I GRANDI NEMICI DI ROMA: ATTILA (Seconda parte: dalle campagne balcaniche alla cospirazione per assassinarlo).

Le mura di Costantinopoli, riparate a tempo di record dopo il devastante terremoto, fermano Attila, che si rifà devastando i Balcani e costringendo l’Impero d’Oriente ad una pace umiliante. Si fa strada, a corte, l’idea di assassinare il re unno...

0
Ricostruzione storica della città di Costantinopoli (l’odierna Istanbul) durante il periodo bizantino. La mappa evidenzia la posizione strategica tra il Mar di Marmara, il Bosforo e il Corno d’Oro. Si nota l’estesa fortificazione muraria che difendeva la penisola. Sono visibili i principali monumenti e la densa area urbana storica. 

Dopo aver fatto assassinare il fratello, Attila si gustò il potere assoluto per un paio d’anni, finché, col pretesto dell’interruzione del tributo annuale da parte di Teodosio II, attraversò il Danubio, attaccando e distruggendo diverse fortezze romane di confine.

Sconfitto un grande esercito romano sul fiume Utus, nella provincia della Dacia Ripensis, il cui comandante morì battendosi coraggiosamente fino all’ultimo, gli Unni si diressero verso sud e arrivarono a Costantinopoli.

La capitale aveva subito un devastante terremoto che fece crollare buona parte delle mura e compromesso il suo sistema difensivo. Attila sperava di approfittare di questa vulnerabilità, ma non aveva fatto i conti con il prefetto del pretorio Costantino il quale, coinvolgendo ai lavori di riparazione anche gli hooligans del tempo, ossia le agguerrite tifoserie dell’Ippodromo, che facevano a gara a chi fosse il più veloce, ricostruirono le mura a tempo di record.

Quando Attila giunse a Costantinopoli, Attila si trovò di fronte una fortezza inespugnabile, con ben due linee fortificate di 6 metri di profondità, uno dei sistemi difensivi più imponenti e sofisticati della storia antica.
Alla vista delle impressionanti mura, che avrebbero resistito per altri mille anni, il predone unno, non avendo nemmeno macchine da assedio, rinunciò e si rivolse altrove e scelse di devastare i Balcani, infliggendo un’altra sconfitta ad un secondo, potente esercito romano.

La pace che seguì fu umiliante per Costantinopoli, costretta a versare un grosso tributo. E nella mente di Teodosio II si formò l’idea di assassinare Attila…

In questa seconda parte dell’articolo dedicato ad Attila, nell’ambito della Rubrica di divulgazione “La Stele di Rosetta”, pubblicato da IQ, parleremo delle calamità che colpirono Costantinopoli, della Campagna Balcanica di Attila e degli intrighi degni di una serie TV per assassinarlo, mascherati da missione diplomatica, al cui fallimento dedicheremo una serie di osservazioni.
Una piccola parentesi sarà invece dedicata alla sua arma leggendaria: la “Spada di Marte”. Buona lettura!

 L’artwork raffigura Attila a cavallo, un’immagine iconica utilizzata in vari contesti storici e divulgativi per rappresentare il “Flagello di Dio”. Il guerriero è mostrato con una folta chioma scura e un’armatura dettagliata, mentre impugna una spada che rimanda alla mitologia della sua arma invincibile, che secondo la leggenda gli avrebbe conferito il diritto divino di dominare il mondo. 
INDICE DEI CONTENUTI

LE CALAMITA’ DI COSTANTINOPOLI

ATTILA GUARDA AD ORIENTE

LE CAMPAGNE BALCANICHE DI ATTILA DEL 447

UNA PACE UMILIANTE (448)

LE PRETESE TERRITORIALI

LE CASSE IMPERIALI IN CRISI (OPPURE NO.…?)

SI COMPLOTTA PER ASSASSINARE ATTILA

L’IMPERATORE UMILIATO

CONSIDERAZIONI SUL FALLIMENTO DELLA MISSIONE DIPLOMATICA

LA “SPADA DI MARTE”, LA LEGGENDARIA ARMA DI ATTILA

L’EPILOGO DELLA VICENDA

UNA STRANA BENEVOLENZA

LE CALAMITA’ DI COSTANTINOPOLI

La città di Costantinopoli attraversò un periodo di gravi calamità sia naturali sia causate dall’uomo: lotte sanguinarie tra le fazioni dell’Ippodromo, epidemie nel 445 e nel 446, quest’ultima a seguito di una carestia; quattro mesi di terremoti che distrussero gran parte delle mura causando migliaia di vittime, e dando origine, nel 447, ad una nuova epidemia.

Il Makrón Teîchos
Crollò anche il Makrón Teîchos, il Lungo Muro del Chersoneso.

Il Makrón Teîchos in immagini generate dall’IA

Il Makrón Teîchos era una delle opere difensive più imponenti dell’antichità tardo-romana e bizantina, e il suo crollo rappresentò uno degli eventi più drammatici nella storia difensiva di Costantinopoli. Il muro si trovava nella Tracia orientale, nella regione del Chersoneso trace (oggi Turchia europea), e non va confuso con le mura teodosiane di Costantinopoli. Era una barriera strategica difensiva che tagliava trasversalmente la penisola, proteggeva l’accesso terrestre a Costantinopoli e bloccava le invasioni provenienti dai Balcani.
In pratica, era una linea di contenimento avanzata, molto simile concettualmente al Vallo di Adriano o al Limes romano.

In pietra e laterizi, fu costruito durante il regno di Teodosio II (V secolo d.C.), lo stesso imperatore delle celebri mura di Costantinopoli, ed era lungo 60 km, con mura dello spessore di oltre 2 metri, torri di avvistamento a distanza regolare, fossati difensivi, porte fortificate: non era, quindi, solo un muro continuo, ma un vero sistema militare territoriale. Il progetto rifletteva infatti una strategia difensiva innovativa: non difendere solo la città, Costantinopoli, ma l’intero territorio che la circondava.

Il terremoto del 447 d.C. causò il crollo di numerose torri, la distruzione di lunghi tratti murari, mentre a Costantinopoli danni gravissimi furono inflitti alle mura teodosiane, agli edifici pubblici e religiosi, compromettendo anche le infrastrutture militari. Il Lungo Muro del Chersoneso subì danni tali da risultare militarmente inutilizzabile.

Il Makrón Teîchos in un’immagine generata dall’IA

Il crollo avvenne in un momento critico: l’Impero Romano d’Oriente era sotto la minaccia degli Unni di Attila e le difese territoriali erano essenziali.
La sua distruzione rese la Tracia vulnerabile, aprì le vie d’accesso verso Costantinopoli e costrinse l’impero a una difesa concentrata sulla città, abbandonando la protezione territoriale esterna.

Il Lungo Muro del Chersoneso non tornò mai pienamente operativo come sistema strategico unitario, segno che il costo per ricostruirlo sarebbe stato enorme e che la situazione geopolitica era ormai compromessa.

Il crollo del Makrón Teîchos rappresenta simbolicamente la fine della difesa territoriale romana classica, l’inizio di una strategia difensiva urbana concentrata e il passaggio da impero “spaziale” a impero “fortezza”. Costantinopoli divenne una città inespugnabile, ma isolata.

Le Mura Teodosiane

Una parte delle antiche mura di Costantinopoli con torri a Istanbul, Turchia

Il terremoto rase al suolo anche ampie porzioni delle Mura Teodosiane appena completate. L’evento distrusse ben 57 torri e gran parte della cinta muraria principale, lasciando la capitale dell’Impero Romano d’Oriente completamente vulnerabile proprio mentre l’esercito di Attila, come vedremo più avanti, stava devastando i Balcani.

La risposta del governo imperiale fu straordinariamente rapida: infatti, il prefetto del pretorio Costantino, per quanto possa sembrare incredibile, sfruttò, con astuzia e intelligenza, l’acerrima rivalità che vi era tra le due fazioni del circo, gli Azzurri e i Verdi, gli hooligans del tempo. Le due tifoserie diedero vita quindi ad una sorta di derby per la ricostruzione: gli abitanti di Costantinopoli non sapevano se credere ai loro occhi quando videro le mura della propria città, nuovamente erette, ancora più alte che in passato, nel tempo di soli sessanta giorni.

Gli abitanti di Costantinopoli ricostruiscono le mura. Immagine di fantasia generata dall’IA

Il lavoro, gigantesco e ingegnoso colpì profondamente la fantasia dei cittadini, tanto che l’iscrizione celebrativa bilingue, tuttora visibile sul muro detto di Teodosio II, nella versione latina affermava fra l’altro, che a stento la dea Pallade (Athena) avrebbe potuto costruire altrettanto velocemente mura tanto solide. Quelle mura, mille anni dopo, avrebbero ceduto solo agli attacchi dei Turchi, che aprirono una breccia a cannonate.

ATTILA GUARDA AD ORIENTE

Per ben due anni, dopo aver assassinato il fratello Bleda, Attila si gustò il potere assoluto. Un guerriero e un nomade come lui, a capo di un popolo con le stesse caratteristiche, non poteva restare a lungo in silenzio. L’economia degli Unni – che rifiutavano il lavoro della terra e non possedevano la minima capacità navigatrice – non si poteva basare che sulla caccia e il saccheggio di altri popoli. Questo motivo, unito all’ovvia considerazione che i due imperi guidati da Roma (e Ravenna) e Costantinopoli erano ricchissimi, faceva sì che Attila volgesse il suo sguardo prima al più vicino oriente, e poi ad occidente.

In realtà, c’è un altro motivo per cui Attila dirigesse la sua sete di dominio verso i Romani: il condottiero unno subiva il fascino della cultura romana. Alla corte di Attila non pochi erano i consiglieri e gli educatori romani, tenuti come ostaggi e come ospiti: Attila si considerava un sovrano europeo, e intendeva dare agli Unni la dignità che altri popoli barbari e cristianizzati (i Visigoti, ad esempio) avevano ottenuto nel confronto e nel contatto coi Romani.

LE CAMPAGNE BALCANICHE DI ATTILA DEL 447

La campagna balcanica di Attila

Attila, consolidato il suo potere, si mise di nuovo in marcia verso il sud dell’Impero Romano d’Oriente attraverso la Mesia. Teodosio II, infatti, probabilmente dopo nemmeno due annualità, smise di pagare il tributo, dopo essersi assicurato di aver rinforzato adeguatamente le difese nei Balcani in vista dell’ovvio attacco punitivo di Attila. Di fronte alle proteste di predone unno per le 6.000 libbre d’oro di arretrati non versati, si rifiutò di pagarli, causando una nuova offensiva per rappresaglia degli Unni nei Balcani.

Attraversato il Danubio, gli Unni attaccarono e distrussero diverse fortezze di confine, tra cui Ratiaria, la prima ad essere attaccata; seguendo poi il corso del Danubio, gli Unni si spostarono verso Oriente.

La battaglia del fiume Utus
L’esercito romano orientale sotto Arnegisclo, magister utriusque militiae, “maestro di entrambe le forze” (sia dei fanti che dei cavalli) della Tracia, spostò le sue basi a Marcianopoli a ovest e affrontò gli Unni sul fiume Utus, nella provincia romana di Dacia Ripensis.

L’esercito romano era probabilmente una forza combinata che includeva le armate dell’Illirico, quelle della Tracia e l’esercito in presenza dell’imperatore. Stando agli storici moderni, i Romani persero la battaglia ma sembra che entrambi gli schieramenti avessero subito pesanti perdite, e uno degli autori avrebbe sostenuto che la battaglia sarebbe stata non decisiva. Stando ad alcune fonti, il cavallo di Arnegisclo cadde in battaglia, ma questo non gli impedì di continuare a combattere, cosa che fece appiedato fino a che non fu ucciso, battendosi coraggiosamente fino all’ultimo.
Dopo la battaglia, gli Unni presero subito possesso di Marcianopoli e la distrussero, lasciandola desolata per circa un secolo fino alla restaurazione sotto Giustiniano I.

In vista di Costantinopoli!

Attila davanti alle mura di Costantinopoli. Immagine di fantasia generata dall’IA

Dopo aver ottenuto questa prima importante vittoria, gli Unni si mossero verso sud, invadendo la pianura della Tracia e avvicinandosi pericolosamente a Costantinopoli. Attila intendeva infatti approfittare degli effetti devastanti di un terremoto, che, come abbiamo visto prima, il 27 gennaio 447, alle due di notte, aveva fatto crollare una parte dei terrapieni che costituivano parte delle difese della città, per impadronirsene.

Quando però gli Unni giunsero sotto le mura, queste erano state già riparate dallo zelo del prefetto del pretorio d’Oriente, Costantino, che incaricò le fazioni dell’ippodromo di riparare i danni. Gli Unni, una volta giunti sotto Costantinopoli, si trovarono di fronte una fortezza inespugnabile, con ben due linee fortificate di 6 metri di profondità.
Alla vista delle imponenti mura, che avrebbero resistito per altri mille anni, il predone unno, non avendo nemmeno macchine da assedio, rinunciò e si rivolse altrove.

Un capolavoro di ingegneria: le Mura Teodosiane 

Le Mura di Costantinopoli sono state uno dei sistemi difensivi più imponenti e sofisticati dell’antichità, proteggendo la capitale dell’Impero Romano d’Oriente per oltre mille anni. Costruite principalmente nel V secolo sotto l’imperatore Teodosio II (da cui il nome Mura Teodosiane), hanno permesso alla città di resistere a ben 23 assedi prima della caduta definitiva nel 1453. 

Il sistema difensivo terrestre si estendeva per circa 5,6 km dal Corno d’Oro al Mar di Marmara ed era organizzato su tre livelli successivi: 

  • Fossato Esterno: Un ampio fossato seguito da un muretto di protezione basso. 
  • Mura Esterne: La cinta muraria esterna “Ἕξω Τείχος” fu costruita a circa 15-20 metri da quella interna; era spessa 2 metri e alta 8,5, con un largo camminamento merlato e aveva 96 torri e postazioni per gli arcieri. 
  • Mura Interne (Principali): La difesa finale, spessa 5 metri e intervallata da torri alte circa 10-15 metri, poste ogni 50 metri l’una dall’altra. La cinta muraria principale, la Grande Muraglia “Ἕσω Τείχος” è larga 5 metri e alta 12. E’ composta di blocchi di calcare tagliati, con all’interno malta e mattoni schiacciati. Ogni fascia di mattoni è di circa 40 cm, per un totale tra le 7 e 11 fasce. 

Lo scopo non era solo di abbellire le mura ma anche di rafforzare la facciata e il suo interno, per aumentare la resistenza ai numerosi terremoti. In totale c’erano 96 torri ottogonali o esagonali, alte tra i 18 e 20 metri, a intervalli di 55 metri. In cima a ogni torre c’erano due sezioni, l’inferiore rivolgeva verso la città e usata come magazzino, la superiore usata per lanciare proiettili. 

Tra le due cinte principali si trovava uno spazio aperto (peribolos) che esponeva gli attaccanti al tiro incrociato proveniente dalle mura più alte. 

Infine, le mura marittime proteggevano la città dagli attacchi via mare. 

Oggi le Mura di Costantinopoli sono uno dei monumenti più visitati e importanti della città, poiché denotano la storia complicata e spesso sanguinosa della città stessa. 

Attualmente restano in piedi solo circa 5 chilometri e mezzo del Muro Teodosiano. Le parti delle mura che hanno resistito alla prova del tempo sono situati nel distretto di Fatih a Istanbul e iniziano sulle rive del Corno d’Oro, vicino al Palazzo delle Blacherne, continuano fino alla Porta d’Oro e al Mar di Marmara. Molte sezioni sono state restaurate a partire dagli anni ’80, mentre altre appaiono in rovina. Alcune aree sono a ingresso libero e offrono percorsi panoramici per i visitatori.   

La devastazione dei Balcani orientali
I Romani avevano però un’ultima speranza di fermarlo, ovvero l’ultimo grande esercito a disposizione dell’Impero d’Oriente a parte le guarnigioni che fronteggiavano la Persia e che non potevano per alcuna ragione essere ritirate, pena l’invasione. Questo esercito era accampato sulle rive dei Dardanelli e comprendeva il fior fiore delle truppe orientali: non ci fu comunque nulla da fare, Attila attaccò il Comitatus Praesentalis (ossia l’élite dell’esercito mobile tardo-imperiale romano, costituito dalle unità di palazzo poste sotto il diretto comando dell’Imperatore o dei suoi Magistri Militum praesentiales) nella battaglia del Chersoneso Tracico e inflisse una seconda, devastante sconfitta alle forze dell’impero, che si ritrovò oramai senza neanche l’ombra di un esercito da campo.

L’intero quadrante balcanico era oramai aperto agli Unni mentre per fortuna il resto dell’oriente era protetto dalla flotta romana. L’oriente era tornato ai giorni bui del dopo Adrianopoli ma questa volta in giro per i Balcani non c’era una disorganizzata banda di Goti ma l’invincibile esercito di Attila, capace di prendere e razziare qualunque fortezza romana.
Una volta vinti due importanti eserciti campali dell’Impero d’Oriente, ora Attila poteva devastare i Balcani orientali senza trovare opposizioni: si diresse verso occidente in direzione delle Termopili, razziando le città e le campagne circostanti. Le fonti riportano la distruzione di sessanta città, tra cui Filippopoli, Arcadiopoli, Gallipoli, Sesto e Athyras.

La maggior parte degli scavi archeologici confermano in sostanza questo racconto: quasi tutte le città dei Balcani orientali hanno segni di devastazioni intorno a questo periodo e i borghi che ricresceranno su questi siti saranno una pallida immagine delle grandi città precedenti: si tratterà di agglomerati urbani molto più piccoli, raccolti in posizioni difensive e con abitazioni più semplici e umili. La notte era piombata sui Balcani romani.
Attila allentò la pressione su Costantinopoli, ma solo provvisoriamente, riversandosi sulla popolazione degli Acatziri, da sempre refrattari al dominio unno e fieri combattenti. In questo modo Attila manteneva alta la tensione tra i propri uomini e faceva terra bruciata intorno a Costantinopoli. Attila, per di più, sottomise infine questo popolo, inglobandolo nelle proprie forze di combattimento, recuperando una forza d’urto considerevole.

UNA PACE UMILIANTE (448)

 Monete d’oro romane coniate nel periodo degli imperatori Onorio, Valentiniano III, Leone I e Livio Severo, quindi non collocabili oltre il 474 d.c.

Teodosio ammise la sconfitta ed inviò l’ufficiale di corte Anatolio a negoziare le condizioni di pace, questa volta più pesanti del trattato precedente. L’imperatore acconsentì a cedere oltre 6.000 libbre d’oro romane (1.963 kg) come sanzione per non aver rispettato i patti durante l’invasione; il tributo annuale fu triplicato fino a 2.100 libbre d’oro (687 kg) e l’ammontare del riscatto di ogni prigioniero romano aumentò fino a 12 solidi.

Come condizione per la pace, Attila pretese inoltre che i Romani continuassero a pagare il tributo annuale in oro e la liberazione di tutti i prigionieri unni, oltre alla restituzione di coloro che avevano tradito gli Unni per l’Impero. Molti di questi uomini, piuttosto che essere consegnati agli Unni scelsero di finire uccisi dai loro ufficiali e così il prestigio dell’esercito imperiale, non più in grado di proteggere le sue stesse reclute, crollò drammaticamente.

LE PRETESE TERRITORIALI

Attila pretese che i Romani lasciassero libera una striscia di terra che si estendeva per 480 km ad est di Singidunum (Belgrado) e oltre 100 km a sud del Danubio. Fu questa richiesta che fece ben comprendere ai Romani d’Oriente e d’Occidente che Attila sarebbe stato un pericolo finché fosse vissuto: ora gli Unni non chiedevano solo soldi, il “racket” nomade, occasionale, ma terre, domini. Attila voleva un regno tutto suo.

LE CASSE IMPERIALI IN CRISI (OPPURE NO.…?)

Le dure condizioni di pace mandarono in relativa crisi finanziaria l’Impero romano d’Oriente. Il trattato imposto da Attila a Crisafio – il potentissimo eunuco di corte e consigliere dell’Imperatore – e Teodosio fu un colpo devastante per le casse imperiali d’oriente. L’esattore delle tasse arrivò presto a raccogliere tasse straordinarie e speciali decise dal governo Crisafio per far fronte al buco di bilancio. Sostanzialmente il governo orientale dovette prendere le stesse misure straordinarie di quello occidentale dopo la conquista dell’Africa.

Il tesoro di Costantinopoli: immagine di fantasia generata dall’IA

Prisco narra che “l’imperatore costrinse tutti a contribuire al pagamento con una tassa di guerra, sia per quelli che avevano già pagato le tasse in natura che per quelli che erano esonerati grazie alla generosità degli imperatori. Ciascuno pagò in proporzione al proprio grado e per molti fu una disgrazia che comportò un duro cambiamento. Chi era stato benestante dovette vendere sul mercato il mobilio e gli ornamenti delle mogli. Molti furono quelli morti per fame o impiccati”. In queste parole c’è sicuramente tutta l’irritazione della classe senatoriale – di cui Prisco faceva parte – verso il governo Crisafio.
Questo brano di Prisco è stato interpretato dallo storico Thompson come non completamente veritiero, ma piuttosto come esagerazione retorica oppure come prova di solidarietà di classe nei riguardi delle classi più agiate. Pur essendo una cifra dieci volte superiore a qualunque altro tributo pagato finora dall’Impero, il tributo versato dagli Unni era comunque una cifra paragonabile alle rendite delle persone più agiate dell’Impero, e non era una cifra così straordinaria, come dimostrato da Kelly, che in un calcolo ha stimato che 2.100 libbre d’oro costituissero all’incirca solo il 3% delle entrate annuali dell’Impero d’Oriente.

SI COMPLOTTA PER ASSASSINARE ATTILA

Le trattative seguite alla pace del 448 si protrassero per oltre un anno: nella primavera del 449 Attila si lamentò perché una parte dei contadini non intendeva evacuare la zona a sud del Danubio larga cinque giorni di viaggio che i Romani dovevano evacuare secondo le condizioni del trattato. Inviò, quindi, a Costantinopoli il proprio ambasciatore unno, Edeco. Questi doveva avanzare anche l’ennesima richiesta di transfughi rifugiatisi presso i Romani. Edeco era accompagnato da un romano transfuga, Oreste. I due erano uniti da un curioso destino: il figlio di Edeco, Odoacre, farà uccidere Oreste e deporrà il figlio Romolo Augustolo, mettendo legalmente fine all’Impero d’occidente.

I due ambasciatori si presentarono a corte dove furono ricevuti da Crisafio, che li guidò in un giro turistico del palazzo. Edeco rimase particolarmente colpito dalla ricchezza di Costantinopoli e in un abboccamento privato a cui non fu invitato l’altro ambasciatore – Oreste – Crisafio gli fece presente che una parte di quella ricchezza poteva essere sua, se avesse deciso di passare dalla parte dei Romani: cosa era meglio al mondo di una vita di agi a Costantinopoli? Edeco fece presente che faceva parte della guardia del corpo di Attila e gli era molto vicino, Crisafio fece balenare l’idea che ci sarebbe stata una ricompensa enorme per chi avesse liberato Roma della minaccia di Attila.

Crisafio mostra a Edeco le Meraviglie di Costantinopoli. Immagine di fantasia generata dall’IA

In poco tempo fu ordito un complotto per assassinare il capo unno: Edeco chiese di essere accompagnato da Vigilas, l’interprete che parlava di solito con Attila e che faceva da interprete anche tra Crisafio e Edeco.
Sarebbe stato inoltre necessario trovare un modo di contrabbandare 50 libbre d’oro, fondi che Edeco avrebbe utilizzato per convincere le guardie del corpo di Attila al suo comando a tradire il capo degli Unni: “…richiese un piccolo anticipo in compenso, 50 libbre d’oro da distribuire alla sua scorta per garantirsi che collaborasse con lui nella congiura. …dopo la sua assenza, anche lui, come gli altri, sarebbe stato interrogato da Attila in merito a chi, fra i Romani, gli avesse fatto doni e a quanto denaro avesse ricevuto, e che [a causa dei compagni di missione] non avrebbe potuto nascondere le 50 libbre d’oro” (Prisco, Storia).

Si pensò quindi a inventare, col pretesto di negoziare le richieste dell’Unno – ma in realtà per ricevere istruzioni su come dovevano essere consegnate le 50 libbre d’oro -, un’ambasceria presso Attila: la missione sarebbe stata guidata dall’ambasciatore Massimino, nobile romano che sarebbe rimasto a completa insaputa del piano e del pericolo in cui si stava cacciando avventurandosi nella terra degli Unni con lo scopo di uccidere il loro capo, fungendo da specchietto per le allodole.

Parte l’ambasceria imperiale
Massimino decise di chiedere l’aiuto di un suo caro amico, un uomo di grandi capacità diplomatiche e con un intelletto raffinato, lo storico Prisco: “Massimino, con le sue preghiere, mi convinse ad unirmi alla missione” racconta Prisco.
Prisco di Panion (in latino Priscus; Panio, in Tracia, 420 circa – dopo il 471) è stato uno storico bizantino, di lingua greca, che visse durante il regno di Teodosio II (408-450), e scrisse una Storia, di notevole importanza e affidabilità, descrivendo anche la sua esperienza come inviato presso la corte di Attila.

Prisco (a sinistra) con l’ambasciata romana alla corte di Attila, mentre tiene in mano la sua ΙΣΤΟΡΙΑ (Storia , che il pittore ha scritto erroneamente ΙΣΤΩΡΙΑ). (Dettaglio del Banchetto di Attila di Mór Than)

Alla missione presero parte almeno cinque persone: Massimino, Prisco e l’interprete Vigilas, oltre agli ambasciatori di Attila Edeco e Oreste. Prima della partenza, gli ambasciatori furono avvertiti di non commettere atti che potessero infastidire Attila e provocare un incidente diplomatico, in particolare di tenersi sempre dietro di lui e non piantare mai la propria tenda più in alto della sua.

Si sfiora l’incidente diplomatico
Dopo un viaggio di tredici giorni da Costantinopoli la missione raggiunse Serdica, nella moderna Bulgaria.
Durante la sosta a Serdica venne indetto un banchetto durante il quale si rischiò un incidente diplomatico: “Prima di bere, gli Unni brindarono ad Attila e noi a Teodosio. Ma Vigilas disse che non stava bene accostare un uomo a un dio, intendendo dire che Attila era un uomo e Teodosio un Dio. Questo irritò gli Unni che cominciarono a scaldarsi e si arrabbiarono sempre di più. Allora spostammo la conversazione su altri temi e con le nostre amichevoli maniere calmammo la loro collera; al momento di alzarci da tavola, finita la cena, Massimino conquistò definitivamente Edeco e Oreste donando loro indumenti di seta e perle” (Prisco, Storia).

Gli Unni dimostrano ostilità
Giunti a Naissus, la città natale di Costantino I, oggi Niš, in Serbia gli ambasciatori trovarono la città priva di uomini, dal momento che era stata rasa al suolo dal nemico. Nelle chiese cristiane erano radunate molte persone colpite dalla malattia. Ogni luogo lungo la riva era pieno di ossa di quelli uccisi in guerra. Dopo aver passato la notte, partirono da Naissus fino al Danubio. È da notare che la frontiera con il dominio di Attila era oramai a Naissus e il Danubio era fermamente sotto il controllo del predone unno.

Resti del lussuoso palazzo residenziale di Mediana, eretto da Costantino I nei pressi della sua città natale, Naissus

Giunti ormai in prossimità degli accampamenti, i delegati romani ricevettero dei messi unni che, con atteggiamento ostile, dissero di sapere “già tutto ciò di cui la nostra ambasceria avrebbe dovuto discutere e ci dissero che se non avessimo avuto nient’altro da dire saremmo potuti andarcene subito.” Sfiduciati, gli ambasciatori romani si stavano preparando per la partenza, ma in serata un messaggero di Attila li fermò comunicando loro che Attila aveva cambiato idea e, vista l’ora tarda, li invitava a fermarsi per la notte. Il mattino successivo però arrivò l’ordine da parte del re unno di andarsene, se non avevano nulla di nuovo da comunicargli.

Prisco, però, fattosi furbo, contattò uno dei messi di Attila, tale Scotta, il segretario italiano del re unno, inviato da Flavio Ezio proprio per svolgere tale incarico (da notare, quindi, come i rapporti tra Ezio e Attila fossero ancora cordiali a quel tempo), promettendogli un premio se fosse stato in grado di convincere il re unno a conceder loro un’udienza, e dicendogli che se fosse stato veramente una persona così influente e importante, sarebbe stato un gioco da ragazzi riuscire in quell’impresa. Scotta, persuaso dal discorso di Prisco, riuscì a convincere Attila a concedere un’udienza agli ambasciatori.

Attila riceve gli ambasciatori romani
All’insaputa di Prisco e Massimino, Edeco aveva fatto il doppio gioco. Non aveva mai avuto l’intenzione di tradire il suo capo e, appena arrivato in territorio unno, era andato dritto da Attila riferendogli che c’era una congiura che viaggiava assieme all’ambasciata: Vigilas, l’interprete, ne era a conoscenza e viaggiava segretamente con 50 libbre d’oro il cui scopo era di corrompere gli uomini che avrebbero attentato alla sua vita. Attila non sapeva ovviamente se Prisco e Massimino fossero della congiura e avrebbe potuto dare l’ordine di uccidere l’intera missione romana: la delegazione stava correndo un rischio mortale senza saperlo.

Ambasciata di Prisco e Massimino alla corte di Attila, ricostruzione

Gli ambasciatori giunsero quindi alla tenda di Attila. Il campo in cui risiedeva il re unno era enorme, difeso da una palizzata lignea che conteneva innumerevoli capanne di feltro, le costruzioni tipiche delle popolazioni nomadiche dell’Asia centrale. Il palazzo di Attila era differente rispetto al contesto abitativo più modesto che lo circondava ed era costruito in un legno lucido con delle tavole ben connesse tra di loro con una certa sapienza architettonica. Quando fecero il loro ingresso, lo trovarono seduto su un sedile di legno. Massimino avanzò, salutò il barbaro, e gli diede le lettere dell’imperatore, affermando che questi pregava affinché lui e i suoi sudditi fossero sani e salvi. Subito Attila rivolse però la parola contro Vigilas, l’interprete, definendolo una bestia senza vergogna. Gli disse che le sue condizioni per la pace erano chiare e che nessun ambasciatore doveva recarsi da lui prima che fossero state rispettate. Alle pacate rimostranze di Vigilas, Attila divenne ancora più furente e gli disse gridando che lo avrebbe impalato e lo avrebbe dato in pasto agli uccelli per la sua sfrontatezza, se non lo avesse ritenuto un oltraggio verso la legge che protegge gli ambasciatori. Disse poi agli ambasciatori che sarebbero potuti restare fino a quando lui avesse scritto una lettera per rispondere a quella dell’imperatore.

Vigilas non riusciva a capire come mai Attila fosse così arrabbiato con lui: non sospettava nemmeno che la sua missione segreta di assassinio era stata riferita da Edeco ad Attila. L’interprete stava rischiando una morte orribile senza saperlo ma continuò il suo piano e quel giorno stesso si abboccò con Edeco per organizzare il pagamento degli uomini che avrebbero dovuto uccidere Attila.
Subito dopo gli ambasciatori romani, rimasti di stucco per l’atteggiamento ostile di Attila, ricevettero altri ambasciatori unni che proibirono loro di comprare ogni cosa che non fossero generi alimentari fintanto non fossero state soddisfatte le richieste degli Unni.

Il banchetto con Attila: quando ti accorgi di contare poco
Mentre Vigilas partì per Costantinopoli, gli altri ambasciatori seguirono Attila in una delle sue residenze e furono ammessi a un banchetto, una cerimonia conviviale che fu convocata per l’ora nona, come ci riferisce Prisco, il che equivaleva all’incirca alle tre del pomeriggio.

La sala che ospitò la delegazione dell’Impero Romano d’Oriente era spaziosa e con i tavoli dei convitati disposti lungo le pareti. Attila sedeva in un desco centrale, mentre i dignitari più importanti, vale a dire i re dei popoli più strettamente alleati degli Unni, come i Gepidi e gli Ostrogoti, stavano seduti alla destra del sovrano.
Prisco e Marcellino vennero invece relegati in fondo alla grande sala, quasi a testimoniare che per il nuovo padrone del mondo, Attila l’unno, non vi era alcuna necessità di blandire gli inviati dell’imperatore di Bisanzio. Anche se ogni anno i Romani di Costantinopoli e il loro sovrano Teodosio II versavano un tributo in oro agli Unni pari a centinaia di libbre per non essere invasi oppure aggrediti, non erano tuttavia ritenuti degni di stima e di attenzione oltre lo stretto necessario.

Banchetto con Attila. Immagine di fantasia generata dall’IA

L’utilizzo sapiente dei posti assegnati nei banchetti era di tipo politico e celebrativo e faceva parte di un’accorta tradizione diplomatica che era stata elaborata come strumento di politica e di governo dai diversi popoli del mondo antico e che anche gli Unni sembravano avere recepito. Racconta, intatti, Prisco: “I seggi collocati alla destra di Attila erano considerati dei posti di riguardo, quelli alla sinistra del re erano invece riservati a ospiti di rango inferiore. In questa fila di sinistra sedemmo noi romani, accanto al capo scita Berig, che era comunque più vicino di noi al trono di Attila. A destra del re era stato collocato il trono di Onegesio, il più autorevole dei consiglieri del sovrano […]”.

Attila si mostrava molto parco nel mangiare e si accontentava di cibi semplici. Rispetto alle tavole degli ospiti, riccamente imbandite con vasellame d’oro e argento, Attila si serviva invece di una modesta coppa di legno. La veste del re era semplice ed era stata lavata con cura. La spada che il sovrano portava al suo fianco, come pure i lacci dei sandali che teneva avvolti intorno alle gambe alla maniera degli Sciti e neppure i finimenti del cavallo reale, erano stati abbelliti con dell’oro e delle pietre preziose oppure con un altro materiale di qualità raffinata.

Attila scopre le carte
Massimino e Prisco tornarono a Costantinopoli con un nulla di fatto. Attila non disse loro mai il perché di tanti comportamenti bizzarri, ma presto tutto fu chiaro.

La cattura di Vigilas con la borsa piena d’oro. Immagine di fantasia generata dall’IA

Mentre tornavano a Costantinopoli, durante il tragitto, Prisco e Massimino incontrarono Vigilas, che stava tornando dall’Unno con lo scopo di portargli la risposta di Teodosio II per quanto riguarda la restituzione dei fuggitivi. Gli Unni, perquisendo Vigilas, gli trovarono addosso 50 libbre d’oro, e gli chiesero a cosa gli servissero dato che per volontà di Attila gli ambasciatori romani potevano comprare solo del cibo e con 50 libbre d’oro si poteva comprare tanto cibo da sfamare un piccolo esercito; quando gli Unni minacciarono di uccidergli un figlio, Vigilas confessò: l’eunuco di corte Crisafio intendeva corrompere l’unno Edeco affinché pianificasse l’assassinio di Attila, promettendogli 50 libbre d’oro; Edeco, però, svelando tutto ad Attila ancora prima di ricevere la somma e dell’invio dell’ambasceria, gli permise di pianificare ogni cosa, affinché Vigilas finisse nella sua trappola. La proibizione ai messi romani di comprare tutto ciò che non fosse cibo era finalizzata a impedire a Vigilas di trovare giustificazioni per le 50 libbre d’oro con cui intendeva pagare Edeco per il tradimento. Attila aveva giocato come il gatto col topo per imporre sanzioni ancora più pesanti ai Romani d’Oriente.

L’IMPERATORE UMILIATO

Oreste, il romano al servizio di Attila, fu inviato di nuovo a Costantinopoli. Oreste pretese di essere ricevuto in pompa magna dall’intera corte di Costantinopoli e dall’imperatore in persona, e cosa poteva fare l’imperatore Teodosio II se non ubbidire all’inviato degli Unni?

Oreste si presentò con al collo la borsa che conteneva la tangente che era stata trovata addosso a Vigilas e in quel modo giunse di fronte all’imperatore. Sentiamo il resto dalle parole di Prisco: “dopo averla mostrata a tutti e in particolare all’eunuco Crisafio, egli parlò e disse: Teodosio è il figlio di un nobile, e così è anche Attila, figlio di Mundiuch. Ma solo Attila ha conservato la sua nobiltà, perché Teodosio vi ha rinunciato quando ha iniziato a pagare un tributo ad Attila, diventandone lo schiavo. Pertanto, Teodosio non ha agito con giustizia verso il suo superiore perché ha ordito segretamente un complotto come un miserabile schiavo domestico. Attila non mancherà di colpire coloro che hanno peccato contro di lui, a meno che Teodosio non gli consegni l’eunuco come punizione”.

Oreste si presenta davanti a Teodosio II con la borsa contenente l’oro per la tangente. Immagine di fantasia generata dall’IA

CONSIDERAZIONI SUL FALLIMENTO DELLA MISSIONE DIPLOMATICA

In sintesi, la missione diplomatica si trasformò in un’umiliazione per l’Impero Romano d’Oriente, poiché le pretese di pace furono schiacciate dalla scoperta del tentativo di assassinio. Ciò evidenziava come la rete di spionaggio romana fosse inefficace, mentre quella unna era capillare e tempestiva.

Attila non solo sventò il complotto, ma mise volutamente in imbarazzo l’ambasceria romana, dimostrando di essere a conoscenza dei dettagli delle trattative e manipolando gli ambasciatori. La pretesa di Attila sui fuggitivi e il suo atteggiamento arrogante dimostravano che l’Impero d’Oriente era ridotto a un ruolo di vassallaggio, costretto a pagare tributi umilianti in oro per evitare la devastazione.

Le tecniche diplomatiche romane, basate su corruzione, retorica e sfoggio di potenza, fallirono contro Attila. Egli si dimostrò un leader astuto, capace di usare il terrore e la conoscenza dei punti deboli romani per mantenere la supremazia.

Il fallimento diplomatico portò alla consapevolezza che le trattative non potevano fermare le incursioni unne, evidenziando il declino militare dell’impero d’Oriente il quale, pur formalmente più forte di quello d’Occidente, era in realtà inadeguato a gestire la minaccia unna sia sul piano militare che su quello diplomatico, subendo la volontà di Attila.
Il fallimento di questa missione segnò il crollo definitivo della diplomazia di Teodosio II, portando negli anni successivi a una nuova fase di ostilità che culminò con le invasioni unne in Occidente.

LA “SPADA DI MARTE”, LA LEGGENDARIA ARMA DI ATTILA

Attila e la “Spada di Marte”. Immagine di fantasia generata dall’IA

Prima di concludere la vicenda della cospirazione, e questa seconda parte dell’articolo, vogliamo aprire una parentesi su un’arma che proprio nel periodo dei fatti qui sopra narrati, venne in possesso di Attila e che ha scatenato ogni sorta di leggende: la “Spada di Marte”.

Secondo una leggenda raccontata da Giordane e Prisco, “un pastore vide zoppicare una giovenca del suo gregge e non capendo la causa della ferita, seguì con ansia le tracce di sangue ed alla fine trovò una spada su cui l’animale era inciampato inavvertitamente mentre brucava l’erba; la estrasse dal terreno e la portò subito ad Attila, il quale apprezzò molto il dono e, essendo ambizioso, si convinse di essere stato eletto padrone assoluto del mondo intero e che la spada di Marte gli avrebbe garantito la vittoria in tutte le battaglie“.

Come altri sovrani (e popoli) barbarici, specie se pagani, Attila dava una grande importanza agli oggetti magici, ed in particolare alle armi magiche. E la convinzione che potessero esistere oggetti capaci di renderlo invincibile rimase con lui fino alla fine.

L’uso di “Marte” qui è dovuto all’interpretatio romana di Prisco, tuttavia, poiché gli Unni non avrebbero adottato i nomi di divinità romane; il nome più probabile usato dagli Unni sarebbe stato il più generico “spada del dio della guerra“. Le leggende ungheresi si riferiscono ad essa semplicemente come “az Isten Kardja“, la spada di Dio. La descrizione di Prisco è notevole anche nel descrivere come Attila la usò sia come arma militare che come simbolo del favore divino, che può aver contribuito alla sua reputazione di “Flagello di Dio”, un punitore designato da Dio.

Ovviamente le qualità magiche dell’arma contavano sia per Attila che per il suo esercito ed il suo popolo, visto che confermavano e sostenevano la concezione del sovrano come legittimato da Dio (o degli Dei) ad esercitare il suo potere. A tale proposito, Edward Gibbon ebbe a dire: “Il vigore con cui Attila brandì la Spada di Marte convinse il mondo che quest’ultima era stata fatta apposta per il suo braccio invincibile“.

Non bisogna poi dimenticare che Attila passò la sua adolescenza a Ravenna come ostaggio (o per meglio dire “garanzia”) dei Romani. Di conseguenza, potrebbe aver assimilato anche la fusione fra il Cristianesimo e un Impero sempre più legato all’Unico Dio.

Dobbiamo dire che la Spada di Dio non diede ad Attila alcun potere speciale, né tantomeno l’invulnerabilità (Attila morì pochi anni dopo averla trovata), ma il ricordo di quell’arma rimase anche dopo la sua prematura dipartita.

Per qualche secolo se ne persero le tracce ma poi, a metà dell’XI secolo, gli Arpadi (la prima dinastia che regnò in Ungheria dall’896 al 1301, che prendeva il nome dal suo fondatore Árpád, principe magiaro figlio di Álmos) iniziarono a spargere la notizia che la Spada di Dio era nelle loro mani. Guarda caso, avevano ritrovato la spada proprio dopo essersi insediati come dinastia regnante del popolo ungherese e dopo aver annunciato di avere un filo di sangue diretto con il sovrano unno morto quasi seicento anni prima.

Se all’epoca gli Arpadi potevano riuscire a far passare per veritiere le loro affermazioni, oggi sappiamo che non c’è alcuna possibilità che questa bellissima spada curva (sciabola) sia un’arma del V secolo. La lama e le lavorazioni in oro non lasciano dubbi su fatto che si tratta dell’opera di un artigiano ungherese del X-XI secolo circa.
Datazione a parte, anche un profano delle armi bianche può capire senza problemi che una spada del genere può avere solo funzione decorativa o cerimoniale.
La falsa Spada di Dio è tuttora esposta al Kunsthistorisches Museum di Vienna, come parte del Kaiserliche Schatzkammer, il tesoro reale degli Asburgo.

Il bellissimo falso fatto passare per la Spada di Dio

Se qualcuno potesse tornare indietro al 450, probabilmente vedrebbe al fianco di Attila una spatha tardo romana o, più difficilmente, una spada del periodo delle migrazioni (“migration period sword“, anche se il termine più appropriato potrebbe essere “spatha barbarica”). Vista l’estensione del regno unno, Attila poteva scegliere sia una spatha osterburken-kemathen (in una delle due varianti) che una spatha di disegno asiatico. In entrambi i casi parliamo di spade (rigorosamente a una mano) dritte con lame di oltre 70 cm.

Avendo presente il personaggio, non si può neanche escludere che Attila avesse una spatha più antica, magari passata (almeno a detta di chi gliela regalò/vendette) per le mani di un imperatore romano o di un grande generale.
Più tardi gli studiosi avrebbero identificato la leggenda come un esempio di culto religioso per la spada, diffuso tra le popolazioni nomadi delle steppe dell’Asia centrale.

Spade del V secolo (disegni di Giuseppe Cascarino) a confronto con il classico gladio pompeiano

L’EPILOGO DELLA VICENDA

Teodosio, di fronte al fallimento del complotto, avrebbe dovuto solamente ingoiare il rospo. E, ovviamente, offrire ad Attila la testa del nobile Crisafio, che aveva ordito tutta la macchinazione. Incredibilmente, Crisafio si salvò per una serie di circostanze: la sua eliminazione era auspicata anche dal rivale Flavio Zenone, e Teodosio, costretto a scegliere tra offrire Crisafio al potente Zenone o all’altrettanto potente Attila, non si mosse.

Nel frattempo, Crisafio avvicinò, tramite suoi uomini Attila, e gli parlò nella lingua che sapeva sarebbe risultata efficace nei confronti di un unno: quella del denaro. Crisafio si comprò la vita, anche se la perse poco tempo dopo quando Teodosio morì nel luglio del 450, a causa di una caduta da cavallo: Crisafio, corrotto personaggio certo non amato a Costantinopoli, perse il grande protettore e venne giustiziato in pubblico, senza il benché minimo processo. Pace fu quindi fatta.

UNA STRANA BENEVOLENZA

Qualche tempo dopo una nuova ambasciata si recò da Attila che si comportò in un modo sospettosamente accomodante: si sarebbe ritirato dalle terre che aveva richiesto ai Romani e rilasciò perfino Vigilas, che a differenza di quanto ci si aspetterebbe da un capo sanguinario, non aveva fatto una fine orribile.

Ma Attila aveva una ragione molto pratica per cercare la pace con Costantinopoli. Da un po’ aveva assaporato un nuovo progetto, un progetto che avrebbe richiesto che Costantinopoli continuasse a rimanere tranquilla e pagare il suo tributo mentre lui si recava altrove.
Attila era intenzionato con queste concessioni a pacificare il fronte orientale per prepararsi ad aggredire l’Impero Romano d’Occidente!

Mappa geopolitica dell’Europa e del Mediterraneo intorno all’anno 450 d.C. La mappa illustra la divisione tra l’Impero Romano d’Occidente e l’Impero Romano d’Oriente. Sono evidenziati i territori occupati dai popoli germanici e dagli Unni (indicati come Impero degli Unni). Tra i regni barbarici rappresentati figurano i Visigoti, i Burgundi, i Vandali e gli Svevi.

NEL PROSSIMO EPISODIO: ATTILA RICEVE UNA RICHIESTA D’AIUTO DA PARTE DELLA SORELLA DI VALENTINIANO III E LA SCAMBIA PER UNA PROPOSTA DI MATRIMONIO: È IL PRETESTO PER SCATENARE L’INVASIONE DELL’IMPERO ROMANO D’OCCIDENTE. VI ASPETTIAMO!

SE TI SEI PERSO GLI ARTICOLI PRECEDENTI DELLA SERIE “I GRANDI NEMICI DI ROMA”:

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.