
Con un salto di quattro secoli, arriviamo al settimo ed ultimo dei Grandi nemici di Roma: Attila. Un personaggio che ci risulta poco simpatico e al quale, nel corso del nostro studio, non siamo per nulla affezionati, come è capitato per le altre figure trattate nel corso di questa serie.
Forse la motivazione, del tutto personale, è da ricercare nel contesto in cui tale figura ha agito: un Impero Romano d’Occidente in decadenza, debole, lontano anni luce dalle glorie del passato, un impero che non voleva morire, ma che si reggeva ormai su mercenari barbari, estranei ai valori che avevano fatto grande la civiltà romana. Un crepuscolo fatto di una dolorosa ed umiliante agonia, all’interno della quale, però, come lampi nel buio, sopravvivevano ancora sprazzi di caparbietà, di resilienza e di ostinazione a rimandare l’inevitabile. La figura, grande e solitaria, di Flavio Ezio, l’ultimo grande romano, è da considerarsi, a nostro avviso, la metafora della fine di un periodo unico e irripetibile della storia umana.
Attila, un predone a capo di un’orda sanguinaria di barbari, ha colto il momento a lui favorevole e ne ha approfittato per colpire al cuore una civiltà secolare e superiore. Nulla da dire: lo avrebbe fatto chiunque. Ma non siamo d’accordo con alcuni storici revisionisti che lo considerano un europeo che pensava da europeo, e non una “bestia orientale” (come definito dalle fonti antiche) sullo stesso piano di Gengis Khan. Pirro, Annibale, Cleopatra, appartenevano a civiltà con una identità e una cultura ben precisa, ma Attila no. Attila apparteneva agli Unni, un popolo alieno e violento, dalle origini misteriose, venuto dal nulla e, dopo la morte del predone, tornato nel nulla. Ma non prima di aver causato danni irreparabili: quando anni prima, gli Unni invasero le pianure dell’Ucraina e della Bielorussia, si concretizzò il classico “effetto domino”. Vennero travolti dapprima Sarmati, Alani, Ostrogoti, Sciri, Rugi e, quindi, Visigoti, Eruli, Gepidi, Burgundi, Franchi, Suebi, Vandali ed Alamanni i quali, in fuga, si abbatterono in massa sui confini dell’Impero Romano d’Occidente, disintegrandolo nel giro di una settantina d’anni, con la fondazione dei regni romano-barbarici. Il cosiddetto “impero” di Attila, che si espandeva spaventosamente da oriente ad occidente, si rivelò effimero, e si sgretolò perchè basato sulla razzia, il terrore e una struttura di potere evanescente, legato com’era alla figura del leader. A differenza dell’Impero Romano, che si fondava un sistema amministrativo complesso, un diritto scritto e una burocrazia gerarchica, quello di Attila mancava di una vera struttura amministrativa stabile.
In questa prima parte della serie “I Grandi Nemici di Roma”, nell’ambito della Rubrica di divulgazione “La Stele di Rosetta”, pubblicato da IQ, conosceremo meglio gli Unni, le ipotesi sulle loro origini, la descrizione pittoresca (per usare un eufemismo) che ne fanno le fonti antiche, i loro usi e costumi, la tattica militare e gli armamenti. Ripercorreremo le tappe della loro espansione, ad occidente nel territorio dell’odierna Germania, ad Oriente alle porte di Costantinopoli. Vedremo come Attila sale al potere, inizialmente in una diarchia col fratello Bleda, e come diventerà unico re degli Unni, in un contesto di confusione e caos che fu il Basso Impero pochi decenni prima del suo collasso. Buona lettura!

INDICE DEI CONTENUTI
GLI UNNI: UN POPOLO VENUTO DAL NULLA
TATTICA E STRATEGIE DI BATTAGLIA
ANNO 337 d.C.: PRIME AVVISAGLIE DELL’ESPANSIONISMO UNNO
ANNO 378 d.C.: IL DISASTRO DI ADRIANOPOLI
ANNO 395 d.C.: GLI UNNI ATTRAVERSANO IL DANUBIO
GLI UNNI, MERCENARI AL SOLDO DEI ROMANI
IL REGNO DEGLI UNNI NELL’EUROPA CENTRO-ORIENTALE
GLI UNNI: UN POPOLO VENUTO DAL NULLA
Un popolo guerriero nomade, proveniente dalla Siberia meridionale, giunse in Europa nel IV secolo, seminando il terrore e lasciando dietro di sé una scia di sangue e di orrore, imperversando nei territori di un impero, quello romano, ormai morente.
Storia e leggenda si accavallano nel tentativo di identificare le origini degli Unni. Lo storico medioevale Giordane, che studiò le guerre gotiche, narra di una leggenda secondo cui il re dei Goti Filimero scoprì fra i suoi sudditi di origine scita alcune donne che praticavano stregoneria e, per questo motivo, le cacciò nei boschi selvaggi della Scizia. Lì alcuni spiriti maligni della foresta si accoppiarono con queste donne, dando vita ad una stirpe orrenda di ominidi simili agli gnomi, da cui sarebbero poi venuti gli Unni.

Lo storico romano Prisco, molto più realisticamente, identifica il punto di propagazione degli Unni in tutta Europa vicino al mare d’Azov: da qui gli Unni si spostano verso le grandi pianure della Russia e poi in quel territorio che è oggi la moderna Ungheria, dove resteranno per parecchio tempo, seguendo sempre una vita nomade e divisa in gruppuscoli e tribù indipendenti.
Ammiano, storico romano del IV secolo, si limita a specificare che essi provengono da “al di là delle paludi meotiche”, una zona di steppe molto vasta.

In passato è stata proposta un’identificazione con gli Xiongnu (匈奴), una popolazione nomade che, riportano fonti cinesi, nel I secolo a.C. minacciava la Cina. Infatti, questi nomadi erano considerati così pericolosi e distruttivi che la dinastia Qin iniziò la costruzione della Grande muraglia per proteggere la Cina dai loro attacchi. Nel 174 o 176 a.C. l’impero nomade Xiongnu raggiunse la massima espansione, ovvero quasi 9 milioni di km². Nemmeno gli imperi cinese, sasanide e achemenide erano arrivati ad una simile estensione. La parte orientale dell’impero Xiongnu continuò ad occupare oltre 6,1 milioni di km² fino al 50 a.C. Tuttavia, a partire da metà del secolo gli Xiongnu vennero sconfitti duramente da un loro vassallo, il popolo Wusun, che stava costruendo un vasto impero; in una battaglia persero 10.000 guerrieri che divennero prigionieri. Dopo una serie di disfatte l’impero Xiongnu crollò e si frammentò in molte parti indipendenti.
Durante la migrazione verso occidente attraverso la valle dell’Ili – se l’identificazione con gli Unni è corretta – gli Unni si sarebbero poi stabiliti lungo il corso del Volga, invadendo i territori degli Alani (in cinese: Ālánliáo 阿蘭聊), degli Ostrogoti e dei Visigoti.
L’identificazione tra Unni e Xiongnu, seppur affascinante, non è comprovata con prove certe, e tra l’altro, se vi sono delle analogie tra le due popolazioni, vi sono anche notevoli differenze:
- Gli Unni e gli Xiongnu avevano un’organizzazione politica completamente differente: gli Unni nel IV secolo avevano molti re, i due gruppi di Xiongnu avevano invece un unico capo, lo Shan-Yu.
- Anche il modo di legare i capelli era differente: gli Xiongnu legavano i capelli in una coda di cavallo, a differenza degli Unni.
- Inoltre, il rinvenimento di artefatti bronzei Xiongnu del deserto Ordos in Mongolia ha permesso agli studiosi di constatare come i reperti archeologici attribuibili agli Xiongnu siano del tutto diversi a quelli Unni.

Recenti ricerche hanno mostrato che nessuna delle grandi confederazioni di guerrieri della steppa era etnicamente pura e, a rendere le cose più difficili, diversi clan affermavano di essere Unni basandosi semplicemente sul prestigio del loro nome; o era attribuito da estranei che li descrivevano con comuni caratteristiche, presunti luoghi d’origine o reputazione. Sebbene sia molto difficile risalire ad un luogo di origine degli Unni, sembra che all’inizio il nome designasse un prestigioso gruppo di guerrieri della steppa la cui origine etnica è sconosciuta.
Bisogna sottolineare come gli Unni fossero un popolo etnicamente composito, un insieme di guerrieri turcomanni indoeuropei, uniti a cavalieri di provenienza mongolica. Erano inoltre presenti gli Alani delle pianure del Volga e numerosi appartenenti alla componente germanica come i sottomessi Gepidi e gli Ostrogoti.
L’ETIMOLOGIA DEL NOME
Il nome “Unni” è attestato nelle fonti classiche europee con il greco Οὖννοι (Ounnoi) e latino Hunni o Chuni.
L’etimologia di “Unni” non è chiara. Varie etimologie proposte generalmente presuppongono almeno che i nomi dei vari gruppi eurasiatici conosciuti come Unni siano correlati. Sono state proposte numerose etimologie turche, che fanno derivare il nome variamente dal turco ön, öna (crescere), qun (ghiottone), kün, gün, un suffisso plurale «che presumibilmente significa ‘popolo’», qun (forza), e hün (feroce).
Non si conosce quasi nulla della lingua unna, di essa sono oggi pervenuti solo alcuni nomi di persona e pochissimi vocaboli. L’ipotesi più accettata è che si trattasse di una lingua altaica ma sono state avanzate, soprattutto nel passato, diverse altre teorie che la vorrebbero vicina al moderno ungherese o addirittura alle lingue iraniche.
UNA BRUTTA REPUTAZIONE
Alcuni sostengono – in modo suggestivo ma non oggettivamente accertato – che il termine “orco”, che deriva dal francese “ogre”, abbia le sue radici nella parola “hongre”, cioè “ungherese”: questo passaggio collegherebbe così gli Unni, stanziati come detto in Ungheria, agli orchi. Ennesima prova di come l’aspetto di questi barbari risultasse terrificante agli altri popoli di quei tempi.

Un’altra leggenda collega gli Unni ai mostruosi popoli di Gog e Magog, chiusi nelle gole del Caucaso da Alessandro il Grande. Dopo averli sconfitti, Alessandro ordinò che fossero sigillati dietro immense porte di ferro. All’esterno di questa prigione naturale, il condottiero diede ordine di costruire delle gigantesche trombe di ferro che, al soffiare del vento, emettevano suoni simili a quelli delle trombe militari. Gog e Magog, pensando che l’esercito era fuori, pronto a sterminarli, non uscirono dalle gole per secoli, finché alcuni gufi fecero il nido nelle trombe, zittendole. I mostruosi esseri quindi uscirono e, vedendo che non c’era alcun esercito, cominciarono a propagarsi per il mondo.
Per secoli, fino a oggi, la rappresentazione negativa degli Unni resisterà nell’immaginario collettivo, a dispetto della semplice realtà: e cioè che gli Unni, come tutti gli altri popoli di quei tempi, possedevano un lato selvaggio e un lato più umano. Il primo fu esaltato dalla storiografia cristiana che vide negli Unni una minaccia al proprio credo: gli Unni non perseguitavano i cristiani, anzi nel periodo di Attila li accettavano nelle proprie comunità, ma non si convertivano. E così proprio da Ammiano Marcellino sappiamo che i maschi Unni, sin dalla prima infanzia, sfoggiavano terribili cicatrici sul volto: erano le madri a procurargliele con armi in ferro, per due motivi: il futuro guerriero doveva abituarsi al dolore e, così facendo, le ferite impedivano la crescita dei peli e, di conseguenza, di una barba voluminosa, considerata antiestetica (aspetto che approfondiremo più avanti).

Lo stile di vita degli Unni, nelle parole di Ammiano, è qualcosa di affine alla mostruosità: si cibano di radici di piante e di carne praticamente cruda; per tutta la vita adulta indossano al massimo due vestiti, fatti di peli di topo e di vari animali, che si consumano sul corpo, senza mai essere lavati. Per questo motivo, gli Unni emanano un odore nauseabondo, che sfruttano come arma di terrore psicologico nei confronti del nemico, e inoltre allontanano gli stessi animali predatori che girano intorno ai loro accampamenti. Il terribile odore che emanano proviene anche da un’usanza curiosa: gli Unni vivono letteralmente a cavallo e, per non procurare piaghe all’animale, inseriscono pezzi di carne cruda sotto la sella, lasciandola marcire.
L’unno contratta a cavallo, dorme a cavallo – appoggiato al collo dell’animale – mangia a cavallo e fa addirittura i propri bisogni a cavallo, sporgendosi su un lato dell’animale. Queste testimonianze sugli Unni sembrano vere, confermate da varie fonti e da un fatto curioso: Attila e il fratello Bleda trattarono la pace di Margo coi romani d’Oriente restando in sella, per esplicita loro richiesta.

In questo modo si sentivano psicologicamente più sicuri e non mostravano la loro più evidente caratteristica somatica: gambe stortissime, proprio per l’abitudine cavallerizza, e statura non particolarmente alta (gli Unni hanno origini mongole e cinesi, di popoli cioè minuti). Addirittura, molte fonti parlano di una incapacità degli Unni di camminare bene, e soprattutto di correre, avendo, a causa delle gambe molto storte, poca presa sul terreno.
Continuando a descrivere il loro aspetto, lo scrittore Sidonio Apollinare affermava: “Orrendi sono anche i volti dei loro neonati, la cui testa è un’informe massa rotonda. Gli occhi, piccole luci fredde senza umanità, erano infossati sotto la fronte. Tra di essi vi era un naso schiacciato, che non sporgeva quasi dal viso: sin da neonati ai maschi veniva stretta sul naso una benda, in modo da impedirne la crescita, questo perché il naso non superasse la protezione dell’elmo“.
TATTICA E STRATEGIE DI BATTAGLIA
Le tattiche degli Unni non differivano notevolmente da quelle usate da altri arcieri nomadi a cavallo. Le “schiere a forma di cuneo” (cunei) menzionate da Ammiano erano probabilmente divisioni organizzate da clan e famiglie tribali, i cui capi potrebbero essere stati chiamati cur. Questo titolo sarebbe stato quindi ereditato man mano che veniva tramandato al clan. Come Ammiano, anche lo scrittore del VI secolo Zosimo sottolinea l’uso quasi esclusivo degli arcieri a cavallo da parte degli Unni e la loro estrema rapidità e mobilità. Queste qualità differivano dagli altri guerrieri nomadi in Europa in quel momento: i Sarmati, per esempio, facevano affidamento su catafratti pesantemente corazzati armati di lance. L’uso da parte degli Unni di terribili grida di guerra si ritrova anche in altre fonti.

Gli eserciti unni facevano affidamento sulla loro elevata mobilità e “un accorto senso di quando attaccare e quando ritirarsi“. Un’importante strategia usata dagli Unni consisteva nella finta ritirata, ossia nell’inscenare una finzione di fuga per poi voltarsi e attaccare il nemico disordinato. Ne parlano gli scrittori Zosimo e Agazia. Tuttavia, non furono sempre efficaci nella battaglia campale.
I resoconti delle battaglie notano che gli Unni fortificarono i loro accampamenti usando recinzioni mobili o creando dei cerchi di carri. Essi portavano un gran numero di cavalli da usare come sostituti e per dare l’impressione di poter contare su un esercito più grande.


Secondo lo Strategikon, un manuale sulla guerra del VI secolo redatto dall’imperatore romano d’oriente Maurizio, gli Unni non formavano una linea di battaglia usando il metodo usato dai romani e dai persiani, ma si disponevano in divisioni di dimensioni irregolari, in un’unica linea e mantenendo una contingente militare separato e nascosto nelle vicinanze per imboscate e come riserva.
Lo Strategikon afferma anche che gli Unni usavano formazioni profonde con un fronte denso e uniforme e tenevano i loro cavalli di scorta e le salmerie su entrambi i lati della linea di battaglia a circa un miglio di distanza, con una guardia di dimensioni moderate, legando talvolta insieme i loro cavalli di riserva dietro la linea di battaglia principale.
Gli Unni preferivano combattere a lungo raggio, utilizzando l’imboscata, l’accerchiamento e la finta ritirata. Lo Strategikon annota anche le formazioni a forma di cuneo menzionate da Ammiano e confermate come reggimenti familiari dall’accademico, sinologo , storico, autore e viaggiatore austriaco Maenchen-Helfen. Il manuale afferma che gli Unni preferivano inseguire i loro nemici senza sosta dopo una vittoria e poi logorarli con un lungo assedio dopo la sconfitta.
L’EQUIPAGGIAMENTO MILITARE

Lo Strategikon afferma che gli Unni usavano tipicamente la cotta di maglia, spade, archi e lance e che la maggior parte dei guerrieri unni erano armati sia di arco che di lancia e li usavano in modo intercambiabile secondo necessità. Dichiara inoltre che gli Unni usavano del lino trapuntato, lana o talvolta bardature di ferro per i loro cavalli e indossavano anche cuffie e caftani trapuntati.
L’arco
Le antiche fonti romane sottolineano l’importanza dell’arco per gli Unni, di cui era l’arma principale. Essi usavano un arco composito o riflesso di quello che viene spesso chiamato di “tipo Unno”, molto diffuso tra tutti i nomadi della steppa eurasiatica all’inizio del periodo che vide gli Unni prosperare. Tali archi misuravano tra 120 e 150 centimetri. Sono stati ritrovati ben pochi esemplari; in Europa, i pochi reperti sono raggruppati nella steppa del Ponto e nella regione del Medio Danubio. La rarità degli esemplari sopravvissuti rende difficile affermare con precisione i vantaggi di quest’arma.

Si sa che tali archi erano di difficile costruzione e probabilmente erano oggetti di grande valore: erano infatti realizzati con legno flessibile, strisce di corno o osso e tendini di animali. L’osso utilizzato per rinforzare l’arco lo rendeva più resistente ma probabilmente meno potente. Ad ogni modo, un esercito nemico poteva trovarsi decimato ancor prima di essere arrivato a utilizzare le spade e le lance in un combattimento ravvicinato.
Ogni guerriero portava in battaglia fino a tre archi ma sempre e comunque due: uno più corto per l’utilizzo a cavallo e uno più lungo per l’utilizzo a terra.
Il primo, scagliando frecce leggere, veniva utilizzato negli attacchi a lungo raggio e per creare un “fuoco di sbarramento”, mentre il secondo aveva il vantaggio di potere uccidere a distanze medie: grazie alla particolare forma ricurva, infatti, l’arco da sella era in grado di lanciare frecce a più di 500 metri, mentre l’arco da terra, più rigido, aveva una portata tra i 100 e i 300 metri, ma era in grado di sviluppare una forza tale da far sì che la freccia trapassasse le corazze nemiche. Ogni guerriero portava con sé numerose faretre colme (fino a sei).
Le spade
Ammiano riferisce che gli Unni usavano spade di ferro, e spade cerimoniali, pugnali e foderi decorati sono reperti frequenti nelle sepolture del periodo degli Unni.
Una spada caratteristica usata dagli Unni e dai loro popoli sudditi era la lunga seax a lama stretta. Molti studiosi hanno ipotizzato che gli Unni potrebbero aver introdotto questo tipo di spada in Europa. Nelle versioni più antiche, queste spade sembrano essere armi più corte e da taglio.
Gli Unni, insieme agli Alani e ai popoli germanici orientali, usavano anche un tipo di spada conosciuta come spatha germanica orientale o asiatica, una lunga spada di ferro a doppio taglio con una guardia incrociata di ferro. Queste spade sarebbero state usate per abbattere i nemici che erano già stati messi in fuga dalle raffiche di frecce degli Unni.

Fonti romane menzionano anche i lacci di corda come armi usate a distanza ravvicinata per immobilizzare gli avversari.
Alcuni Unni o le popolazioni a loro sottomesse potrebbero anche aver portato lance pesanti, come attestato per alcuni mercenari unni nelle fonti romane.
La capacità bellica degli Unni era accompagnata dalla totale mancanza di ogni regola di moderazione e di pietà verso i nemici. Gli Unni non erano soliti fare prigionieri, a meno che non fosse possibile utilizzarli per ottenere un riscatto. Molti uomini di chiesa durante l’invasione delle Gallie dell’anno 451 provarono ad ammansirli con la lettura dei libri sacri, facendosi loro incontro davanti alle ricche città che gli invasori si apprestavano a saccheggiare portando i crocefissi e i paramenti sacri, ma si ritrovarono decapitati o vennero nel migliore dei casi soltanto calpestati dagli zoccoli dei cavalli.
LA SOCIETA’ UNNA
La società unna era poligama, vi era un’aristocrazia di nascita la cui etichetta era particolarmente elaborata (da qui è facile identificare le origini orientali, e in particolare cinesi e persiane, di questo popolo).
Il saccheggio era fondamentale all’economia unna, ma così anche il libero commercio: ovunque gli Unni si stabilissero, e dopo qualunque patto di non belligeranza, chiedevano come primo requisito la possibilità di commerciare liberamente.
Molti popoli divenivano loro schiavi ma, come nella società romana, anche in questa lo schiavo poteva guadagnarsi la libertà e, una volta ottenuta, non vederla mai più minacciata. Molti fuggivano all’arrivo degli Unni, ma molti rimanevano e con loro convivevano: soprattutto gli agricoltori, che nell’economia unna erano considerati fondamentali.

Prisco di Panion, uno storico bizantino di lingua greca, che visse durante il regno di Teodosio II (408-450), descrisse la sua esperienza come inviato presso la corte di Attila. In tale resoconto sostiene che gli Unni tenevano le vedove in grande rispetto. A causa della natura pastorale dell’economia degli Unni, le donne probabilmente esercitavano un grande grado di autorità sulla famiglia, contrariamente a quanto afferma Ammiano, e cioè che esse vivessero in una condizione di netta inferiorità rispetto ai mariti e fossero relegate nei carri, che fungevano da case e da spazio per partorire e allevare i bambini.
La deformazione del cranio


Giordane, storico goto naturalizzato bizantino di lingua latina del VI secolo, scrisse che gli Unni praticavano la deformazione cranica, allungandosi le teste probabilmente a imitazione dei nomadi sarmati di origine indoiranica. La deformazione cranica fu una pratica molto comune nel corso della storia. Il procedimento veniva applicato sin dalla più tenera infanzia e consisteva nello stringere la testa del bambino con un bendaggio, approfittando del fatto che a quell’età il cranio era ancora molle e in crescita. Nel caso di alcuni popoli, questa pratica serviva a indicare che il ragazzo era destinato al sacerdozio, ma nel caso degli Unni se ne ignora il significato, anche se alcuni ipotizzano che lo scopo fosse quello di incutere rispetto e timore nelle tribù nemiche.
L’escariazione
Giordane scrisse anche che gli Unni “si procuravano ferite sulle guance come segno di lutto per i guerrieri più valorosi, piangendoli non con lacrime di donne ma con il sangue degli uomini” e che “fin dal loro primo giorno di vita, subito tagliano le guance dei maschi neonati con una spada, cosicché i neonati, prima ancora di ricevere il nutrimento del latte materno devono imparare a sopportare la ferite. Così crescono, giovani e vecchi, senza barba e senza decoro, con quel volto solcato dalle cicatrici della spada invece che dalla bellezza naturale della barba”.
La questione dell’escariazione è un po’ più complessa: pratiche escariative sono attestate in un certo numero di popolazioni nomadiche e, probabilmente, sono legati a questioni sia estetiche che, soprattutto, igieniche, con l’eliminazione di gran parte dei bulbi piliferi nelle zone laterali del volto, laddove la barba poteva, nei lungi percorsi di spostamento in zone con scarsità di acqua, essere ricettacolo di sporcizia accumulata.
ANNO 337 d.C.: PRIME AVVISAGLIE DELL’ESPANSIONISMO UNNO

Le prime avvisaglie dell’espansionismo unno in occidente si hanno nell’anno 337, quando gli avamposti romani sul Danubio si mobilitarono in seguito a preoccupanti movimenti fra i popoli dell’est e del Nord. Poche notizie arrivavano ai Romani: tra queste quella di un popolo terribile che metteva in fuga le più disparate popolazioni barbare. Gli stessi Goti – considerati dai romani maestri di guerra – fuggivano verso ovest alla sola minaccia dell’arrivo di questi misteriosi guerrieri nomadi.
Quell’agitarsi oltre confine non era che il crollo del regno degli Ostrogoti sotto le spade e gli archi di questi nuovi barbari, chiamati Unni: il re ostrogoto Ermanarico si era suicidato buttandosi sulla spada piuttosto che finire nelle loro mani. Cosa che accadde all’erede al trono, il pronipote Vitimero, ucciso in battaglia nemmeno un anno dopo.
Crollava quindi un regno che aveva svolto ruolo di diga dalla Finlandia al Caucaso, nei confronti del misterioso Oriente.
ANNO 378 d.C.: IL DISASTRO DI ADRIANOPOLI

I Romani avrebbero ben presto saputo che, prima degli Ostrogoti, a perdere la sovranità e la libertà erano stati altri popoli barbari, come gli Alani, gente nomade esperta nella guerra, i Visigoti, i Sarmati. L’avanzata degli Unni avrebbe cambiato il destino dell’Impero Romano: i Goti in fuga andavano fermati con le armi, e numerosi scontri si verificarono con i Romani.
Come prima conseguenza si ebbe la catastrofica sconfitta romana di Adrianopoli (378), che fu il più grande disastro militare dell’Impero; talmente grande che nessuno poté lasciare un convincente resoconto di quanto era avvenuto. Dopo Adrianopoli, Unni e i sottomessi Goti spadroneggiarono per i confini orientali dell’Impero, sfiorando persino Costantinopoli, che peraltro fu misteriosamente risparmiata.
ANNO 395 d.C.: GLI UNNI ATTRAVERSANO IL DANUBIO

In quell’anno, un inverno eccezionalmente rigido fece gelare il Danubio e permise agli Unni di attraversarlo facilmente. Gli Unni si diressero quindi in Tracia, territorio romano ai confini con la Dalmazia. Da qui i barbari dilagarono anche in direzione dell’Asia minore, in Armenia.
Il primo capo unno che portò i suoi guerrieri al di là del Danubio si chiamava Ulde, identificato come il probabile nonno di Attila. Descritto come “il Principe degli Unni”, Ulde aveva grandi ambizioni: al primo incontro con gli emissari imperiali respinse ogni accomodamento e disse che la conquista unna avrebbe seguito il correre del sole. Oggi la si definirebbe una “sparata”, e così fu: Ulde venne battuto e messo in fuga dai romani, e malinconicamente riattraversò il Danubio. Evidentemente, gli Unni avevano bisogno di un grande leader, qualcuno che sapesse unire tutto il popolo, diviso in tribù.
RUA, IL RE DEGLI UNNI
Nel 420 d.C., il comando della maggiore confederazione di tribù unne venne assunto da Rua, considerato un primus inter pares con i fratelli Octar (o Uptar) e Munzuc (o Mundiuch). Munzuc avrebbe avuto due figli, Bleda e Attila, che avrebbero ben presto conquistato il potere.


Pochi anni dopo, Rua, sicuro del proprio potere ormai assoluto, pensò che fosse venuto il momento giusto di continuare l’opera dello sfortunato Ulde: approfittando delle difficoltà dell’Impero Romano impegnato a combattere i Persiani, decise di scatenare i suoi Unni nella zona del Basso Danubio, e da qui tornare in Tracia, in pieno territorio romano. L’Impero, in difficoltà, pensò bene di venire a trattative, ben sapendo che gli Unni svolgevano, per tradizione e necessità economiche, una sorta di “racket”. Il governo di Teodosio II, in cambio della pace, dovette mettere mano al portafogli: i Romani avrebbero pagato la tranquillità ai confini orientali con un tributo annuale di 350 libbre d’oro o di 25.200 solidi.
Inoltre, entrambi gli schieramenti si impegnarono a trattenere ostaggi di alto rango come garanzia. Tra gli ostaggi, sembra che vi fu anche Attila, mandato a vivere a Ravenna, nell’Impero Romano d’Occidente, dove il principe unno apprese il latino, imparando a leggere e scrivere, perché una formazione culturale latina degli ostaggi faceva parte della strategia romana volta ad ammansire possibili e futuri nemici.
GLI UNNI, MERCENARI AL SOLDO DEI ROMANI
Prima di continuare la nostra narrazione delle vicende che portarono Attila al potere, è bene sapere che i Romani avevano trovato vantaggioso, negli anni tra la fine del IV secolo e i primi decenni del V, arruolare delle schiere numerose di mercenari unni, i quali se ben pagati in oro facevano il lavoro sporco che le armate imperiali non erano più in grado di effettuare.

Quando un’etnia barbarica diventava troppo invadente ed espansiva ci pensava una spedizione punitiva di una banda di Unni, comandati accortamente da un generale romano, a sterminare senza pietà chi aveva provato a rendersi troppo indipendente da Roma. Il generale Ezio e il suo luogotenente Litorio furono particolarmente abili nel gestire queste forze mercenarie di insopprimibile ferocia. Litorio oltretutto era pagano come i suoi Unni e fu ucciso davanti alle mura di Tolosa dai Visigoti ariani nel 439 mentre era sul punto di sterminare l’intera popolazione cristiana di quella città. Stando vicini per tanti anni ai Romani e obbedendo agli ordini dei loro migliori ufficiali gli Unni impararono progressivamente la strategia dei Latini e per questo motivo divennero dei nemici ancora più temibili di ogni altro e per nulla sprovveduti.
435 d.C.: L’ASCESA DI ATTILA

La data di nascita di Attila si aggira intorno al 395. Perse il padre da bambino. Secondo il costume unno, imparò ad andare a cavallo prima ancora di imparare a camminare, e le cronache indicano come a cinque anni fosse già in grado di combattere con archi e frecce. Dopo essere stato ostaggio a Ravenna, come abbiamo visto, all’età di vent’anni tornò tra la sua gente, partecipando a numerose invasioni scatenate dallo zio Rua.
La morte di Rua
Nel 434 Esla, ambasciatore unno, si recò alla corte di Costantinopoli per presentare la solita richiesta da racket. Rua chiedeva la restituzione di alcune tribù unne fuggite dal gruppo principale degli Unni e rifugiatesi nei confini romani d’oriente: gli Amilzuri, i Tunsuri, gli Itimari e i Boisci. Queste genti fungevano da militi mercenari per Bisanzio, ed erano dimostrazione vivente della mancata unità degli Unni sotto il potere assoluto di Rua.

Bisanzio in quel momento era impegnata in guerre africane, e un conflitto occidentale avrebbe implicato due fronti su cui combattere e uno sforzo bellico insostenibile. I negoziati si fecero così inevitabili: quando però si avvicinò la primavera – stagione adatta ai combattimenti – Rua trovò la morte, forse colpito da un fulmine e forse anche dalle preghiere della moglie dell’imperatore Teodosio II che lo detestava, la devota Elia Eudocia.
L’evento gettò gli Unni, animisti e superstiziosi, in uno stato confusionale, dissolse la minaccia su Bisanzio e sembrò preludere ad un periodo di calma. Quanto fosse infondata questa speranzosa impressione lo rivelarono immediatamente i nomi dei suoi successori. Perché a Rua succedettero i nipoti Bleda e Attila, figli di Mundiuch. Il peggio – per i due imperi romani – doveva ancora venire.
LA DIARCHIA
Quando sale al potere, Attila è sicuramente in una posizione di inferiorità rispetto al fratello ventisettenne Bleda, il quale s’impegnò subito a costruirsi una reputazione di spietato capo militare. La tradizionale “diarchia” unna vide in Attila, quindi, l’anello debole.
L’ambasceria di Flavio Ezio
Poco tempo dopo l’ascesa al trono dei due fratelli, gli Unni ricevettero, intorno al 435, un’ambasceria da Flavio Ezio, generalissimo dell’Impero Romano d’Occidente: i Romani d’Occidente chiedevano agli Unni sostegno militare contro le minacce nella Gallia, ovvero Burgundi, Bagaudi (ribelli separatisti) e Visigoti; in cambio dell’invio di truppe mercenarie in sostegno dell’Impero, gli Unni avrebbero ottenuto dall’Impero le province di Pannonia e Valeria. Gli Unni, trovando conveniente l’accordo, accettarono e nel 436/437 contribuirono alla distruzione del regno dei Burgundi, evento che ispirò la saga dei Nibelunghi.

Le polemiche degli scrittori cristiani
L’impiego degli Unni come mercenari di Roma non mancò di provocare polemiche tra gli scrittori cristiani del tempo, in particolare Prospero Tirone e Salviano, vescovo di Marsiglia: tali scritti erano scandalizzati dal fatto che Litorio permettesse agli Unni di fare sacrifici alle loro divinità pagane e per il fatto che alcune bande di Unni saccheggiassero alcune regioni dell’Impero senza alcun controllo, sostenendo che se i Romani avessero perseverato a utilizzare un popolo pagano (gli Unni) contro un popolo cristiano seppur ariano (i Visigoti), avrebbero perso presto il sostegno di Dio.
Nel 439 Litorio, dopo alcune vittorie, era arrivato con i suoi Unni alle porte di Tolosa, intenzionato a conquistarla e a sottomettere definitivamente i Visigoti: nella battaglia che ne risultò, però, le sue truppe mercenarie unne subirono una grave sconfitta e fuggirono in disordine, mentre lo stesso Litorio fu catturato e giustiziato pochi giorni dopo. Secondo l’interpretazione religiosa di Salviano, la sconfitta degli arroganti Romani, adoratori degli Unni, contro i pazienti Goti, timorati di Dio, confermava il passo del Nuovo Testamento, secondo cui “chiunque si esalta sarà umiliato, e chiunque si umilia sarà esaltato”. La sconfitta di Litorio spinse Ezio a firmare una pace con i Visigoti riconfermante il trattato del 418, dopodiché tornò in Italia, per l’emergenza dei Vandali, che proprio in quell’anno avevano conquistato Cartagine.
IL REGNO DEGLI UNNI NELL’EUROPA CENTRO-ORIENTALE

Unni costituirono un regno nell’Europa centrorientale, e come gli orientali Xiongnu, incorporarono gruppi di popolazioni tributarie, arrestando il flusso migratorio ai danni dell’Impero da essi stessi provocato, in quanto, volendo dei sudditi da sfruttare, impedirono ogni migrazione da parte delle popolazioni sottomesse. Nel caso europeo, Alani, Gepidi, Sciri, Rugi, Sarmati, Slavi e specialmente le tribù gotiche, vennero tutti uniti sotto la supremazia militare della famiglia degli Unni.
439 d.C.: GLI ACCORDI DI MARGUS
La prima apparizione ufficiale di Attila, accanto al fratello Bleda, è in occasione dell’incontro con i plenipotenziari romani, da cui nascerà la pace di Margus. In quel periodo gli Unni stavano concordando con gli ambasciatori dell’imperatore Teodosio II il ritorno di numerosi disertori rifugiatisi entro i confini dell’Impero romano d’Oriente.
Nell’inverno del 439, Attila e Bleda si incontrarono con i legati imperiali a Margus (l’odierna Požarevac, presso Belgrado) e, seduti a cavallo secondo l’usanza unna, conclusero un accordo molto vantaggioso con il quale i Romani accettarono non solo di riconsegnare i fuggitivi, ma raddoppiarono anche il tributo in oro, allora pari a 350 libbre romane (circa 114,5 kg), passando quindi a 700 libbre, aprirono i mercati ai commercianti unni e pagarono un riscatto di otto solidi (il doppio del prezzo precedente) per ogni Romano fatto da loro prigioniero. Vennero restituiti anche i figli di Rua, Mama e Atakan, che in precedenza erano fuggiti alla morte del padre presso i romani d’oriente: essi vennero consegnati a Carsum, in Tracia, sul guado del Danubio, e quindi impalati nonostante la loro giovane età dall’altra parte del fiume a causa della loro diserzione.
Soddisfatti dell’accordo, gli Unni levarono gli accampamenti dall’impero spostandosi verso i territori interni del continente, forse con l’intento di consolidare e rafforzare il proprio dominio. Accettando questo trattato di pace, i Romani d’Oriente speravano di aver rimosso ogni pericolo di attacco unno dai Balcani, per poter così sguarnire il limes danubiano di truppe per inviarle in Africa a combattere i Vandali, che da poco avevano occupato Cartagine.

443 d.C.: ATTILA, UNICO RE DEGLI UNNI
Dopo gli accordi di Margus, per altri quattro o cinque anni di Bleda e Attila non si hanno più notizie: quel che è certo è che, per un po’ di tempo, le attenzioni dei due fratelli si volsero a Nord e ad Occidente. Tra il 439 e il 440 d.C. Roma subì diverse preoccupanti limitazioni: i Vandali occuparono Cartagine, che, dopo la distruzione in epoca lontana (Repubblica Romana, terza guerra punica, 202 a.C.), era tornata ad antico splendore, e si riversarono da qui verso la Sicilia. Contemporaneamente, i Persiani sfondavano in Armenia. Gli Imperi Romani d’Occidente e d’Oriente si trovarono così in condizione di debolezza, e Bleda, più che Attila, pensò fosse venuto il momento giusto per sferrare l’attacco decisivo al grande avversario.
Nuove ostilità con Roma: un assurdo pretesto
Bleda, forse su richiesta del re vandalo Genserico, decise di approfittare dello sguarnimento del limes danubiano cogliendo un pretesto per rompere gli accordi di Margus. Il primo annuncio di nuove ostilità dopo la pace di Margus è l’attacco unno al fortilizio romano di Castra Constantia, sul Danubio, nell’odierna Ungheria. Rompere un trattato, anche in quei tempi lontani, richiedeva un pretesto: gli Unni si inventarono l’assurda storia che il vescovo di Margus era entrato di nascosto in territorio unno e aveva comandato la violazione e il saccheggio di alcune tombe dei re Unni.
A questa sonora balla, sorprendentemente gli emissari romani con cui gli Unni trattarono non confutarono quest’accusa e nemmeno fornirono una risposta al ben più concreto reclamo che un grande numero di fuggiaschi dall’impero unno erano ancora trattenuto contro le disposizioni del trattato di Margo. Gli Unni richiesero la resa immediata del vescovo e dei fuggiaschi: queste richieste non vennero esaudite e così ne seguì una nuova azione militare.

La morte di Bleda
La guerra voluta da Bleda vide Attila in posizione subordinata: nel 441 Margus fu espugnata (lo stesso vescovo, arresosi, aprì personalmente le porte della città in cambio della sua incolumità) e la gloria andò, prevedibilmente, tutta a Bleda.
Non solo: Attila per buona parte di questa guerra tenne sé e i suoi uomini in disparte, persino mantenne buoni rapporti con Costantinopoli. Solo successivamente Attila si unì a Bleda e, per cause rimaste sconosciute, nel pieno dei combattimenti, nel 443 d.C., Bleda morì.
La leggenda, veramente poco credibile, dice che Bleda – d’improvviso disinteressato agli onori della guerra – si ritirò a vita privata e alla sua passione, la caccia, e che durante una battuta restò ucciso. Un’altra fonte sostiene – molto più plausibilmente – che, dietro la morte di Bleda, si stagliasse l’ombra inquietante di Attila. Si parla anche di un vero e proprio colpo di stato ad opera di Attila, e anche di un tentativo di assassino di Attila ordinato da Bleda ma sventato dagli uomini del fratello.
Un unico re
Ora, nell’anno 443 d.C., Attila si trovava improvvisamente unico re degli Unni. Come scrive Howarth, “fu il primo uomo a potersi dichiarare tale con assolutezza e fu anche l’ultimo“. Il sogno delle genti unne sembrava ora potersi realizzare: un uomo carismatico, potente, dotato di una visione lungimirante, aveva riunito tutte le tribù e dato loro uno scopo. Uno scopo terribile e grandioso allo stesso tempo: la sconfitta di Roma.
NEL PROSSIMO EPISODIO: ATTILA INVADE I TERRITORI DELL’IMPERO ROMANO D’OCCIDENTE, DEVASTANDOLI E LASCIANDO DIETRO DI SE UNA SCIA DI SANGUE CHE GLI VALSE L’APPELLATIVO DI “FLAGELLO DI DIO”. VIENE QUINDI AFFRONTATO DA FLAVIO EZIO, NELLA DECISIVA BATTAGLIA DEI CAMPI CATALAUNICI. VI ASPETTIAMO!
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