
Il vuoto di potere causato dalla morte di Cesare lasciò Roma quasi nel caos, divisa com’era in più fazioni: quella dei cesaricidi, quella dei cesariani di Antonio e quella dei veterani di Cesare, che adoravano il giovane Ottaviano, da poco rientrato in Italia per reclamare l’eredità del prozio.
I congiurati, Bruto e Cassio, fuggirono in Oriente per ammassare truppe in difesa della Repubblica.
Per combattere i cesaricidi, Antonio, Ottaviano e Lapido si accordarono per formare un Triumvirato che, si badi bene, era considerato (a differenza del primo, che era un accordo privato) una magistratura a tutti gli effetti, analoga ad altri tipi di triumvirato esistenti per tutta l’epoca repubblicana precedente, benché a differenza delle prime fosse di tipo straordinario ed insignita dell‘imperium maius.
Il patto tra i tre fu infatti poco dopo legalizzato, ottenendo validità istituzionale, con la Lex Titia del 27 novembre 43 a.C.
Durante la guerra civile, Cleopatra appoggiò la parte cesariana, rifiutando di sostenere Cassio, che le aveva chiesto aiuto. Fece approntare una potente flotta per supportare Ottaviano e Antonio che erano sbarcati in Macedonia (Lepido era rimasto a Roma, figura marginale e presto eliminata dai giochi), ma una tempesta sul Mediterraneo impedì ad essa di arrivare a destinazione, anche se la vittoria arrise ugualmente ai due Triumviri.
Ad ogni modo, dopo varie vicende, Antonio, ormai signore incontrastato dell’Oriente repubblicano, impose a Cleopatra di presentarsi a Tarso per rispondere della sua condotta giudicata ambigua durante la guerra civile. Cleopatra, per nulla intimidita, ma anzi intenzionata a sfruttare l’appoggio del nuovo signore d’Oriente, si presentò a lui con un corteo sfarzoso, allo scopo di impressionarlo. Antonio, grande militare ma ingenuo e quasi infantile, rimase soggiogato dal fascino della regina, e intrecciò con lei una relazione, travolgente e distruttiva.
Il terzo episodio dell’articolo dedicato a Cleopatra, per la Rubrica di divulgazione storico-archeologica “La Stele di Rosetta”, sarà particolare perché quasi interamente dedicato a contestualizzare i motivi della presenza di Antonio in Oriente. Ecco perché buona parte di esso narrerà le vicende della guerra contro i cesaricidi, in uno straordinario affresco storico, avvincente come un action-movie. Buona lettura!

INDICE DEI CONTENUTI
IL VUOTO DI POTERE A ROMA E L’ASCESA DI MARCO ANTONIO
ENTRA IN SCENA L’EREDE DI CESARE: OTTAVIANO
OTTAVIANO RECLAMA L’EREDITA’ DI CESARE, MA ANTONIO…
CICERONE E L’ANTIPATIA VERSO MARCO ANTONIO
IL PRIMO CONFLITTO TRA OTTAVIANO E MARCO ANTONIO
CICERONE E LE “FILIPPICHE” CONTRO MARCO ANTONIO
IL SECONDO TRIUMVIRATO (43-33 a.C.)
IL RUOLO DI CLEOPATRA NELLA GUERRA AI CESARICIDI
FILIPPI, LA SCONFITTA DEI CESARICIDI
SPARTIZIONE DEI TERRITORI REPUBBLICANI
LA GUERRA DI SICILIA CONTRO SESTO POMPEO
PRIMI CONTRASTI TRA I TRIUMVIRI
IL VUOTO DI POTERE A ROMA E L’ASCESA DI MARCO ANTONIO
Il vuoto di potere causato dalla morte di Cesare lasciò Roma divisa tra tre fazioni: quella dei cesaricidi, che con Decimo Giunio Bruto controllava la Gallia cisalpina e che godeva dell’appoggio del senato, quella che amava Cesare e faceva capo ad Antonio in qualità di fidatissimo del dictator assassinato, e quella dei veterani delle legioni di Cesare, che rivedevano il loro generale nel suo figlio adottivo, il giovanissimo e temerario Ottaviano.
Dopo lo sgomento iniziale seguito all’uccisione di Cesare, Antonio prese in mano la situazione e si fece consegnare da Calpurnia, vedova del dittatore, le carte politiche e il denaro liquido di quest’ultimo.
Per guadagnare tempo, con un’abile mossa Antonio permise che il Senato concedesse l’amnistia ai congiurati e cercò il dialogo proprio con la massima assemblea romana. In cambio, il Senato votò la concessione dei funerali di stato per Cesare. Durante le celebrazioni accadde però che la vista del corpo del dittatore e del sangue sulla sua toga, la lettura del suo testamento generoso verso i Romani e il discorso a effetto di Antonio, accendessero d’ira l’animo del popolo contro gli assassini. Infatti, come racconta Cassio Dione in Romana Historia, “per questo discorso di Antonio il popolo dapprima si commosse, poi si adirò, e infine s’infiammò talmente che corse a cercare gli uccisori di Cesare e condannò i senatori, perché avevano permesso che fosse ucciso l’uomo per cui avevano decretato che s’innalzassero ogni anno preghiere agli Dei e sulla salute e fortuna del quale avevano giurato, e che avevano dichiarato inviolabile come i tribuni. Dopo di ciò afferrarono la salma di Cesare: gli uni volevano portarla nella Curia dov’era stato ucciso, gli altri in Campidoglio per essere lì cremato. Ma i soldati si opposero per il timore che prendessero fuoco anche il teatro e i templi; allora lo collocarono sulla pira lì nel Foro, dove si trovavano”.

Fino all’aprile del 44 Antonio mantenne comunque un atteggiamento conciliante: lasciò che i cesaricidi assumessero quelle cariche a cui Cesare li aveva designati prima che questi lo uccidessero, allontanò i veterani del defunto dittatore da Roma e propose l’abolizione della dittatura. Per sé chiese e ottenne la provincia di Macedonia (e le legioni che Cesare aveva ammassato là per la spedizione contro i Parti) e per Publio Cornelio Dolabella (antico alleato di Cesare) quella di Siria. Per il momento, Roma si era salvata dal caos.
CHI ERA MARCO ANTONIO?
Prima di proseguire con la nostra indagine-narrazione, dobbiamo aprire una parentesi su un personaggio spesso da noi citato in questo articolo, ma che dobbiamo ulteriormente focalizzare per poter contestualizzare gli sviluppi futuri della vicenda Cleopatra.

Ovviamente il personaggio non sbucò dal nulla, ma veniva da un percorso di tutto rispetto. Nacque a Roma il 14 gennaio 83 a.C. Suo padre, Marco Antonio Cretico, era figlio del grande oratore Marco Antonio Oratore, ucciso dai sostenitori di Gaio Mario nell’86 a.C.; per parte di madre, Giulia Antonia, era nipote di secondo grado di Gaio Giulio Cesare.
Suo padre morì in giovane età nel 71 a.C., lasciando lui ed i suoi fratelli, Lucio e Gaio e la sorella Antonia, alle cure della madre, che sposò Publio Cornelio Lentulo Sura, un politico coinvolto nella congiura di Lucio Sergio Catilina e giustiziato nel 63 a.C. Secondo Plutarco, la giovinezza di Antonio fu caratterizzata da uno stile di vita dissoluto, tanto che prima di compiere 20 anni sembra che avesse già contratto debiti per una somma di circa 250 talenti (circa 5 milioni di euro attuali).

Forse per cambiare vita Antonio abbandonò la tentacolare Roma e andò in Grecia per studiare retorica, ma probabilmente la cosa non lo appassionò perché presto si arruolò nella cavalleria dell’esercito del proconsole Aulo Gabinio diretto in Siria. Brillò talmente che ben presto divenne comandante della cavalleria distinguendosi per coraggio e sprezzo del pericolo. Fu durante questa campagna che visitò per la prima volta Alessandria d’Egitto.
Dal 54 al 50 a.C. Marco combatté al seguito di Cesare nella campagna gallica. Nel 54 a.C. si unì allo stato maggiore dell’esercito di Cesare in Gallia, dove fu questore nel 52 a.C. Divenne accanito sostenitore di Cesare, beneficiando fra l’altro della riconoscenza puntuale di Cesare che infatti lo ricompensò nel 50 a.C. aiutandolo a farlo eleggere tribuno della plebe e poi augure nel 49 a.C.
Antonio sostenne Cesare anche nel conflitto con il Senato e con Pompeo, che avrebbero voluto rinunciasse al proconsolato e lasciasse il comando dell’esercito prima di richiedere l’assegnazione del consolato.
Il 19 novembre Antonio fu espulso dalla Curia, lasciò Roma e raggiunse Cesare sul Rubicone. Durante la guerra civile, mentre Cesare marciava su Roma, Antonio, assunto il comando di un reparto, occupò Arezzo e poi Ancona.

Nel 48 a.C. Antonio ebbe l’imperio propretorio per l’Italia. In seguito, prese parte alla battaglia finale di Farsalo e, quando Cesare venne nominato dittatore, fu nominato da questi magister equitum nel 47, carica che prevedeva la direzione della politica militare ed interna della penisola, insomma la carica più alta dopo Cesare.
Marco condivideva con Cesare l’ardire, l’avventura, l’amore per il sesso, le decisioni azzardate, la capacità di farsi seguire e osannare dai soldati. Gli mancava invece la compassione, la generosità, la raffinatezza nel parlare e nello scrivere, la sobrietà, la dignità e la continenza di Cesare. Marco Antonio era collerico, permaloso e feroce, ma pure suadente e affascinante se uomini e donne lo seguirono come un mito. La sua fama militare fu offuscata dal suo cattivo governo, vicino al dispotismo. L’immagine di moderazione che Cesare voleva offrire ai suoi concittadini fu messa in discussione dall’esempio di Antonio, la cui vita privata era uno scandalo a Roma: frequentava la compagnia di comici e prostitute, teneva banchetti di lusso che terminavano in episodi di ubriachezza e nei suoi viaggi lungo la penisola il suo entourage creava spesso problemi nelle città che visitava.
Sicuramente Cesare fu la sua stella, un po’ quello che avrebbe voluto essere, e la rivalità con Ottaviano fu dovuta anche all’antipatia verso questi, così diverso da Cesare, uomo molto politico ma poco di guerra e di armi, capace di grandi decisioni ma solo dopo lunga riflessione, di certo Marco sentiva che lui era molto più degno di Ottaviano di coprire il ruolo di figlio di Cesare.
ENTRA IN SCENA L’EREDE DI CESARE: OTTAVIANO
Il giovane si trovava ad Apollonia d’Illiria (nell’odierna Albania sud-orientale) dove era stato inviato dal prozio Cesare per studiare i preparativi per la guerra che quest’ultimo aveva intenzione di muovere contro i Parti, quando seppe di essere stato adottato per testamento dal defunto come figlio ed erede. Secondo la consuetudine, egli assunse il nomen gentilizio (Iulius) e il cognomen (Caesar) del padre adottivo, omettendo però di aggiungere come tradizione un secondo cognome derivato della gens di provenienza aggettivata in –anus, divenendo così Gaio Giulio Cesare (Gaius Iulius Caesar). Il nome Ottaviano venne generalmente diffuso dalla propaganda degli avversari politici, ma non risulta nei documenti ufficiali.

Pur restando indeciso sul da farsi, se chiamare in aiuto le legioni orientali o lasciar perdere, preferì desistere da un’impresa tanto temeraria e tornare a Roma per reclamare i suoi diritti di figlio adottivo e di erede di Cesare.
Sbarcato a Brindisi, dove ricevette il benvenuto dalle legioni di Cesare lì acquartierate in attesa della spedizione in Oriente, Ottaviano si impossessò dei circa 700 milioni di sesterzi di denaro pubblico destinati alla guerra contro i Parti, che utilizzò per acquisire ulteriore favore tra i soldati e tra i veterani di Cesare stanziati in Campania.

LA FUGA DEI CESARICIDI
Marco Bruto e Gaio Cassio Longino, due dei cesaricidi che dopo l’amnistia avevano anche ottenuto due province (rispettivamente Creta e Cirene) ora pretendevano comandi militari più importanti. Ottaviano, tuttavia, ritenendo che non ci fosse nulla di più urgente che vendicare l’uccisione dello zio e tutelarne gli atti, decise di perseguirli. Costoro, fiutato il pericolo, fuggirono in Oriente. Ottaviano, allora, li perseguì con un’azione legale atta a farli condannare in contumacia per omicidio.
OTTAVIANO RECLAMA L’EREDITA’ DI CESARE, MA ANTONIO…
Ottaviano giunse a Roma il 21 maggio. Il giovane si affrettò a rivendicare il nome adottivo di Gaio Giulio Cesare, dichiarando pubblicamente di accettare l’eredità del padre e chiedendo pertanto di entrare in possesso dei beni familiari. Antonio, che in qualità di console e capo della fazione cesariana deteneva in quel momento il controllo del patrimonio (che sembra stesse dilapidando), procrastinò però il versamento adducendo la necessità di attendere che una lex curiata del Senato ratificasse il testamento del defunto.
Ottaviano iniziò allora a lavorare per alienare simpatie ad Antonio, facendo leva sia sul proprio nome sia sul risentimento che molti provavano verso l’ex collaboratore di Cesare. le sue mosse furono di anticipare al popolo le somme che Cesare aveva lasciato nel suo testamento e di eseguire i giochi per la vittoria di Farsalo. Ottenne così che molti dei cesariani si schierassero dalla sua parte contro Antonio, suo diretto avversario nella successione politica a Cesare.
CICERONE E L’ANTIPATIA VERSO MARCO ANTONIO
Il Senato, e in particolare Marco Tullio Cicerone, che vedeva Ottaviano in quel momento come un principiante inesperto data la sua giovane età pronto a essere manovrato dall’aristocrazia senatoria, e che apprezzava l’indebolimento della posizione di Antonio, approvò la ratifica del testamento, riconoscendo a Ottaviano lo status di erede legittimo di Giulio Cesare. Con il patrimonio di Cesare ora a sua disposizione, Ottaviano poté quindi reclutare in giugno un esercito privato di circa 3.000 veterani, garantendo a ciascuno di loro un salario di 500 denari, mentre Marco Antonio, ottenuta con legge speciale (lex de permutatione provinciarum) l’assegnazione – al termine del suo anno consolare – della Gallia cisalpina già affidata al propretore Decimo Bruto, si accingeva a portare guerra ai cesaricidi per recuperare il favore della fazione cesariana.

In quest’occasione Cicerone scriveva ad Attico manifestando certezza sulla fedeltà di Ottaviano alla causa repubblicana, sicuro della possibilità di sfruttare le potenzialità di quel giovane rampollo per eliminare Antonio, uscito indenne dalle Idi.
Il contrasto tra Cicerone e Marco Antonio ebbe origine all’indomani dell’uccisione di Cesare. Infatti, Antonio cercava abilmente di trarre a sé tutte le forze tradizionalmente favorevoli a Cesare (soprattutto i veterani di Cesare e alcuni settori del Senato), rafforzando così la propria posizione politica e militare e palesando l’intenzione di vendicarsi dei presunti “liberatori”. Tra Cicerone ed Antonio, come è evidente, i rapporti non erano dei migliori, e i due, d’altra parte, si trovavano all’esatto opposto in ambito politico: Cicerone era il difensore degli interessi dell’oligarchia senatoriale, convinto sostenitore della repubblica monopolizzata dai ricchi, mentre Antonio avrebbe voluto fare suoi i progetti di Cesare ed assumere gradualmente un potere monocratico.
Quando Ottaviano decise di seguire una politica filo senatoriale, Cicerone si schierò ancora più apertamente contro Antonio, definendo Ottaviano come vero erede politico di Cesare, e come uomo mandato dagli dèi per ristabilire l’ordine. Cicerone sperava, infatti, nell’affermazione di un giovane princeps in re publica che, assistito da un membro del senato di grande esperienza, come lo stesso Cicerone, riportasse la pace e riformasse la Repubblica.
IL PRIMO CONFLITTO TRA OTTAVIANO E MARCO ANTONIO
Quando nel mese di ottobre, l’appoggio del Senato a Ottaviano si fece più pressante, con Cicerone che tuonava con le sue Filippiche contro Antonio, questi decise di riprendere il controllo della situazione richiamando in Italia le legioni stanziate in Macedonia. Di fronte a quella minaccia, Ottaviano a novembre richiamò allora i veterani di Cesare a lui fedeli, ottenendo ben presto anche la diserzione di due delle legioni macedoni di Antonio, la IV e la Martia, appena sbarcate.
Fallito, per l’opposizione del Senato, il tentativo di far dichiarare Ottaviano hostis publicus (nemico pubblico) per aver reclutato un esercito senza averne l’autorità (in realtà sarà Antonio a essere indicato come nemico dello Stato avendo preso d’assedio illegalmente un legittimo propretore), il console decise allora di accelerare i tempi dell’occupazione della Cisalpina, in modo da garantirsi una posizione di forza per l’anno successivo. Ricevuto il rifiuto da parte di Decimo Bruto (uno dei congiurati che aveva ricevuto questa provincia da governare) alla cessione della Cisalpina, Antonio, grazie al consenso del Senato, poté marciare su Modena, dove strinse d’assedio Bruto.

Il 1º gennaio 43 a.C., giorno dell’insediamento dei nuovi consoli Pansa e Irzio, il Senato decretò l’abrogazione della legge che assegnava ad Antonio la Gallia Cisalpina e ordinò a questi di cessare immediatamente gli attacchi a Decimo Bruto. Ottenutone un netto rifiuto, i consoli vennero incaricati di marciare contro Antonio assieme a Ottaviano, cui venne conferito eccezionalmente l’imperium di pretore sì da legalizzare la condizione del suo esercito privato.
Il 14 aprile e il 21 aprile Antonio venne sconfitto nella battaglia di Forum Gallorum e nella battaglia di Modena, nelle quali, però, rimasero uccisi i due consoli Irzio e Pansa, Ottaviano prese parte personalmente ai combattimenti del 21 aprile all’interno del campo di Antonio e alla fine rimase unico comandante delle legioni repubblicane.
CICERONE E LE “FILIPPICHE” CONTRO MARCO ANTONIO
Tra il 44 a.C. e il 43 a.C., Cicerone pronunciò contro Antonio una serie di orazioni, note con il nome di Filippiche in quanto richiamavano quelle omonime pronunciate da Demostene contro Filippo II di Macedonia.
Le Filippiche costituiscono un importante documento dell’acceso contrasto tra Cicerone e Antonio, scoppiato durante gli ultimi mesi di vita della Repubblica romana. In esse, ogni singola fase di quella drammatica crisi che stava attraversando la res publica sembra stagliarsi su di uno sfondo di alti valori etici e civili, resi ancor più vigorosi dalla meditazione filosofica ciceroniana.
Dunque, queste sue ultime orazioni possono essere considerate come un vero e proprio testamento morale che Cicerone lasciò al popolo romano: le sue impetuose parole mantennero per mesi desta l’attenzione del popolo sulla lotta politica e sull’urgenza e il dovere di difendere l’integrità della patria.

Cicerone pronunciò la sua prima Filippica il 2 settembre del 44 a.C. i cui toni erano relativamente contenuti, alternando magistralmente moderate critiche a timidi elogi, per cercare ancora di ricondurre l’audace Antonio al rispetto verso l’autorità del Senato e di avvicinare a sé le diverse parti dell’opposizione.
Ma la violenta invettiva scagliata da Antonio contro Cicerone il 19 settembre in assemblea segnò la totale rottura tra i due.
Infatti, nella sua seconda orazione i toni si fanno più accesi: vengono lungamente descritte la corrotta e dissipata giovinezza di Antonio e la sua successiva carriera politica, segnata da un’umiliante e continua ricerca di sostenitori.
Anche nelle altre Filippiche Cicerone metterà in evidenza i tratti più turpi di Antonio, gli stessi con cui Demostene dipingeva la figura del tiranno Filippo di Macedonia.
Cicerone, ormai anziano, si lanciava con tutto il suo ardore in questa sua ultima battaglia, proprio per ritrovare quell’antica gloria di quando aveva salvato la patria dalla congiura di Catilina.

A partire dalla seconda, in tutte le 14 orazioni è evidente la fermezza dell’oratore che segue la linea dell’intransigenza nei confronti dell’azione antoniana, e abbandona definitivamente quella politica “conciliante” dei giorni successivi alle Idi di marzo; egli, dinanzi ad un Senato sempre più debole e titubante, si dichiara ancora una volta patriota promotore della pace, ma purtroppo sono le circostanze politiche che lo inducono a divenire un fautore della guerra.
Con le sue serrate argomentazioni Cicerone mira principalmente a indebolire e separare il partito antoniano in Senato, servendosi per tale scopo dell’antagonista di Antonio, il giovane Ottaviano. Eliminare dalla scena politica Antonio e i suoi seguaci, a suo giudizio personaggi scellerati, criminali e di dubbia moralità, significa sottrargli il forte sostegno del partito cesariano.
Sebbene i suoi discorsi siano pieni di parole elogiative nei riguardi di Ottaviano, probabilmente nel pensiero politico ciceroniano questi non rappresenta nient’altro che il male minore, anche se l’unico davvero all’altezza di contrastare Antonio e di attirare i vecchi cesariani dalla parte della res publica; però, secondo tale pensiero, una volta portato a compimento questo suo progetto di servirsi dell’erede di Cesare quale strumento per far fronte comune contro la minaccia antoniana, anche Ottaviano stesso sarebbe infine stato messo da parte. Un progetto, questo, che prevedeva altissimi rischi per la Repubblica e di cui Cicerone era perfettamente consapevole. Per approfondire sul contenuto delle Filippiche
IL SECONDO TRIUMVIRATO (43-33 a.C.)

Tornato a Roma con l’esercito, infatti, malgrado la giovane età (aveva soli vent’anni), Ottaviano si fece eleggere console suffectus assieme a Quinto Pedio, ottenendo compensi per i suoi legionari e facendo approvare dal Senato la lex Pedia contro i cesaricidi. In tal modo i consoli poterono rifiutarsi di portare ulteriore soccorso a Decimo Bruto, che, in fuga verso la Macedonia per riunirsi agli altri due cesaricidi, venne infine ucciso nella Cisalpina da un capo gallo fedele ad Antonio.
Dalla sua nuova posizione di forza, divenuto legalmente capo dello Stato romano, Ottaviano prese contatti con il principale sostenitore di Antonio, il pontefice massimo Marco Emilio Lepido, già magister equitum di Cesare, con l’intenzione di ricomporre i dissidi interni alla fazione cesariana. Con gli auspici di Lepido, ottenne dunque che fosse organizzato un incontro a tre con Antonio nei pressi di Bononia, l’odierna Bologna, dove ancor oggi esiste un cippo alla memoria di quell’evento.


La dizione di “secondo triumvirato” è in realtà impropria e scaturisce dalla definizione di “primo triumvirato” per descrivere il precedente accordo privato tra Cesare, Pompeo e Crasso. Questa doppia nomenclatura è ignota all’Umanesimo e appare per la prima volta a fine ‘600, per poi diffondersi nel XVIII secolo; gli odierni storici romani tendono a evitarla.
Nei fatti il “secondo” triumvirato (a differenza del “primo”) fu una magistratura ufficiale, analoga ad altri tipi di triumvirato esistenti per tutta l’epoca repubblicana precedente, benché a differenza delle prime fosse di tipo straordinario ed insignita dell‘imperium maius.
Il patto tra i tre fu infatti poco dopo legalizzato, ottenendo validità istituzionale, con la Lex Titia del 27 novembre 43 a.C. Ufficialmente i membri furono conosciuti come Triumviri Rei Publicae constituendae consulari potestate (“Triumviri per il riordino dello Stato con potere consolare”, abbreviato in “III VIR RPC“).
Per suggellare l’alleanza Ottaviano sposò Clodia Pulcra, figliastra di Antonio.

UN ACCORDO NECESSARIO
L’accordo tra Antonio ed Ottaviano per formare il Triumvirato fu lo sviluppo naturale a cui portava la situazione creatasi dopo la morte di Cesare. I due erano i principali eredi politici del dittatore ucciso l’anno prima; essi si ritrovarono nella comune opposizione agli ottimati – intenzionati ad abolire le riforme cesariane – e nella volontà di dare la caccia ai cesaricidi (i quali, intanto, con Bruto e Cassio, stavano organizzando imponenti forze in Oriente).


L’accordo era necessario soprattutto per Ottaviano, il quale voleva evitare di trovarsi fra due fuochi: da una parte Antonio con 17 legioni (comprese quelle dategli da Lepido, suo partigiano) e dall’altra le già ricordate forze dei cesaricidi in Oriente. Dall’incontro uscì una spartizione delle provincie inizialmente a lui sfavorevole: ad Antonio sarebbe spettato il proconsolato nella Gallia Cisalpina e Comata, a Lepido la Gallia Narbonense e le Spagne, ad Ottaviano l’Africa, la Sicilia, la Sardegna e la Corsica, che, però, erano di fatto sotto il controllo di Sesto Pompeo, figlio dell’avversario di Cesare che, con le forze pompeiane superstiti e una potente flotta, razziava le coste dell’Italia meridionale seminando il terrore.
LE LISTE DI PROSCRIZIONE

Per reperire i fondi necessari per la campagna in Oriente e per vendicare la morte di Cesare, i tre redassero liste di proscrizione degli avversari da eliminare ed incamerarne così i beni. A Roma e in Italia si scatenò quindi una caccia all’uomo senza eguali e in molti casi più feroce e indiscriminata di quella operata dopo la vittoria di Silla su Gaio Mario. Molte furono le vittime illustri: ben 300 senatori caddero sotto i colpi degli assassini e 2000 cavalieri ne seguirono la sorte.
Tra questi fu anche Cicerone, al quale Antonio non aveva perdonato le orazioni contro di lui, raccolte nelle Filippiche. Ottaviano, pur essendo stato protetto e incoraggiato dal grande intellettuale latino, non fece nulla per salvargli la vita.

Altra barbarie decisa dai triumviri fu l’uso di appendere ai rostri del foro le teste dei nemici uccisi e di dare una ricompensa proporzionale a chi le portava: 25.000 denari agli uomini liberi, 10.000 agli schiavi con l’aggiunta della manomissione e della cittadinanza.
Come testimonia un passo dell’editto triumvirale riportato da Appiano nelle Guerre civili, la prima proscrizione aveva lasciato un ricordo così forte che i triumviri, consapevoli dell’impopolarità della procedura che stavano per intraprendere, si preoccuparono di sottolineare la differenza tra la precedente proscrizione sillana e la propria.
LA GUERRA AI CESARICIDI
Come abbiamo visto, avendo dimostrato di non avere un piano politico ben preciso dopo l’eliminazione di Cesare, i congiurati, presi di sorpresa dalla reazione dei cesariani, fuggirono dall’Italia in Macedonia, dove arruolarono un’imponente armata – 19 legioni (ca. 80.000 uomini) – pronta a passare l’Adriatico.
Intanto Antonio e Ottaviano, mentre si accordavano e si spartivano le zone d’influenza in Occidente con Lepido, senza preoccuparsi del blocco navale di Sesto Pompeo, trasferirono anch’essi 19 legioni in Grecia.
IL RUOLO DI CLEOPATRA NELLA GUERRA AI CESARICIDI
Dopo la misteriosa morte di Tolomeo XIV, forse fatto assassinare dalla stessa Cleopatra, venne elevato a co-regnante Tolomeo XV Cesare, di soli tre anni, riconosciuto ufficialmente da Roma solo nel 43 a.C. per mano di Publio Cornelio Dolabella, che combatteva i cesaricidi in Oriente.

Personaggio alquanto controverso, Dolabella fu in un primo momento a favore dei cesaricidi per poi passare dalla parte di Antonio quando questi gli offrì, oltre al denaro, il comando della spedizione militare contro i Parti e il proconsolato per la provincia di Siria. Dolabella partì da Roma prima di aver esaurito il suo mandato di console, per precedere il cesaricida Gaio Cassio Longino, che aveva a sua volta ricevuto, prima della morte di Cesare, un mandato per il governo della Siria. Il viaggio di Dolabella attraverso Grecia, Macedonia, Tracia e Asia Minore fu marcato da saccheggi ed estorsioni e dall’uccisione, nel febbraio del 43 a.C., di Gaio Trebonio, cesaricida proconsole d’Asia, che gli aveva negato l’accesso alla città di Smirne. Da questo momento in poi, Dolabella ricorse a qualsiasi mezzo per raccogliere truppe e denaro dalle città dell’Asia Minore. Durante la sua permanenza in Asia, Dolabella strinse un’alleanza con Cleopatra, che si era schierata a fianco dei filo cesariani. In cambio, suo figlio Cesarione le venne riconosciuto coreggente d’Egitto.
La regina inviò allora in aiuto del generale le legioni che Cesare aveva lasciato in Egitto, nel frattempo divenute quattro, sotto il comando di Aulo Allieno, e avrebbe avuto intenzione di mandare anche una flotta, ma i venti ne impedirono una rapida partenza. Allieno, però, arrivato in Giudea, si trovò contro l’esercito di Cassio e decise di schierarsi con lui; Dolabella, ormai assediato a Laodicea, si suicidò, rendendo così vano l’invio della flotta egizia.

Questa situazione espose Cleopatra a un grave pericolo: tutti i sovrani orientali si erano già schierati dalla parte di Cassio, il quale, avendo bisogno di approvvigionamenti e denaro, guardava all’Egitto con bramosia, essendo questo il regno più ricco dell’area. Anche lo stesso governatore tolemaico di Cipro, Serapione, era passato con i cesaricidi, mandando loro aiuto navale; probabilmente Arsinoe, la sorella di Cleopatra esiliata a Efeso, era dietro questo tradimento, nella speranza di poter prendere per sé il trono di Alessandria.
Inoltre, la presenza di Ottaviano nel triumvirato poteva tuttavia rappresentare un problema per Cleopatra, che chiedeva per il piccolo Tolomeo il trattamento di erede di Cesare che era stato accordato a Ottaviano. La regina ricevette a quel punto una proposta di alleanza da parte di Cassio che rifiutò, con la scusa della carestia che non le permetteva di radunare abbastanza forze. Tuttavia, Cassio non si fidava della regina, sapendo che in Egitto si stava preparando una flotta da guerra; mandò quindi Lucio Staio Murco sul Capo Tenaro, estremità sud della Grecia, per evitare che gli Egizi potessero congiungere le loro truppe con quelle di Antonio e Ottaviano, nel frattempo sbarcati in Macedonia. Cleopatra, infatti, fece partire la flotta da Alessandria poco dopo, con lei stessa a capo di quell’esercito. Una tempesta nel Mediterraneo impedì agli Egizi di arrivare in tempo per lo scontro finale.
FILIPPI, LA SCONFITTA DEI CESARICIDI

I due triumviri disponevano di diciannove legioni (le altre nove erano state lasciate indietro) oltre ad una cospicua forza di cavalleria, composta da circa 13.000 cavalieri per Ottaviano e 20.000 per Antonio.
L’armata dei Cesaricidi contava diciassette legioni (otto con Bruto, nove con Cassio; le altre due si trovavano con la flotta). Di queste legioni, solo due erano complete; le altre erano per lo più a ranghi ridotti. Tuttavia, le truppe erano rinforzate da alcune leve dei regni orientali alleati. Appiano riporta un totale di uomini, per Bruto e Cassio, di circa 80.000 fanti romani e di 17.000 cavalieri alleati, di cui 5.000 erano arcieri a cavallo. L’esercito dei Cesaricidi contava anche alcune legioni lasciate in Oriente da parte di Cesare e che erano state fedeli al dittatore. Erano, quindi, dei corpi costituiti da veterani. Ma era proprio questo ciò che preoccupava Bruto e Cassio: benché la XXXVI legione avesse militato con Pompeo e fosse stata inglobata fra quelle di Cesare solo dopo la battaglia di Farsalo, le altre erano sicuramente fedeli al vecchio condottiero e, quindi, non erano del tutto fidate.

Benché nessuna delle fonti antiche riporti l’effettivo numero dei due eserciti, gli storici moderni ritengono che essi fossero quasi pari numericamente (con una leggera preponderanza, di qualche migliaio di uomini, delle forze dei triumviri): dunque, dovevano esservi 100.000 uomini circa per parte.
Lo scontro fra i due eserciti avvenne nell’ottobre 42 a.C. a Filippi, sulla via Egnazia. La battaglia si svolse in due fasi distinte, combattute rispettivamente il 3 e il 23 ottobre.
Prima fase della Battaglia di Filippi
All’inizio della prima fase, Bruto ottenne invece un brillante successo sulle forze di Ottaviano. Messo in fuga il nemico e conquistate tre insegne militari (segno di vittoria), si attardò nel suo accampamento in cerca di prede. Cassio, non vedendo il compagno e credendolo morto, si tolse la vita. Bruto pianse sul corpo di Cassio, chiamandolo “l’ultimo dei Romani”, ma impedì una cerimonia pubblica dinanzi a tutto l’esercito, per non abbatterne il morale.

Intanto, la flotta che Antonio aveva chiesto a Cleopatra per i rifornimenti e la conquista del porto presidiato dai nemici, si era ritirata a causa di un forte temporale. Altre fonti ritengono che fosse stata l’esitazione di Bruto a fare di una vittoria una disfatta. I suoi uomini, infatti, non inseguirono quelli di Ottaviano, che ebbero tutto il tempo di riformarsi. A seguito di questo, nell’epoca in cui Ottaviano avrebbe preso il nome di Augusto, divenendo il primo imperatore della storia di Roma, sarebbe nato il detto: “Finisci la battaglia una volta che l’hai cominciata!”.
Seconda fase della Battaglia di Filippi
Il secondo scontro si svolse il 23 ottobre, tre settimane dopo il primo. I legionari di Bruto, impazienti di dare battaglia e non avendo alcuna stima del proprio comandante, lo spinsero a dare battaglia ai due triumviri, i quali intanto avevano schierato le proprie forze e avevano cominciato a provocare gli avversari con urla ed insulti. Dopo che si furono posizionati, uno dei migliori ufficiali di Bruto si arrese, e questi decise di iniziare lo scontro.

Antonio, durante la battaglia, dopo aver diviso l’esercito in tre parti (ala sinistra, ala destra e centro), fece in modo che la propria ala destra procedesse verso destra; quindi, poiché l’ala sinistra del nemico doveva per forza procedere verso sinistra perché il suo esercito non venisse circondato, il centro dello schieramento di Bruto dovette allargarsi e indebolirsi, per occupare lo spazio lasciato dallo spostamento dei commilitoni. Un ulteriore spazio che si era venuto a creare tra il centro di Bruto e la sua ala sinistra fu sfruttato dai cavalieri avversari, che vi entrarono spingendo il centro verso l’ala sinistra del proprio schieramento, mentre la fanteria lo spingeva in avanti.
Il centro effettuò quindi un ripiegamento di 90 gradi, per avere il fronte rivolto verso l’ala sinistra di Bruto. Sul fronte di questa divisione c’era la fanteria di Antonio, sul fianco sinistro la cavalleria e sul lato destro la fanteria. Quest’ultima si opponeva allo stesso tempo al fianco destro nemico, che le era stato affidato all’inizio della battaglia e sul quale il centro di Bruto si era riversato durante il ripiegamento. Questa fu la strategia principale di Antonio in questa battaglia.
Infine, l’attacco di Bruto fu respinto e il suo esercito mandato in rotta. I soldati di Ottaviano raggiunsero le porte dell’accampamento nemico prima che egli potesse chiudervisi dentro. Bruto riuscì a ritirarsi sulle colline circostanti con l’equivalente di sole quattro legioni e, vedendosi sconfitto, si suicidò.
SPARTIZIONE DEI TERRITORI REPUBBLICANI
Le rappresaglie e le vendette dei cesariani furono crudeli e sanguinarie; molti proscritti fuggirono in Sicilia, in mano a Sesto Pompeo, seguiti a ruota da molti possidenti espropriati dei propri fondi, da schiavi sbandati e da veterani pompeiani ancora in circolazione. Intanto, la scena politica era caduta in mano di Antonio e Ottaviano, i quali si spartirono il territorio dello stato in zone d’influenza: la soprintendenza dell’Oriente e la Gallia Narbonese al primo, le Spagne e la cura dell’Italia (pur formalmente indivisa fra i triumviri) a Ottaviano, il quale ben presto ebbe il controllo di tutto l’Occidente.
Lepido, invece, fu relegato al ruolo di comprimario, con l’affidamento dell’Africa e il mantenimento della sua carica di pontifex maximus. Questa sua messa da parte fu dovuta anche al suo atteggiamento ambiguo nel corso delle ultime vicende. Antonio, intenzionato a vendicare (come era nei progetti di Cesare prima di morire) lo smacco subito da Crasso nella battaglia di Carre contro i Parti, rimase a lungo in Oriente, estorcendo e vessando le città e le provincie ree d’aver appoggiato Bruto e Cassio.
LA GUERRA DI SICILIA CONTRO SESTO POMPEO

Era il figlio più giovane di Gneo Pompeo Magno e della sua terza moglie, Mucia Terzia. Per sfuggire alle proscrizioni del Secondo Triumvirato, dichiarato hostis dal Senato, Sesto reclutò una flotta composta da esuli, da proscritti in fuga, da ex schiavi e pirati, e nel 42 a.C. occupò la Sicilia, la Sardegna e la Corsica. Inoltre, si diede ad atti di pirateria lungo le coste, impedendo l’arrivo di rifornimenti a Roma.
Dopo aver sconfitto Bruto e Cassio a Filippi, i triumviri si impegnarono in Sicilia contro Sesto, che aveva accolto nella sua flotta i reduci di quella dei due principali cesaricidi. Lepido fu escluso dalla spartizione dei territori, perché sospettato di negoziare segretamente con Sesto.
La Guerra di Sicilia fu presentata da Ottaviano come una necessità per difendere Roma dalla pirateria, ma in realtà fu un passaggio determinante della Guerra Civile in corso.
PRIMI CONTRASTI TRA I TRIUMVIRI

Ottaviano si ritrovò a dover gestire la parte più difficile del dopo Filippi: sistemare e distribuire le terre promesse in Italia ai quasi 180.000 veterani del partito cesariano. Scelse quindi diciotto città punibili per la loro infedeltà al triumvirato (tra queste sono da ricordare, da nord a sud, Trieste, Rimini, Cremona, Pisa, Lucca, Fermo, Benevento, Lucera, Vibo Valentia), confiscò i terreni degli abitanti e li distribuì ai suoi. L’operazione fu condotta in maniera indiscriminata e furono espropriate anche tenute di piccoli e medi proprietari che non erano per nulla coinvolti con il partito pompeiano o con quello dei cesaricidi.
A causa di questi provvedimenti si creò un forte malcontento contro il giovane triumviro, fomentato anche da Lucio Antonio, fratello di Marco, e dalla cognata Fulvia, interessati a rendere difficile la situazione per Ottaviano. Ad aggravare il momento concorse anche il blocco navale dell’Italia meridionale operato dalla flotta di Sesto Pompeo, che rendeva difficili i rifornimenti annonari a Roma. Per questi motivi scoppiarono nell’Urbe disordini, causati anche dalla crisi finanziaria che aveva colpito i ceti più bassi; l’insoddisfazione per gli espropri in tutta Italia fu usata da Lucio Antonio e Fulvia quale motivo per prendere le armi e, disponendo delle legioni di Antonio, marciare contro Ottaviano.
Questi fu pronto e, grazie al suo valente generale Marco Vipsanio Agrippa, sconfisse i congiurati presso Perugia (inverno 41-40 a.C.). Antonio, richiamato in Occidente dalle vicende italiane, si presentò a Brindisi con una potente flotta. Qui, grazie all’intercessione del generale Asinio Pollione, di Mecenate e di Agrippa, fu evitato uno scontro fratricida, non voluto dagli stessi legionari, riluttanti a combattere contro i compagni di molte battaglie. Tra i due contendenti fu quindi raggiunto un accordo che ribadiva la situazione di fatto: a uno l’Oriente, all’altro l’Occidente. Essi ebbero licenza di arruolare un egual numero di forze dall’Italia, sempre nominalmente indivisa e affidata al Senato e da cui a quest’epoca ancora proveniva la quasi totalità dei legionari romani.

Non si può provare che Antonio fosse a conoscenza delle azioni del fratello ma, dopo la sconfitta di quest’ultimo, tanto Antonio come Ottaviano decisero di non dare troppo peso all’accaduto (Lucio Antonio fu risparmiato per non aggravare le nuove tensioni createsi con suo fratello e perfino inviato in Spagna come governatore).
LA PACE DI BRINDISI E LA PACE DI MISENO
Qui, e con la mediazione di Mecenate, i due comandanti stipularono accordi per ristabilire la pace: vennero sanciti dalle nozze di Antonio con la sorella di Ottaviano, Ottavia minore. Con essi si stabilì una nuova divisione dei poteri:
- Lepido mantenne le due Afriche (proconsolare e nuova), ma passò sempre più in secondo piano fino a perderle a vantaggio di Ottaviano nell’anno 36 e mantenere solo il titolo di pontifex maximus;
- Antonio ebbe l’Oriente (rinunciando alle Gallie ed alla Transpadana);
- Ottaviano ottenne l’Occidente e l’Illirico.
I triumviri dovettero scendere a patti anche con Sesto Pompeo, per riprendere il controllo delle coste e permettere l’arrivo di rifornimenti: nel 39 a.C. si giunse alla pace di Miseno. In cambio della riapertura dei mari e dello smantellamento di parte della sua flotta, a Sesto venne riconosciuto il governo di Sicilia, Sardegna, Corsica e del Peloponneso, promesso il consolato dopo il 35 a.C. e concessa l’amnistia ai suoi uomini, che erano in gran parte fuggiaschi scappati alle proscrizioni.


Il motivo di questo trattato, suggellato dal matrimonio tra Ottaviano e Scribonia, sorella del suocero di Sesto Pompeo (da cui nacque Giulia) va ricercato anche nella campagna militare che Antonio intendeva scatenare contro l’impero dei Parti, per la quale erano necessarie quante più legioni possibili. Era quindi utile fissare un armistizio sul fronte siciliano. La pace non durò però a lungo perché le condizioni non furono rispettate. Se la consegna del Peloponneso non fu tempestiva, Sesto, da parte sua, non ridusse la flotta e continuò gli atti di pirateria sulle coste siciliane.
LA SCONFITTA DI SESTO POMPEO

Il divorzio di Ottaviano da Scribonia, nel 39 a.C., accrebbe le ostilità.
Nel 38 a.C. si riaccese il conflitto tra Sesto e Roma, ma Ottaviano non era ben preparato e non poteva contare su Agrippa, infatti venne sconfitto dalla flotta di Sesto in una battaglia navale nello stretto di Messina (38 a.C.) e di nuovo nell’agosto del 36 a.C. Sesto, orgoglioso del suo successo, assunse l’appellativo Magnus, di discendenza paterna, e ritenne che le sue origini leggendarie legate a Nettuno fossero il motivo del suo trionfo.

Gli eventi successivi ribaltarono l’esito della guerra. Ottaviano fu favorito dal tradimento di Menas (conosciuto anche come Mena o Menodòro), un liberto al servizio di Sesto, ammiraglio della flotta di Sardegna, che decise di schierarsi con Ottaviano, aiutandolo a riconquistare Corsica e Sardegna e consegnandogli 60 navi.
Inoltre Ottaviano decise di affidare le sorti della battaglia al suo fedele generale Agrippa, di ritorno dalla Gallia e, grazie a Mecenate, riuscì a garantirsi l’aiuto militare di Antonio.
Con l’accordo di Taranto (37 a.C.) venne rinnovato il triumvirato per altri cinque anni, ed i triumviri si impegnarono a unire le forze per contrastare Sesto, annullando tutte le promesse fattegli nell’incontro di Miseno, come ad esempio l’assegnazione del consolato e di una carica sacerdotale.
Agrippa riuscì ad occupare Lipari e a sconfiggere Sesto Pompeo prima a Milazzo e poi definitivamente nella battaglia navale di Nauloco, nella Sicilia nordorientale (3 settembre 36 a.C.).
Sesto Pompeo il 3 settembre del 36 a.C. fuggì da Messina e da qui, ormai privo di fanteria, si imbarcò verso l’Oriente; fece tappa al promontorio Lacinio nei pressi di Crotone e vi spogliò il tempio di Hera, da qui fece vela verso Corcira e poi verso Cefalonia. Fu però catturato a Mileto nel 35 a.C. e giustiziato senza processo (un atto illegale giacché Sesto era cittadino romano) per ordine di Marco Tizio, un subordinato di Antonio e governatore d’Asia. Aveva poco più di trent’anni.
In seguito al fatto che Lepido aveva tenuto ancora una volta un atteggiamento equivoco, rivoltandosi infine contro Ottaviano, questi, dopo la vittoria, lo punì togliendogli l’Africa: rimasto con la sola carica di pontefice massimo, fu confinato a Circeii, dove trascorse il resto dei suoi giorni.
LA FINE DEL TRIUMVIRATO
Dopo l’eliminazione graduale di tutti i contendenti nell’arco di sei anni, da Bruto e Cassio, a Sesto Pompeo e Lepido, la situazione rimase nelle sole mani di Ottaviano, in Occidente, e Antonio, in Oriente, portando un inevitabile aumento dei contrasti tra i due triumviri, ciascuno troppo ingombrante per l’altro, tanto più che i successi ottenuti nelle campagne militari di Ottaviano in Illirico (35-33 a.C.) e contro Lepido non erano stati compensati da Antonio in Oriente contro i Parti, limitandosi alla sola acquisizione in dote dell’Armenia. Ottenne un nuovo consolato, il secondo, nove anni dopo il primo (nel 33 a.C.) e un terzo, un anno dopo il secondo (nel 31 a.C.).
Alla sua scadenza, nel 33 a.C., il triumvirato non venne rinnovato (durò infatti dieci anni). Ottaviano e Antonio inoltre non erano più legati da vincoli di sangue, visto che il primo aveva divorziato da Scribonia (parente di Antonio) nel 39 a.C. e il secondo aveva ripudiato Ottavia (sorella di Ottaviano) per congiungersi con Cleopatra, incontrata ufficialmente nel 41 a.C.
L’INCONTRO DI ANTONIO CON CLEOPATRA
Antonio a quel punto era la figura più importante del mondo romano: stabilì il proprio centro di comando ad Atene e da lì mosse verso i territori orientali in cui avevano agito i cesaricidi. Nell’estate del 41 a.C. Antonio arrivò a Tarso e da lì mandò delle lettere a Cleopatra per convocarla presso la propria corte, ma la regina le ignorò. allora Antonio inviò presso Cleopatra uno dei suoi più stretti collaboratori, Quinto Dellio, per chiedere conto di quello che gli era sembrato un ruolo ambiguo da lei tenuto nel corso della guerra civile, anche se quasi sicuramente vi erano dei motivi personali che non facciamo fatica ad immaginare.
Cleopatra, a cui astutamente non sfuggivano i vantaggi che il Triumviro avrebbe potuto trarre da lei e dal suo Paese, ed essendo anche consapevole del proprio ruolo di regina, non intendeva affrettarsi ad incontrarlo come vassalla.
La regina d’Egitto non intendeva comportarsi come una comune mortale: aveva saputo che Antonio ostentava il titolo di Nuovo Dioniso (lo stesso che era stato portato dal padre Tolomeo), e ora lei si presentava al popolo dell’Asia Minore, non nelle vesti di Iside, ma come Venus Anadiomene, “Venere uscita dalle acque”.
Lo spettacolare ingresso a Tarso

La regina salpò quindi a bordo del proprio thalamegós (θαλαμηγός), o yacht reale, e risalì il fiume Cnido fino a incontrare il triumviro, entrando a Tarso in maniera trionfale per mostrare tutta la propria ricchezza. Così Plutarco descrive l’approdo
di Cleopatra a Tarso:
[…[ risalì il fiume Cnido a bordo di un battello con la poppa
Plut., Ant., 26.
d’oro e le vele di porpora spiegate, spinto da remi d’argento al suono di flauti, cetre e zampogne. La regina era coricata
sotto un baldacchino intessuto d’oro, vestita e acconciata come le Afroditi dipinte nei quadri, mentre diversi schiavetti,
simili ad amorini, le facevano vento. Allo stesso modo alcune delle sue schiave più belle, vestite da Nereidi e da Grazie,
stavano al timone o sui pennoni. Al passaggio della nave, dai molti incensieri accesi si spargevano verso le rive del
fiume fragranze preziose. Lungo le prode gli abitanti non solo la accompagnarono fin dalla foce, ma uscirono anche
dalla città per poterla vedere. Antonio sedeva in tribunale, nella piazza del mercato, ma la gente andò incontro alla
regina e finì per lasciarlo solo. […] Antonio mandò ad invitarla a pranzo, ma Cleopatra gli chiese di venire lui da lei. Come atto
di cortesia e di cordialità egli obbedì. Nei quartieri della regina trovò addobbi superiori ad ogni descrizione; in
particolare venne colpito dalla quantità di luci, che ardevano in ogni dove, appese al soffitto o collocate sul pavimento,
disposte e ordinate ora a formare quadrati ora cerchi, in modo tale da costituire uno spettacolo davvero magnifico e
suggestivo.
L’arrivo della regina a Tarso destò un’impressione enorme: per giorni furono ospitati sontuosi banchetti a bordo, con l’intenzione, riuscita, di impressionare e conquistare Antonio e tutto il suo seguito.

Il quadro raffigura: L’incontro tra Marco Antonio, il generale romano, e la regina egiziana Cleopatra.
Cleopatra è seduta su una barca sontuosa, con un mantello di pelle di leopardo.
Marco Antonio la osserva da lontano, in piedi sulla riva, mentre un musicista suona un flauto.
Il dipinto è noto per la sua rappresentazione dettagliata e storica dell’incontro tra i due amanti.
A fornirci, invece, una narrazione del banchetto organizzato da Cleopatra è lo scrittore Socrate di Rodi:
Per il suo incontro con Antonio in Cilicia, Cleopatra organizzò in suo onore un superbo banchetto, apparecchiato
Ath.Hist, IV, 147.
con vasellame d’oro lavorato e decorato da pietre preziose. Alle pareti vi erano stoffe intessute anch’esse d’oro e
d’argento. Dopo aver fatto predisporre dodici tavoli, lo invitò a prendere posto assieme agli amici più intimi. […] Gli chiese poi di pranzare con lei l’indomani, sempre in compagnia dei suoi ufficiali ed
amici. In questa seconda occasione preparò un banchetto ancora più sontuoso. Le stoviglie adoperate il giorno
precedente, al confronto con le nuove, erano povera cosa; tutto venne poi egualmente donato ad Antonio […]. Il quarto
giorno la regina spese la somma di un talento per comprare delle rose. Il pavimento della sala del convito venne
cosparso di fiori per l’altezza di un cubito e tutto l’ambiente era coperto da festoni e ghirlande.
E’ facile per Antonio essere sedotto dall’irresistibile fascino della regina Cleopatra: Antonio è un grande combattente ma semplice ed ingenuo e non riesce a resistere alla sensualità e all’attrazione dell’oriente che lei rappresenta. Il fatto che Dellio fosse stato inviato ufficialmente alla corte di Alessandria per chiedere ragione del supposto sostegno offerto da lei al cesaricida Cassio, potrebbe indurre a pensare che Cleopatra si sia recata a Tarso nei panni dell’accusata e che abbia perciò usato un apparato sfarzoso e le sue tecniche seduttive per guadagnarsi il favore di Antonio. Tuttavia questa versione appare poco verosimile. Del resto lo stesso generale romano aveva conosciuto la regina nel 55 a.C., quando
lei era appena quattordicenne, allorché, assieme a Gabinio, ricondusse sul trono suo padre Tolomeo XII e l’aveva rivista nuovamente durante il suo soggiorno a Roma.
L’inizio della relazione

Cleopatra, fin dall’inizio del loro rapporto, indipendentemente da quanto aveva saputo su di lui in precedenza, intuì che questo romano doveva essere trattato in modo diverso da Cesare. Plutarco scrive: “Cleopatra notò che gli scherzi di Antonio erano molto volgari e degni veramente di un soldato; quindi adottò tosto anche lei verso di lui gli stessi modi, esprimendosi senza controlli e arditamente“.
Il sogno di Cleopatra è di garantire un riconoscimento politico di Roma per il suo Cesarione ma è sinceramente affezionata ad Antonio nonostante le chimere di gloria che lui insegue.

Cleopatra riuscì facilmente a scagionarsi dalle accuse di aver aiutato Cassio e sfruttò l’occasione per eliminare potenziali rivali: per prima cosa, fece assassinare da Antonio la sua unica sorella rimasta, Arsinoe, ancora a Efeso. Fu un atto certamente non necessario, dal momento che ormai Arsinoe non rappresentava più un pericolo per lei. In seguito fece arrestare sia il gran sacerdote di Artemide, poi rilasciato, sia il governatore dell’isola di Cipro, Serapione, accusati di voler favorire la principessa in esilio. Più comprensibile, in questo caso, appare l’eliminazione di Serapione, il quale, contro la
volontà della regina, aveva consegnato parte della flotta egizia a Cassio, rendendosi così colpevole di alto tradimento. Antonio donò quindi l’isola a Cleopatra. Poi la regina fece uccidere anche un fenicio di Arados che si spacciava per il defunto Tolomeo XIII. Nessuna meraviglia quindi se su questo sfondo gli autori antichi abbiano giudicato in modo molto critico l’influsso esercitato da Cleopatra su Antonio. A proposito dell’uccisione di Arsinoe, Appiano osserva: “In brevissimo tempo Antonio era diventato un altro e questa passione fu l’inizio e la fine delle sue future disgrazie“.
Ė certo impossibile dire quanto Antonio amasse veramente Cleopatra e quanto egli fosse ricambiato. Entrambi avevano molto da guadagnare dalla loro alleanza politica, cementata dal legame fisico. D’altra parte bisogna tener conto del fatto che l’amore così come viene concepito nelle società moderne, deve aver contato poco nella loro unione.
In ogni caso, prima di separarsi dall’amante a Tarso, Cleopatra invitò Antonio in Egitto ed egli accettò volentieri tanto che,
nell’autunno del 41 a.C., fece il suo ingresso ad Alessandria con l’intenzione di trascorrervi l’intero inverno. Il generale romano divenne subito popolare nella capitale, poiché aveva partecipato alla guerra di restaurazione di Tolomeo XII quattordici anni prima.
NEL PROSSIMO EPISODIO: OTTAVIANO, ABILE CALCOLATORE QUANTO CLEOPATRA, NON RESTA INATTIVO, MA SEGUE LE MOSSE DEI DUE CON ESTREMA ATTENZIONE E ASPETTA IL MOMENTO OPPORTUNO PER INTERVENIRE… VI ASPETTIAMO!!!
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