I GRANDI NEMICI DI ROMA – ATTILA (Quarta parte: la Battaglia dei Campi Catalaunici, l’ultima vittoria di Roma).

In Gallia, il generale romano Ezio riesce a fermare l’irresistibile avanzata di Attila nella memorabile Battaglia dei Campi Catalaunici, che verrà ricordata come una terribile carneficina e che passerà alla Storia come l’ultima vittoria di Roma

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La Battaglia dei Campi Catalaunici. Immagine di fantasia generata dall’IA

Puntata dedicata interamente all’ultima vittoria di Roma: la Battaglia dei Campi Catalaunici (451 d.C.). Inserita nell’elenco delle 15 battaglie che hanno deciso il destino dell’umanità, per alcuni essa ha cambiato il corso della Storia, infrangendo il mito dell’invincibilità della rozza e sanguinaria orda unna. Per altri, si è trattato di uno scontro dall’esito irrilevante, visto che poi Attila si è riproposto devastando l’Italia. Tuttavia, l’importanza di questa battaglia è sicuramente tutta simbolica, rappresentando il vittorioso canto del cigno di un impero, quello d’Occidente, che non voleva morire e che, pur schierando soldati ormai barbarizzati, ben lontani dalle disciplinate legioni di Cesare, ha impartito una sonora lezione ad un nemico che sembrava inarrestabile, dimostrando ancora una volta, l’ultima, che l’eco di una superiore tradizione militare non si era ancora spenta e che anche un impero decadente e indebolito poteva essere ancora in grado di prevalere militarmente e sferrare colpi poderosi ai propri nemici.

Contro Attila, l’Occidente si riunì in una disperata alleanza che includeva le truppe regolari dell’Impero d’Occidente (spesso reclutate tra i Germani), i Visigoti, guidati da Teodorico I (caduto combattendo eroicamente), che costituivano la forza principale della coalizione, gli alleati (foederati) Franchi Ripuari, Alani, Burgundi, Armoricani e altri contingenti gallo-romani.

Attila si trovò, quindi, ad affrontare un esercito ben organizzato e coordinato e, sebbene la battaglia non segnò una sconfitta devastante per gli Unni, fu comunque la fine definitiva dell’avanzata unna in Europa, bloccando per sempre i sogni espansionistici del “flagello di Dio” e salvando la cultura europea dall’estinzione.

La battaglia, risoltasi in un apocalittico massacro, rimase nella memoria al punto che molti credevano di vedere i fantasmi dei soldati che ancora combattevano tra le nebbie della brughiera francese…

Questo scontro fu, inoltre, un simbolo di resilienza e di come una coalizione di popoli, sebbene con rivalità interne, possa unirsi e avere successo contro un nemico comune che minaccia la loro indipendenza. Il merito di Ezio fu quello di cogliere la fondamentale forza della coalizione per proteggere ancora una volta Roma, giunta alla fine della sua grande avventura storica.

In questa quarta parte dell’articolo dedicato ad Attila, nell’ambito della serie “I grandi nemici di Roma”, inserito nella Rubrica di divulgazione “La Stele di Rosetta” curata dallo scrivente e pubblicata da IQ, andremo a vedere come Ezio cercò abilmente alleati, dimostrando la capacità di unire popoli rivali contro una minaccia comune, vedremo gli schieramenti tattici e analizzeremo fase per fase lo svolgimento dello scontro e le considerazioni approfondite sul suo peso nella Storia, il tutto supportato da immagini e contenuti multimediali. Buona Lettura!

Flavio Ezio, il trionfatore della battaglia. Immagine di fantasia generata dall’IA
INDICE DEI CONTENUTI

EZIO CERCA ALLEATI

LA BATTAGLIA DEI CAMPI CATALAUNICI

UN MASSACRO SENZA PRECEDENTI

LA MISTERIOSA RITIRATA DI ATTILA

ARCHEOLOGIA DELLA BATTAGLIA DEI CAMPI CATALAUNICI

L’ULTIMA GRANDE VITTORIA DELL’IMPERO ROMANO D’OCCIDENTE

EZIO CERCA ALLEATI

L’unico che poteva fermare l’inarrestabile armata unna era Ezio, che non perse tempo e subito mise in moto la rete di alleanze forgiata nel corso di decenni: raccolse un esercito con le migliori unità dai due eserciti rimasti ai Romani, quello d’Italia e quello di Gallia. Era forse una decade che Ezio si preparava ad una guerra contro gli Unni ma l’assenza del gettito fiscale nordafricano non gli avrebbe permesso di schierare solo una pallida immagine dell’antico esercito imperiale. Ezio conosceva la dura realtà: solo una coalizione del suo esercito e di tutti i popoli foederati della Gallia poteva avere una perfino remota possibilità di successo. E fu presto chiaro che nessuno tra i Germani avrebbe combattuto per i Romani se questi non fossero stati affiancati dal più importante dei popoli foederati, ovvero i Visigoti: era già una prospettiva terribile affrontare Attila, ma sarebbe stato un semplice suicidio schierarsi contro questi e i Goti di Romania.

Statua di Teodorico I sulla balaustra del Palazzo Reale di Madrid 

Ezio aveva sconfitto due volte Teodorico I (non imparentato con il celebre omonimo sepolto a Ravenna che sarebbe stato re degli Ostrogoti pochi decenni dopo) e sapeva di non essere ben visto a Tolosa. Nell’ora più buia e disperata Ezio inviò nel regno dei Visigoti uno degli uomini più in vista della Gallia oltre che un amico personale di Teodorico: si trattava di un certo Avito, qualcuno da ricordare visto che tra qualche anno sarà imperatore. Avito era il massimo rappresentante della classe di proprietari terrieri romani della Gallia, aveva militato al fianco di Ezio e aveva già negoziato un accordo con i Goti: da anni viveva in ritiro dalla politica, nella sua magione in Gallia. Ma Avito, da vero Romano, rispose al bisogno della patria e andò di nuovo in ambasciata presso i Goti, con la coscienza di essere forse l’unico che potesse convincere Teodorico.

Avito riuscì a convincere a unirsi a Ezio non soltanto Teodorico, ma anche un buon numero di altri popoli Germanici presenti in Gallia (Carmina 7,333-356).

In soccorso di Aurelianum

Quest’esercito, composto quindi da popolazioni diverse, si diresse alla volta della città assediata di Aurelianum, dove giunse presumibilmente il 14 giugno.

Secondo l’autore della Vita sancti Aniani, un’opera dedicata ad Aniano di Orléans, vescovo della città all’epoca (e oggi suo patrono), l’esercito di Ezio raggiunse Aurelianum, presidiata dal re degli Alani, Sangibano, appena in tempo per salvarla dalla distruzione, quando già gli Unni avevano aperto una breccia nelle mura ed avevano introdotto un primo contingente all’interno della città. La comparsa all’orizzonte della nube di polvere sollevata dalle truppe di Ezio e Teodorico in avvicinamento convinse Attila della necessità di interrompere la conquista della città e di iniziare una precipitosa ritirata verso nord-est, per evitare il rischio di passare da assediante ad assediato, e nella speranza di trovare un terreno più favorevole allo scontro: se Ezio voleva la sua battaglia l’avrebbe dovuta combattere in campo aperto, dove Attila non aveva mai perso una battaglia.

Teodorico ed Ezio non si accontentarono di aver liberato Aurelianum, ma procedettero all’inseguimento degli Unni in ritirata.

Ad Attila serviva una pianura dove la cavalleria unna avrebbe potuto dispiegare tutto il suo potenziale distruttivo. Alla fine, Attila trovò il suo terreno favorevole nelle grandi pianure nei pressi della moderna Chalons, città dello Champagne, in un luogo caratterizzato da un’ampia pianura ondulata in cui lo sguardo poteva spingersi lontano e rivelare le intenzioni del nemico. Gli era stato riferito di una regione particolarmente propizia per combattere, caratterizzata da ampie pianure in cui la moltitudine del suo esercito avrebbe potuto trovare un naturale e vantaggioso esito al suo dispiegamento e, alle spalle di questo pianoro, un sito idoneo alla collocazione delle salmerie e dei carriaggi, appesantiti dal bottino razziato durante l’attraversamento delle Gallie e dagli esseri umani presi come schiavi. Si trattava di un antico recinto celtico, circondato da un fossato oggi poco riconoscibile che Attila si premunì comunque di rendere più sicuro attraverso la costruzione di una palizzata lignea, una tecnica che era ben conosciuta dagli Unni. Questo sito oggi è collocato nel piccolo agglomerato rurale francese chiamato La Cheppe, in cui è delimitato da confortevoli tavoli da picnic, collocati sui bordi del terrapieno fatto erigere da Attila.

Era il 20 giugno del 451, e quelle pianure erano i Campi Catalaunici.

LA BATTAGLIA DEI CAMPI CATALAUNICI

La battaglia avvenne nel giugno dell’anno 451, in una zona della Francia che gli storici non hanno identificato con precisione, in un territorio pianeggiante sormontato da un modesto colle, con un fiume, o forse un torrente che attraversando l’area, si impregnò di sangue. La battaglia di Châlons è stata definita da alcuni storici una delle quindici battaglie più decisive della storia: se avesse vinto Attila, la civiltà Europea per come la conosciamo non sarebbe esistita. Secondo altri storici, invece, la vittoria fu di relativa importanza, perché non colpì Attila al culmine della sua potenza né gli impedì di compiere nuove scorrerie.

La battaglia di Chalôns diventò famosa per la sua violenza: le descrizioni che gli storici ci hanno lasciato sulla battaglia parlano di un conflitto talmente violento da immaginare che i morti, sul campo di battaglia, avessero continuato a combattere ancora per molti giorni dopo il proprio decesso, come fantasmi intrappolati in un’azione talmente grande da non poter essere fermata neanche con la morte.

Il luogo incerto dello scontro

Non si conosce con precisione dove fossero i Campi Catalaunici (nome derivante dai Galli Catuvellauni). L’autore inglese di trattati storici, Thomas Hodgkin, li colloca vicino al paesino di Méry-sur-Seine, ma la convinzione prevalente li situa in prossimità di Châlons-en-Champagne.

La Marna con la cattedrale di Châlons

Giordane (o Jordanes), vissuto cent’anni dopo l’effettivo svolgimento degli eventi alla corte di Bisanzio, crede che lo scontro armato sia avvenuto nella Maurica, una estesa regione posta fra il corso d’acqua della Mosella ad oriente ed il fiume Senna ad occidente.

La località sorgeva lungo una strada romana a circa cinquanta chilometri a Sud-Est di Reims e presentava a Settentrione un’altura poco pronunciata da cui era possibile dominare la pianura per un largo tratto.

Era un rilevo modesto, il quale oggi è sede di un campo di addestramento militare dell’esercito francese e chiuso al pubblico. Jordanes d’altronde descrisse con una certa precisione il sito:

“Come abbiamo riferito, i due eserciti si fronteggiarono ai Campi Catalaunici. Quel luogo era come sovrastato da una modesta collina e i comandanti dei due eserciti desideravano entrambi impossessarsi della cima di quell’altura per essere favoriti dalla posizione favorevole che essa offriva. Gli Unni e i loro alleati occuparono pertanto il lato destro del rilievo, mentre i Romani e i Visigoti fecero altrettanto con il sinistro. Sotto a quell’altura si diede pertanto inizio ai combattimenti e le due grandi armate si scontrarono”. Jordanes, Storia dei Goti, XXXVIII, 197.

Una congettura inedita per stabilire la corretta località della battaglia è stata fatta da un docente universitario, il Bussagli. In base ad una ricostruzione toponomastica, fra le odierne città di Suippes, Cuperly, e La Cheppe – esattamente al centro dell’antica regione della Maurica -, esiste un pianoro, noto col nome di “Ahan Des Diables“. Nel protofrancese, il termine “Ahan” significa “Camposanto”, quindi una zona dove vennero sepolti uomini identificabili a mo’ di demoni. Inoltre, tale pianoro si colloca pressappoco a metà fra l’incrocio della Strada Nazionale 394 (che va da Reims a Bar-Le-Duc) con la Strada Statale 77 (che va da Châlons-en-Champagne a Suippes), poco a Nord di un’antica ed importante strada romana, che portava al confine sul fiume Reno, che costituiva la linea di demarcazione naturale tra il territorio unno e quello romano.

La piana ove si scontrarono gli eserciti sarebbe quindi quella attorno alla cittadina di Vadenay, compresa tra la città di Reims a nordovest, Chalons en Champagne a sud e Valmy (sede di un’altra importante battaglia del 1792) a nordest. In tale area sorgono due modeste alture, il colle di Fenoy che gli Unni tentarono inutilmente di conquistare, ove erano accampati Flavio Ezio e i Visigoti, e il colle di Piémont ove Attila aveva posto il suo campo. Va anche precisato che, nel 1842 non lontano da questa zona, e precisamente sulla riva meridionale del fiume Aube, presso Pouan-les-Vallées vennero scoperte delle ricche sepolture attribuite a nobili germanici vissuti nel V secolo d.C., quindi pienamente compatibili con la data della battaglia in questione.

Gli schieramenti

Flavio Ezio guidò una coalizione romano-visigota contro gli Unni di Attila. Lo schieramento si basò sul posizionamento dei Visigoti di Teodorico a destra, gli Alani (meno affidabili e infidi, secondo Giordane) al centro e Romani con Franchi/Burgundi a sinistra, sfruttando strategicamente una collina. Attila posizionò gli Unni al centro, con Ostrogoti e Gepidi alleati sulle ali.

L’esercito di Ezio era dunque solo un lontano parente delle legioni condotte da Cesare a conquistare la Gallia e sempre più simile ad un esercito medievale, anche se meglio nutrito e più disciplinato.

Ecco, nel dettaglio, gli schieramenti:

Esercito Romano-Visigoto (Flavio Ezio):

  • Ala Destra: Visigoti guidati dal re Teodorico I (e suo figlio Torismundo), considerati la forza d’urto principale.
  • Centro: Alani (guidati da Sangiban), posizionati da Ezio in posizione centrale ma controllata per la loro dubbia fedeltà.
  • Ala Sinistra: Truppe romane regolari (limitanei/comitatenses) comandate direttamente da Ezio, insieme a contingenti franchi e burgundi.
  • Posizione Strategica: Ezio fece occupare preventivamente una collina che dominava il campo di battaglia, cruciale per il vantaggio tattico.

Esercito unno (Attila):

  • Centro: Attila guidava personalmente gli Unni, nerbo della cavalleria.
  • Ala Destra (vista da Attila): Ostrogoti.
  • Ala Sinistra (vista da Attila): Gepidi, guidati dal loro re Ardarico.

La mattina passò per dare il tempo ai due immensi eserciti di schierarsi, in quella che fu una delle più grandi battaglie dell’intera storia romana.

La profezia

Superstizioso, come tutti gli Unni, Attila chiese ai suoi indovini di di esaminare le interiora di una vittima sacrificale durante la notte precedente alla battaglia e di predire l’esito dello scontro che si apprestava a ingaggiare in quella che avrebbe dovuto essere una battaglia decisiva.

Questi gli annunciarono un confronto difficile con i nemici della coalizione avversaria, perché si sarebbe trattato di una lotta mortale, forse dall’esito infausto, ma provvista di una sicura consolazione legata alla caduta sul campo di battaglia di un capo importante dell’esercito nemico. Convinto che la profezia si riferisse ad Ezio il re degli Unni decise di sfidare la sorte, rischiando la sconfitta sperando, al peggio, di sbarazzarsi del pericoloso rivale. Attila attese comunque fino alle tre di pomeriggio, così che, nel caso le cose si fossero messe al peggio, avrebbe potuto sfruttare l’oscurità per disimpegnarsi.

Il fallito tentativo di prendere la collina (I fase)

I Gepidi furono i primi a scontrarsi nella notte con i nemici precisamente con i franchi di Meroveo, uno dei tanti foederati chiamati a raccolta da Ezio, dando vita a una schermaglia particolarmente sanguinosa, con 15.000 caduti da entrambe le parti.

Ezio, come abbiamo detto, aveva fatto occupare le colline che dominano il campo di battaglia da una forte schiera di arcieri e da altre truppe scelte, conquistando così un decisivo vantaggio strategico. Resosi conto dell’importanza della posizione acquisita dai Romani, Attila condusse una serie di furiose cariche di cavalleria con l’intento di ribaltarla. Ma le cariche vennero tutte respinte e costarono molte perdite agli Unni.

Attila dà il segnale di attacco

Con l’esercito romano dispiegato in attesa dell’assalto finale, verso l’ora nona (le tre del pomeriggio) e con il sole alle spalle, Attila diede il segnale di attacco generale scagliando la sua cavalleria contro il muro romano-alano.

Il tratto di terreno che separa i due schieramenti venne percorso d’un fiato dagli Unni, mentre i Romani rinserrarono i ranghi coprendosi con gli scudi. Dietro questi, gli arcieri presero a bersagliare le schiere nemiche, mietendo altre vittime. Il cozzare dei due eserciti era terribile e per lungo tempo la polvere, le urla e il sangue impedirono di avere chiara la situazione. Gli Unni però, perso il vantaggio della forza d’urto della cavalleria, furono costretti ad un corpo a corpo che premiò la pesantezza dell’equipaggiamento difensivo romano.

II fase: la morte di Teodorico

A quel punto, i Visigoti si lanciarono sull’ala destra nemica, accendeva una violenta lotta fratricida tra Visigoti e Ostrogoti durante la quale si avverò la profezia degli aruspici di Attila, perché Teodorico I, che combatteva in testa a tutti, morì. Giordane sostiene che uno degli Ostrogoti tirò una lancia contro il Re, ma si tratta probabilmente di piaggeria nei confronti del celebre Ostrogoto. Una diversa versione sostiene che nella foga della battaglia il cavallo del Re stramazzò al suolo, facendo morire il sovrano sotto il peso del suo destriero.

Ma Visigoti non furono scoraggiati dalla morte del loro grande Re che li guidava da decenni: anziché sbandare, raddoppiarono gli sforzi e la loro determinazione divenne ora una furia mortale. Il grande esercito dei profughi del 376, dei saccheggiatori di Roma, dei vincitori di mille battaglie si gettò sugli Ostrogoti, mettendoli in fuga. L’intero settore cedette e i Visigoti, nella loro furia, giunsero vicini all’accampamento fortificato degli Unni, esponendo il centro e l’altra ala dell’esercito Unno all’accerchiamento.

Intanto, Ezio ordinò ai suoi di avanzare e la fanteria romana cominciò a stringere in formazione, respingendo il nemico e minacciando di chiuderlo in una morsa.

III fase: Attila si ritira

Resosi conto che la battaglia volge al peggio, Attila decise di radunare l’ala sinistra del suo schieramento e gli Unni rimasti nell’accampamento, per cercare di riorganizzarsi durante la notte.

Poi, aspettandosi un attacco in forze per la mattina successiva, fece disporre alla meglio tutti i carri attorno facendovi appostare i suoi migliori arcieri. Quindi, diede ordine di accatastare l’immenso bottino conquistato durante le razzie e si sistemò in cima, attorniato dalle sue donne, pronto a darsi fuoco e a morire in mezzo ai suoi uomini, piuttosto che cadere in mani romane.

Quando il mattino successivo illuminò la scena, sul campo ci furono decine di migliaia di caduti, in gran parte Unni.

UN MASSACRO SENZA PRECEDENTI

Lo scontro si era risolto in una terribile carneficina per entrambe le parti. I caduti del grande scontro furono molte migliaia e se la cifra di 300.000 morti data da alcuni cronisti dell’epoca pare davvero inverosimile, la stima più probabile li fa ascendere a circa sessantamila individui.

L‘evento colpì a tal punto il mondo civilizzato che per anni corsero leggende che parlarono di battaglie notturne tra i fantasmi dei caduti di entrambe le schiere nelle brughiere circostanti. Nei dintorni del Campo di Attila erano sorti numerosi tumuli funerari, oggi vicini a delle graziose casette nella fiorente campagna francese del Grande Est. Gli scavi archeologici hanno portato al ritrovamento di monete e di altre tracce del passaggio delle armate, mentre i reperti ossei sono stati meno evidenti. Era come se la Champagne, secondo il famoso detto di Victor Hugo, abbia effettivamente “dévora les Huns” (divorare gli Unni).

I fantasmi dei soldati che ancora combattono ai Campi Catalaunici. Immagine di fantasia generata dall’IA

LA MISTERIOSA RITIRATA DI ATTILA

Nel suo accampamento Attila era disperato: il suo esercito, costretto ad arretrare e chiudersi nel cerchio difensivo dei carri, aveva conosciuto la sua prima battuta d’arresto. Ne seguì uno stallo, i due eserciti si rischierarono di nuovo sul campo di battaglia, uno di fronte all’altro, come in attesa ognuno della prima mossa dell’altro. Nessuno si mosse, le mani nervosamente posate sulle armi. Alla fine, arrivò il segnale: gli Unni iniziarono a ritirarsi, in direzione del Reno e delle loro case in Pannonia. Attila era stato fermato. La sua salvezza venne però dalle incredibili decisioni che vennero prese durante la notte al campo romano.

Le motivazioni di Ezio

Torrismondo

Molto si è discusso sui motivi che hanno indotto Ezio a non proseguire la battaglia. Probabilmente, oltre a voler evitare nuove ingenti perdite con l’attacco ad un campo seppur malamente fortificato, all’astuto generale romano non sfuggiva il pericolo che avrebbe corso l’esercito romano, se i suoi alleati avessero deciso di non seguirlo. Teodorico era morto e il principe Torrismondo, che si era distinto in battaglia ed era stato nominato suo successore sul campo, poteva non essere un alleato fidato come il padre. Secondo alcuni autori, infatti, l’iniziativa di abbandonare la coalizione romana venne interamente da Torrismondo che, antiromano, considerando esaurito il pericolo unno per il suo popolo non vedeva motivo per concedere all’odiato Ezio un gigantesco trionfo personale su cui cementare ulteriormente il suo potere.

Per molti storici moderni, invece, fu Ezio a suggerire a Torrismondo di rientrare subito così da bloccare iniziative dei suoi quattro fratelli contro la sua successione; lo scopo del Magister Militum era quello di tenere in vita il pericolo unno in modo tale da continuare ad avere una leva di pressione sui Visigoti e uno spauracchio da agitare con la corte di Ravenna che, ricordiamolo, lo accettava più che amava. Possiamo, infatti, ipotizzare che le condizioni a Ravenna fossero tali che Ezio poteva sentirsi al sicuro solo finché era indispensabile. E per rimanere tale era necessario che Attila non venisse annientato del tutto.

Ezio permise ad Attila di ritirarsi anche per mantenere un equilibrio di potere, temendo che l’annientamento totale degli Unni avrebbe reso i Visigoti, suoi alleati, troppo potenti e pericolosi per l’Impero Romano d’Occidente

“L’ultimo dei Romani” temeva che la distruzione definitiva degli Unni avrebbe lasciato i Visigoti, guidati ora da Torrismondo, come la forza dominante in Gallia, minacciando ulteriormente Roma.

Infatti, la coalizione romana era formata da barbari (Visigoti, Alani) uniti solo temporaneamente contro Attila. Ezio temeva che, eliminato il nemico comune, i Visigoti potessero rivoltarsi contro i Romani.

Inoltre, l’esercito romano era stremato e l’inverno si avvicinava, rendendo un inseguimento profondo in territorio nemico rischioso.

In sintesi, la scelta di Ezio fu una mossa strategica lungimirante — sebbene cinica — per preservare l’Impero, preferendo un Attila indebolito ma vivo, piuttosto che un’alleanza vittoriosa ma incontrollabile.

L’Europa nel 451, alla morte di Teodorico I. In marrone il regno di Tolosa dei Visigoti

ARCHEOLOGIA DELLA BATTAGLIA DEI CAMPI CATALAUNICI

Questo elmo romano del IV secolo, noto come Berkasovo, è realizzato in ferro e argento ed è stato ritrovato in Serbia. Elmi come questo, indossati dalla cavalleria, erano in uso all’epoca dell’invasione della Gallia da parte di Attila. Fotografia di Alamy/ACI Fonte: National Geographic

L’archeologia della battaglia dei Campi Catalaunici è caratterizzata da una significativa discrepanza tra la portata epica descritta dalle fonti storiche e la scarsità di evidenze materiali dirette sul campo. Nonostante sia stata definita il “cimitero delle nazioni” per l’enorme numero di caduti riportato (fino a 160.000-300.000 secondo i cronisti antichi), non è mai stata individuata con certezza una fossa comune o un campo di battaglia inequivocabile.

Sebbene manchi un “sito primario”, alcuni reperti isolati sono stati storicamente messi in relazione con l’invasione di Attila del 451, come il Tesoro di Pouan (1842): scoperto casualmente a Pouan-les-Vallées, consiste in una tomba principesca con armi (spatha e scramasax – un’arma corta a un taglio, caratteristica dei popoli germanici, con un solo margine tagliente) decorate in oro e almandini. Sebbene inizialmente attribuito a Teodorico I (re dei Visigoti caduto in battaglia), l’archeologia moderna lo considera più probabilmente il corredo di un nobile guerriero germanico d’alto rango dell’epoca.

A differenza di altri siti (come Kalkriese per la battaglia di Teutoburgo), i Campi Catalaunici non hanno restituito una “scia” chiara di armamenti o resti umani per diversi motivi. Innanzitutto, lo scontro coinvolse decine di migliaia di soldati su un’area pianeggiante molto vasta. Inoltre, era consuetudine per i vincitori e le popolazioni locali ripulire il campo di battaglia recuperando armi, armature e metalli preziosi, materiali estremamente costosi all’epoca, senza contare che l’agricoltura intensiva nei secoli successivi nella regione dello Champagne ha probabilmente disperso o distrutto eventuali tracce superficiali.

Il Tesoro di Pouan

L’ULTIMA GRANDE VITTORIA DELL’IMPERO ROMANO D’OCCIDENTE

Ezio è stato uno dei più grandi generali della storia dell’Impero Romano, noto anche come “l’ultimo dei Romani” per la sua grande devozione a Roma e per le sue abilità strategiche che si rivelarono cruciali nell’ultima difesa dell’Impero. La battaglia dei Campi Catalaunici fu una delle ultime grandi operazioni militari dell’Impero Romano d’Occidente ed è stata inclusa nelle 15 battaglie più importanti combattute al mondo, probabilmente la più feroce vissuta fino a quel momento storico.

A rendere così importante questa battaglia furono l’alto numero di uomini impiegati e i dispiegamenti internazionali che si sfidarono.

La battaglia dei Campi Catalaunici ha rappresentato sempre un enigma per gli storici: evento cruciale nella storia dell’Europa o fatto militare largamente sopravvaluto? Certamente la sconfitta che fermò Attila, considerato fino ad allora invincibile, ha contribuito molto alla fama dell’episodio e che a confrontarsi furono due dei tre uomini più importanti d’occidente (il terzo era il re vandalico Genserico) ne ha fatto l’evento centrale della prima metà del V secolo d.C. Ma lo fu davvero?

Al di là della componente epica quale fu il reale peso di quest’ultima vittoria di Roma sulla storia d’Europa? Poco rilevante, perché ciò che cambiò la storia d’Europa fu la comparsa di Attila. Come abbiamo visto infatti gli attacchi prima all’oriente e poi all’occidente ad opera del re degli Unni costrinsero le due parti dell’impero a ingaggiare una lotta per la sopravvivenza che bloccò il progetto di stabilizzazione interna di Ezio. Il fatto che a causa di Attila Ravenna dovette dare per avvenuta la perdita dell’Africa, uno dei principali serbatoi fiscali e annonari dell’Occidente, quasi vanificò gli ottimi risultati ottenuti dal magister Militum in Gallia; inoltre, anche in Spagna gli Svevi, approfittando della disattenzione dei Romani, ne approfittarono per rifarsi sotto guadagnando terreno in direzione della cosa del Mediterraneo che fu tenuta a stento e solo dietro pesanti concessioni. Gli anni di Attila, uniti alla morte di Ezio furono di fatto la pietra tombale per la romanitas occidentale perché impedirono il dispiegarsi dell’ultimo progetto di un suo riscatto.

Il fatto che gli Unni non siano stati annientati porta addirittura alcuni studiosi a pensare che questa battaglia potrebbe trattarsi più verosimilmente di un pareggio, piuttosto che come una vittoria romana, come raccontato dalla tradizione.

È anche vero che la ritirata di Attila avvenne molto rapidamente, e non solo dal luogo dello scontro ma da tutti i territori che era riuscito a conquistare. In questo senso, la tradizionale interpretazione della battaglia come una vittoria romana ha più senso.

È stata una vittoria sicuramente in senso ideologico, ossia la vittoria di ciò che Roma era stata per secoli. Fu la vittoria di Ezio cioè l’ultimo uomo che tentò di mantenere in vita quell’idea seguendo un progetto non di mera sopravvivenza, ma di riscatto dell’impero. Se poi questo progetto fosse andato a buon fine è difficile dirlo perché, al contrario della pars orientalis, l’occidente aveva in sé tanti di quegli elementi disgreganti, rappresentati dai vari popoli germanici che vi si erano installati all’interno, che era difficile ricondurre all’obbedienza. Ezio tentò di usare una strategia aggiornata del “divide et impera” evitando cioè che i vari popoli germanici si coalizzassero tra di loro tenendo sempre vivo un nemico, prima i Visigoti e poi gli Unni, che li spaventasse a sufficienza dallo spingerli ad accettare un patronato del seppur scricchiolante sistema amministrativo romano.

La vittoria dell’ordine sul caos

Quella di Attila nel 451 fu la prima vera invasione dell’occidente: finora, infatti, gli occidentali erano sempre stati sommersi di profughi in cerca di una casa, questa fu la prima volta che dei popoli nemici erano venuti per sottometterli o per distruggere il loro impero. E il vecchio, stanco, dilapidato impero ridotto al verde dalla perdita del Nordafrica resse alla prova. La battaglia della pianura catalana, quindi, può essere considerata significativa in quanto ha preservato la cultura europea dall’estinzione.

Sebbene sembri una tendenza sempre più diffusa tra gli studiosi moderni attribuire ad Attila una certa nobiltà e cultura, nessun resoconto antico menziona l’esistenza di una civiltà unna di rilievo. Anche considerando che la storia di Attila e degli Unni è stata scritta dai loro nemici, non è stata rinvenuta alcuna prova archeologica, né alcun documento scritto di alcun tipo, che contraddica le narrazioni secondo cui gli Unni distrussero le civiltà che incontravano senza offrire nulla in sostituzione. Pertanto, affermare che gli Unni offrissero qualcosa di meglio della cultura romana è una posizione insostenibile. Gli Unni invasero ripetutamente altre regioni, distruggendo la popolazione e la cultura che abbracciavano, lasciando dietro di sé solo rovina. Nessun resoconto sugli Unni suggerisce che fossero interessati a migliorare la vita altrui o a elevare altre regioni attraverso un qualche tipo di progresso culturale; tutto ciò che portarono fu morte e distruzione. Ezio e il suo esercito resistettero all’assalto di un nemico che non aveva mai conosciuto la sconfitta per mano delle forze romane, un esercito più numeroso e certamente di ben maggiore fama di ferocia, impedendo loro di raggiungere il loro obiettivo di ulteriori massacri e stragi. La battaglia dei Campi Catalaunici risuona ancora oggi perché incarna il trionfo dell’ordine sulle forze del caos; un valore culturale condiviso da molti in tutto il mondo.

Molte volte quando si parla di questa battaglia si dice che l’Impero Romano d’Occidente scomparve vittorioso, cioè vincendo la sua ultima battaglia. In effetti dopo questo scontro, vere e proprie battaglie che interessarono i Romani non ci furono. Con la vittoria ai Campi Catalaunici, Roma vinse la sua ultima e vera battaglia prima della caduta definitiva, il canto del cigno dell’Impero d’Occidente, che di “romano” ormai aveva ben poco, la fine di una grande avventura storica prima del definitivo sipario.

NEL PROSSIMO EPISODIO: ATTILA SCENDE IN ITALIA E DIVENTA IL “FLAGELLO DI DIO”. VI ASPETTIAMO!

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