
La fine di Vercingetorige è nota: colui il cui nome sembrava fatto per incutere paura fu fatto sfilare nel corteo trionfale che Cesare celebrò anni dopo e quindi, come di consuetudine, fu giustiziato.
Fu quasi dimenticato per secoli per tornare in auge durante i nazionalismi europei del XIX secolo. Ed ecco allora sorgere in Germania la statua del vile traditore Arminio (quello di Teutoburgo), celebrato come un campione dell’indipendenza e della nazione tedesca, e la statua, quasi simile nell’impostazione generale, dedicata al re degli Arverni, in cui la Francia, in pieno spirito di revanche, vedeva un simbolo dell’unità nazionale.
Nel frattempo, Napoleone III promosse degli scavi archeologici ad Alesia, la cui posizione esatta fu oggetto di controversie per secoli ma che oggi sembra quasi sicuramente corrispondere all’odierna località di Alise-Sainte-Reine, dove le moderne tecnologie, come il LIDAR, il telerilevamento satellitare e la geofisica terrestre, hanno permesso di mappare con precisione le fortificazioni sotterranee, anche in aree non ancora scavate.
Grazie a modelli 3D ricavati dalle scansioni, è stato possibile ricostruire virtualmente l’intero assetto delle opere difensive romane, mostrando la complessità ingegneristica della doppia linea di fortificazioni.
Alesia rappresenta un caso esemplare di come l’archeologia possa dialogare con le fonti letterarie, arricchendo la nostra comprensione del passato e offrendo nuove chiavi interpretative. La battaglia non è più solo un episodio bellico, ma un campo di studio interdisciplinare in cui convergono storia, tecnologia e identità culturale.
In questa terza ed ultima parte dell’articolo dedicato a Vercingetorige, per la rubrica di divulgazione “La Stele di Rosetta”, andremo a scoprire il MuséoParc Alesia, uno dei centri archeologici più visitati di Francia, progettato per commemorare ciò che accadde realmente in quel luogo, in cui domina oggi il Centro d’interpretazione, la cui interessante forma circolare, realizzata in pietra e legno, richiama simbolicamente l’idea dell’accerchiamento del campo dei Galli operato dai soldati romani e la cui struttura si integra perfettamente nell’ambiente circostante. Vedremo alcuni tratti delle fortificazioni ricostruite nell’archèodrome, i resti della città gallo-romana e ripercorreremo la curiosa storia della statua di Vercingetorige.
Ma ancora: analizzeremo nel dettaglio le implicazioni enormi che la conquista della Gallia ha provocato nell’assetto economico e sociale romano, tanto da essere definito un evento epocale; ipotizzeremo sul reale luogo di esecuzione di Vercingetorige ed infine riassumeremo nelle conclusioni chi fu realmente il celebrato capo Gallo. Il tutto, come sempre, corredato da mappe, illustrazioni e contenuti multimediali. Buona lettura!

INDICE DEI CONTENUTI
IL SITO ARCHEOLOGICO DI ALESIA
IL PARCO ARCHEOLOGICO DI ALESIA
LA CONQUISTA DELLA GALLIA: UN EVENTO EPOCALE
IL DESTINO DI VERCINGETORIGE (46 a.C.)
LE IPOTESI SUL LUOGO DI ESECUZIONE
IL SITO ARCHEOLOGICO DI ALESIA

Mont Auxois: rilievo situato nel dipartimento della Côte-d’Or, tra i fiumi Ozerain e Brenne, nel cuore della regione naturale dell’Auxois.
Alise-Sainte-Reine: Comune ai piedi del Mont Auxois, noto per essere il presunto sito dell’assedio di Alesia.
Flavigny-sur-Ozerain: villaggio medievale situato nelle vicinanze, conosciuto per la sua architettura storica e le sue famose caramelle all’anice.
Per secoli, la posizione esatta dell’antica Alesia fu oggetto di controversia tra storici e archeologi. Già in epoca rinascimentale si avanzavano diverse ipotesi che identificavano Alesia con due città: Alesia nella Franca Contea ed a Alise-Sainte-Reine nella Costa d’oro, dove l’imperatore Napoleone III di Francia, in seguito agli scavi archeologici effettuati tra il 1861 ed il 1865 dal colonnello Stoffel, fece costruire una statua dedicata a Vercingetorige.
Anche se una delle ultime teorie ipotizza una collocazione della battaglia di Alesia a Chaux-des-Crotenay, ai piedi delle montagne del Giura, la localizzazione più probabile rimane, per la maggior parte degli studiosi moderni, quella di Alise-Sainte-Reine, presso il monte Auxonis (418 metri), confermata anche dagli scavi archeologici, effettuati da Michel Reddé tra il 1991 ed il 1995, con tanto di documentazione fotografica aerea.

Le campagne archeologiche moderne, condotte a partire dagli anni ’90 sotto l’egida dell’INRAP (Institut National de Recherches Archéologiques Préventives), hanno confermato la presenza delle strutture militari romane descritte da Cesare. Gli scavi hanno portato alla luce:
- Fossati paralleli scavati a V, larghi oltre 4 metri;
- Resti di pali aguzzi (stimuli) e trappole;
- Fortificazioni in legno e terra battuta;
- Numerosi reperti bellici, come punte di giavellotto, fibule e monete romane.

Particolarmente rilevante è la concordanza tra le strutture difensive scoperte e quelle descritte nel De Bello Gallico, rendendo Alise-Sainte-Reine uno dei siti meglio documentati per un episodio militare dell’antichità.

Il LIDAR, uno strumento prezioso
Negli ultimi decenni, l’archeologia ha fatto ampio uso di tecnologie innovative per l’indagine del sito. L’uso del rilievo LIDAR, del telerilevamento satellitare e della geofisica terrestre ha permesso di mappare con precisione le fortificazioni sotterranee, anche in aree non ancora scavate. Di come funziona il LIDAR nello specifico ne abbiamo già parlato in un articolo precedente.
Grazie a modelli 3D ricavati dalle scansioni, è stato possibile ricostruire virtualmente l’intero assetto delle opere difensive romane, mostrando la complessità ingegneristica della doppia linea di fortificazioni: la circonvallazione (verso l’interno) e la controvallazione (verso l’esterno). Questo duplice sistema era unico nel suo genere e ha ispirato numerosi studi militari.
I campi della fanteria
Altri scavi, sempre più approfonditi, sono stati condotti presso due dei quattro campi della Fanteria Legionaria, che hanno rivelato come questi avessero superfici variabili tra un minimo di due ettari e mezzo e un massimo di nove e mezzo:
- nel primo, presso il Monte de Bussy (che Reddé identifica con quello di Tito Labieno), le torri di avvistamento sono posizionate a diciassette metri le une dalle altre, mentre le loro basi sembrano essere quadrati di due metri e mezzo per lato. Le fosse esterne al campo, lungo la “circonvallazione” esterna, sono poco profonde e larghe tre metri e mezzo; le porte esterne, larghe dodici metri, erano difese, in modo del tutto originale, dalla combinazione delle cosiddette protezioni a “titulum” e a “clavicula” dei castra. Di fronte al campo vi erano inoltre due ordini dei cosiddetti “cippi” descritti da Cesare;
- il secondo, ovvero quello di Cesare presso il Monte de Flavigny (il più piccolo tra i castra della fanteria romana), sembra fosse protetto da dispositivi di artiglieria legionaria.
Non sembrano esserci dubbi

Il dato essenziale e conclusivo degli scavi compiuti sul sito di Alise-Sainte-Reine è che quanto descritto da Cesare nel suo De bello Gallico è stato confermato in toto dagli studiosi moderni, i quali nel corso delle campagne di scavo degli ultimi centocinquant’anni – pur rivelando una grande variabilità di forme – hanno messo in luce un sistema di assedio assai complesso e certamente geniale. Gli altri campi ed i diversi settori della “circonvallazione” e “controvallazione” non ancora indagati, e che saranno oggetto di ricerche archeologiche da parte delle prossime generazioni, potranno fornire ulteriori dati per meglio comprendere questo sistema di fortificazioni, definito dagli studiosi moderni “di difesa in profondità“.
IL PARCO ARCHEOLOGICO DI ALESIA

Pochi anni fa l’amministrazione locale di Alise-Sainte-Reine (in italiano tradotta con Alesia), piccolissimo comune francese di 645 abitanti situato nel dipartimento della Côte-d’Or nella regione della Borgogna-Franca Contea, chiese all’archistar svizzera Bernard Tschumi di realizzare una struttura per celebrare l’epicità di quella battaglia e commemorare la resistenza di Vercingetorige.
Tschumi, basandosi prevalentemente sulle descrizioni tratte dal De bello Gallico, diede così vita, nel 2012, a un progetto ambizioso e suggestivo, che oggi va sotto il nome di MuséoParc Alesia, progettato per commemorare ciò che accadde realmente ad Alésia. È strutturato attorno a tre siti:
- il Museo che presenta la storia di Alesia, dalla Preistoria ai giorni nostri,
- i resti della città gallo-romana di Alesia,
- la statua di Vercingetorige eretta da Napoleone III.
Il MuséoParc Alésia ospita un museo interattivo e una ricostruzione parziale delle fortificazioni romane, basata su evidenze archeologiche. Il parco mira a coniugare divulgazione scientifica e valorizzazione del patrimonio, con visite guidate, laboratori e rievocazioni storiche.
Il progetto è costituito da due strutture separate ma correlate: il primo edificio è un museo situato alla posizione dei Galli durante l’assedio in cima alla collina sopra la città, mentre il secondo edificio è un centro interpretativo situato nella posizione dei Romani nei campi sottostanti.
Completa il tutto un Archeodromo, ovvero un museo a cielo aperto e un centro di interpretazione archeologica che ricostruisce in scala reale contesti abitativi o siti archeologici basandosi sulle scoperte scientifiche, per permettere ai visitatori un’interazione diretta e immersiva con il passato. A differenza di un museo tradizionale, l’archeodromo non espone reperti, ma ricrea la vita quotidiana e le strutture di un’epoca, rendendo l’archeologia più viva e accessibile.
Il Museo
Il museo sorge a 3 chilometri dal sito che, nel tempo, è stato oggetto di indagini archeologiche che hanno restituito una moltitudine di reperti: ossa di cavalli, monete, punte di frecce, elmi e fibule, a testimonianza dei fatti accaduti più di duemila anni fa. Le vestigia gallo-romane visibili permettono di immaginare la vita di chi in antico abitava il villaggio. Il museo è costruito da pietre, visivamente molto simili a quella degli edifici della città ma con la tecnologia contemporanea, ed è sepolto parzialmente nella collina in modo che dall’alto si percepisca come un’estensione del paesaggio.
Il Centro d’interpretazione è di forma circolare e richiama, simbolicamente, l’idea dell’accerchiamento del campo dei Galli operato dai soldati romani. Il centro è realizzato interamente in pietra, come l’oppidum in cui erano asserragliati i Galli, ma la struttura esterna è di legno, come le fortificazioni romane al tempo dell’assedio.
Il committente chiarì sin dall’inizio la volontà che l’edificio fosse il meno invasivo possibile rispetto al territorio circostante. E così è: il tetto dell’edificio è un giardino piantumato con alberi ed erba, che aiuta a camuffare la presenza dell’edificio guardando il paesaggio dalle colline. Il centro affonda in parte nella collina, i visitatori possono salire sul tetto per vedere il paesaggio esattamente dalla stessa prospettiva che, un tempo, avevano avuto i Galli. Sul tetto, alberi ed erba: in questo modo, se osservato dalla città che lo sovrasta, l’edificio scompare.
Molto interessante l’allestimento interno. Dalla preistoria ai giorni nostri, si può rivivere la storia di Alésia con oltre 600 manufatti e dispositivi interattivi e divertenti: filmati (sound design, illustrazioni, 3D), personaggi animati, paesaggi sonori, schermo a 180°, modellismo, mappatura, manipolazioni, immersione digitale.
Lungo il percorso vengono sfatati alcuni cliché duri a morire, come quelli del Gallo rissoso e baffuto che mangiava cinghiale tutti i giorni, come leggiamo in un famoso fumetto.
I visitatori possono anche brandire uno scudo, provare un elmo, esercitarsi nel tiro con lo scorpione e imparare a maneggiare le armi.
Un settore del Museo, l’ArchéoLab, è uno spazio sperimentale per comprendere il mestiere dell’archeologo: vassoio di scavo digitale, ceramiche da ricostruire, giochi per scoprire l’archeologia aerea, l’archeozoologia e la carpologia.
Attorno al plastico della città gallo-romana, delle nicchie tematiche presentano numerosi reperti archeologici rinvenuti ad Alesia, evocando la vita quotidiana degli abitanti: artigianato, religione, cucina.
I resti gallo-romani
Le rovine gallo-romane, situate a soli 3 km dal Museo, permettono ai visitatori di immaginare la vita quotidiana delle popolazioni che si stabilirono qui dopo la battaglia tra Vercingetorige e Cesare. Passeggiando per le antiche strade grazie a un percorso commentato (in francese, inglese, tedesco e olandese), è possibile esplorare il centro monumentale costituito da un santuario, un teatro e un foro racchiusi da una basilica, un edificio noto come monumento di Ucuetis, oltre ad un’area residenziale.
La statua di Vercingetorige
A un centinaio di metri dalle rovine gallo-romane, raggiungibile a piedi o in auto, si può ammirare la statua monumentale di Vercingetorige del 1865. Alta 6,60 metri, quest’opera in rame fu commissionata da Napoleone III per celebrare la conclusione positiva degli scavi archeologici intrapresi ad Alésia.
L’analisi contemporanea di questa statua ha messo in luce numerosi elementi anacronistici e una rappresentazione dei Galli ormai smentita dalle recenti scoperte archeologiche e dalla rilettura dei testi antichi. Ne parleremo in modo approfondito più avanti.
Il sito di Alise-Sainte-Reine è oggi uno dei centri archeologici più visitati di Francia. Alesia rappresenta un caso esemplare di come l’archeologia possa dialogare con le fonti letterarie, arricchendo la nostra comprensione del passato e offrendo nuove chiavi interpretative. La battaglia non è più solo un episodio bellico, ma un campo di studio interdisciplinare in cui convergono storia, tecnologia e identità culturale.
LA CONQUISTA DELLA GALLIA: UN EVENTO EPOCALE
Militarmente parlando, Cesare compì una vera e propria impresa. La conquista della Gallia fu un evento epocale per la storia dell’Occidente. Roma, che sino ad allora era stata un impero mediterraneo, divenne da questo momento la dominatrice dell’Europa transalpina. Nei decenni che seguirono, vennero sottomesse le Alpi, la Rezia, il Norico e la Britannia, andando a costituire quello che sarà per i secoli successivi il dominio di Roma nel vecchio continente.
A seguito della conquista della Gallia, i suoi destini procedettero parallelamente a quelli di Roma: la Gallia andò via via romanizzandosi attraverso la costruzione di nuove città, strade e acquedotti, in un sincretismo che diede vita a quella cultura gallo-romana in seguito assimilata anche dagli invasori Franchi e su cui germoglierà il Sacro Romano Impero di Carlo Magno.
Ma non solo: la fusione delle popolazioni celtiche con quelle latine (con l’aggiunta dei popoli germanici invasori del V secolo a.C.) e la fusione delle loro usanze e culture, saranno la base per le culture neolatine di Provenza, per la fondazione della lingua d’Oil e d’Oc, per la poesia cortese e soprattutto i poemi cavallereschi del ciclo carolingio.
Accanto ad un nuovo ciclo che si andava ad aprire ce n’era uno che si andava spegnendo, quello dei Celti, antica e fiorente civiltà che sopravvisse ancora a lungo soltanto nella lontana e meravigliosa isola d’Irlanda.
L’intero bacino gallico divenne essenziale per la produzione agricola, mineraria (stagno, ferro, oro) e per il reclutamento militare. Alla fine del I secolo d.C., la Gallia era tra le regioni più romanizzate dell’Impero, con una classe dirigente gallica perfettamente integrata nell’élite senatoriale equestre romana. Infatti, ottanta anni dopo la conquista, Claudio avrebbe permesso ai notabili di origine gallica di confluire nel Senato, formalizzando un’integrazione oramai compiuta. Augusto, nel frattempo, aveva diviso la Gallia in diverse province: oltre alla preesistente Narbonense, vennero istituite le province di Aquitania, Lugdunense e Belgica.
UNA CONQUISTA SPREGIUDICATA
La conquista della Gallia fu sotto molti punti di vista una guerra spregiudicata. Nessuna reale minaccia per i territori romani a sud della Gallia si presentava all’inizio degli anni 50 del I secolo a.C. da parte delle popolazioni celtiche del centro e del nord. Né gli Elvezi né gli Allobrogi avevano, nel 59/58 a.C., minacciato la provincia di Narbonense a tal punto da provocare una reazione simile. La guerra non fu perciò mossa da un reale pericolo: fu al contrario una decisione unilaterale di Cesare, il quale, attraverso la conquista, mirava spregiudicatamente al consolidamento del suo potere nella lotta politica interna al Primo triumvirato.
Essenzialmente Cesare ambiva a controbilanciare i successi orientali di Pompeo nell’opinione pubblica, ad assicurarsi una pressoché inesauribile fonte di denaro, un esercito preparato e fedele, nonché schiere di clienti e migliaia di schiavi. Questi obiettivi furono in sostanza tutti raggiunti.
La conquista della Gallia, grazie al tramite di Roma, proiettò definitivamente l’Europa continentale nel Mediterraneo; ma né il trionfatore Cesare, né lo sconfitto Vercingetorige poterono essere testimoni fino in fondo delle conseguenze dei loro atti: una morte violenta colse entrambi poco dopo la fine della guerra.
IL DESTINO DI VERCINGETORIGE (46 a.C.)
Giulio Cesare condusse Vercingetorige con sé, come trofeo della sua lunga campagna militare in vista della celebrazione del suo trionfo a Roma. Il principe gallico venne tenuto prigioniero, probabilmente nel carcere Mamertino (Tullianum), fino al 26 settembre 46 a.C., quando, dopo aver ornato in catene il trionfo di Cesare (che nel frattempo aveva anche vinto la guerra civile), verrà subito mandato a morte, sui gradini del Tempio di Giove, probabilmente per strangolamento, come era tradizione per i comandanti nemici catturati.
Vercingetorige, dall’opinione pubblica, fu ritenuto indirettamente colpevole dei massacri di civili avvenuti a Cenabum e a Noviodunum durante il 52, in seguito alla rivolta gallica.
L’inflessibile crudeltà del proconsole verso il capo della coalizione dei Galli, che si era offerto a lui per salvare la sorte delle sue genti con tanto onore e passione, risulta però poco comprensibile allo storico Jérôme Carcopino, il quale sottolinea quanto contrastasse con la fama che Cesare fino a quel momento aveva avuto di uomo clemente. Forse la ragione è da ricercarsi in un profondo rancore che il generale romano nutriva non tanto nei confronti dell’amico che lo aveva tradito, ma quanto nel capo della coalizione che aveva compromesso la sua vittoria finale ed il suo avvenire in un momento tanto difficile della sua vita politica romana.
LE IPOTESI SUL LUOGO DI ESECUZIONE
L’unica fonte antica che menziona la morte di Vercingetorige è la Storia Romana di Cassio Dione, scritta all’inizio del III secolo d.C., il che rende Dione tutt’altro che una fonte contemporanea. È probabile, tuttavia, che avesse accesso a fonti documentarie contemporanee andate perdute; quindi, possiamo probabilmente fare affidamento sul suo racconto, per quanto va. Dione, però, non ci fornisce molti dettagli e non dice nulla su dove o come Vercingetorige sia stato ucciso.
Dato che le nostre fonti principali non danno informazioni su come o dove Vercingetorige sia stato ucciso, gli storici successivi hanno dovuto fare delle supposizioni. Una prima ipotesi può essere ricondotta allo storico tedesco dell’Ottocento Theodor Mommsen e alla sua Storia di Roma (5.7). Mommsen ragionava che Cesare, un politico consumato e molto attento alla sua immagine pubblica, non avrebbe perso l’occasione di giustiziare pubblicamente il suo grande nemico gallico, e che il luogo e il modo più appropriati per una tale esecuzione sarebbero stati la decapitazione davanti al tempio di Giove, che era il punto finale tradizionale della processione trionfale. Mommsen ha presentato il caso per questa versione degli eventi, precisando che si trattava di speculazioni, ma speculazioni basate sui fatti dell’epoca e sulla conoscenza dei metodi politici di Cesare. Da allora, le speculazioni di Mommsen sono state ampiamente ripetute da altri come fatti.
Un’altra ipotesi è che Vercingetorige sia stato strangolato nel carcere Tulliano. Non conosciamo l’origine di questa versione dell’evento, ma è stata ampiamente spacciata per vera da altri studiosi dell’Ottocento che erano meno attenti nei loro metodi rispetto a Mommsen e, come la versione di Mommsen, ha preso una vita propria. Questo racconto potrebbe avere le sue basi nel fatto che la morte per strangolamento nel Tulliano era stata il destino di precedenti prigionieri dichiarati nemici di Roma, compresi i seguaci di Tiberio Gracco (Appiano, Guerre civili 1.26) e Catilina (Sallustio, Congiura di Catilina 55). Non ci sono più basi probatorie per questa versione degli eventi di quelle di Mommsen.
Nel XX secolo (se non prima), una terza versione della morte di Vercingetorige ha guadagnato popolarità, combinando l’ipotesi di Mommsen, ovvero che fu ucciso davanti al tempio di Giove con il metodo dello strangolamento della teoria alternativa. Allo stesso modo, non conosciamo la prima fonte che presenta la morte di Vercingetorige in questo modo, ma è anche ampiamente ripetuta come fatto senza alcuna base nelle fonti primarie.
In definitiva, la verità è che possiamo essere ragionevolmente certi che Vercingetorige fu giustiziato in relazione alla celebrazione del trionfo gallico di Cesare, ma tutto ciò che va oltre è solo speculazione. L’esecuzione pubblica alla fine del trionfo o uno strangolamento silenzioso in prigione sono entrambi storicamente plausibili, ma non possiamo affermare nessuno dei due come fatto storico.
DALL’OBLIO AD EROE NAZIONALE
L’eco della battaglia di Alesia ha attraversato i secoli, evolvendo da evento militare a simbolo culturale e politico. In epoca moderna, Vercingetorige è stato recuperato come figura eroica e patriottica, soprattutto in Francia, dove il suo gesto di resa fu trasformato in simbolo di dignità e resistenza.
Fino al XIX secolo gli storici francesi non diedero importanza alla figura di Vercingetorige, considerandolo solo come uno dei tanti capi tribù gallici sconfitti. Per lungo tempo, i lavori che trattavano le scaturigini della storia di Francia facevano riferimento a narrazioni mitiche (come le origini troiane delle dinastie regali) e non menzionavano come primi abitanti che i Franchi e, come primi re, Clodoveo o Meroveo.
La “scoperta” di Vercingetorige coincide con quella dei Galli quando Amédée Thierry, nel 1828, pubblicò la sua Histoire des Gaulois depuis les temps les plus reculés (“Storia dei Galli fin dai tempi più antichi”). Pur seguendo da vicino il testo di Cesare, egli restituisce di Vercingetorige e della rivolta una versione viva e romantica che dà alla sua opera un immenso successo popolare. In seguito, Henri Martin nella sua Histoire de France populaire (1867-1875), con una “vena nazionale”, celebrerà i Galli – grandi, biondi, occhi azzurri – e i loro capi, tra cui Vercingetorige.
Un altro storico, Rémi Mallet dirà: “Henri Martin arriva a fornire alla Francia e ai Francesi degli antenati reali e simpatici […]. Riesce a divulgare e a far ammettere definitivamente l’esistenza di Vercingetorige“.
Napoleone III celebra Vercingetorige (senza ammirarlo)
Vercingetorige divenne popolare in Francia solo nel XIX secolo e, soprattutto, nel Secondo impero (1852-1870). Napoleone III in persona promosse delle ricerche archeologiche sul passato gallico, e a tale scopo fondò nel 1858 la Commission de topographie des Gaules, che avrebbe realizzato scavi nei tre principali siti delle guerre galliche: Bibracte. Gergovia e Alesia. In quest’ultimo luogo. Napoleone III fece erigere una grande statua di Vercingetorige. Tuttavia, l’imperatore francese non era un convinto ammiratore del capo gallico. O, almeno, non lo riteneva all’altezza di Giulio Cesare, il suo idolo, su cui scrisse una storia in due volumi pubblicata nel 1865.
Agli occhi di Napoleone III, la lotta di Vercingetorige era stata sì eroica, ma la sconfitta si era resa necessaria perché Roma portasse la civiltà in Gallia. Come riferiva nel libro, “nell’onorare la memoria di Vercingetorige non dobbiamo lamentarne la sconfitta. Ammiriamo l’ardente e sincero amore di questo capo gallo per l’indipendenza della sua nazione, ma non dimentichiamo che dobbiamo la nostra civiltà al trionfo degli eserciti romani”.
L’eroe della Terza Repubblica
È soprattutto la Terza Repubblica a strumentalizzare Vercingetorige insistendo sul suo ruolo eroico di resistente all’invasore e di simbolo di ciò che costituisce l’essere francesi. Questa propaganda è destinata ad esaltare il patriottismo dei francesi esacerbando il sentimento di revanche dopo la sconfitta nella guerra del 1870 contro la Germania, appena unificata nella Prussia. L’immagine del patriota gallico che si erge contro l’invasore è magnificata dai manuali scolastici, tra i quali il Lavisse: “La Gallia fu conquistata dai Romani, malgrado la valida difesa del Gallo Vercingetorige che è il primo eroe della nostra storia“.
(Ernest Lavisse, Histoire de France, cours moyen, 1884.)
Solo nel XX secolo, con Camille Jullian, e la pubblicazione della sua opera Vercingétorix nel 1901, si crea l’immagine moderna del principe gallico.
IL DISCUSSO MONUMENTO A VERCINGETORIGE
L’erezione di questa statua, che illustrava anche le aspirazioni politiche di Napoleone III, legittimava in un certo senso le sue opinioni sulla storia. L’imperatore avrebbe dato i suoi tratti al capo gallico, ma la voce secondo la quale la statua sarebbe stata finanziata di tasca sua è infondata.
Furono fatte certe critiche sullo stile del lavoro dello scultore Aimè Millet, e Charles Lecomte de Nouy dichiarò che Millet “è stato colto da un’ambizione superiore alle sue possibilità.” Altri come Théophile Thoré, anch’egli un antibonapartista, trovò che: “Questo lungo tubo di rame non significa proprio niente… La verità è che la figura grande e patriottica del difensore della Gallia contro l’Impero Romano non è stata sentita poeticamente da Millet“.
Dopo la sconfitta del 1871, la figura di Vercingetorige divenne, come abbiamo visto, un’icona dell’eroe nazionale, adoperata nel sentimento di vendetta (revanche) contro i Tedeschi. La forza simbolica del monumento del monte Auxois si rafforzò e i critici tacquero. A partire dal 1841, era iniziata in Germania l’erezione di una statua imponente ad Arminio, il capo, (ma era solo un traditore) che liberò, a partire dal 9 d.C., i popoli germanici sottomessi all’Impero Romano al di là del Reno. Alta una cinquantina di metri, la statua rivettata in bronzo costituisce il monumento ad Arminio (Hermannsdenkmal), che “rivaleggia” con quello del capo degli Arverni. Il monumento venne terminato nel 1875, nel mezzo dell’epoca dei nazionalismi europei.
La statua fa parte di un monumento commemorativo imponente costituito da un piedistallo di granito di Saulieu e pietra di Pouillenay di 7 metri d’altezza, progettato da Eugène Viollet-le-Duc e che presenta una fascia in bronzo sulla quale si può leggere “La Gallia unita, formante una sola nazione, animata da uno stesso spirito, può sfidare l’universo“, una frase ispirata a un discorso di Vercingetorige che Giulio Cesare riporta ne La guerra gallica, VII, 29. La discrepanza con la frase originale è l’introduzione del termine “nazione”, proprio del diciannovesimo secolo. In basso: “Napoleone III, imperatore dei Francesi, alla memoria di Vercingetorige“.
La statua è alta 6,60 metri e pesa circa cinque tonnellate. L’opera è cava ed è formata da lastre di rame battute e filate, fissate su un telaio di travi come la Statua della Libertà newyorchese. Venne costruita a Parigi ed esposta al Palazzo dell’Industria durante il Salone del 1865, poi fu trasportata e installata il 27 agosto 1865 all’estremità occidentale del monte Auxois, che domina il campo di battaglia, ossia il sito archeologico di Alesia.
Gli anacronismi
Vercingetorige è rappresentano in uno stile romantico, come un archetipo di quello che i Francesi dell’epoca immaginavano fosse l’aspetto dei Galli: baffi spioventi, lunghi capelli irsuti, atteggiamento cupo (il volto evoca i tratti del mecenate di Millet, l’imperatore Napoleone III) e una collana di perle. Nel suo vestiario e nei suoi accessori oggi appaiono molti anacronismi alla luce delle conoscenze archeologiche, in particolare la collana di perle di pura fantasia, le strisce che cingono le sue brache che appartengono all’inizio del Medioevo o la sua spada e la sua corazza che sono copiate su dei modelli dell’età del bronzo, ossia più di 500 anni prima dell’epoca di Vercingetorige.
CONCLUSIONI
Vercingetorige, eroe per i Galli, nemico pubblico numero uno per i Romani. Il suo prestigio era fondato sul grande coraggio (dote richiesta a tutti i capi gallici), sul fatto di provenire da una delle popolazioni dalle antiche tradizioni celtiche e di essere custode di un famoso sito druidico meta di pellegrinaggio da parte delle tante tribù galliche. La sua origine, quindi, e l’autenticità del suo odio nei confronti dei Romani fecero sì che Vercingetorige riuscisse lì dove nessuno mai prima di lui era riuscito, unire sotto un solo comandante tutte le popolazioni della Gallia. Cesare, che vedeva la faccenda dal suo punto di vista, afferma che questa impresa era riuscita a Vercingetorige grazie ad una serie di minacce e lusinghe, nonché di un dispotico autoritarismo. La sua tattica di guerriglia anticipò strategie moderne di resistenza asimmetrica, e la sua leadership ispirò fedeltà, come dimostrato dalla disciplina imposta ai suoi uomini.
Tuttavia, le debolezze sono evidenti: errori strategici, come chiudersi ad Alesia senza un piano di uscita, se non quello di sperare nell’armata di soccorso, e l’incapacità di coordinare quest’ultimo, giocarono a favore di Cesare. Alcuni autori lo vedono come un leader calcolatore ma non geniale, le cui vittorie furono effimere e le sconfitte definitive.
Le fonti sono un punto critico: il De Bello Gallico è l’unica narrazione contemporanea, ma è propaganda cesariana che minimizza i successi gallici ed enfatizza la barbarie dei nemici per glorificare Cesare. Autori posteriori come Plutarco, Strabone e Cassio Dione aggiungono dettagli, ma dipendono da Cesare. L’archeologia conferma aspetti materiali, ma non riempie i vuoti biografici.
Di conseguenza, Vercingetorige appare più come un archetipo di ribelle che come una figura storica pienamente documentata, con ritratti idealizzati.
La sua mitizzazione ignora le radici celtiche e le divisioni galliche, trasformandolo in un’icona anacronistica. Studi recenti, come quelli sull’identità nazionale, lo vedono come costrutto ideologico, più che storico reale. Nella cultura popolare, grazie anche ai film, in Vercingetorige si rafforza l’immagine romantica di eroe sconfitto.
Vercingetorige rimane una figura affascinante: un leader carismatico che quasi fermò l’espansione romana, ma la cui sconfitta segnò la romanizzazione della Gallia. La sua analisi critica rivela un mix di successi tattici ed errori fatali, filtrati attraverso fonti “biased” e reinterpretazioni nazionalistiche. Pur non essendo un “eroe nazionale” in senso moderno, egli simboleggia la resistenza all’Impero, offrendo lezioni su unità, strategia e propaganda storica. La sua eredità persiste come monito: la Storia è scritta dai vincitori, ma i vinti ispirano miti duraturi.
Nell’immaginario collettivo, la battaglia di Alesia è diventata un mito fondante, utile a costruire identità nazionali, narrazioni educative e produzioni artistiche. La sua eredità si riflette ancora oggi nei musei, nella letteratura e nei manuali scolastici.
In anni più recenti grande successo ha riscosso in questa zona il fumetto di Asterix, dove in una breve striscia si vede Vercingetorige che getta, in segno di resa, le sue armi e il suo pesante scudo non “ai piedi” ma “sui piedi” di Cesare, che saltella qua e là per il dolore.
Ad Alise-Sainte-Reine il tifo per Vercingetorige continua.
NEL PROSSIMO ARTICOLO: Fu l’ultima sovrana della dinastia tolemaica a regnare in Egitto e anche l’ultima di tutta l’età ellenistica, la cui fine si fa coincidere proprio con la sua morte. Donna forte e indipendente, portò avanti una politica espansiva e accentratrice, nonostante il continuo avanzare dell’egemonia della Repubblica romana nel mar Mediterraneo; essa riuscì, infatti, a relazionarsi efficacemente con Roma, grazie anche al rapporto personale che instaurò con due importanti generali romani, Giulio Cesare e Marco Antonio, ed ebbe un ruolo centrale nell’ultima guerra civile repubblicana (44-31 a.C.), che portò alla nascita dell’Impero romano per iniziativa di Ottaviano Augusto. Per la serie “I grandi nemici di Roma”, ecco Cleopatra, a cui dedicheremo l’articolo numero 100 di questa rubrica!
SE TI SEI PERSO GLI ARTICOLI PRECEDENTI DELLA SERIE “I GRANDI NEMICI DI ROMA”:
