-alessandrino), in contrapposizione a quella Togata (cioè “cinta” dalla toga, in riferimento dunque al loro far ormai parte della società romana), costituenti invece le sue parti conquistate.
Come poi illustrato dallo stesso Cesare nei suoi Commentarii, la Comata veniva solitamente divisa in tre parti, ognuna delle quali abitata a parer suo da popolazioni tra loro diverse tanto sul piano socioeconomico, quanto su quello politico e culturale: “ Gallia est omnis divisa in partes tres, quarum unam incolunt Belgae, aliam Aquitani, tertiam qui ipsorum lingua Celtae, nostra Galli appellantur”, esordisce infatti Cesare nel suo famoso incipit: “Tutta la Gallia è divisa in tre parti: una è abitata dai Belgi, un’altra dagli Aquitani, la terza da quelli che nella loro lingua si chiamano Celti e nella nostra Galli”.
La Gallia di allora comprendeva più di sessanta popoli, di cui alcuni ben conosciuti, come gli Arverni, gli Edui, i Sequani e i Remi. In quei territori, molto popolosi, si contavano dai 9 ai 10 milioni di abitanti.
Il pretesto
Cesare rivolse il suo interesse alla Gallia Comata e ai numerosi suoi popoli, divisi in molteplici fazioni, alcune delle quali erano favorevoli allo stesso popolo romano. Al proconsole serviva soltanto un pretesto per mettervi piede in armi, pretesto che fu fornito dalla migrazione degli Elvezi, stanziati tra il Lago di Costanza, il Rodano, il Giura, il Reno e le Alpi Retiche.
Nel 58 Cesare si trovava ancora a Roma quando venne a sapere che gli Elvezi si stavano preparando a migrare verso le regioni occidentali della Gallia, con l’intento di attraversare il territorio della Gallia Narbonense. Il passaggio di un intero popolo all’interno della provincia romana avrebbe senza dubbio procurato enormi danni e avrebbe potuto spingere gli Allobrogi, che vivevano in quell’area, a ribellarsi contro il dominio romano. Inoltre, i territori abbandonati dagli Elvezi avrebbero potuto essere occupati da popoli germanici, che sarebbero così divenuti pericolosi e bellicosi vicini dei possedimenti romani.
La guerra in Gallia
Cesare si affrettò a raggiungere da Roma, con la X Legione, la Gallia Narbonense, percorrendo fino a 140-150 chilometri al giorno e arrivando a Ginevra il 2 aprile. Come prima misura il proconsole romano diede l’ordine di distruggere il ponte sul Rodano presso Ginevra così da rendere più difficoltoso l’attraversamento del fiume. Nella Narbonense arruolò truppe ausiliarie e reclute, oltre a disporre che le tre legioni di stanza ad Aquileia lo raggiungessero ed a predisporre la formazione di due nuove legioni (la XI e la XII) nella Gallia Cisalpina. Cesare aveva bisogno di guadagnare tempo: disponeva infatti della sola X legione, quindi di una forza troppo esigua per respingere un popolo in marcia che stava per abbattersi sulla provincia con oltre 368.000 individui, di cui 92.000 uomini in armi.
Dopo alcuni scontri, Cesare riuscì a battere definitivamente gli Elvezi ed i loro alleati nella Battaglia di Bibracte. Secondo il racconto cesariano, tra i vinti sopravvissero solo 130.000 persone, su un totale iniziale di 368.000. Dopo la resa, il generale romano ordinò agli Elvezi di tornare nelle proprie terre, così da evitare che queste fossero occupate dai vicini Germani che si trovavano al di là di Reno e Danubio.
Questa battaglia segnò l’inizio vittorioso della conquista della Gallia, che ora, andremo a vedere schematicamente, sia per motivi di spazio che di opportunità, non essendo questa la sede per approfondirla.
È probabilmente in questo momento che Vercingetorige, allora ventenne entra a far parte dell’entourage militare di Cesare, di cui diviene uno dei contubernales (compagni di tenda). È Cesare a istruirlo sui metodi e le tecniche di guerra dei romani, in cambio della sua collaborazione e della sua conoscenza del territorio e delle usanze della Gallia Comata.
Sei anni di vittorie
La guerra che ha inizio durerà sei anni, con Cesare che condurrà vittoriosamente le aquile romane al di là del Reno e in Britannia (l’attuale Gran Bretagna). La guerra sarà un susseguirsi di campagne condotte ciascun anno contro le tribù galliche.
- Anno 58 a.C. Cesare decide di intervenire per impedire ai Germani di Ariovisto di minacciare la pace in Gallia. Li sconfigge in Alsazia, presso Mulhouse, e fissa sul Reno quella che sarà per secoli la frontiera tra i Galli e i Germani. Questi non potevano più oltrepassare il fiume per stabilirsi in Gallia senza l’avallo dei Romani.
- Anno 57 a.C. Contando sulla rapidità di dispiegamento delle sue truppe, Cesare si dirige verso il Nord-Est e decide di affrontare i Belgi che avevano ammassato ingenti forze sulle rive del fiume Aisne. Egli si attesta nei suoi accampamenti fortificati a nord del fiume, attendendosi di vedere all’opera gli effetti della mancanza di coesione dello schieramento avverso; successivamente egli affronta i Nervii di Ambiorige, e poi i Bellovaci. Nel frangente, i popoli dell’Armorica si sottomettono. La Gallia è sottomessa, la guerra è finita e Roma celebra l’eroe concedendo dieci giorni di festeggiamenti.
- Anno 56 a.C. Cesare si trova, tuttavia, ad affrontare il montare della resistenza, in particolare nei confronti dell’imposizione fiscale, e la ribellione dei potenti Veneti del Morbihan e dei loro alleati di oltre-Manica. La repressione contro la defezione dei Bretoni è impietosa: le élite sono massacrate e il popolo ridotto in schiavitù.
- Anno 55 a.C. Cesare deve affrontare un nuovo esodo di popolazioni germaniche, che in massa si riversavano in Gallia attraversando il Reno; il proconsole considera il Reno un limite invalicabile a difesa delle sue conquiste d’oltralpe, per cui non appena i Germani oltrepassano il fiume vengono sterminati dall’esercito romano, lasciando sul terreno, a dire di Cesare, quattrocentomila persone tra morti e feriti.
- Anni 54/53 a.C. una nuova rivolta interessa un popolo della Mosa, gli Eburoni, che riescono ad annientare una legione. Questo obbliga Cesare a mobilitare una decina di legioni con cui non esita a sterminare letteralmente quel popolo. Alcune rivolte sporadiche, come quelle dei Carnuti o dei Senoni, infiammano la primavera del 53 a.C. Il capo senone Accone è decapitato e Labieno, luogotenente di Cesare, richiama agli ordini i Treveri.
Con l’arrivo dell’inverno del 53 a.C., Cesare ritorna in Italia, spostandosi in Gallia cisalpina, uno dei suoi distaccamenti militari.
LA RIVOLTA DI VERCINGETORIGE (52 a.C.)
Volendo forse approfittare della difficile situazione creatasi nel 53 a.C., nella guerra contro i Parti, a seguito dell’annientamento delle legioni guidate da Crasso (che avevamo visto trionfare su Spartaco nell’articolo precedente) nella battaglia di Carre, e del malcontento latente in una Gallia stanca di guerre, Vercingetorige, tradendo l’alleanza con i romani, aspira di nuovo al potere regale la cui rivendicazione fu fatale a suo padre. Attorno al giovane condottiero si strinsero i popoli della Gallia centrale, a eccezione dei Lingoni e dei Remi. Anche gli Edui, da sempre alleati dei Romani, si schierarono contro Cesare, che si trovò così ad affrontare un nemico temibile sia per la consistenza numerica del suo esercito, sia per la disciplina che Vercingetorige seppe impartirgli (anche grazie al fatto di aver servito, come abbiamo visto, nella cavalleria alleata di Roma).
Cesare, che ancora si trovava nella Gallia Cisalpina (a Ravenna) per arruolare nuovi legionari da portare con lui in Gallia per completare le file delle legioni decimate dalla guerra dell’ultimo anno, venne a sapere di nuove agitazioni tra i Galli. I principi delle tribù si erano, infatti, accordati durante l’inverno per mettere in atto un piano che prima di tutto impedisse al proconsole di ricongiungersi al suo esercito, ed in secondo luogo per attuare la tattica dell’anno precedente, attaccando separatamente tutti i campi base delle legioni romane.
IL PROLOGO: IL MASSACRO DI CENABUM
Furono i Carnuti a dare il via alla rivolta, guidati da Cotuato e Conconnetodunno (“due scellerati“, nelle parole di Cesare). Essi si radunarono a Cenabum (l’odierna Orléans) e qui uccisero tutti i cittadini romani che vi dimoravano, esercitando il commercio in quelle regioni.
L’annuncio del massacro di Orléans vola di bocca in bocca, giungendo in serata fino al paese degli Arverni, distante più di 160 miglia, e determina l’apparizione di Vercingetorige nel resoconto di Cesare. Il giovane, cercando di rivendicare una posizione politica forte, come quella che fu di suo padre, con la dialettica infiammò gli animi di una parte della popolazione, incontrando tuttavia la contrarietà dell’oligarchia arverna, in capo a tutti lo zio paterno Gobannizione, forse responsabile dell’esecuzione di suo padre, venendo così cacciato dalla città.
VERCINGETORIGE DIVIENE RE DEGLI ALVERNI
Scacciato da Gergovia, Vercingetorige arruolò le sue truppe tra la gente abbandonata e miserabile delle campagne per ritornare in forze qualche giorno più tardi, mobilitando il popolo e imponendosi come il vero comandante supremo: venne acclamato re e inviò i suoi messi tra i principali popoli della Gallia nel tentativo di liberarla definitivamente dal giogo romano.
Vercingetorige in persona riuscì a guadagnare alla propria causa i Biturigi Cubi, normalmente membri della confederazione edua. In breve tempo fu l’ispiratore di un’alleanza dei popoli del centro e dell’ovest della Gallia contro il proconsole: riuscì a legare a sé Senoni, Parisi, Pictoni, Cadurci, Turoni, Aulerci, Lemovici, Andi e tutte le tribù che abitavano la costa atlantica.
Tra la fine del 53 e l’inizio del 52 a.C., i tradizionali alleati dei Romani fecero a poco a poco defezione e si schierarono sotto la bandiera di Vercingetorige.
Il lessico utilizzato da Cesare nell’esporre la presa di potere da parte di Vercingetorige è estremamente connotato e molto significativo per i destinatari a Roma; le parole che sceglie sono allo stesso tempo familiari ma in grado di ottenere da una parte dei lettori le reazioni attese: Vercingetorige è descritto come un uomo dal considerevole potere, ma la qualificazione dei suoi sostenitori reclutati nelle campagne utilizza dei termini idonei a gettare discredito agli occhi dei senatori romani. I termini di Cesare sono in effetti gli stessi utilizzati all’epoca per definire i sostenitori di Catilina o Clodio: Cesare, quindi, nega a Vercingetorige ogni legittimazione politica presentandolo come un uomo pericoloso.
LA STRATEGIA DI VERCINGETORIGE: LA TERRA BRUCIATA
Vercingetorige, nel corso di quell’anno, mostrerà il suo reale talento militare e politico creando dei problemi a uno degli strateghi romani più talentuosi.
La sua azione prese due strade: innanzitutto, organizzò la resistenza concependola come una guerra di disturbo (alla quale la geografia gallica si prestava peraltro in maniera eccellente) ricorrendo alla tattica della terra bruciata, avendo compreso che l’esercito romano era molto dipendente dalla logistica degli approvvigionamenti; nello stesso tempo si impegnò a federare il maggior numero possibile di tribù galliche contro Giulio Cesare. Una sola città venne risparmiata dalle fiamme che arsero la Gallia, Avarico, la vecchia fortezza dei Biturigi, che supplicarono Vercingetorige di risparmiare la loro capitale, una delle più belle di tutta la Gallia, confidando nel fatto che era situata in una posizione strategica assai vantaggiosa, poiché si trovava, infatti, in cima ad un’altura circondata da paludi, generando intralcio ad un esercito che tentasse di assediarla. Come vedremo più avanti, tutto ciò non fu sufficiente.
Nel gennaio del 52 a.C. Vercingetorige mise in gioco con successo le sue carte diplomatiche: inviò una serie di ambasciate presso vari popoli gallici per cercare di legarli a sé, non esitando a prendere ostaggi a garanzia dell’alleanza. Tentò di imporsi agli Edui (nell’attuale Saona e Loira), alleati dei Romani o, almeno di ottenerne la neutralità. Inviò uno dei suoi alleati, il cadurco (un popolo gallico, che ha dato il suo nome alla regione del Quercy e alla città di Cahors) Lutterio, verso sud, ai confini della provincia Narbonense, riuscendo a guadagnarsi l’alleanza dei Ruteni. La Gallia Narbonense fu in questo modo direttamente minacciata.
IL RITORNO DI CESARE NELLA GALLIA NARBONENSE
Cesare, in seria difficoltà, percepì il pericolo imminente di un’insurrezione generale in Gallia, e decise di interrompere il soggiorno in Cisalpina per raggiungere Narbona alla fine di gennaio, con lo scopo di ristabilire la sicurezza in quei territori.
Con audace e imprevista mossa tattica, decise di imboccare la difficile strada a nord tra i valichi innevati delle Cevenne, attraverso il Massiccio Centrale, in pieno territorio degli Arverni, per raggiungere Agendicum (Sens) la capitale dei Senoni. Vi ritrovò in febbraio le sei legioni acquartierate per l’inverno, con cui fronteggiare la rivolta che si espandeva al centro della Gallia. Altre quattro legioni vennero dispiegate sulla frontiera con i Treveri e lungo quella con i Germani.
Vedendo Cesare concentrare le proprie legioni, Vercingetorige riprese l’iniziativa e affrontò i Boi, un popolo alleato di Roma e soprattutto membro della confederazione edua, mettendo così alla prova la sua solidità e sfidando l’unico popolo gallico che gli resisteva.
Impose l’assedio all’oppidum di Gorgobina (presso Sancerre), ma il talento e l’intelligenza strategica di Cesare permisero ai Romani di beneficiare dell’aiuto logistico di tribù galliche come i Boi, i Remi, (regione di Reims) e soprattutto degli Edui, stringendo patti con tutti quelli che da tempo erano riluttanti a unirsi alle truppe arverne e alla coalizione ribelle.
L’ASSEDIO DI AVARICO
Avarico (in celtico Avaricon, in latino Avaricum) fu fondata dal popolo gallo dei Biturigi, un’antica tribù celtica divisa in due rami, abitanti entrambi nelle fertilissime campagne al centro della Gallia transalpina, non lontano dagli Edui.
I Biturigi si definivano “i re del mondo“: il termine veniva fatto derivare da bitu (o byth, byd), che significa “mondo”, e dal plurale della parola rix, “re”. Dai Biturigi prendono nome la regione del Berry e le città di Bourges e Bordeaux.
I due rami che formavano la tribù gallica erano i Biturigi Cubi e i Biturigi Vivisci. I Biturigi Cubi erano insediati nella Gallia Celtica centrale, all’interno della grande ansa della Loira, ed ebbero come capitale Avaricum; la popolazione era ricca in quanto sfruttava le miniere di ferro della zona.
Vercingetorige, come abbiamo visto, aveva messo in pratica la politica della terra bruciata. Nessun centro abitato, nessuna fattoria doveva servire all’approvvigionamento delle legioni romane. Gli abitanti di Avarico lo supplicarono tuttavia di risparmiare la loro città, difficilmente espugnabile grazie al fatto di essere quasi completamente circondata da un’area paludosa (i famosi marais, paludi), da un fiume, dove rimaneva scoperto solo un piccolo e stretto passaggio e da una potente cinta difensiva.
Vercingetorige alla fine, cedette alle pressioni ed assegnò 10.000 uomini per la difesa di Avaricum; ottenuto questo, i Biturigi aderirono al suo piano di “terra bruciata” e diedero fuoco a venti delle loro città fin dal giorno successivo.
Cos’è un oppidum
Avarico era un oppidum. I Latini chiamavano oppidum una città fortificata priva di un confine sacro (il pomerio), proprio invece dell’Urbe. Giulio Cesare utilizzò questo termine anche per gli insediamenti che trovò in Gallia; ogni tribù gallica controllava diversi oppida.
Gli oppida circondati da fortificazioni in terra e pietra (il cosiddetto murus gallicus) erano chiamati oppida fortificati, tipo di insediamento della tarda età del bronzo, circondati da un terrapieno e da una fossa. L’oppidum fortificato differisce dalle fortezze di collina in quanto non è necessariamente situato su un rilievo elevato e per il fatto di essere un insediamento permanente con una rilevante funzione economica. Oltre che come fortezze di collina rioccupate, si possono trovare anche a bordo valle e vicino ai fiumi.
Lo sviluppo degli oppida ha costituito una pietra miliare nell’urbanizzazione del continente europeo; gli oppida sono i primi insediamenti a nord del Mar Mediterraneo che possono essere descritti come vere e proprie “città”.
I Romani utilizzarono l’infrastruttura degli oppida come centri amministrativi per i territori conquistati, e molti divennero poi città romane (questa transizione spesso comportava uno spostamento del centro della città dalla collina alla pianura).
Le forze in campo
Vercingetorige, perseguendo la sua strategia, tesa ad ostacolare gli approvvigionamenti all’esercito invasore romano, mosse il suo campo, ponendolo a sole 16 miglia dalla città di Avaricum. Costringeva i Romani a difendersi, ogni volta che uscivano dal loro accampamento alla ricerca di foraggio e frumento. E se i Romani, per necessità si disperdevano allontanandosi troppo dal loro campo, li assaliva infliggendo loro gravi perdite.
Vercingetorige voleva “fermare” le legioni, esporle a una guerra di logoramento impegnandole in un lungo assedio di una città ritenuta inespugnabile, per meglio attaccarle quando esse fossero state sufficientemente indebolite.
Cesare poteva comunque contare per l’assedio su otto legioni (circa 35.000 uomini) ed un numero di ausiliari pari a circa 4-5.000 armati compresa la cavalleria germanica.
Le incredibili opere d’assedio romane
Ma la tecnica di Vercingetorige si arenò contro l’incredibile abilità di Cesare in materia di assedi: il proconsole pose l’assedio di fronte a quella parte della città dove alcuni fiumi e la palude lasciavano uno stretto passaggio, e cominciò a costruire un terrapieno di fronte alle mura (il cosiddetto Murus gallicus) dell’oppidum gallico, ad avvicinare le vineae (tettoie mobili alte circa 7 piedi, larghe 8 piedi e lunghe 16 -2,1 x 2,4 x 4,8 metri-, riparate sui lati da vimini. Se ne potevano unire numerose in modo da formare un corridoio protetto e coperto per proteggere i soldati che si avvicinavano alle mura) ed a costruire due torri d’assedio. La natura del luogo impediva, infatti, di cingere la città con una linea fortificata continua, come fece più tardi ad Alesia.
E mentre costruiva queste opere militari, sollecitò per i rifornimenti gli alleati galli degli Edui e dei Boi. L’esercito romano si trovava in gravi difficoltà negli approvvigionamenti di grano, per la povertà dei secondi e la cattiva volontà dei primi. Per diversi giorni, infatti, l’armata romana fu costretta a tollerare la fame, ma malgrado le legioni fossero allo stremo, i soldati romani resistettero.
Sebbene vi fossero questi continui impedimenti per l’esercito romano, i legionari, pur ostacolati dal freddo e dalle frequenti piogge, riuscirono a superare tutte le difficoltà ed a costruire nei primi venticinque giorni di assedio, un terrapieno largo quasi 100 metri ed alto quasi 24 metri, di fronte alle due porte della cittadella. Cesare, era così riuscito a raggiungere il livello dei contrafforti, tanto da renderli inutili per la difesa degli assediati.
I Galli tentano la sortita
Alla terza vigilia (poco prima di mezzanotte) del venticinquesimo giorno di assedio (in pieno aprile), i Galli tentarono un disperato attacco. La battaglia infuriò per tutta la notte. Da una parte i Galli nel tentativo di dare a questo assedio un colpo definitivo per la sua cessazione, e credendo che la salvezza dell’intera Gallia si decidesse tutta in questo scontro finale; dall’altra i Romani, che dopo aver tanto lavorato a quelle opere di ingegneria militare, al freddo, sotto la pioggia, oltre a patire la fame, non potevano sopportare di veder svanire il lavoro ininterrotto di quasi un mese. Alla fine, prevalse la ferrea disciplina dell’esercito romano ed i Galli furono nuovamente respinti all’interno della città.
L’assalto finale romano
Cesare fece avvicinare una torre d’assedio alle mura della città, e ripristinò le fortificazioni in parte distrutte dal precedente attacco nemico. L’assedio, iniziato ormai da 27 giorni, fu finalmente portato a termine quando, scoppiato un grande temporale che costrinse le guardie galliche a cercare riparo invece di montare la guardia, il proconsole romano ritenne fosse giunto il momento opportuno di attaccare, considerando sia la difficoltà dei nemici di appiccare nuovi fuochi al terrapieno sotto una pioggia battente, e sia la minor cura con cui il servizio di guardia delle mura sarebbe stato disposto rispetto ad altri momenti.
Cesare trasferì segretamente i suoi soldati, attraverso le vineae, nelle torri e nelle mura, lanciando un brutale assalto. Dopo aspri combattimenti sulle mura, che crollarono rapidamente, i Galli sopravvissuti si ritirarono nel centro della città, stretti a cuneo, determinati a combattere fino alla fine. I soldati romani, esasperati dalle lunghe fatiche patite nel corso di quell’ultimo mese, bruciarono l’intera città e trucidarono l’intera popolazione, comprese le donne, i vecchi ed i bambini. Dei 40.000 abitanti solo 800 si salvarono.
La conquista della città più ricca dei Biturigi contribuì a sollevare il morale dell’esercito romano, il quale poté non solo fare bottino delle abbondanti ricchezze della città ma rimpinguarsi per alcuni giorni con le notevoli provviste qui trovate.
VERCINGETORIGE NON MOLLA, ANZI…
Vercingetorige, impose ai suoi di non abbattersi. Il capo gallico aggiunse che la sconfitta era stata causata soprattutto dalla mancanza di previdenza da parte dei Biturigi e dall’eccessiva arrendevolezza degli altri. Si doveva, ora più che mai, procedere ad unire tutti i popoli della Gallia contro l’invasore romano e cacciarlo definitivamente dai loro territori.
Se, infatti, la caduta di Avarico fu senza dubbio un rovescio per Vercingetorige, una parte della sua strategia era ad un passo dal successo: le legioni soffrivano le privazioni e, soprattutto, gli alleati di Roma iniziavano a passare sull’altro campo.
Gli Edui passano di campo
Ma ancora più minaccioso per Cesare fu il fatto che gli Edui, divisi e sull’orlo di una guerra civile, sembravano sul punto di unirsi alla coalizione gallica. In effetti, la fazione capeggiata dal nobile Coto, perse il potere a vantaggio di Convictolitave, proveniente da un’antica e potente famiglia. L’intervento diretto di Cesare, infatti, gli impose di deporre le armi in favore del rivale, la cui nomina era avvenuta in conformità delle usanze edue. Ma nel giro di qualche settimana, gli Edui, divisi ed esitanti, sotto l’impulso di Convictolitave, secondo le parole di Cesare corrotto dal denaro, finiranno per passare al fianco di Vercingetorige.
Contemporaneamente, si ribellano altri popoli della confederazione edua, come Parisii e Senoni, obbligando Cesare a inviare Labieno con quattro legioni per ristabilire l’ordine.
LA SCONFITTA DI CESARE: GERGOVIA
Cesare, comunque, aveva intenzione di battere Vercingetorige in una campagna rapida ed efficace, reprimendo la rivolta in poche settimane. Ma sottovalutò il suo avversario. Infatti, dopo aver diviso l’esercito, affidando, come abbiamo visto, quattro legioni a Labieno, risalì la sponda destra del fiume Elaver puntando dritto, con le restanti sei, a Gergovia, la capitale degli Arverni, covo della coalizione, dove si rifugiava Vercingetorige.
L’assedio
Cesare si apprestò ad assediare Gergovia con sei legioni: si trattava della VI, VIII, IX, X, XIII e XIIII.
Vercingetorige deve essere stato in possesso di 60/80.000 armati come suggerirebbe il confronto tra due passi del De bello Gallico.
Cesare dispiegò il suo “Grande Campo” a sud-est della città. Si impossessò, in una notte, di un accampamento presidiato dai Galli sulla collina di Roche Blanche, l’accampamento minore, e fece scavare una doppia fossa, che congiungeva l’accampamento maggiore con il minore, in modo da costituire un camminamento protetto da palizzate per i soldati che volessero spostarsi da un campo all’altro in sicurezza.
Il proconsole, per ingannare il nemico, tentò quindi uno stratagemma per sconfiggere gli assediati; finse di voler conquistare un colle precedentemente invaso dai Galli. Per farlo, vi inviò truppe e legionari travestiti da cavalleria. Nel frattempo, spostò il grosso delle sue truppe dall’accampamento principale a quello più piccolo utilizzando il doppio fossato. Gli Edui, che era riuscito a collegare al suo movimento, lanciarono un attacco da destra, abbandonando l’accampamento principale. I Galli radunarono allora le loro truppe su questo versante dell’oppidum per rinforzare le difese.
Nel frattempo, Cesare sferro il suo attacco sul fianco opposto, a sud, con tre legioni che sopraggiungevano ai piedi delle mura. Ma i Galli, allertati da messaggeri, lanciarono la cavalleria in direzione degli assalitori e compiono una strage tra i legionari dell’VIII.
Una ritirata disastrosa
Cesare, alla testa della Decima Legione, vedendo i suoi soldati respinti, fece suonare la fine della battaglia. Ma la topografia del sito sventò i suoi piani e molti dei suoi soldati non udirono il segnale e continuarono a combattere sotto i bastioni, compresi i soldati dell’Ottava Legione. Inoltre, la cavalleria degli Edui, intervenendo sul fianco destro, non riconosciuta dai Romani dell’VIII legione, che li avevano scambiati per nemici, aveva destato negli stessi il timore di essere stati ingannati e circondati. Anche il legato Tito Sextio, che si trovava presso il campo minore, fu invitato ad uscire insieme alle coorti della legio XIII e legio VIII (quest’ultima comandata dal centurione Marco Petreio Cesariano), per frenare l’impeto dei Galli che inseguivano i Romani con troppa violenza.
Vercingetorige, che era andato a difendere l’accampamento gallico attaccato, tornò a Gergovia e lanciò una carica di cavalleria che disperse le legioni romane, le quali dovettero poi affrontare nuovamente la fanteria gallica. La ritirata ordinata da Cesare avvenne quindi in pessime condizioni e i Romani subirono perdite ingenti. L’esercito romano ristabilì la sua posizione solo quando i soldati che avevano raggiunto il vallo, e che erano riusciti a sfuggire alla carica e alla mischia, si unirono alle forze della decima legione e alle truppe della tredicesima.
Al termine dello scontro, come risulta dal racconto di Cesare, furono uccisi quasi 700 legionari e ben 46 centurioni.
VERCINGETORIGE EVITA LO SCONTRO FRONTALE
Cesare, affinché i soldati non si scoraggiassero ed attribuissero al valore del nemico ciò che era dipeso dalla posizione sfavorevole, dispose che le legioni fossero schierate in ordine di battaglia ed in posizione adatta di fronte al campo romano. E così fece anche il giorno successivo, ma poiché Vercingetorige era deciso a trattenere le sue truppe all’interno delle fortificazioni e non scendeva verso la pianura per accettare battaglia, certamente per il timore della superiore tattica bellica dell’esercito romano, Cesare abbandonò l’assedio e si mosse per ricongiungersi con le quattro legioni che aveva lasciato presso i Parisi sotto il comando di Labieno: riteneva necessario compattare le forze ed affrontare il nemico prima che il malcontento si diffondesse all’intera Gallia.
Anche in questa circostanza Vercingetorige non inseguì Cesare, continuando a rimanere arroccato dentro Gergovia, cosa che peraltro dimostra l’acerbità della sua esperienza militare rispetto a quella del proconsole romano.
ARCHEOLOGIA DI GERGOVIA
Il racconto di Cesare nel suo De bello Gallico è stato analizzato dagli archeologi fin dalla metà del XIX secolo. I primi scavi furono condotti dal Colonnello Stoffel nel 1862, in una località identificata con la montagna di Medogne, un plateau che si trova a circa sette chilometri a sud di Clermont-Ferrand. Tali scavi portarono alla luce fossati che conducevano al piccolo accampamento di Cesare sulla collina di La Roche-Blanche (5,5 ettari) e al grande accampamento di Serre d’ Orcet (35 ettari). Gli scavi condotti tra il 1936 e il 1939 riportarono alla luce i fossati, ma la loro scarsa divulgazione rese difficile la valorizzazione dei reperti.
di Jean Teillard sull’altopiano di Gergovie.
I rilievi effettuati nel 1995 hanno confermato le conclusioni di Stoffel e hanno permesso di valutare meglio l’antica estensione dei fossati, oggi fortemente erosi. Sono stati rinvenuti materiali ben datati al periodo corrispondente alle guerre galliche (anfora Dressel 1), nonché equipaggiamento militare romano (aste di catapulta in ferro rinvenute nei fossati del piccolo accampamento). Per molti specialisti dell’epoca, come Christian Goudineau, la dimostrazione che Gergovia si trovava effettivamente sul sito ufficiale era stata fatta.
Una delle ultime campagne di scavo ha rivelato un tratto di bastione di costruzione mal realizzata, testimonianza senza dubbio di lavori eseguiti in fretta e che potrebbe corrispondere alle fortificazioni improvvisate che Cesare menziona nel suo resoconto della battaglia
Durante la campagna di scavi del 2007, gli scavi hanno portato alla luce un albero di catapulta romana congelato in posizione primaria in una fossa a pochi metri dal bastione.
Sull’altopiano sono state rinvenute numerose vestigia dell’occupazione dei Galli prima e dei Gallo-Romani dopo. Si possono vedere i resti dell’antico santuario, delle mura, delle porte d’accesso, di un quartiere di artigiani nonché vie e piazze lastricate. Resti di anfore trovati un po’ ovunque testimoniano la vivacità degli scambi commerciali che esistevano tra Gergovia, gli altri popoli della Gallia e Roma. L’oppidum ha continuato a svilupparsi fino all’inizio della nostra era (dal 10 al 20 d.C.) prima di lasciare il posto di capitale ad Augustonemetum, l’attuale Clermont-Ferrand a pochi km di distanza.
Nel 1900, all’estremità orientale dell’altopiano, fu eretto un monumento commemorativo a Vercingetorige, opera dell’architetto di Clermont Jean Teillard.
IL MUSEO DELLA BATTAGLIA DI GERGOVIA
Aperto sin dal 19 ottobre del 2019, il Museo archeologico della Battaglia di Gergovie accoglie i suoi visitatori nel cuore dell’unica vittoria di Vercingetorige su Giulio Cesare. Tale itinerario esplora la storia dei Galli in Alvernia e le origini geologiche dell’Altopiano delle Gergovie. Dallo spettacolare belvedere dell’altopiano di Gergovia si può ammirare un panorama a 360° sui vasti paesaggi dell’Alvernia. Settanta ettari di natura maestosa si offrono alla vista, dal massiccio del Sancy all’altopiano del Cézallier, passando per la Catena dei Puys e la Faglia di Limagne, recentemente iscritte al patrimonio mondiale dell’UNESCO.
Edificio esteso per 1.200 metri quadri su tre distinti livelli, esso è stato progettato per integrarsi al meglio tanto nella natura circostante quanto nelle vicende antiche che esso racconta. Sito sul leggendario Altopiano delle Gergovie, esso permette un tuffo indietro nel tempo all’epoca romana e non soltanto grazie a 600 metri quadri di spazio di esposizione vivace e interattivo, fatto di oggetti e multimedia, grafici e modelli, reliquie e ricostruzioni, laboratori didattici ed eventi all’aria aperta.
Nella sala centrale del museo, uno spettacolo audiovisivo proietta immagini su uno schermo gigante per accompagnare nel vivo delle peripezie della battaglia e, attraverso l’esposizione di oltre 250 fra reperti e vestigia riportate alla luce dagli scavi si può prendere coscienza della vita quotidiana di questa cittadina della Gallia. Una parete di 50 metri espone armi, monete, oggetti d’arte, gioielli e utensili di ogni genere e utilizzo.
Una trentina fra plastici e modellini e 40 animazioni video accompagnano il visitatore in una full immersion della battaglia mentre un’opera digitale su cinque schermi coinvolge nella formazione e nell’evoluzione del paesaggio dell’Alvernia nel corso delle varie ere geologiche a partire dalla preistoria.
A completare l’area museale vi sono splendide ricostruzioni di tenute militari e fortificazioni gallo-romane.
Dotato di ampie vetrate, il museo è in simbiosi con il parco archeologico circostante e con le stesse scarpate panoramiche che Cesare non riuscì ad espugnare in quello sfortunato giugno. Dall’alto, è possibile ammirare pure i campi dove sono stati rinvenuti i solchi perimetrali dei due accampamenti romani. Tutt’attorno, brillano le vallate cinte dall’impressionante catena verdeggiante dei circa 80 vulcani spenti d’Alvernia.
VERCINGETORIGE, COMANDANTE SUPREMO DELLA COALIZIONE
Vercingetorige si impose definitivamente come leader della coalizione durante la grande riunione dei capi gallici a Bibracte, raggiungendo la sua consacrazione ufficiale. Una gran parte dei popoli gallici, per la prima volta nella storia, si trovarono ora uniti in un unico sentimento nazionale formatosi tra tante realtà rissose e individualistiche. Egli voleva probabilmente sconfiggere Cesare in maniera definitiva e credeva nella propria superiorità, sebbene metà delle sue potenziali truppe non gli fosse ancora pervenuta (quelle truppe costituiranno in seguito l’esercito che correrà in suo aiuto nell’assedio di Alesia).
Cesare sapeva di non poter contare ormai su nessun alleato in Gallia, a parte i Lingoni e i Remi. Solo contro tutti, doveva assolutamente tentare di ricongiungere le sue legioni a quelle di Labieno, cercando lo scontro risolutivo contro Vercingetorige.
NEL PROSSIMO EPISODIO: La vittoria di Gergovia galvanizza Vercingetorige, che vede il suo obiettivo di liberare la Gallia ad un passo dal compiersi, al punto da sfidare in campo aperto con la cavalleria le legioni di Cesare che, nel frattempi, si erano riunite con quelle di Labieno, riportando una sconfitta che lo induce a compiere un fatale errore strategico: rinchiudersi ad Alesia, una formidabile ed imprendibile città-fortezza che solo il genio di Cesare potrà averne ragione. Vi aspettiamo!
SE TI SEI PERSO GLI ARTICOLI PRECEDENTI DELLA SERIE “I GRANDI NEMICI DI ROMA”:
