
Il nome di Spartaco è divenuto sinonimo di ribellione all’oppressione, alla rivendicazione dei diritti umani, al coraggio. Ma sarà proprio così? In questo articolo della serie “I grandi nemici di Roma” andremo a ripercorrere le vicende di un personaggio che ha scosso alle fondamenta la società romana dell’epoca, la cui economia si basava sulla forza lavoro degli schiavi. Ad essi era riservato, durante il periodo repubblicano, un trattamento duro: secondo la legge, uno schiavo non era una persona, ma una proprietà privata della quale il padrone poteva abusare, che poteva danneggiare o uccidere senza conseguenze legali. L’uccisione di uno schiavo era, tuttavia, un evento abbastanza raro, in quanto si concretizzava nell’eliminazione di forza lavoro produttiva.
Un’autentica condanna a morte era la cessione a una scuola di gladiatori, che in molti casi portava rapidamente alla dipartita. Ed è proprio da qui, dalla scuola gladiatoria di Capua, che prende avvio la storia di Spartaco, dalla sua condanna come disertore (era un ausiliario dell’esercito romano) dalla sua fuga con un pugno di compagni, anch’essi gladiatori, alla prima, grande vittoria contro i Romani nella Battaglia del Vesuvio, all’epoca un monte rigoglioso di vegetazione e vitigni e non l’infernale caldera di un secolo dopo. Ripercorreremo le sue strabilianti vittorie sui vari eserciti consolari, annientati uno dopo l’altro, inviati da un Senato che inizialmente prese sottogamba il fenomeno, giudicandolo la rivolta di un pugno di rubagalline, ma che si rivelò una vera e propria guerra quando il piccolo e raffazzonato esercito di Spartaco si trasformò in una temibile armata di 120.000 uomini, tutti schiavi o nullatenenti, attirati dalla promessa di libertà.
In questa prima parte vedremo le origini di Spartaco, i suoi clamorosi successi militari e la sua marcia inarrestabile che lo condusse fino al valico delle Alpi, davanti alle quale, misteriosamente, fece dietro-front, andando incontro al suo destino. Ma analizzeremo anche il fenomeno dello schiavismo in età repubblicana, l’esplosiva situazione sociale generata dal latifondismo in Campania, cos’era una scuola gladiatoria – e il suo lanista – e come era il “mestiere” del gladiatore, cercando di sfatare l’immagine stereotipata imposta dalla Tv. Vedremo anche come l’organizzazione interna dell’esercito spartachista abbia dato adito a teorie socialiste sulla presunta natura “proletaria” di Spartaco…
Il tutto, sempre con l’efficace supporto di immagini e contenuti multimediali. Buona lettura.

INDICE DEI CONTENUTI:
IL FENOMENO DELLA SCHIAVITU’ NELL’ANTICA ROMA
IL LATIFONDO IN CAMPANIA: UNA SITUAZIONE ESPLOSIVA
L’ORGANIZZAZIONE “COMUNISTA” DEI RIBELLI
LA VITTORIA CONTRO PUBLIO VARINIO
I RIBELLI FORMANO UNA VERA ARMATA
UNA VERA GUERRA: LA TERZA GUERRA SERVILE
DISCORDIE INTERNE: I RIBELLI SI SEPARANO
SPARTACO ANNIENTA DUE ESERCITI CONSOLARI
SPARTACO SI APRE LA STRADA DELLE ALPI
CHI ERA SPARTACO?

Di preciso si conosce ben poco sulla sua giovinezza, se non che con ogni probabilità nacque in Tracia, presso un non ben specificato luogo sulle rive del fiume Strimone (l’odierno fiume Struma, in Bulgaria), tra il 111 ed il 109 a.C. circa, in una famiglia d’aristocratici facente parte della tribù dei Maedi. Grazie alle fonti antiche, sappiamo che quel territorio era stato parzialmente integrato nella Macedonia romana, quindi è facile dedurre che il giovane Spartaco avesse frequentato ambienti greci, dove aveva imparato il greco, che in seguito gli sarebbe servito anche per l’apprendimento del latino, che parlava con fluidità. Ne venne fuori, dunque, una personalità multiforme, che gli sarebbe tornata presto utile, una volta diventato un miles romano, probabilmente tra l’87 e l’83 a.C., quando i Romani, impegnati in una campagna di riconquista dei territori greci, ebbero bisogno di nuove reclute.
Spartacus non era il suo vero nome, bensì un soprannome, o nome d’arte, datogli molto probabilmente da Lentulo Batiato, il “lanista” della scuola gladiatoria di Capua, e generato forse come una latinizzazione di Sparadakos (“famoso per la sua lancia”) o di Spartakos (che poteva forse indicare un particolare luogo della Tracia o il nome stesso d’un qualche sovrano leggendario della regione) o, ancora, come un possibile riferimento alla città-stato greca di Sparta, la città guerriera per antonomasia nell’immaginario antico.
SOLDATO, DISERTORE, SCHIAVO
Cosa spinse Spartaco ad arruolarsi nell’esercito nemico? Non possiamo saperlo. Certamente, la sua fu una decisione in controtendenza, considerato che in quel momento tutto l’Oriente era attraversato da un fremito antiromano. Possiamo ipotizzare che, data la sua giovane età, sia stato mosso da una passione per le armi, da un sentimento di ammirazione per l’integrità guerriera dei soldati romani o dal miraggio di una vita audace. Ma erano anche gli anni difficili delle guerre Mitridatiche, quando il bizzoso re del Ponto tentò con tutte le sue forze di espandere i suoi domini ai danni della Grecia. Spartaco era un pastore dei Maedi, ma era prima di tutto un guerriero pronto ad impugnare le armi per difendere il proprio villaggio.
Si arruolò quindi nelle milizie ausiliarie al servizio dei Romani. Indubbiamente, quelli furono anni decisivi, durante i quali Spartaco consolidò il suo carattere e irrobustì il suo corpo.

Spartaco abbandonò l’armata romana e con essa la possibilità di ascesa sociale che un’osservante milizia nell’esercito avrebbe potuto garantirgli. Ancora una volta, però, non conosciamo le motivazioni. Forse la dura disciplina cui era obbligato e magari la discriminazione in quanto milite straniero lo spinsero a disertare. Tuttavia, è possibile supporre che il suo abbandono fosse dovuto alla guerra che il console Appio Claudio Pulcro mosse contro i Maedi, la gente di Spartaco. Questa è chiaramente una congettura. Fatto sta, comunque, che divenne un desertor, reato punibile presso i Romani con la morte.
Tentò la fuga e si diede al brigantaggio ma, come riportato da Appiano di Alessandria, egli venne ben presto catturato, giudicato disertore e condannato, secondo la legge militare romana, alla riduzione in schiavitù, probabilmente (cosa non insolita) insieme alla moglie – una sacerdotessa della sua stessa tribù, dedita al culto di Dioniso.
Ormai schiavizzato, venne condotto a Roma e venduto come schiavo a Lentulo Batiato, un ricco lanista della scuola di gladiatori di Capua, che organizzava principalmente combattimenti privati per senatori, cavalieri e per chiunque potesse permettersi i suoi titani.
IL “MESTIERE” DEL LANISTA

Il lanista era il proprietario della scuola/caserma, il ludus gladiatorius, dove i gladiatori romani imparavano l’arte della “Gladiatura”. Sostanzialmente, era un imprenditore che faceva commercio di gladiatori e li affittava all’organizzatore (editor o munerarius) degli spettacoli gladiatorii, i munera, traendone il proprio profitto che non veniva meno neppure se il gladiatore fosse morto durante il combattimento; in questo caso infatti l’editor, oltre a pagare il prezzo d’ingaggio, risarciva al lanista anche il valore del gladiatore, una sorta di indennizzo per i suoi mancati guadagni futuri.
Questa era una delle ragioni per cui l’attività del lanista era disprezzata nel mondo romano e considerata di livello infimo, persino più basso di quello dei lenoni (gli sfruttatori della prostituzione, mezzani o ruffiani).
Il lanista era, in genere, un ex-gladiatore coadiuvato nella sua attività dai Doctores (o Magistri), abili veterani affrancati dallo status di gladiatore che, conclusa l’attività agonistica, erano stati insigniti del rudis (la spada di legno) ed elevati, pertanto, al rango di rudiarii; portava spesso una bacchetta (virga) considerata segno di comando ed aveva cura di riporre in luoghi diversi all’interno della palestra l’equipaggiamento dei suoi gladiatori a seconda della loro maestria.

Fu proprio la rivolta scoppiata nel ludus gladiatorius di Capua che segnò l’inizio del decadimento della professione del lanista. Fu quell’evento, infatti, che indusse il Senato romano ad assumere dei provvedimenti di maggior controllo sui gladiatori, sugli spettacoli e quindi, di fatto, su tutto il circuito gladiatorio, svuotando progressivamente di importanza la figura del lanista, la cui autorità rimase tale solo nelle lontane province dell’impero.
CHI ERANO I GLADIATORI

L’arte della “Gladiatura” era nata come forma di onoranza funebre per nobili romani e praticata attraverso i combattimenti dei bustuarii (una categoria di gladiatori che combattevano intorno al bustum – o pira – di una persona deceduta, durante la cerimonia delle sue esequie), divenuta in seguito una forma di spettacolo e uno sport nobile e di alto livello.
I gladiatori erano per lo più dei condannati a morte, prigionieri di guerra o schiavi ma anche, in epoca imperiale, uomini liberi di estrazione italica (auctorati) attratti dalla possibilità di ingenti guadagni, che coglievano l’opportunità di intraprendere la professione di gladiatore. Da un lato individui che avevano perso tutti i loro averi o che erano nell’impossibilità di ripagare un debito, dall’altro qualche pazzo scatenato con l’intenzione di provare l’ebbrezza di una nuova vita all’insegna del sangue. Per tutti questi, la carriera gladiatoria poteva rappresentare una svolta, sottomettendosi, tramite giuramento, al lanista, che aveva su di loro potere di vita e di morte.
Dopo l’iniziale periodo di ambientamento il lanista decideva insieme al magister, che giudicava le caratteristiche fisiche, la mobilità e la perizia sul campo, e ad un medicus, che ne valutava invece lo stato complessivo di salute, l’assegnazione del novizio (detto tiro) alla classe gladiatoria più idonea curandone, con la dieta e la ginnastica, lo sviluppo fisico e la tonicità muscolare.
Costretti ad un durissimo allenamento quotidiano e all’osservanza di una disciplina ferrea, i gladiatori venivano introdotti gradualmente all’arte del duello, prima contro sagome umane (palum) e poi contro veri avversari ma usando armi fittizie, fino ad ottenerne dei validi combattenti e dei professionisti dello spettacolo, addestrati ai segreti e all’etica della professione.
I gladiatori appartenenti ad una stessa palestra facevano parte di uno stesso gruppo, la familia gladiatoria.
L’età media di vita di un combattente si aggirava intorno ai venticinque anni. Ben pochi poterono bearsi della gloria terrena e dei tanti denari guadagnati in premio. I più valorosi tra i gladiatori venivano considerati veri e propri campioni di incassi, macchine da soldi per il fortunato lanista che li annoverava nella sua scuderia. Monete, donne e qualche lusso ripagavano gli sforzi nell’arena con la possibilità di vivere talmente a lungo da pagarsi il riscatto per la libertà.
I gladiatori di Spartaco non erano quelli delle serie Tv
All’epoca di Spartaco, tuttavia, siamo ben lontani dall’immagine classica e stereotipata che abbiamo dei gladiatori, ognuno equipaggiato secondo la sua specialità, cosa che sarebbe avvenuta in epoca imperiale.
Qui siamo nel I secolo a.C. e dunque dobbiamo rimuovere dalla nostra mente la figura del gladiatore così come sovviene nell’immaginario comune. Purtroppo, film e serie tv seguono spesso alcuni modelli prestabiliti che si allontanano di parecchio dalla veridicità storica per favorire l’immaginario collettivo.
All’inizio della loro storia nelle arene, questi combattenti si servivano soprattutto del classico gladio. Si difendevano con scudi, elmi e alcune protezioni per il corpo che richiamavano gli armamenti delle popolazioni sconfitte dall’Urbe, in primis Sanniti, Galli e Traci.
IL FENOMENO DELLA SCHIAVITU’ NELL’ANTICA ROMA
Apriamo una breve parentesi sulla schiavitù nell’antica Roma. In lingua latina schiavo si diceva servus oppure ancillus. Il titolare del diritto di proprietà sullo schiavo era detto dominus. I Romani consideravano l’essere schiavi come una condizione infame ed un soldato romano preferiva togliersi la vita piuttosto che diventare schiavo di un qualsiasi popolo ‘barbaro’.
Il fenomeno della schiavitù nell’antica Roma, con la conseguente disponibilità di una forza lavoro a basso costo sotto forma di schiavi, fu un elemento importante, anche se a livelli variabili nel tempo, nell’economia della Repubblica romana. Gli schiavi erano ottenuti sia tramite l’acquisto da mercanti stranieri sia attraverso la riduzione in schiavitù delle popolazioni straniere a seguito delle conquiste militari, come quelle del II e del I secolo a.C., in cui decine se non centinaia di migliaia di schiavi furono introdotti nell’economia romana da differenti zone dell’Europa e del Mediterraneo, con il risultato di impoverire ancora di più i piccoli contadini italici, i quali non potevano competere con le produzioni a bassissimo costo delle aziende con gli schiavi, per cui si indebitavano fino a diventare nullatenenti. Fu soprattutto a causa di questi nuovi poveri, che tendevano a rifugiarsi nelle grandi città, che Roma cominciò a organizzare spesso i giochi gladiatori, per poter in qualche modo distrarre la popolazione.
Mentre l’uso degli schiavi come servi, artigiani e valletti personali era limitato, un numero enorme era, invece, impiegato nelle miniere e nelle colture agricole della Sicilia e dell’Italia meridionale. Solo una minima parte era quella costituita dagli schiavi provenienti per lo più dalla Grecia o da colonie greche in Italia che riuscivano, grazie alla loro cultura, a raggiungere una posizione sociale abbastanza elevata o a evitare, comunque, una posizione di completa sottomissione.
Dopo essere stati venduti al mercato (il più importante fino all’inizio del I secolo a.C. fu quello dell’isola di Delo, dove secondo Strabone si trattavano 10.000 individui al giorno), gli schiavi diventavano oggetti a disposizione assoluta del loro padrone, che spesso li marchiava a fuoco come riconoscimento della sua proprietà.
Oggetti, non persone
Agli schiavi era perlopiù riservato, durante il periodo repubblicano, un trattamento particolarmente duro: secondo la legge, uno schiavo non era una persona, ma una proprietà privata della quale il padrone poteva abusare, che poteva danneggiare o uccidere senza conseguenze legali. L’opinione pubblica considerava assai riprovevole tale crudeltà inutile o gratuita senza che i colpevoli incorressero in un qualche castigo, che però spesso si limitava ad un pubblico biasimo e ad una risibile ammenda. L’uccisione di uno schiavo era, tuttavia, un evento abbastanza raro, in quanto si concretizzava nell’eliminazione di forza lavoro produttiva.
Esistevano diversi livelli nella condizione di schiavo: la peggiore e più diffusa era quella dei lavoratori nei campi e nelle miniere, soggetti ad una vita di lavoro duro.
Per gli schiavi esistevano mansioni di basso livello, come spurgare le fognature, buttare la spazzatura, allevare i porci, ecc. Gli schiavi impiegati nell’inferno delle miniere o nel duro lavoro nei latifondi, militarmente organizzato per una produzione su larga scala, erano spesso quelli provenienti dall’occidente barbarico.
Un’autentica condanna a morte era la cessione a una scuola di gladiatori, che in molti casi portava rapidamente alla dipartita.
Le ribellioni
L’elevata concentrazione e il trattamento oppressivo della popolazione degli schiavi portarono allo scoppio di varie ribellioni. Nel 135 a.C. e nel 104 a.C., scoppiarono rispettivamente la prima e la seconda guerra servile in Sicilia, durante le quali piccole bande di ribelli trovarono decine di migliaia di seguaci che volevano sfuggire alla vita opprimente dello schiavo romano.
Sebbene fossero considerate gravi sommosse civili e necessitassero di anni di interventi militari diretti per essere sedate, non furono ritenute delle vere minacce per la Repubblica: si trattava infatti di sommosse provinciali, non ben organizzate, che non minacciarono mai la penisola italiana né tanto meno la città di Roma direttamente. Tutto ciò cambiò in occasione della terza guerra servile, quella di Spartaco, per intenderci.
GLADIATORE A CAPUA
A Capua (oggi Santa Maria Capua Vetere), Spartaco fu obbligato a combattere all’interno di un anfiteatro (non il più famoso anfiteatro campano ma un altro, sito nei pressi, individuato ma non dissepolto) contro belve feroci ed altri gladiatori, com’era in uso a quel tempo, per divertire popolo e aristocrazia.
Spartaco dovrebbe essersi ben distinto in quel di Capua, in quanto in poco tempo divenne uno dei capi riconosciuti tra i duecento combattenti di Batiato. Conobbe un altro gladiatore, che sarebbe diventato uno dei capi della futura rivolta: Crisso, nella sua lingua “dai capelli ricci”, era un celta della tribù degli Allobrogi. Cadde prigioniero di Roma e finì acquistato da Batiato che ne fece un gladiatore. Era un campione dell’arena, noto per il suo coraggio e il suo ardore nel rispetto dell’origine gallica.
LA RIBELLIONE E LA FUGA
Il ludus di Batiato era particolarmente ferreo negli allenamenti e nella disciplina. Spartaco, esasperato dalle inumane condizioni che Lentulo riservava a lui ed agli altri gladiatori ([…] Rinchiusi in spazi angusti, non perché avessero alcuna colpa, ma solo per la crudeltà del loro padrone […] Plutarco, Vita di Crasso), decise di ribellarsi nel 73 a.C.
La notte antecedente un grandioso spettacolo gladiatorio che si doveva tenere in quel di Capua, ebbe inizio la rivolta. I gladiatori misero fuori gioco le sentinelle di Batiato. Si armarono di spiedi e coltellacci da cucina e con questi si aprirono le armerie della scuola, con armi e armature per gladiatori, tentando di trascinare fuori dalla scuola tutti i restanti compagni, circa 200 anime.
Secondo gli storici, Spartaco aveva pensato alla fuga sin dall’inizio, concependo un piano ambizioso: non un’evasione di un piccolo gruppo di prigionieri, ma una vera e propria ribellione di massa, circa duecento gladiatori. Eppure, solo in settanta riuscirono ad abbandonare in fretta e furia il ludus e a sottrarsi alla rappresaglia.
Una volta liberi, i gladiatori fuggiaschi elessero come loro capi Crisso (celta), Enomao (germanico) e Spartaco (trace).
IL RIFUGIO SUL VESUVIO
Sulla strada che portava al Vesuvio, i ribelli si scontrarono con un drappello di soldati della locale guarnigione, che gli erano stati mandati incontro per catturarli.
Benché armati di soli attrezzi agricoli, coltelli e spiedi rimediati nella mensa e nella caserma della scuola gladiatoria, Spartaco e i suoi riuscirono ad avere la meglio. Una volta neutralizzato il nemico, i ribelli depredarono dei loro armamenti i cadaveri dei soldati romani caduti e si diressero ai piedi del monte in cerca di un rifugio.
Le fonti si contraddicono riguardo ai fatti immediatamente successivi alla fuga, ma in generale concordano nel dire che i gladiatori fuggitivi saccheggiarono la zona intorno a Capua, arruolando altri schiavi tra le loro file, e si asserragliarono poi in una posizione più difendibile sul Vesuvio, a 30 km più a sud.
A questo punto viene da chiedersi chi fossero questi gladiatori che avrebbero costituito il nucleo centrale della futura armata ribelle. Per quanto riguarda le loro origini le fonti ci parlano di numerosi Traci, di Celti e addirittura di Germani. Ora, se nel caso dei primi non abbiamo motivo di dubitare dell’affidabilità gli autori antichi, per gli altri due gruppi la questione è più complicata. Oltre all’assenza, in Occidente, di un centro di smistamento di schiavi paragonabile a quello di Delo, le ultime guerre romano-celtiche risalivano a più di cinquant’anni prima, ai tempi delle operazioni militari contro la tribù degli Allobrogi. La presenza di Celti tra le file dei ribelli risulta tutta più verosimile se si ipotizza una loro appartenenza alla tribù dei Galati, stanziata nella Penisola anatolica e dunque di origine orientale. Quanto ai Germani si è ipotizzato che potessero essere i superstiti delle orde dei Cimbri e dei Teutoni distrutte dalle legioni di Caio Mario nel 101 a.C. Tuttavia, in questo caso un prigioniero, anche giovanissimo, catturato allora dai Romani, sarebbe stato reduce da quasi trent’anni di schiavitù nei famigerati ergastula romani, in condizioni tali da spegnere, salvo rare eccezioni, qualunque sentimento di ribellione.
Il Vesuvio, dal punto di vista logistico costituiva una scelta ottimale. Da lì, infatti era possibile scorgere con sufficiente anticipo l’arrivo delle milizie romane.
Il Vesuvio, un luogo perfetto
Il vulcano era all’epoca una sorta di paradiso: costituito dal solo Monte Somma, coperto a quei tempi da una vegetazione molto fitta, circondato di boschi, campi e vigneti, che lo facevano apparire proprio come un monte e non come un vulcano, offriva cibo a volontà. La sua sommità, inoltre, si stagliava come una fortezza naturale, spesso coperta da nuvole. Dall’alto era possibile far correre lo sguardo fino alle vallate più distanti. Si consideri che in quell’epoca il Vesuvio era molto diverso da come lo osserviamo oggi, in particolare il gran cono vedrà la sua genesi soltanto nel secolo successivo, come effetto della famosa eruzione del 79 d.C. che distrusse Pompei ed Ercolano. Di fatto il vulcano si presentava costituito dal solo Monte Somma.
I luoghi di Spartaco sono tuttora visitabili. La Carcava, prima tappa della sua marcia si trova nel Parco Nazionale del Vesuvio ed è accessibile grazie ad un percorso conosciuto proprio con il nome di “Sentiero di Spartaco” situato nei pressi di via Valle delle Delizie a Ottaviano.
Esplorando la zona non è difficile immaginare e rivivere le fasi della storica battaglia del Vesuvio.
Salendo lungo il sentiero, lungo il quale la vegetazione e i tronchi crollati nel tempo hanno creato degli scenografici tunnel, è possibile ammirare gli imponenti versanti del Monte Somma. Le pareti vulcaniche, seppur rivoluzionate dalle eruzioni vesuviane rispetto ai tempi di Spartaco, conservano ancora oggi la loro maestosità. Fu proprio all’imbocco dell’unico sentiero all’epoca percorribile che le milizie romane provarono a intrappolare Spartaco.
IL LATIFONDO IN CAMPANIA: UNA SITUAZIONE ESPLOSIVA
La Campania antica, centro della rivolta servile, era una zona in cui si trovavano le ville dell’aristocrazia romana, oltre che la regione dove si estendevano molte proprietà latifondiarie; per questo motivo la rivolta fu subito all’attenzione delle autorità romane, le quali, però, la considerarono, all’inizio, solo come un episodio di criminalità comune. La maggior parte dei terreni agricoli del sud Italia, era coltivata nel contesto di estesi latifondi. I possidenti, di solito ricchi senatori o cavalieri, se ne stavano a Roma, mentre loro uomini di fiducia (fattori), spesso persino schiavi o ex tali affrancati, amministravano le grandi tenute, dirigendo a suon di frustate frotte di gente in catene e nullatenenti.
La piccola proprietà terriera era divenuta sempre più rara in seguito alla fine della Seconda Guerra Punica, dunque dal 202 a.C. in poi. Le devastazioni e i saccheggi perpetrati da Annibale nel sud, uniti ai tanti contadini liberi che erano stati costretti ad arruolarsi nelle legioni per combattere le nuove guerre di Roma produssero la graduale malora degli antichi poderi.
Gli speculatori ci misero poco ad accaparrarseli per pochi denari. Il latifondismo esasperato rappresentò, secoli e secoli dopo, una delle tante cause del collasso dell’Impero Romano. Tornado al 73 a.C. i “latifundia” fornirono a Spartaco un ampio bacino di reclutamento.
Si racconta che nei primi giorni della rivolta, affluirono al Vesuvio oltre 10.000 individui, tra schiavi fuggiaschi e liberi impoveriti provenienti dai campi.
LA BATTAGLIA DEL VESUVIO
Il Senato romano dal canto suo approvò noiosamente un provvedimento che dava mandato al pretore Caio Claudio Glabro di occuparsi della questione. Glabro era di estrazione plebea ma vantava una qualche lontana parentela con la Gens Claudia. La sua ascesa politica si arrestò proprio sul Vesuvio. Glabro arruolò, letteralmente strada facendo, una piccola legione raccogliticcia di 3.000 unità circa, composta da uomini inesperti e non addestrati.
Va specificato che i patrizi romani quando c’era una minaccia ai confini si offrivano volontari, soprattutto per il buon nome della loro gens, per la gloria e l’amor patrio. Servire la patria per ogni buon patrizio era un dovere e un onore, per sé e per la sua famiglia. Però stavolta la rivolta non sembrava una minaccia, né appariva onorevole battersi con gladiatori, schiavi e disertori, perché di questi era costituito l’esercito di Spartaco.
Essendo una spedizione di repressione dei ribelli e cattura di schiavi fuggitivi non particolarmente “onorevole” dal punto di vista militare per i legionari, i quali non avrebbero neppure avuto la prospettiva di fare bottino di guerra (trattandosi in termini moderni di un’operazione di polizia militare interna), vennero arruolati per lo più uomini di basso livello.
Una sorta di milizia territoriale, quindi, male armata e ancor peggio addestrata. Le migliori legioni di Roma erano impiegate in Spagna contro Sertorio e in Oriente contro Mitridate, così come i più valenti condottieri dell’Urbe, rispettivamente Pompeo e Lucullo. Il Senato raschiò dunque il barile con la convinzione che una rivolta di schiavi non meritasse altro impegno. Il nostro pretore cinse d’assedio la posizione sulla quale si erano asserragliati Spartaco e i suoi. I soldati allestirono il campo all’imbocco dell’unico sentiero che conduceva in cima al monte, convinti di aver chiuso i fuggiaschi in una trappola. Anzi, convinti di avere gioco facile, non si preoccuparono nemmeno di fortificare l’accampamento, decisione che si rivelò fatale.
Il massacro
Spartaco conosceva le tattiche e i protocolli operativi delle unità legionarie, il che tende a confermare l’idea che avesse servito come ausiliario sotto i vessilli di Roma. Sebbene gli schiavi non avessero addestramento militare, le forze di Spartaco mostrarono intelligenza nell’uso delle risorse locali e nell’agire secondo tattiche efficienti e non ortodosse di fronte ai disciplinati eserciti romani.
Con un notevole colpo sul piano tattico, Spartaco si servì di corde di vite per calarsi assieme ai suoi uomini lungo l’altro versante del vulcano, alle spalle dei soldati romani, e lanciare un attacco a sorpresa.
Plutarco descrive la situazione: “In cima, tuttavia, crescevano molte vigne selvatiche e [i ribelli] tagliarono i tralci di cui avevano bisogno e li intrecciarono per formare delle robuste scalette, abbastanza lunghe da arrivare ai piedi del vulcano, dove tutti giunsero senza alcun pericolo, tranne uno che era rimasto in cima per gettare loro le armi e poi mettersi in salvo. I romani erano all’oscuro di tutto questo e così i ribelli, piombando alle loro spalle, li attaccarono di sorpresa e si impossessarono del loro accampamento”.
Forti dell’effetto sorpresa, l’attaccarono, sterminando nelle proprie brande gran parte dei legionari, incluso Claudio Glabro, mentre i sopravvissuti si davano a una precipitosa fuga.
Glabro scomparve dalla Storia. Gli ex schiavi si portarono via armi, equipaggiamenti, cibo e cavalli, persino le insegne del pretore. Fu una sconfitta ignominiosa per i Romani. Ora gli schiavi possedevano una gran quantità di armamenti di ogni tipo. Ancora più importante, ora si rendevano conto di essere in grado di combattere e vincere: fu questa la vittoria più grande.
Lo scontro, in occasione del quale le truppe romane riportarono ingenti perdite, ebbe luogo tra le attuali Ottaviano, Terzigno e Pollena Trocchia.
Le conseguenze
Il successo degli schiavi ribelli ebbe vasta eco in tutta la Campania, al punto che a migliaia cominciarono ad accorrere sotto le insegne di Spartaco, riconosciuto come capo carismatico della rivolta. Non si trattava solo di schiavi fuggiti dalle ville rustiche ove erano tenuti in cattività ma anche di individui liberi, ridotti in miseria dalle confische e dall’avidità dei latifondisti. Si ebbero terrificanti notizie di aziende agricole devastate, di romani rispettabili sgozzati come montoni, di giovani donne stuprate ed uccise.
Era l’autunno del 73 a.C.
L’appello di Spartaco fu accolto da quell’Italia appenninica delle transumanze, mai del tutto integrata nel sistema di potere della Res Publica, quell’Italia già passata in blocco dalla parte di Annibale e che si era sollevata ai tempi della guerra sociale (91-88 a.C.) andando successivamente incontro alla durissima repressione operata da Lucio Cornelio Silla.
Secondo lo storico romano Floro, oltre alle armi sottratte ai Romani, i ribelli provvidero al proprio armamento fondendo il ferro delle catene spezzate degli schiavi per forgiare spade e dardi.
L’ORGANIZZAZIONE “COMUNISTA” DEI RIBELLI
Tra gli elementi che probabilmente polarizzarono attorno alla figura del condottiero trace i sentimenti di rivolta di moltissimi schiavi della penisola italica vi furono le modalità con le quali Spartaco e i suoi organizzarono la comunità: il bottino di ogni razzia veniva redistribuito in parti rigorosamente uguali per tutti; all’interno della comunità era proibito per chiunque il possesso e la circolazione di oro e argento, che dovevano essere interamente scambiati con i mercanti per ottenere il ferro e il bronzo necessari a forgiare nuove armi; tutti gli schiavi fuggitivi e quelli liberati nel corso degli attacchi alle ville rustiche romane, che fossero donne, anziani o bambini, venivano accolti nella comunità e, nei limiti delle risorse disponibili sfamati, mentre a tutti gli uomini abili veniva fornito un addestramento militare.
Ovvio che tale organizzazione abbia in seguito attirato l’attenzione di pensatori e teorici del Socialismo reale, che hanno, come vedremo più avanti, un po’ anacronisticamente, appioppato la patente di proletario a Spartaco.
Queste modalità organizzative, e lo stesso fatto di aver cercato di organizzare una comunità di dimensioni considerevoli e composta da gruppi di etnia eterogenea rendono perlomeno dubbio che il proposito di Spartaco e degli schiavi ribelli potesse essere puramente e semplicemente quello di fuggire dall’Italia per raggiungere le proprie terre d’origine. Per ottenere questo scopo con maggiori probabilità di successo sarebbe stato con ogni evidenza più logico che gli schiavi si dividessero sin dall’inizio per esfiltrare dalla penisola alla spicciolata. Gli schiavi ribelli invece formarono un esercito che fu in grado di sconfiggere almeno nove volte gli eserciti romani inviati a reprimerli.
LA VITTORIA CONTRO PUBLIO VARINIO
Il successo militare più eclatante ottenuto dai ribelli fu quello conseguito contro il pretore Publio Varinio. Sembra che Varinio avesse diviso le proprie forze, per qualche ragione, sotto i comandi dei suoi due subordinati, i legati propretori Furio e Cossinio. Quest’ultimo si fece cogliere di sorpresa mentre faceva il bagno a Saline, una località tra Herculaneum e Pompei, e a stento riuscì a salvarsi dal colpo di mano dei ribelli. Successivamente dopo un inseguimento, Spartaco operò l’assalto finale nel quale perirono moltissimi legionari e lo stesso legato. il Trace non si limitò a sconfiggere i soldati, ma riuscì anche a impadronirsi dei cavalli, delle insegne delle legioni e dei fasci littori del pretore.
Quindi, venne il turno di Varinio il quale, dal canto suo, aveva preso delle contromisure preventive atte a dissuadere attacchi a sorpresa del nemico. Tuttavia, la disciplina militare nel campo romano lasciava molto a desiderare: parte dei legionari era ammalata mentre la parte superstite si era ammutinata, evidentemente per l’incapacità nell’esercizio del comando militare di Varinio, oltre che per la scarsa qualità umana dei reparti a disposizione del pretore, che si vide costretto a inviare il questore Gaio Toranio, a far rapporto al Senato sull’andamento delle operazioni.
Durante questi avvenimenti, uno dei capi della rivolta, Enomao, scompare dalle narrazioni, probabilmente morto in battaglia.
I RIBELLI FORMANO UNA VERA ARMATA
Consapevole che una nuova e più dura battaglia si stava avvicinando, Spartaco delegò ai gladiatori il compito di addestrare piccoli gruppi, che poi a loro volta avrebbero addestrato altri piccoli gruppi e così via. In questo modo poté creare dal nulla un esercito perfettamente addestrato nel giro di qualche settimana. E quel che mancava all’esercito di schiavi in termini di esperienza militare, era compensato dall’eroismo di gente che combatteva per la sua stessa sopravvivenza, con letteralmente niente da perdere all’infuori delle proprie catene.
Ad ogni vittoria, il morale dei ribelli cresceva. I rapporti al Senato di Roma non dovevano essere allegri da leggere. Lentamente la verità incominciava a insinuarsi anche nelle menti degli aristocratici più ottusi: si trovavano di fronte ad un nemico molto pericoloso, che possedeva un gran numero di riserve infiltrate nel cuore del campo nemico: in ogni fattoria, in ogni casa c’erano degli schiavi, ognuno dei quali era un potenziale ribelle, da guardare con sospetto e paura. Dopo la vittoriosa battaglia contro Varinio, la fama di Spartaco crebbe. Il messaggio era chiaro a tutti: i Romani non erano più invincibili.
Un gran numero di schiavi fuggitivi si unì a Spartaco e presto la piccola banda di ribelli si trasformò in un esercito. Secondo alcune stime, l’esercito di schiavi potrebbe essere arrivato a contare fino a 70.000 schiavi, tutti abituati a vivere in condizioni difficili, induriti da anni di lavori faticosi e con niente da perdere nella lotta contro i loro vecchi padroni. Plutarco scrive: “s’unirono a loro molti pastori dei dintorni, robusti e agili; a una parte di loro diedero un armamento completo, altri li utilizzarono come esploratori e fanti armati alla leggera.” La parola “molti” dovrebbe qui essere letta come “svariate decine di migliaia”, a loro volta accompagnati da migliaia tra donne, bambini e vecchi.
UNA VERA GUERRA: LA TERZA GUERRA SERVILE
Probabilmente i consoli in carica Gaio Cassio Longino e Marco Terenzio Varrone Lucullo non avevano particolare interesse a impegnarsi in questa campagna e la sottovalutazione nei confronti di Spartaco fu la principale causa dell’espandersi del conflitto, che causò molte perdite umane ed economiche.
Resosi conto di ciò, Spartaco decise di volgere la sua marcia verso sud, in direzione di Cuma, dopo essere riuscito a spezzare il tentativo di accerchiamento e successivo aggancio operato da Varinio. I ribelli spartachisti riuscirono a svernare, tra il 73 ed il 72 a.C., completamente indisturbati. Non solo con le razzie in battaglia i ribelli avevano modo di rifornirsi, ma, col tempo, riuscirono anche ad equipaggiarsi con armi fabbricate da loro stessi.
Nel 72 a.C., il non più raffazzonato esercito di Spartaco dominava l’intera Campania e, tra razzie, città messe al sacco, violenze e stupri la rivolta si era evoluta in una vera e propria guerra servile.
I ribelli decisero, infatti, di estendere la rivolta anche a sud della Campania, occupando quindi la Lucania (corrispondente a quasi tutta l’attuale Basilicata, esclusa la zona di Melfi e della piana metapontina, e a gran parte dell’attuale provincia di Salerno) e il Bruzio (l’odierna Calabria).
In queste zone, contro gli ordini stessi di Spartaco, i ribelli galli e germani si abbandonarono a ogni sorta di violenza, saccheggio e devastazione: interi villaggi bruciati, donne stuprate e assassinate, bestiame depredato, ecc. Tutti i tentativi di Spartaco d’impedire questi eccidi furono vani.
Gli eserciti consolari sconfitti si ritirarono a Roma per riorganizzarsi, mentre i seguaci di Spartaco decisero di puntare a nord; i consoli ingaggiarono nuovamente battaglia con i ribelli da qualche parte nella regione del Picenum (corrispondente grosso modo alle Marche meridionali ed all’Abruzzo settentrionale e centrale), venendo nuovamente sconfitti.
La situazione era ormai fuori controllo. Nel 72 a.C. sembrò che il Senato cominciasse a prendere sul serio la rivolta spartachista, sull’ondata d’indignazione popolare che aveva sollevato la scia di sangue, saccheggi e stupri commessi dagli schiavi fuggitivi a tal punto da costringerlo a lasciar perdere i pretori e passare la palla ai due consoli di quell’anno, ovvero Lucio Gellio Publicola e Gneo Lentulo Clodiano con le loro due legioni.
DISCORDIE INTERNE: I RIBELLI SI SEPARANO
Cosa si proponeva di fare Spartaco? Le fonti ci dicono che avesse concepito un piano a dir poco pazzesco che prevedeva di marciare verso settentrione, attraversare le Alpi e riportare i Celti, i Germani e i suoi connazionali Traci alle rispettive terre d’origine. Tuttavia, un simile disegno sarebbe stato difficilissimo da tradurre in pratica: senza menzionare le difficoltà logistiche derivanti dal sostentare una così grande massa di persone per un viaggio tanto lungo, Spartaco e i suoi avrebbero dovuto scontrarsi ad ogni tappa con popolazioni bellicose e decise a non cedere loro il passo. Inoltre, una quota consistente dell’armata spartachista, composta dagli Italici, sarebbe stata certamente contraria ad abbandonare la Penisola, che costituiva la sua terra d’origine.
Crisso e i Galli si rifiutarono di continuare a marciare sotto il comando di Spartaco. Sembra che Crisso volesse rimanere in Italia, sedotto dalle opportunità di saccheggio. Fu così che l’armata degli schiavi finì col dividersi in due tronconi: mentre Spartaco imboccò la via del nord, circa 30.000 celto-germani rimasero al sud al comando del suo luogotenente, Crisso, con l’intenzione di continuare la guerra in corso dirigendosi verso il monte Gargano. Questa spaccatura fu un errore disastroso. I Romani approfittarono della situazione e attaccarono separatamente i ribelli con due eserciti consolari di 10.000 uomini ognuno.
LA BATTAGLIA DEL GARGANO
Una delle due legioni fu inviata a sconfiggere Crisso e intercettò l’esercito ribelle grazie alle testimonianze degli abitanti dei villaggi saccheggiati e alla cattura di una pattuglia di ribelli in esplorazione.
I Romani trovarono i ribelli caoticamente accampati in un avvallamento: l’accampamento era disposto completamente a caso, senza vallo di difesa o sentinelle. I Romani attaccarono di sorpresa i ribelli; molti non ebbero nemmeno il tempo di prendere le armi finendo trucidati nel sonno.
Crisso cercò di adottare una strategia mandando avanti la sua fanteria germanica per stancare e decimare i legionari e poi far intervenire i Galli e i gladiatori. Il piano non funzionò; i ribelli si dispersero e Crisso fu pugnalato alle spalle da Quinto Arrio. In lui aveva sempre predominato la forza bruta a discapito di tattica e strategia. La sua testa fu portata a Gellio su un piatto d’argento.
SPARTACO ANNIENTA DUE ESERCITI CONSOLARI
Il successo alimentò il morale dei Romani che si gettarono all’inseguimento di Spartaco, giunto nel frattempo sul Po senza incontrare resistenza. Gli eserciti consolari chiusero quello servile in una morsa senza via di uscita. Il Trace, tuttavia, dando prova di grande perizia tattica e probabilmente avvalendosi dell’aiuto di guide esperte, intercettò l’esercito di Lentulo e lo sconfisse; poi, capovolto il fronte di battaglia, annientò anche l’esercito di Gellio, costringendo le legioni romane alla rotta.
Appiano afferma che Spartaco, per vendicare la morte di Crisso, mise a morte 300 soldati romani catturati, costringendoli a combattersi l’un l’altro fino alla morte, come succedeva ai gladiatori. Dopo questa vittoria, Spartaco si mosse verso nord con i suoi uomini (circa 120.000) alla massima velocità possibile, “avendo bruciato tutto l’equipaggiamento inutile, ucciso tutti i suoi prigionieri e macellato tutti i suoi animali da soma per rendere più rapida la sua marcia” (Appiano).
SPARTACO SI APRE LA STRADA DELLE ALPI
Spartaco proseguì la sua marcia verso la Pianura Padana. Plutarco si dilunga nel descrivere, con dovizia di dettagli, uno scontro non menzionato da Appiano: l’esercito di Spartaco continuò ad avanzare verso nord nella regione intorno a Mutina (Modena), e lì un esercito romano di 10.000 uomini, guidato dal governatore della Gallia Cisalpina, Gaio Cassio Longino, tentò di sbarrare il passo alla sua avanzata, ma fu letteralmente sbaragliato e a stento si salvò, dopo un’enorme strage di legionari romani. Il leader degli schiavi sembrava ormai assolutamente invincibile.
L’INSPIEGABILE DIETRO-FRONT
Quello che accadde in seguito rimane uno dei grandi misteri della Storia. Gli schiavi erano alle pendici delle Alpi e avrebbero potuto attraversare la Gallia, trovando rifugio in Germania, dove sarebbero sfuggiti al potere romano, o addirittura in Spagna, dove era in corso una ribellione. Poi, per qualche ragione, il piano cambiò e Spartaco tornò indietro: il suo esercito riattraversò l’Italia in tutta la sua lunghezza.
Quale fu la causa di questo cambiamento? Non lo sappiamo. Gli schiavi furono scoraggiati dalle difficoltà logistiche di far passare un esercito attraverso le Alpi? O forse erano inebriati dal successo e attratti dalla prospettiva di saccheggiare le ricche città italiane?
Ad ogni modo, ora gli avvenimenti stavano evolvendo in senso sfavorevole a Spartaco. Il suo esercito si era ingrossato con un gran numero di non combattenti, tra cui donne, bambini e anziani, che si erano uniti ai ribelli nella speranza di sfuggire a una vita di asservimento. Il numero dei non combattenti era arrivato a circa 10.000 persone, ognuna delle quali doveva essere nutrita, il che complicava non poco i movimenti dell’esercito.
Spartaco anziché proseguire verso nord e quindi verso la libertà propria e del suo esercito si diresse inspiegabilmente verso il sud Italia, fin nel Bruzio, fermandosi nei pressi di Thurii, ove riarmò il suo esercito, attraverso razzie e saccheggi.
Si ipotizza che Spartaco volesse costituire un potentato in Italia, precisamente in Sicilia, dove gli echi delle due guerre servili non si erano ancora del tutto spenti. Tale ipotesi è suffragata dal fatto che il Trace tentò di accordarsi con i pirati cilici per trasportare il suo esercito sull’isola.
Nella seconda parte vedremo come Crasso cambierà le sorti del conflitto e quali saranno le sue conseguenze politiche. Vedremo anche come il mito di Spartaco abbia alimentato nel corso dei secoli ideali di libertà e ispirato opere letterarie e film. Vi aspettiamo!
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