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UNA GIORNATA CON L’IMPERATORE (Quinta parte: la Giustizia e la Corrispondenza).

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venerdì, Febbraio 23, 2024

A che ora si giudicava? Come e dove si giudicava? Si è portati ad immaginare l’imperatore che, dall’alto di un inaccessibile trono dorato, lancia le sue inappellabili sentenze nei confronti di tremanti postulantes, fieri manigoldi e orgogliosi cristiani in odore di martirio. Fu veramente così? È ciò che andremo a vedere in questa nuova puntata, nella quale seguiremo l’imperatore in uno dei ruoli più importanti del suo principato: l’amministrazione della giustizia in nome del popolo romano che, formalmente, gli ha delegato tale potere.

Si giudica di mattina, prestissimo
Era prassi comune per il princeps giudicare alle prime luci dell’alba e, se necessario, fino all’inizio del primo pomeriggio. In inverno, quando le giornate sono più brevi, capitava di giudicare fino alla sera.

Claudio si metteva all’opera molto prima dell’alba, ma la mattina è lunga e, malgrado il suo zelo, qualche volta si addormentava. Gli avvocati, non appena vedevano che le palpebre dell’imperatore si socchiudevano, alzavano il tono della voce, senza peraltro riuscire a svegliarlo.

Alcuni imperatori giudicavano mentre banchettavano: o per non perdere tempo oppure per divertirsi mentre l’imputato veniva torturato, come nel caso di Caligola.

Ipotetica ricostruzione del volto di Caligola.

La giustizia veniva amministrata in pubblico…
Non esisteva un unico luogo preposto all’amministrazione della giustizia, come nei moderni tribunali. L’imperatore giudicava su un tribunal installato al Foro di Augusto, al Foro di Traiano, sotto il Portico di Ottavia o qualche volta al Pantheon. Egli giudicava anche al Palatino, nei giardini (di Sallustio o di Servilio), oppure in una delle sue residenze (Domiziano, ad esempio, ad Albano). Dovunque egli si recasse, la sua giurisdizione poteva essere sollecitata e funzionare normalmente.

E così succedeva che Augusto amministrasse la giustizia a Tivoli, sotto i portici del Tempio di Ercole.

Il Portico di Ottavia. Edificato da Augusto e dedicato alla sorella Ottavia, fu ricostruito da Settimio Severo. Roma, zona dell’antico Ghetto ebraico.

…ma non sempre
A volte, tuttavia, per regolare certi litigi personali o coniugali, l’imperatore preferiva trattare la questione con il suo consilium fuori di Roma, così come Traiano nella villa di Centumcellae (Civitavecchia).

Alcuni casi venivano discussi nella più assoluta segretezza del Palazzo: un giorno Augusto dovette sentenziare su una questione relativa ai privilegi dei sacerdoti eleusini di Demetra. Per il fatto che si trattasse di un culto misterico, mandò via gli assessori e ordinò che il pubblico sgombrasse per poter ascoltare le parti in causa.

Roma, i palazzi imperiali del Palatino, visti dal Circo Massimo.

Ogni imperatore amministrava a modo suo
Malgrado la sua cattiva fama di tiranno dissimulatore, Tiberio rispettò con lealtà le leggi “repubblicane”. Nell’azione giudiziaria intentata contro Pisone, incriminato dopo la misteriosa morte di Germanico – il vendicatore di Teutoburgo – il principe dette prova di imparzialità: incaricato dell’istruttoria del processo, ascoltò Pisone e i suoi accusatori in presenza di pochi familiari, ma poi mise la causa nelle mani del Senato, sia perché si trattava di un affare di Stato, sia perché era un amico personale dell’accusato. Tiberio era solito controllare di persona la regolarità delle procedure e dei dibattiti “seduto all’angolo del palco tribunalizio per non spodestare il pretore dal suo seggio curule” (Tacito, Annales). Ma il nostro princeps, che noi immaginiamo sempre un po’ immusonito, mostrò anche doti da detective in un episodio che non resistiamo alla tentazione di raccontare. Il pretore Plauto Silvano gettò sua moglie dalla finestra. Accusato dal suocero, l’assassino affermò che si fosse suicidata. L’imperatore svolse una propria indagine: si recò sul posto, esaminò la stanza da letto e constatò tracce della resistenza opposta dalla vittima (tracce della cui natura non siamo a conoscenza). Tiberio allora presentò il suo rapporto al Senato. La protezione di cui godeva il colpevole, attraverso sua nonna Urgulania (amica di Livia), non servì a nulla, e ad Urgulania non restò che inviargli un pugnale per tagliarsi le vene.

Nerone, quando firmava una condanna a morte, dichiarava di volere “non saper scrivere”. Comunque, rinviava al Senato parecchi processi che un altro imperatore avrebbe preferito giudicare personalmente. Naturalmente, nelle questioni che interessavano la sua sicurezza, era lui stesso ad interrogare gli imputati, come fece nel 65 con i complici del cospiratore Pisone – un altro, non l’amico di Tiberio – nei giardini di Servilio. In tale occasione, Nerone rischiò la vita: il tribuno della coorte pretoriana – che faceva parte del complotto all’insaputa dell’imperatore – si apprestò ad ucciderlo, quando un congiurato, al fine di riabilitarsi, fermò il suo braccio.

In Claudio lo zelo giudiziario sfiorava spesso il sadismo: adorava far torturare; la giustizia coercitiva lo appassionava; faceva castigare i parricidi seduta stante e sotto i suoi occhi; prediligeva le torture alla vecchia maniera, che consistevano nel mettere la testa del condannato in una forca e nel frustarlo fino alla morte. Se un accusatore dichiarava che bisognava tagliare le mani ad un falsario, Claudio faceva subito venire un carnefice con tanto di mannaia.

Statua colossale di Claudio nelle vesti di Giove, risalente al 40 d.C. e proveniente da Lanuvio durante gli scavi del 1865. Roma, Musei Vaticani, Museo Pio Clementino – Sala Rotonda.

Marco Aurelio a volte dedicava undici o dodici giorni alla stessa causa e sedeva ancora fino a tardi prima di emettere un verdetto. Accettava però anche i pareri dei giuristi qualificati e non giudicava mai da solo. Stabilì che duecentotrenta giorni l’anno venissero dedicati ai processi, senza lesinare mai la fatica nemmeno a sé stesso.

Commodo, invece, preferiva lasciare al suo prefetto del pretorio Perennio il compito di presiedere il consiglio imperiale della giustizia “per dedicarsi personalmente ai suoi divertimenti”, dice il suo biografo nell’Historia Augusta.

Commodo, interpretato da Joaquin Phoenix, in una celebre scena dal film “Il Gladiatore”, di Ridley Scott (2000).

LA CORRISPONDENZA
Le lettere affluivano da ogni parte: da privati, da governatori, da re e popoli stranieri, da alleati e vassalli. Non si trattava soltanto di richieste di un favore da sollecitare direttamente al principe, di appelli alla sua giurisdizione straordinaria, ma anche di consultazioni su alcuni punti di diritto, di consigli chiesti dagli amministratori, di pareri che l’imperatore era in grado di dare e che avrebbero fatto giurisprudenza.

Tavolette cerate. Edimburgo, National Museum of Scotland.

Il lavoro degli uffici imperiali
Vi erano vari modi di rispondere al richiedente. I servizi imperiali potevano sia rimandare al postulante il testo stesso della sua domanda (libellus) con la risposta del princeps scritta alla fine del documento (subscriptio), qualora si fosse trattato di un privato, sia trasmettendogli una lettera vera e propria (epistula), qualora si fosse trattato di un funzionario. Capitava anche che l’imperatore rispondesse al governatore o al magistrato incaricandoli di informare i privati che a lui si erano rivolti. Il princeps faceva rispondere alle richieste tramite il suo ufficio a libellis abilitato a far scrivere sulle lettere la subscriptio.

Il lavoro dell’ufficio della corrispondenza amministrativa e diplomatica, l’ufficio ab epistulis, non era meno considerevole: relazioni con le città, con i sovrani, con le province e con tutti i funzionari che vi rappresentavano il potere centrale; concessioni di privilegi, nomine ai gradi di ufficiale, interpretazione delle leggi in vigore, reclutamento dei consiglieri municipali; decisioni relative alla situazione dei privati o allo statuto delle città, alle concessioni di terreni. Vi è un elenco infinito delle molteplici e dirette responsabilità dell’imperatore a tutti i livelli, perché egli era colui a cui si ricorreva in assoluto, in quanto incarnava la legge vivente dell’Orbis Romanus.

Problemi di protocollo
Sembra che un formulario non fosse ancora fissato nel I secolo d.C. e quindi variava a seconda degli imperatori. Alcuni problemi di formule e di titolatura complicavano la corrispondenza: il princeps, ad esempio, non si rivolgeva al re dei Parti in quanto “re” ma con il titolo politico-religioso di Augustus. Tiberio, che rifiutava, all’inizio, di portare il prenome di Imperator e il nome di Augusto, aggiunse quest’ultimo titolo ai suoi nomi propri soltanto nelle lettere ai re e ai sovrani. Per un Romano di antico ceppo e di tradizione “repubblicana” come Tiberio, Augustus aveva maggior prestigio di rex.

Il sigillo imperiale
Mecenate rivedeva e correggeva, se ce n’era bisogno, le lettere di Augusto. L’imperatore siglava la sua corrispondenza con il sigillo imperiale, una gemma fissata su un anello che di norma avrebbe trasmesso al suo successore e, in caso di pericolo, al suo diretto collaboratore. All’inizio, Augusto impiegò come sigillo l’immagine di una sfinge, poi l’effigie di Alessandro Magno e infine il proprio ritratto, inciso da Dioscuride: quest’ultimo rimarrà come sigillo anche per i suoi successori.

Anello in oro risalente al III secolo d.C. ritrovato nel Somerset, in Inghilterra e raffigurante il sigillo con la dea romana della Vittoria.

Stili di scrittura della corrispondenza
Su tutte le sue lettere, Augusto precisava a che ora del giorno o della notte esse venivano consegnate al corriere della posta imperiale. La sua ampia corrispondenza fu consultata da Svetonio, ministro ab epistulis di Adriano. Svetonio annotò con curiosità alcuni difetti di lingua, di stile e anche di scrittura. Augusto non divideva le parole: giunto alla fine di una riga, scriveva il seguito della parola iniziata sotto la stessa, evidenziando le lettere con un tratto. Aveva un’ortografia fonetica, che invertiva o saltava alcune lettere o perfino delle sillabe intere.

Tito scriveva per mezzo di segni stenografici o segreti con una velocità che sconvolgeva i suoi stessi segretari. Si divertiva con loro a imitare calligrafie e gli piaceva ammettere: “Avrei potuto essere un famoso falsario!”.

Marco Aurelio scriveva di suo pugno la maggior parte delle lettere ai parenti più stretti ed agli amici intimi. Sfortunatamente non abbiamo la testimonianza dei suoi autografi attraverso uno scopritore di documenti come Svetonio, ma conserviamo una parte della corrispondenza scambiata con il suo maestro ed amico Frontone: è la fonte preziosa di una sincerità commovente, nonostante certe sdolcinature che contrastano con la sua immagine storica, ma che caratterizzano una certa cortesia di quei tempi.

Una replica dell’antica capitale corsiva romana ispirata alle tavolette di Vindolanda:”Hoc gracili currenteque / vix hodie patefactas / Romani tabulas ornarunt calamo” (“Con questo esile e slanciato stilo che oggi ha visto la luce i Romani decorarono le tavolette.”)

I doveri quotidiani dell’imperatore non finivano certo qui. Essi continuavano con il ricevimento delle delegazioni straniere e con l’inaugurazione di nuovi edifici, a cui daremo spazio nella prossima parte, che concluderà questa miniserie estiva.

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