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LA MALEDIZIONE DI POMPEI: FACCIAMO CHIAREZZA.

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domenica, Aprile 14, 2024

È di questi giorni la notizia, riportata da tutte le testate nazionali e internazionali, della restituzione di alcune pietre da parte di una turista, che le aveva prelevate dal sito di Pompei come ricordo della sua visita. Insieme alle pietre, recapitate all’ufficio del Direttore del Parco Archeologico di Pompei, una lettera di scuse nella quale la donna sostiene di essersi ammalata di cancro a causa della “Maledizione di Pompei”.

TABELLA DEI CONTENUTI

LA VICENDA

La lettera della turista malata di cancro, con le pietre restituite.

Le pietre prelevate dalla turista sono pomici degli scavi. Nel biglietto scritto a mano e, ovviamente, anonimo, la donna racconta di essersi accorta di avere un cancro dopo essersi portata a casa un reperto di Pompei. Il testo, condiviso su X dal Direttore del Parco Archeologico, Gabriel Zuchtriegel, è scritto: “Non sapevo della maledizione. Non sapevo che non avrei dovuto prendere delle pietre. Nel giro di un anno mi sono accorta del cancro. Sono giovane e in salute e i medici dicono che è solo ‘sfortuna’. Per favore accetti le mie scuse e questi pezzi. Mi dispiace”, quest’ultima frase scritta in italiano. Sempre su X, la risposta del Direttore: “Cara anonima mittente di questa lettera…le pietre di pomice sono arrivate a Pompei…Ora buona fortuna per il tuo futuro e ‘in bocca al lupo’, come diciamo in Italia”.

La turista è l’ultima sfortunata “vittima”, diciamo così, di una credenza antica ma ancora viva, una leggenda metropolitana secondo la quale sottrarre reperti da un luogo di sofferenza come Pompei (distrutta nel 79 d.C. dall’eruzione del Vesuvio, una tragedia che causò innumerevoli vittime, uccise in modo orrendo) attragga l’ira degli dèi e comporti una punizione da parte loro, che può concretizzarsi in problemi finanziari, di salute, e ogni tipo di malasorte.

I PRECEDENTI

La lettera di Nicole.

Nel 2021 venne recapitato un pacco ad un’agenzia viaggi di Pompei con all’interno alcuni minuscoli reperti trafugati nel 2005 dal sito archeologico. La lettera che li accompagna è firmata da Nicole, una donna canadese che all’epoca aveva vent’anni. In visita all’antica città, Nicole decise di portare via come ricordo: due tessere di mosaico, un pezzetto di anfora e un coccio di ceramica. Nei successivi quindici anni, venne colpita da due tumori e qualche altro guaio. Sentendosi perseguitata dalla sfortuna, decise di restituire quei reperti, convinta che essi, legati ad una terra di distruzione, possedessero un’energia negativa. Nella lettera scrive: “…ora ho 36 anni, ho avuto il cancro al seno due volte e l’ultima è finita in una doppia mastectomia. Io e la mia famiglia abbiamo avuto anche dei problemi finanziari, siamo brave persone e non voglio che questa maledizione si trasmetta alla mia famiglia e ai miei figli. Per questo, perdonatemi per il gesto fatto anni fa. Ho imparato la lezione, chiedo perdono agli dèi. Voglio solo scrollarmi di dosso la maledizione ricaduta su di me e la mia famiglia”.

Nello stesso pacco c’era un’altra lettera, sempre di due canadesi in visita agli scavi nel 2005, anche loro alle prese col medesimo problema di malasorte. In essa scrivono: “Abbiamo trafugato qualche ricordo da Pompei senza pensare al dolore e alla sofferenza che queste povere anime hanno provato durante l’eruzione del Vesuvio e la morte terribile che hanno avuto. Siamo dispiaciuti e per piacere perdonateci per aver fatto questa scelta terribile. Possano le loro anime riposare in pace”.

RESTITUZIONI A RAFFICA

Alcune foto delle restituzioni, condivise da Sophie Hay su X.

Vi abbiamo citato i casi più eclatanti e umanamente toccanti, che non possono non suscitare dispiacere e pietà in chi abbia un minimo di empatia. In realtà, ogni settimana all’Ufficio della Soprintendenza (a volte anche al Comune), arrivano pacchetti che contengono sassi, frammenti di affreschi e tessere di mosaico trafugati dai turisti e poi restituiti. Tutti i con il medesimo motivo: portano sfortuna. I casi di furto e restituzione sono così numerosi che qualche anno fa è stata addirittura allestita una mostra a tema.

Qualche esempio

Sophie Hay.

Sophie Hay, l’archeologa che da anni lavora a Pompei, pubblica spesso sui suoi profili social i messaggi dei turisti “pentiti”. In essi, il tema riguarda quello della sfortuna che colpirebbe chiunque prelevi reperti da Pompei. Su un biglietto si legge: “Mi dispiace di aver preso la roccia. La restituisco non per sfortuna ma perché mi sentivo in colpa”. In un altro: “E’ un peccato, ma devo rispedire indietro le pietre magiche prese nel 2006. Non hanno portato fortuna a me e alla mia famiglia”, allegando ad esso una manciata di sassi. E ancora: “Non sappiamo se è stata la maledizione o solo una coincidenza, ma da quando abbiamo queste pietre siamo sfortunati”.

NASCITA DI UNA LEGGENDA

Amedeo Maiuri.

Secondo una diceria (non documentata, ma tramandata da generazioni e conosciuta anche all’estero) sarebbe stato uno dei più grandi archeologi italiani, Amedeo Maiuri (1886-1963) – direttore degli scavi di Ercolano e Pompei dal 1924 al 1961 – a lanciare un giorno un minaccioso anatema iettatorio contro chi trafugava pezzi dal sito archeologico: chiunque da quel momento avesse rubato un frammento dell’antica città romana avrebbe passato sette anni di guai.

Ma, come abbiamo già visto in un precedente articolo sulla maledizione di Tutankhamon (che vi esortiamo a leggere per comprendere alcuni parallelismi), la storia della maledizione di Pompei è il risultato di uno scoop giornalistico degli anni ‘90, ad opera di Antonio Irlando, architetto, giornalista, all’epoca corrispondente dell’agenzia Ansa di Torre Annunziata.

Il libro di Antonio Cangiano.

La vicenda è narrata in un libro pubblicato nel 2016, “La maledizione di Pompei. Scaramanzia & archeologia. Storie di piccoli furti e pentimenti dal mondo”, di Antonio Cangiano. Nel libro, Irlando racconta che alla fine degli anni ‘80 – inizi ‘90 – si trovava nello studio del soprintendente Baldassarre Conticello. Tra la posta c’era un pacco contenente due tessere di mosaico bianche, accompagnate da una lettera scritta in spagnolo. In essa una frase: “Vi restituisco queste due cose perché da quando le ho prese mi ha colpito la malasuerte”. Seguiva il racconto dettagliato delle sventure che avevano colpito la famiglia. Irlando subodora la notizia e propone a Conticello di divulgarla perché la diffusione della diceria che i reperti portano sfortuna sarebbe valsa più di qualsiasi azione di tutela e controllo. Il soprintendente diede l’ok e il giorno dopo uscì la notizia sui maggiori quotidiani nazionali ed internazionali con il titolo “La Malasuerte di Pompei”. Da allora, tanti reperti trafugati, sempre piccoli pezzi, cocci raccolti, pietre, vengono restituiti da persone pentite, spaventate dalla maledizione.

COSA SPINGE AL FURTO DI “SOUVENIR”?

Il mattone apparso in vendita nel 2015 su eBay.

A spingere i turisti (soprattutto stranieri) al furto dei reperti sono innanzitutto l’ignoranza, perché portati a pensare di poter depredare una terra che, in fondo, considerano inferiore e di conquista, e la convinzione di potersi portare a casa dei souvenir speciali, trofei che i loro amici non hanno e che possono esibire con gli amici tra una Bud e una partita di baseball, ma che in fondo sono inutili. Poi, un giorno, hanno dei rovesci che considerano inspiegabili (ma sono i casi della vita), fanno qualche ricerca, scoprono della leggenda della maledizione, la collegano alle loro sfortune e si affrettano a rispedire tutto a Pompei. Solo in rari casi il furto dei reperti ha scopi di lucro, come il tipo che nel 2015 cercò, inutilmente, di vendere su eBay un mattone prelevato dalle rovine. Secondo il Direttore Zuchtriegel, “il punto è come noi ci avviciniamo all’antico: dovrebbe essere un’esperienza che ci chiede un impegno interiore, l’apertura mentale verso i racconti di chi viveva duemila anni fa. Se è così, non abbiamo bisogno di ricordini“.

LE POLEMICHE

Gabriel Zuchtriegel, Direttore del Parco Archeologico di Pompei.

Non sono mancate le polemiche. Però non, badate bene, nei confronti dei ladruncoli di reperti, ma nei confronti del Direttore Zuchtriegel, il quale non avrebbe dovuto dare risalto alle vicende perché così facendo ha contribuito a diffondere l’idea di una Pompei portatrice di sventure, ledendo in questo modo l’immagine di una città. In più, chi polemizza, non si capacita di questo ritorno del bigottismo in un’età dominata dalla tecnologia.

Carabinieri sorvegliano gli scavi di Pompei.

L’opinione dell’Autore
Personalmente, l’Autore ritiene che non vi sia nulla di lesivo all’immagine della città di Pompei. La leggenda della maledizione può tranquillamente essere ascritta al folklore e alle leggende metropolitane che quotidianamente fioriscono e che vengono puntualmente smentite. Se poi c’è qualcuno che ci crede, beh tutti sono liberi di credere in ciò che vogliono, e il cosiddetto bigottismo è forse il riflesso della coscienza, della consapevolezza di aver compiuto un gesto scorretto. Pensare che vivere in un’epoca dominata dalla tecnologia ci renda esseri razionali, anaffettivi e privi di empatia (il transumanesimo tanto caro alle élite di ricchi criminali oligarchici) significa dimenticare la nostra natura, il nostro tendere al divino e al trascendente, ossia ciò che ci rende umani. E pazienza se a volte questa tendenza si ferma alla superstizione: non tutti possono essere fini teologi. È ovvio che non si può sperare nella leggenda della maledizione per preservare il nostro patrimonio archeologico, anche perché i ladri, quelli veri, ossia coloro che commerciano al mercato nero i reperti trafugati, francamente se ne infischiano delle maledizioni: l’avidità, la voracità famelica di denaro supera qualsiasi paura. L’azione di tutela e controllo dei nostri tesori deve essere più concreta, con una sorveglianza capillare (e qui la tecnologia avrebbe un suo perché) e con un inasprimento delle pene verso chi commette i furti.

Il caso delle Hawaii

Uno dei vulcani del Parco Nazionale delle Hawaii.

Inoltre, aggiungiamo che una maledizione simile incombe anche sulle rocce dei vulcani delle Hawaii. I vulcani fanno parte di un sito naturale controllato dai Ranger, visitabile ma da cui è vietato prelevare qualsiasi tipo di roccia. E sembra che proprio i Ranger abbiano inventato la storia della maledizione per scoraggiare i turisti dal portare a casa qualche souvenir vulcanico. Quindi, anche in questo caso dobbiamo accusarli di diffondere l’idea delle Hawaii portatrici di sventure? Pensiamo proprio di no.

UN REATO, MA NON SOLO

Come afferma il Direttore Zuchtriegel, la risposta su X alla sfortunata turista è stata scritta perché colpito dalla sua storia toccante, ma ricorda che trafugare beni nei siti archeologici è un reato e il Parco Archeologico ha il dovere di denunciare tutto alle Autorità. Il sito è vigilato da oltre 700 telecamere ma, data la sua estensione, spesso qualcosa sfugge.

Oggetti rubati a Pompei e ormai decontestualizzati.

La decontestualizzazione
Il problema, semmai, è un altro e molto serio: che siano pietre, sassi, pezzi di mosaici, frammenti di ceramica o altri tipi di reperti, gli addetti ai lavori lamentano di non essere in grado di ricollocarli perché decontestualizzati. La decontestualizzazione, ossia l’attività di spostamento di un determinato reperto dall’area in cui esso è stato realizzato rappresenta un danno inestimabile alla collettività in generale ed alla comunità degli studiosi in generale. Facciamo un esempio. I musei stranieri sono pieni di reperti archeologici rubati al nostro Paese, con i quali menano vanto, belli da vedere, preziosi, ma inutili dal punto di vista storico perché, appunto, decontestualizzati. Strappati al loro contesto, hanno perso qualsiasi valore informativo ai fini di una ricostruzione archeologica. Inoltre, laddove sono stati presi, la loro estrazione dalla stratificazione archeologica ha ormai compromesso la lettura del sito e quindi l’interpretazione globale. La decontestualizzazione dei reperti è quanto di peggio possa capitare ad un archeologo che si trova si un bell’oggetto davanti, ma lo trova muto, incapace di dare informazioni che vadano al di là dell’oggetto stesso.

Pertanto, gli oggetti restituiti non potranno mai tornare al loro posto semplicemente perché non lo si conosce. Essi sono quindi destinati ad essere accantonati in qualche deposito, privati dell’ambiente in cui si trovavano in origine. Ed è un peccato.

Pompei. Fonte: Ministero della Cultura.

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