
Abbiamo lasciato Vercingetorige nell’ora del suo trionfo, quello di Gergovia, ed a quello della sua nomina a capo supremo della coalizione gallica (celtica). Spinto da un senso di euforia, attaccò l’esercito romano, che nel frattempo si era ricongiunto e che aveva tra i suoi ranghi la più temuta unità del tempo: la X Legione. L’attacco gallico fallì e Vercingetorige commise l’imperdonabile errore strategico di rinchiudersi nella città fortificata di Alesia. Non aveva un piano di esfiltrazione, confidando nell’arrivo dell’armata confederata di soccorso, forte di 250.000 guerrieri galli.
La situazione in cui si trovava Cesare ad Alesia era quindi una delle più pericolose che un assediante possa dover affrontare, cioè essere circondati da un esercito nemico durante l’assedio stesso. Il proconsole era ben consapevole di non essere in grado di prendere Alesia con un solo attacco, e decise quindi che doveva stringerla d’assedio con un’opera dalle dimensioni colossali che gli permise di fronteggiare gli attacchi simultanei di due eserciti nettamente superiori nel numero.
La battaglia di Alesia rappresenta uno dei più celebri esempi di assedio e manovra strategica nella storia militare antica. L’intuizione tattica di Giulio Cesare, la capacità logistica delle legioni romane e la tenacia dell’assediato Vercingetorige hanno reso questo scontro un caso di studio ancora oggi analizzato nelle accademie militari di tutto il mondo.
Le opere difensive, la doppia linea di fortificazioni, la gestione delle risorse e l’uso della psicologia del combattimento furono tutti elementi determinanti. In quest’ottica, Alesia segna il culmine dell’arte bellica repubblicana romana.
In questo secondo episodio, nell’ambito della rubrica di divulgazione “La Stele di Rosetta”, vedremo nel dettaglio le incredibili opere di doppia fortificazione che il proconsole fece realizzare in meno di un mese, faremo il punto dello stato dell’arte bellica ai tempi di Cesare e osserveremo passo dopo passo le frenetiche fasi (con drammatici episodi) della battaglia di Alesia, la cui capitolazione aprì le porte della conquista definitiva della Gallia, evento che cambiò per sempre anche la storia di Roma.
Rivivremo il momento iconico della resa di Vercingetorige a Cesare, momento immortalato in numerose opere artistiche. Il tutto, come sempre con l’ausilio di dettagliate mappe e contenuti multimediali. Buona lettura!

INDICE DEI CONTENUTI
LE DUE ARMATE ROMANE SI RICONGIUNGONO
IL FALLIMENTARE ATTACCO DI VERCINGETORIGE
ALESIA, L’IMPERDONABILE ERRORE STRATEGICO DI VERCINGETORIGE
L’ARTE BELLICA AI TEMPI DI CESARE
LA BATTAGLIA DI ALESIA HA INIZIO
- Le condizioni di vita degli abitanti di Alesia: il tragico abbandono dei civili
- La “crudeltà” di Cesare: Parcere subiectis, debellare superbos
- Arriva l’esercito gallico di soccorso
- L’attacco notturno
- L’assalto finale
- La mossa vincente di Cesare
LE DUE ARMATE ROMANE SI RICONGIUNGONO
Labieno, provenendo da Lutezia, riesce a sfuggire all’accerchiamento dei Bellovaci, ora avversari, per trovarsi di fronte una confederazione di Galli guidata dall’aulerca Camulogeno. Nello scontro che ne segue riesce a forzare il blocco: spezzato l’accerchiamento gli si spiana la strada per il ricongiungimento con Cesare ad Agendicum.

Si tratta di un esercito, quello romano, che può contare adesso su 11 o 12 legioni, per una consistenza di circa 50.000 legionari. Quello di Cesare era uno degli eserciti più esperti e temuti della storia repubblicana. I suoi uomini erano veterani delle campagne galliche, addestrati a operare in condizioni estreme e guidati da ufficiali di assoluta fiducia, a cui si aggiungevano circa 5.000 cavalieri ausiliari provenienti da alleati come i Germani, i Numidi e le popolazioni iberiche.
IL FALLIMENTARE ATTACCO DI VERCINGETORIGE
Dopo aver riparato presso gli alleati Lingoni, Cesare puntò verso la Provincia Narbonense ma Vercingetorige, convinto di essere vicino alla vittoria, e spinto dall’euforia dei suoi guerrieri che non volevano lasciarselo sfuggire, inviò circa 15.000 cavalieri ad attaccare i Romani in marcia, a nord-est di Digione ma Cesare riuscì a schierare le legioni in assetto difensivo, mentre la cavalleria romana, divisa in tre colonne, contrattaccava l’attacco gallico; infine i cavalieri germanici sfondarono lo schieramento gallico, che dovette cessare l’attacco.
ALESIA, L’IMPERDONABILE ERRORE STRATEGICO DI VERCINGETORIGE
La fiducia dei ribelli cominciò a vacillare. Vercingetorige, raccolte le forze dei Galli, intorno agli 80.000 combattenti, decise di ripiegare ad Alesia, oppidum dei Mandubi, sovvertendo la tattica della guerriglia. Chiese agli alleati di fornire dei rinforzi: sarebbe stato, questo, l’esercito di soccorso, forte di più di 250.000 tra cavalieri e soldati.

Ma forse non immaginava, giunto a questo punto, che la piazzaforte di Alesia sarebbe diventata una trappola mortale. Qui, secondo Carcopino, Cesare, con implacabile logica, aveva previsto dove sarebbe andato a rifugiarsi il capo degli Arverni, in una posizione apparentemente e sufficientemente sicura dove poter cullare l’illusione di essere invulnerabile, mentre i picconi dei legionari e la tecnica dei genieri romani lo avrebbero imprigionato senza speranza.
Alesia, la città sacra
Come abbiamo visto, Alesia risultava essere all’epoca la capitale della tribù gallica dei Mandubi ed era considerata da tutte le altre tribù galliche una città sacra, essendo infatti sede di complessi templari dedicati alle divinità principali del pantheon gallico.

Sia per la sua posizione naturalmente fortificata, trovandosi – in conformità alla particolare urbanistica militare gallica – edificata sulla sommità d’una collina e per di più circondata a valle da tre fiumi (l’Ose a nord, l’Oserain a sud ed il Brenne ad ovest), sia per il fatto d’esser protetto da un’imponente cinta muraria fortificata su più livelli, era ritenuto dagli stessi Romani un oppidum decisamente ben difeso. Per tali ragioni Cesare, che non esitò un attimo a precipitarsi sulla cittadella e dispiegare le sue legioni in accampamenti piazzati tutto intorno, ritenne che un attacco frontale non avrebbe potuto avere buon esito ed optò per un assedio, nella speranza di costringere i Galli alla resa per inedia.
Considerato che circa ottantamila soldati si erano barricati nella città, oltre alla popolazione civile locale dei Mandubi, sarebbe stata solo questione di tempo: la fame prima o poi li avrebbe condotti alla morte o costretti alla resa.
Le forze in campo
Cesare si trovava in una abissale inferiorità numerica, nonostante si fosse riunito a Labieno. I Romani avevano tre validi legati – Marco Antonio, Tito Labieno e Gaio Trebonio – e dieci legioni o forse undici: la VI, VII, VIII, IX, X, XI, XII, XIII, XIV, XV e la I, prestata a Cesare da Pompeo Magno dal 53 a.C. (50.000 legionari circa).

Vercingetorige era riuscito a raccogliere attorno a sé circa 80.000 uomini, inclusi guerrieri provenienti da oltre 40 tribù, tra cui gli Arverni, gli Edui, i Senoni e i Carnuti. Il re degli Arverni si accampò lungo il lato orientale della città di Alesia dopo aver scavato un fosso ed eretto un muro alto sei piedi (poco meno di due metri) a protezione. La cavalleria gallica era numerosa e inizialmente dominante, con un contingente stimato di circa 15.000 cavalieri, agili e ben adattati alla guerra di movimento.

Nel suo De Bello Gallico, Cesare riferisce inoltre che l’esercito gallico giunto in soccorso contava duecentoquarantamila fanti ed ottomila cavalieri. Al comando di questo immenso esercito di soccorso furono posti l’atrebate Commius, gli edui Viridomaro ed Eporedorige e l’arverno Vercassivellauno, cugino di Vercingetorige.

Tuttavia, l’armamento e la disciplina dei guerrieri gallici non erano omogenei. Solo una parte era ben equipaggiata; molti si presentavano in battaglia con armi rudimentali, scarsamente corazzati, e con un’organizzazione tribale più che strategica.
L’ARTE BELLICA AI TEMPI DI CESARE
Negli anni in cui si svolgevano le guerre galliche l’ingegneria bellica stava facendo grandi passi modificando anche l’andamento e la tattica delle battaglie. Si erano ormai definitivamente perfezionate le macchine da guerra (che i Romani chiamavano tormenta) già scoperte dai popoli ellenici, ma fortemente perfezionate e rese assai più potenti dai Romani. Queste macchine potevano essere usate come una vera e propria artiglieria, non solo per protezione o fuoco di copertura per i fanti, ma anche sugli scenari navali grazie alla progettazione di macchinari più leggeri (i cosiddetti scorpioni).
Le macchine da guerra che dovevano essere usate dall’esercito erano costruite e manovrate sempre dai famosi cohortes fabrum in forza agli eserciti legionari e si dividevano in: balliste, catapulte ed onagri che lanciavano rispettivamente, pali acuminati, sassi o sfere di piombo ad una distanza di addirittura 350 metri.
L’avvento delle macchine da guerra non fu il solo simbolo del cambiamento portato dai Romani nel modo di combattere di tutto il mondo occidentale. Infatti, alla granitica falange greca (vedi Platea), ottima negli spazi larghi ma assai limitata negli spazi un po’ più chiusi o collinosi, i Romani opposero la più manovrabile e dinamica (vista la sua divisibilità) legione sia al suo primo apparire (con organizzazione in manipoli) sia al tempo di Cesare (organizzazione in coorti).
Con il passare degli anni l’esercito romano si era assai modificato. Come abbiamo visto negli articoli precedenti, nel II secolo a.C. infatti non era più formato da cittadini che andavano a combattere per la patria quando ve n’era bisogno ma da professionisti che sottostavano ad un arruolamento di sedici anni. Questo cambiamento fu parte della rovina della Repubblica poiché le truppe tendevano a seguire il loro dux, che era in parole povere il datore di lavoro, anziché obbedire ai voleri del Senato, portando alle guerre civili come quella tra Cesare e Pompeo. D’altra parte, però un esercito di professionisti permetteva di perfezionare e specializzare al massimo la figura del legionario che fino ad allora era stato soltanto un combattente “part-time” (clicca sul link per approfondire).
LE OPERE DI FORTIFICAZIONE
La situazione in cui si trovava Cesare ad Alesia era senz’altro una delle più pericolose che un assediante possa dover affrontare, cioè essere circondati da un esercito nemico durante l’assedio stesso. Alesia non era abbastanza grande da ospitare tutto l’esercito di Vercingetorige che fu costretto a costruire un fosso ed un terrapieno attorno alla stessa città dove trincerarsi.
Cesare era ben consapevole di non essere in grado di prendere Alesia con un solo attacco, e decise quindi che doveva stringerla d’assedio con un’opera dalle dimensioni colossali che gli permise di fronteggiare gli attacchi simultanei di due eserciti nettamente superiori nel numero.
La prima cosa ordinata da Cesare fu di scavare un grandissimo fossato tra la collina di Alesia e la piana sottostante, dove gli eventuali attacchi di disturbo dei Galli alla costruzione della fortificazione sarebbero stati ritardati. A cento metri di distanza fece preparare altri due larghi fossati da 4 metri di profondità e larghezza (il precedente era da 6 x 6), il più interno fu riempito dall’acqua di uno dei fiumi il cui corso era stato deviato, ancora dietro a questo fossato furono innalzate delle palizzate da tre metri d’altezza con parapetti, e, sul resto del terrapieno sul quale poggiavano le palizzate, c’erano dei tronchi con dei rami dalla punta aguzza rivolti verso il nemico.
Ma non si fermò qui, ad ogni 25 metri di palizzate Cesare fece erigere delle torri con in cima delle macchine da guerra, probabilmente delle catapulte leggere, poi tra il primo dei fossati (quello più esterno) e gli altri, fece costruire una serie di trappole anti-uomo: la prima era costituita da quindici file di fosse con all’interno, conficcati nel terreno, tronchi con i rami intrecciati e pungenti (una sorta di filo spinato) detti “cippi”, davanti a questi otto file di pali aguzzi camuffati e mascherati con dei cespugli, erano chiamati “gigli”, infine una fascia di pioli muniti di uncini di ferro chiamati “stimoli”.
La costruzione del vallo ad Alesia costò ai Romani ben un mese di lavoro, nel quale Vercingetorige approfittò per inviare messaggeri in tutta la Gallia e riunire una armata dalle proporzioni numeriche enormi. Per difendersi dall’attacco di questa imponente armata, Cesare fece costruire lo stesso tipo di fortificazioni rivolte ora anche verso “l’esterno” racchiudendo i suoi 7 accampamenti (3 di fanteria e 4 di cavalleria) con provviste per oltre un mese e acqua in abbondanza proveniente dal fiume deviato. Alla fine dei lavori il vallo aveva un perimetro di 15 km, mentre la circonvallazione esterna si estendeva per ben 21 km. I Romani si sarebbero così trovati nella condizione di essere assedianti ed assediati contemporaneamente.
Ricapitolando, le opere comprendevano:
- due valli (uno esterno ed uno interno) sormontati da una palizzata, la cui altezza complessiva era di tre metri e mezzo (dodici piedi);
- due fosse larghe quattro metri e mezzo e profonde circa uno e mezzo lungo il lato interno, dove la fossa più vicina alla fortificazione fu riempita con l’acqua dei fiumi circostanti;
- oltre i fossati si trovavano inoltre trappole e profonde buche (dal “cervus” sul fronte del vallo sotto la palizzata, a cinque ordini di “cippi”, otto di “gigli” e numerosi “stimoli”) per limitare le continue sortite dei Galli, che spesso attaccavano con grande violenza i Romani occupati nella costruzione della fortificazione uscendo da più porte della città di Alesia;
- quasi un migliaio di torri di guardia equidistanti a tre piani (a venticinque metri circa, l’una dall’altra), presidiate dall’artiglieria romana;
ben ventitré fortini (“castella“), nei quali di giorno erano posti dei corpi di guardia affinché i nemici non facessero improvvise sortite (probabilmente occupati ciascuno da una coorte legionaria), di notte erano tenuti da sentinelle e da solidi presidi; - quattro grandi campi per le legioni (due per ciascun castrum) e quattro campi per la cavalleria, legionaria, ausiliaria e germanica.
Erano necessarie considerevoli capacità ingegneristiche per realizzare una tale opera, ma non nuove per uomini come gli edili, gli ufficiali di Roma, che solo pochi anni prima, in dieci giorni, avevano costruito un ponte attraverso il Reno con grande meraviglia dei Germani.
Fu un’opera letteralmente colossale. Se non ce ne fossero le prove archeologiche (che addirittura hanno rilevato ancora un numero maggiore di lavori) sarebbe impossibile da credere.
Pensiamo solo:
- gli alberi da tagliare,
- i tronchi da pulire,
- le tavole da ricavare per i planciti,
- le montature senza chiodi,
- tutto a cunei di legno e vimini,
- le palizzate continue per 36 km,
- le file di trabocchetti tutte intorno per metri e metri,
- oltre a un migliaio di torri equidistanti a tre piani (a 25 m circa l’una dall’altra), presidiate dall’artiglieria romana; – ben 23 fortini (“castella“), nei quali di giorno erano poste delle sentinelle per avvistare le sortite dei nemici, oltre a una coorte legionaria ciascuna per difesa, di notte erano tenuti da sentinelle e da presidi;
- 4 grandi campi per le legioni (2 per ciascun castrum)
- e 4 campi per la cavalleria, legionaria, ausiliaria e germanica.
Il tutto eseguito ed organizzato in un mese!
Sembra anche che Cesare avesse fatto preparare gli accampamenti tra i due valli con precisione chirurgica, ponendo le tende in modo che si potesse passare da un fronte all’altro attraverso vialetti per gli uomini e viali più grandi per i plotoni e le macchine da guerra. Infatti, gli uomini al richiamo degli ufficiali dovevano correre sull’uno o sull’altro fronte, spesso suddividendosi su entrambi, mentre, senza intralciarsi, altri uomini giungevano dalle postazioni più vicine per aiutare quelli sotto attacco.
Ed infine, per non trovarsi poi costretto ad uscire dal campo con pericolo per l’incolumità delle sue armate, Cesare aveva fatto deviare un fiumicello per incanalarne l’acqua nell’accampamento, e fece provvedere un deposito di foraggio e di frumento per trenta giorni.
LA BATTAGLIA DI ALESIA HA INIZIO
Dopo aver chiuso l’ultimo anello della fortificazione, Giulio Cesare cominciò l’assedio vero e proprio. Le legioni romane si erano disposte in modo tale da isolare completamente Vercingetorige all’interno della città fortificata. I viveri iniziarono rapidamente a scarseggiare per i Galli, la cui speranza risiedeva nell’arrivo dell’esercito di soccorso. Cesare, consapevole della superiorità numerica del nemico, evitò ogni scontro diretto, puntando invece su una guerra di logoramento.
Appena i Romani ebbero terminato le prime fortificazioni nella piana di Laumes, ad occidente di Alesia (che si estende per tre miglia romane tra quei colli), la cavalleria di Vercingetorige attaccò durante i lavori di costruzione, nel tentativo di evitare il completo accerchiamento. La cavalleria romana, appoggiata dalle legioni schierate di fronte alle fortificazioni, e quella degli alleati Germani non solo riuscirono a respingere quella gallica, ma la rincorsero fino al loro campo, sterminandone la retroguardia e generando grande paura negli assediati.
Le condizioni di vita degli abitanti di Alesia: il tragico abbandono dei civili
Alesia fu sì un capolavoro della tattica militare, ma anche un esempio di disumanità prostrata all’esigenza della vittoria. Il morale tra i Romani era alto, nonostante le fatiche; al contrario, all’interno di Alesia, la carestia e il panico cominciavano a mietere vittime. Mentre Cesare provvedeva alla costruzione della seconda linea di fortificazioni, le condizioni di vita dentro Alesia cominciarono a farsi insostenibili per gli assediati.
Si racconta che, passato il giorno nel quale gli assediati aspettavano gli aiuti dai loro alleati, consumato tutto il frumento, si riunirono in consiglio per valutare la situazione ed il da farsi.
Al termine di questa riunione, Vercingetorige e l’intero Consiglio stabilirono che tutti quelli che per età o salute non erano adatti alla guerra, uscissero dalla città. Non potevano considerare di accogliere l’opinione di Critognato (un nobile arverno che proponeva di attendere l’arrivo delle truppe e di resistere cibandosi dei corpi di chi non era in grado di combattere) se non in ultima analisi.
Decisero, pertanto, di costringere le donne, i bambini ed i vecchi del popolo dei Mandubi ad uscire dalla cittadella nella speranza non solo di risparmiare cibo per i soldati, ma che Cesare potesse accoglierli nelle fortificazioni, per poi lasciarli andare liberi. Ma ciò non avvenne poiché, come racconta Dione, morirono tutti di fame tra le mura della città di Alesia e le linee fortificate romane, nella “terra di nessuno”. Cesare, infatti, dispose numerose guardie sul bastione e vietò che fossero accolti malgrado le loro preghiere ed i pianti, lasciandoli nella terra di nessuno tra le fortificazioni romane e la fortezza gallica, dove morirono di stenti a causa della fame e della sete.
Le sofferenze e la morte dei civili, in aggiunta ai milioni di galli morti e fatti schiavi, sottolineano il costo umano della guerra di conquista.
Il destino di quei civili peggiorò il già compromesso morale all’interno delle mura, soprattutto dei cittadini che combattevano in armi con Vercingetorige. Come poterono acconsentire? Si trattava dei loro genitori, delle loro donne e dei loro figli. Ma per i Galli valevano solo i guerrieri, tutti gli altri potevano morire.
La “crudeltà” di Cesare: Parcere subiectis, debellare superbos
Questa sentenza non è una semplice definizione latina ma una registrazione della politica adottata in generale da Roma. I Romani, in effetti, con i popoli conquistati erano molto generosi, come con quei popoli che avevano riconosciuto l’autorità di Roma; al contrario erano assai spietati e duri con coloro che, anche da conquistati, cercavano l’indipendenza. Cesare sperimenterà appieno questo tipo di politica romana proprio nel confronto di Alesia quando gli inermi cittadini di Alesia chiederanno di passare attraverso il campo fortificato romano e il comandante delle legioni gli negherà questo permesso. Questa mossa se da un lato può apparire crudele è la dimostrazione di come Cesare non concepisse alcun tipo di diritto per i barbari nemici di Roma.
Molto si è discusso sul comportamento di Cesare sugli abitanti di Alesia cacciati da Vercingetorige e poi da Cesare, ma la verità era che quei civili erano della stessa gente dei combattenti, mogli figli e genitori. I Galli non esitarono a sacrificarli non nella speranza che Cesare li ospitasse, perché i Romani erano braccati tra i due valloni e avevano le risorse contate, ma per non doverli nutrire.
Come mai si parla della crudeltà di Cesare e non si parla della crudeltà dei Galli che lasciarono morire di fame donne, vecchi e bambini sotto i loro occhi?
Un Romano non avrebbe potuto farlo, se non altro per l’ignominia che avrebbe accompagnato la sua vita, anche se vincitore. Vercingetorige invece restò un eroe per i suoi. Questa è la ragione per cui i Romani si distinguevano dagli altri popoli e li chiamavano barbari. Perché gli altri popoli erano barbari davvero.
D’altra parte, bisogna immaginare che un atteggiamento che possiamo definire “buonista” da parte dei Romani non avrebbe di certo intimorito gli avversari, anzi, furono gli stessi Galli ribelli che per primi decisero di non poter aiutare la popolazione di Alesia e la lasciarono morire di fame. Cesare quindi, ad Alesia, applicherà la formula parcere subiectis, debellare superbos alla lettera in una situazione assai difficile ma nella quale dimostrerà tutto il suo ferreo carattere.
Arriva l’esercito gallico di soccorso
Dopo un mese di asfissiante assedio, l’armata gallica di soccorso, guidata da Commius degli Atrebati, apparve nei pressi delle alture che dominavano la vallata il 20 settembre del 52 a.C. E fu allora che accadde l’incredibile. Da assedianti, le legioni divennero assediate. Un duplice fronte, interno ed esterno, minacciava la tenuta degli uomini di Cesare. Lo stesso proconsole si muoveva tra le linee per infondere coraggio tra le truppe e per dirigere contrattacchi mirati.
Secondo Cesare, il primo scontro avvenne tra le cavallerie: quella romana, supportata da truppe leggere germaniche, riuscì a respingere i cavalieri galli, infliggendo pesanti perdite. I soccorritori allora si ritirarono temporaneamente per riorganizzarsi, mentre gli assediati all’interno tentarono sortite infruttuose.
L’attacco notturno
Galli lasciarono passare un giorno, durante il quale prepararono un gran numero di graticci, scale e arpioni. Usciti dal loro campo in silenzio a mezzanotte, si accostarono alle fortificazioni della piana di Laumes e, levato un grido per segnalare il loro attacco agli assediati di Alesia, cominciarono a gettare i graticci, a respingere i difensori che accorrevano lungo le fortificazioni con fionde, frecce e pietre, ed a scalare il vallo romano.
I Romani, preparati a questo genere di attacchi, prese le posizioni assegnate in precedenza, riuscirono a tener lontani i Galli, con fionde che lanciavano proiettili da una libbra, con pali, proiettili di piombo e macchine da getto (catapulte, baliste ed onagri). I legati Marco Antonio e Gaio Trebonio, cui era toccato il compito di difendere quella parte, mandavano truppe tolte ai fortini più lontani in soccorso di quelle posizioni sotto l’attacco delle truppe galliche.
Una curiosità degna di nota è che Cesare partecipò personalmente alla difesa in più punti del vallo, muovendosi a cavallo lungo le fortificazioni per sostenere il morale delle truppe. Questa leadership diretta divenne uno degli elementi distintivi del suo comando militare e contribuì in modo decisivo alla coesione dell’esercito.
Nel corso di questa prima fase vi furono numerosi feriti da entrambe le parti a causa dell’oscurità. Con l’approssimarsi del giorno, i Romani presero il sopravvento, bersagliando il nemico con lanci sempre più precisi dall’alto delle torri di avvistamento o da dietro la palizzata merlata, tanto da costringere i Galli a ritirarsi anche per il timore di essere presi alle spalle dalle cavallerie provenienti dagli accampamenti superiori.
Ancora una volta, gli assediati di Alesia, essendosi attardati troppo nell’eseguire i preparativi per attaccare la linea interna delle fortificazioni romane e visto ormai che l’esercito di soccorso si stava ritirando, desistettero anch’essi e, senza aver concluso nulla, tornarono all’interno della città.
L’assalto finale
Il 27 settembre, i Galli sferrarono l’attacco più disperato e coordinato. Essi, non riuscendo a prendere le fortificazioni romane, le ispezionarono, trovando un punto debole, il campo superiore, ai piedi del Monte Rea, che non era stato possibile inglobare all’interno delle fortificazioni per via del terreno scosceso.
Così, dopo quasi cinquanta giorni di assedio i comandanti galli decisero di attaccare il campo romano di monte Rea, il più lontano da Alesia ma anche il più scomodo da difendere vista la conformazione del territorio e considerando la scarsa visibilità. Il fattore sorpresa doveva giocare un ruolo assai importante e quindi vennero scelti per questa operazione 60.000 tra i più valorosi combattenti gallici sotto il comando di Vercassivellauno, cugino di Vercingetorige.
Dopo 7 ore di marcia e 5 di riposo, sono finalmente pronti per l’attacco; nel frattempo, nella piana sottostante, tutti i cavalieri escono dalle tende e tutti i fanti dai bivacchi andando a schierarsi davanti al perimetro ovest delle fortificazioni. Contemporaneamente anche gli esausti Galli rimasti ad Alesia escono al comando di Vercingetorige per lanciare l’assalto finale. Ora Cesare era attaccato su tre fronti e uno di questi era il suo punto debole.
I Galli si lanciano in una carica devastante, ma non solo, avendo ormai capito la conformazione delle trappole romane, stavolta si portarono stuoie e fascine per coprirle o comunque renderle innocue, superarono anche i terrapieni arrivando all’impatto con i legionari in un cruento corpo a corpo.
La situazione era particolarmente grave per i Romani lungo il tratto superiore: qui la pendenza del colle favoriva i continui attacchi dei Galli, i quali – oltre a scagliare una grande quantità di dardi contro le fortificazioni romane provocandone numerose vittime – sostituivano con continuità le prime linee con truppe fresche (grazie alla loro elevata superiorità numerica) ed erano riusciti a colmare in alcuni tratti i fossati, dandone la scalata alla prospiciente palizzata.
I tribuni chiedevano rinforzi da ogni parte dell’accampamento che era attaccato sia dall’interno che dall’esterno, mentre giunse notizia a Cesare che i Galli avevano sfondato nel campo di Monte Rea. Lì venne inviato Labieno con sei coorti con l’ordine di resistere e, se possibile, di fare una sortita; ma il numero e la violenza delle cariche dei nemici indussero Cesare a togliere truppe dal monte Flavigny, che secondo i Romani era imprendibile, per rinforzare altri settori che avevano più pressione. Vercingetorige cogliendo in pieno questa mossa del suo rivale armò di scalette i suoi guerrieri e prese d’assalto il monte stesso. Cesare fu costretto a inviare nuovamente delle truppe sul Flavigny per arginare questo nuovo attacco nemico, ma non bastarono né Caio Fabio, né Decimo Bruto, e dovette intervenire lui stesso per ristabilire la situazione. Alle tre del pomeriggio vi è una situazione di equilibrio sulla piana e sul Flavigny ma resta il grande pericolo sul Monte Rea.
La mossa vincente di Cesare
Cesare allora si diresse verso il monte raccogliendo 4 coorti e quanti più cavalieri possibile; a questi ultimi chiese di fare una manovra assai rischiosa: percorrere tutto il perimetro delle fortificazioni fino all’estremo nord e, da lì, attaccare alle spalle i 60.000 Galli di Vercassivellauno. Così facendo però rischiava perché si privava delle ultime riserve mobili (i cavalieri) per una manovra che sarebbe durata non meno di due ore, considerando anche un’andatura dei cavalieri da trotto sostenuto. Labieno nel frattempo aveva richiamato a sé per resistere 33 coorti (quasi tre legioni su dieci disponibili dall’inizio) e l’aiuto di Cesare stesso.
Quando arrivò, il comandante romano si rese conto della situazione: le linee romane e galliche erano così mischiate che non si poteva tirare un giavellotto senza rischiare di colpire un proprio compagno, le legioni erano in grande affanno, ma finalmente come aveva previsto Cesare la cavalleria romana arrivò in tempo per fare strage dei galli e ristabilire l’ordine sul Monte Rea.
“I nostri rinunciano ai giavellotti e impugnano i gladii. All’improvviso appare alle spalle (del nemico) la nostra cavalleria. Le altre coorti incalzano: i nemici porgono le spalle. I cavalieri inseguono i fuggitivi. C’è una grande strage”.
CESARE, De Bello Gallico LXXXVIII, 5-7
La manovra a tenaglia di Cesare riuscì, restando nei libri di storia e nei manuali di tattica militare. La grande forza di soccorso gallica si disintegrò, dandosi alla fuga, rovinando il morale dei difensori di Alesia, lasciando Vercingetorige senza speranza. Era la fine del sogno di libertà della Gallia.
LA RESA DI VERCINGETORIGE
Dopo una quarantina di giorni di disperata resistenza, con le truppe ridotte alla fame, Vercingetorige, umiliandosi, decise di arrendersi. Il giorno dopo la Battaglia di Alesia (che alcuni studiosi moderni datano alla metà del mese di ottobre del 52 a.C. del calendario giuliano) il comandante gallico con fierezza convocò il consiglio e dichiarò di aver intrapreso questa guerra non per utilità propria, ma per la libertà della Gallia.
Egli rimetteva la sua vita nelle mani dell’assemblea: era disponibile sia a morire per dare soddisfazione ai Romani, sia ad essere consegnato quale preda di guerra a Cesare.
Furono, pertanto, inviati ambasciatori al proconsole romano per trattare le condizioni della resa.
La risposta non si fece attendere: dovevano consegnare tutte le armi e presentare i capi della rivolta. Il proconsole romano, che aveva fatto porre il proprio seggio davanti alle fortificazioni (“Ipse in munitione pro castris consedit“), accolse la resa dei capi galli e la consegna del comandante sconfitto.
Una scena iconica
La scena della resa di Vercingetorige, raccontata dallo stesso Cesare nel suo autocelebrativo De bello Gallico, è certamente una delle più famose della Storia. Il proconsole racconta che il capo gallo si presentò al suo cospetto in equipaggiamento completo, su un cavallo bardato di tutto punto, con il quale compì al galoppo un giro intorno alla postazione del vincitore in attesa su una sella curule (sedia pieghevole riservata alle personalità più importanti di Roma), prima di smontare, gettare armi e corazza ai suoi piedi e offrendo la propria vita in cambio di quella dei 53 000 assediati: “Hai vinto un uomo forte, o uomo fortissimo“, habe fortem virum, vir fortissime; vicisti. Dopodiché, si sedette accanto a lui senza dire una sola parola.
Questo momento fu descritto dallo storico Plutarco e immortalato da molte opere artistiche, diventando simbolo della fine della libertà gallica.
ALESIA: UNA VITTORIA MILITARE SENZA PRECEDENTI
La battaglia di Alesia rappresenta uno dei più celebri esempi di assedio e manovra strategica nella storia militare antica. L’intuizione tattica di Giulio Cesare, la capacità logistica delle legioni romane e la tenacia dell’assediato Vercingetorige hanno reso questo scontro un caso di studio ancora oggi analizzato nelle accademie militari di tutto il mondo.
Le opere difensive, la doppia linea di fortificazioni, la gestione delle risorse e l’uso della psicologia del combattimento furono tutti elementi determinanti. In quest’ottica, Alesia segna il culmine dell’arte bellica repubblicana romana.
In conclusione, le fortificazioni romane ebbero un ruolo chiave nella vittoria. In ultima istanza, i legionari erano molto pericolosi sia quando impugnavano la dolabra, o dolabella, un’arma che era metà piccone e metà ascia e veniva usata durante gli assedi, sia quando impugnavano il gladius, la spada corta.
LE CONSEGUENZE DELLA BATTAGLIA DI ALESIA
La fine di Alesia segnò la fine della resistenza e del sogno di libertà della Gallia unita. I soldati di Alesia furono fatti prigionieri e in parte assegnati in schiavitù ai legionari di Cesare come bottino di guerra, ad eccezione di ventimila armati facenti parte delle tribù degli Edui e degli Arverni, che furono liberati per salvaguardare l’alleanza dei due più importanti popoli gallici con Roma.
Secondo i calcoli di alcuni storici contemporanei, oltre un milione di Galli morirono o furono ridotti in schiavitù durante le guerre galliche (Keppie, 1998).
Per Cesare la vittoria di Alesia costituì il suo più grande successo come generale, e inoltre ancora oggi è considerato uno degli esempi di strategia militare più importanti dell’intera storia umana. Il proconsole romano ottenne questa travolgente vittoria dopo la sconfitta di Gergovia, così come avvenne nel 48 a.C. a Durazzo a cui seguì la fondamentale vittoria di Farsalo nella guerra civile contro Pompeo.
Le sue più importanti e decisive vittorie belliche erano, quindi, maturate da precedenti limitate sconfitte.
Infatti, in diverse occasioni la situazione di Cesare e del suo esercito in Gallia si rivelò simile a un gigantesco castello di carte: una sola sconfitta avrebbe potuto distruggerlo. Tuttavia, questo non accadde mai, e le conquiste di Cesare cambiarono per sempre la storia della Gallia e della stessa Roma.
L’evento, descritto da diversi autori contemporanei, ma soprattutto dallo stesso Cesare nel suo De Bello Gallico, fu oggetto di importanti attenzioni da parte del Senato romano, che proclamò venti giorni di festeggiamenti per questa vittoria, pur rifiutando a Cesare l’onore di celebrarne il trionfo. Cosa, peraltro, che Cesare ottenne sul finire della guerra civile che sarebbe seguita.
NEL PROSSIMO EPISODIO: Vercingetorige, sconfitto, va incontro al suo destino, giustiziato dopo essere stato esibito nel trionfo di Cesare. Tuttavia, il suo mito viene riscoperto nel XIX secolo e la sua figura viene esaltata come emblema di unità nazionale. Sul sito della Battaglia di Alesia sorge ora un museo interdisciplinare, dal design evocativo, di cui andremo a vedere le caratteristiche. Vi aspettiamo!
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