I GRANDI NEMICI DI ROMA: CLEOPATRA (Quarta parte: dall’espansionismo egizio alla Battaglia di Azio).

Il desiderio di ricreare il Grande Egitto dei Tolomei da parte di Cleopatra, la “Donazione di Alessandria” da parte di Antonio e il suo presunto testamento dal quale traspariva il suo desiderio di trasformare Alessandria nella nuova capitale di un imparo orientale con i territori della Repubblica, fornirono il pretesto ad Ottaviano di dichiarare guerra all’Egitto, guerra che culminò nella Battaglia di Azio.

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Claudette Colbert by Paul Hesse. Foto pubblicitaria per il film “Cleopatra”, 1934 di Cecil B. DeMille

Nel precedente episodio abbiamo lasciato Antonio ad Alessandria con Cleopatra. Durante tale soggiorno, il generale romano fece alla regina d’Egitto importanti concessioni territoriali: infatti, Cleopatra era intenzionata a riavere tutti i possedimenti che nel passato facevano parte dei domini dei Tolomei, sfruttando il suo ascendente sul triumviro, ascendente che rafforzò con la nascita di due gemelli prima (Cleopatra Selene e Alessandro Elio) e di Tolomeo Filadelfo poi.

Curiosità: non riuscì mai ad avere il territorio che i moderni chiamano Palestina, perché in quel tempo vi regnava Erode il Grande (messo sul trono da Antonio stesso) il quale, conoscendo le ambizioni di Cleopatra, la odiava. Come contentino, la regina ebbe Gerico e…Gaza.

A Roma, tuttavia, prese piede la paura che Antonio (che nel frattempo si atteggiava sempre più a monarca orientale e che insieme a Cleopatra formavano i “Viventi Inimitabili”), volesse creare una scissione con la Repubblica, formando un nuovo impero Orientale con capitale Alessandria, formato dai territori che appartenevano al Popolo Romano.

Dopo aver celebrato il trionfo sull’Armenia ad Alessandria, anziché a Roma, e dopo la “Donazione di Alessandria” in cui i territori, in gran parte romani, vennero distribuiti fra i suoi figli, i rapporti con Ottaviano (mai stati distesi, in realtà) si deteriorarono al punto che quest’ultimo accusò Antonio di alto tradimento, in seguito alla lettura del suo presunto testamento, rubato nel Tempio delle Vestali, in cui l’ormai ex triumviro dichiarava di voler essere sepolto nella tomba reale di Alessandria. Era il casus belli per dichiarare guerra all’Egitto, divenuto ormai una spina nel fianco di Roma.

Due eserciti potentissimi si fronteggiarono, ma lo scontro decisivo avvenne nelle acque davanti al promontorio di Azio, in Grecia: le enormi quinqueremi di Antonio e Cleopatra vennero sbaragliate dalle veloci liburne di Agrippa, che in quest’occasione fecero il loro esordio, divenendo da allora le navi da guerra romane per eccellenza. Tuttavia, la strana dinamica della battaglia (caotica e dalle fasi poco chiare) suggerisce qualcosa di diverso: che possa essersi trattato di (spoiler) un’azione tattica di disimpegno, un diversivo per permettere ad Antonio e Cleopatra di forzare il blocco di Agrippa e tornare ad Alessandria. Solo così può trovare una spiegazione l’altrimenti mossa dall’apparenza illogica della presunta fuga di Cleopatra dalla battaglia, seguita subito dopo da Antonio.

In questa ampia quarta parte dell’articolo dedicato a Cleopatra, della serie “I grandi nemici di Roma”, inserito nella Rubrica di divulgazione “La Stele di Rosetta”, parleremo degli eventi che portarono allo scontro definitivo tra Ottaviano ed Antonio, analizzando tutte le concessioni territoriali che quest’ultimo fece a Cleopatra e studieremo la tattica militare utilizzata nella Battaglia di Azio. Il tutto, sempre corredato da immagini, mappe e contenuti multimediali. Buona lettura!

Battaglia navale in un affresco della casa dei Vettii a Pompei. I secolo Foto: Dea / Album
INDICE DEI CONTENUTI

LA POLITICA DI CLEOPATRA: L’ESPANSIONISMO EGIZIO

CLEOPATRA ED ERODE IL GRANDE

ANTONIO E LA CAMPAGNA CONTRO L’IMPERO PARTICO (36 a.C.)

CLEOPATRA ESPANDE ANCORA L’EGITTO

LA PROPAGANDA DI OTTAVIANO (1)

LA VENDETTA DI ANTONIO: LA CONQUISTA DELL’ARMENIA (34 a.C.)

LO SCANDALO DEL TRIONFO ALESSANDRINO

CLEOPATRA “REGINA DEI RE”: LE DONAZIONI ALESSANDRINE

CRESCE L’OSTILITA’ VERSO ANTONIO E CLEOPATRA

LA PROPAGANDA DI OTTAVIANO (2) E LA NASCITA DELLE LEGGENDE NERE SU CLEOPATRA

TRA FESTE E BANCHETTI: I “VIVENTI INIMITABILI”

SCOPPIA LA BOMBA: IL TESTAMENTO DI ANTONIO

ROMA DICHIARA GUERRA ALL’EGITTO

GLI ESERCITI SI POSIZIONANO

LE OPERAZIONI DI TERRA

UNA SITUAZIONE DI STALLO: AZIO, UNA TATTICA DI DISIMPEGNO?

LA REALE CONDIZIONE DEGLI ESERCITI AVVERSARI

LE DUE FLOTTE

2 SETTEMBRE 31 a.C.: LA BATTAGLIA DI AZIO

LA VITTORIA DI OTTAVIANO

L’ARMA SEGRETA DI AGRIPPA: L’ARPAGONE

L’ERRORE DI ANTONIO

COSA RAPPRESENTA AZIO

LA POLITICA DI CLEOPATRA: L’ESPANSIONISMO EGIZIO

In quel periodo, Cleopatra aveva di fronte a sé un problema di carattere dinastico: lei e suo figlio erano diventati gli unici eredi rimasti dei Tolomei (secondo alcune voci sarebbe stata in realtà incinta di un secondo figlio di Cesare, ma avrebbe avuto un aborto spontaneo dopo l’assassino), e questa situazione poneva sia loro sia il regno in una situazione di potenziale pericolo; inoltre lei stessa, essendo donna, era in una situazione difficile, non avendo un marito che regnasse al suo fianco, come da tradizione antica.

Per questi motivi, probabilmente, la regina scelse di avvicinarsi ad Antonio, personaggio principale della scena politica di Roma, senza il cui permesso il regno d’Egitto non sarebbe potuto sopravvivere: egli era quindi un mezzo sia per assicurarsi l’appoggio esterno della Repubblica, sia per avere dei nuovi eredi da un uomo all’altezza di una regina. Con Antonio, la sovrana poteva sperare di ricostituire l’impero dei Lagidi, ridargli la potenza internazionale e poi, se tutto fosse andato bene, riprendere il programma egemonico interrotto dalla morte di Cesare.

Durante il periodo in cui Antonio rimase in Egitto, Cleopatra riuscì a risolvere alcune questioni politiche molto importanti per il proprio regno: già con l’aiuto di Cesare la regina aveva cominciato la riunificazione degli antichi domini dei Tolomei, riannettendo Cipro; tra il 41 e il 40 a.C., riuscì a prendere possesso della storica regione contesa della Cilicia, che, grazie al titolo di triumviro, Antonio poté donarle legalmente. Inoltre, per controllare i propri confini nei nuovi territori in Asia minore, Cleopatra strinse un’alleanza con un monarca locale, Tarcondimoto, e nominò una regina nella città-tempio di Olba, Aba, riprendendo l’uso romano degli stati cuscinetto.

L’Egitto tolemaico sul finire del III secolo a.C. Si può vedere come Cleopatra aspirasse al ritorno degli antichi domini.

In politica interna, Cleopatra tolse le immunità ai templi, abolì i monopoli di Stato, liberalizzando completamente i commerci, ristabilendo così una solida finanza. In quanto ai debiti del padre, dei quali abbiamo già parlato negli episodi precedenti, Cesare le aveva già abbassato drasticamente i tassi dall’interesse usuraio.

La situazione era quindi molto promettente: le servivano soltanto le forze armate adeguate alle sue ambizioni: aveva una grande flotta, e Antonio le avrebbe fornito l’esercito. Insieme, avrebbero potuto governare il mondo, unendo Roma all’Egitto. Il che avverrà di lì a poco…ma in senso contrario.

CLEOPATRA ED ERODE IL GRANDE

Ritratto di Erode il Grande

Apriamo una breve parentesi sul movimentato rapporto che i due sovrani ebbero tra di loro. Infatti, la politica espansionistica di Cleopatra mirava anche all’acquisizione della Palestina (che all’epoca non si chiamava affatto così, essendo un nome moderno, creato ad arte per i noti fini politici e propagandistici dei recenti eventi), e ciò la portò in rotta di collisione con Erode il Grande, l’ennesimo “Amico del Popolo romano”, collocato sul trono di Giudea proprio da Antonio.

Anche se non ottenne la Palestina da Antonio, Cleopatra comunque ottenne un contentino: un pò di costa e Gerico, che era il territorio più fertile nel regno di Erode e questo Cleopatra lo sapeva bene, dato che diverse volte aveva visitato la Giudea, ricevendo grandi benvenuti dal re, che nascondeva con un velo di ipocrisia il suo odio per lei, essendo divenuto una sorta di affittuario della regina egizia.

Estensione del regno di Erode: comprendeva Giudea, Samaria, Idumea, Galilea, 
Perea, Gaulanitide, Traconitide, Batanea, Auranitide e Iturea.

Erode conobbe sin da principio diverse difficoltà. I primi a opporsi alla sua condotta furono i Farisei, che mal tolleravano l’idea di essere governati sotto l’egida di un monarca di stirpe edomitica, per di più alleato dei Romani, ma ogni loro rivolta venne subito soffocata nel sangue.

Queste difficoltà furono sfruttate da Cleopatra per tentare nuovamente di impossessarsi da sola della Palestina (Regno di Giuda), visto che Antonio faceva orecchie da mercante, cercando di rovesciare Erode per mezzo del di lui cognato Aristobulo che, benché sedicenne ma di stirpe asmonea, era l’unico considerato degno di salire al trono per poter essere poi manovrato dalla regina egizia. A tal fine convinse Antonio ad imporre a Erode di nominare il giovane alla carica di Sommo sacerdote. Ma Erode mangiò la foglia e un giorno invitò Aristobulo a una festa a Gerico. Lì, il re si dimostrò piuttosto amichevole nei confronti del ragazzo e lo convinse a nuotare con lui in piscina. Poco dopo ordinò ai suoi uomini di fare la stessa cosa e di annegare il giovane sommo sacerdote senza che nessuno se ne accorgesse, facendo credere che la sua morte fosse stata causata da un banale incidente. Il piano andò come previsto. In onore del cognato defunto, Erode fece celebrare solenni esequie, rendendosi così innocente agli occhi degli astanti. Solo Alessandra Maccabeo, suocera di Erode e madre di Aristobulo, non era certa delle sue buone intenzioni.

Erode conquista Gerusalemme; nella piscina è raffigurato l’assassinio di Aristobulo. Miniatura di Jean Fouquet (1470-1475 circa) delle “Antichità giudaiche” di Flavio Giuseppe

Alessandra, dunque, scrisse una lettera a Cleopatra, per chiedere così a Marco Antonio di processare Erode per questo omicidio. Erode si presentò ad Antonio con una tale profusione di doni che questi “dovette” assolverlo, ma, per non umiliare Cleopatra, le regalò un’altra città del Regno di Giuda, una certa Gaza…

Quando Antonio, geloso ed impensierito dei successi di Ottaviano, si ricordò del motivo ufficiale per cui era venuto in Oriente, ossia per muovere guerra ai Parti, si mosse contro di loro nel 36 a.C., Cleopatra lo accompagnò fino ai bordi dell’Eufrate. Quando lo lasciò per rientrare ad Alessandria attraverso la Palestina, venne scortata da Erode, che l’avrebbe volentieri strangolata con le proprie mani, e che invece la accompagnò al confine, colmandola saggiamente di doni. Il suo ritorno era stato reso necessario dalla gravidanza avanzata: nell’estate, venne alla luce Tolomeo Filadelfo, il terzo figlio avuto da Antonio, dopo i gemelli Cleopatra Selene ed Alessandro Elio.

ANTONIO E LA CAMPAGNA CONTRO L’IMPERO PARTICO (36 a.C.)

Negli anni che erano seguiti alla battaglia di Filippi, l’interesse di Antonio si era rivolto principalmente all’Oriente, con l’intento di portare avanti quella campagna militare contro i Parti precedentemente progettata da Cesare. La guerra partica, decisa ufficialmente per vendicare la sconfitta di Crasso avvenuta vent’anni prima (53 a.C.), in realtà mirava ad assicurare ad Antonio un impero esteso dall’Egitto al Caucaso. A questo scopo l’alleanza con l’Egitto poteva essere decisiva anche per la possibilità di utilizzare le immense ricchezze del regno per finanziare la difficile e costosa spedizione orientale.

La Repubblica romana e l’Impero partico nel 39 a.C.

Tra il 40 e il 37 a.C., approfittando della situazione caotica che Roma stava vivendo, i Parti avevano occupato gran parte dell’Asia Minore, della Siria e della Giudea. Ben presto però, a causa di conflitti dinastici, il regno dei Parti entrò in crisi, e così nel 36 a.C. Antonio decise che il momento era propizio per iniziare la spedizione pianificata da Cesare. Egli intendeva riprendere i piani di Cesare e marciare sul regno dei Parti passando per l’Armenia, dopo il suo luogotenente Publio Canidio aveva già raggiunto importanti successi, e quindi la Media.

Un esercito immenso
L’esercito radunato da Marco Antonio per la campagna partica era uno dei più grandi impiegati nel tempo antico; costituito da oltre 100.000 soldati, compresi i contingenti alleati, era la più numerosa armata che Roma avesse mai concentrato in Asia. Plutarco descrive dettagliatamente l’esercito di Marco Antonio:

“I re alleati erano numerosi, ma il più grande di loro era Artavaside II, re d’Armenia, che fornì 6.000 cavalieri e 7.000 armati a piedi. Qui Antonio passò in rassegna alle sue truppe. C’erano ben 60.000 legionari romani, insieme alla cavalleria romana, formata da 10.000 tra Iberi e Celti; delle altre nazioni c’erano 30.000 armati, contando sia la cavalleria sia le truppe armate alla leggera”. (Plutarco, Vita di Antonio, 37)

Integrando i dati forniti da Plutarco con altre fonti antiche, gli autori moderni ritengono che Marco Antonio disponesse di sedici legioni con circa 50.000 legionari insieme con 10.000 cavalieri in prevalenza celti e iberi; tra i contingenti alleati, i reparti più importanti erano quelli forniti dall’Armenia, costituiti soprattutto da 16.000 ottimi cavalieri addestrati a combattere secondo le tattiche partiche; nel complesso gli alleati orientali contribuirono con 30.000 soldati.

La campagna di Antonio in Parthia.

Nella fase iniziale della campagna Marco Antonio era accompagnato da una serie di sovrani locali a lui sottomessi che guidavano i contingenti assegnati al corpo di spedizione; nella piana di Erzurum dove venne concentrato tutto l’esercito il triumviro incontrò Artavaside II, re d’Armenia, Farnavabo d’Iberia e Zobere d’Albania, i regnanti del Caucaso vinti da Canidio Crasso, Polemone del Ponto e Aminta di Pisidia. Sulla base delle fonti antiche risulterebbe che Polemone e Artavaside parteciparono personalmente alle prime fasi dell’invasione.

Il disastro
Antonio, durante questa campagna, si comportò molto valorosamente, ma commise leggerezze o atti temerari e rovinosi: anzitutto sbagliò in partenza, cominciando l’avanzata troppo tardi, alla fine d’autunno, e scegliendo un itinerario difficile e, in terre ignote, imprevedibile.

Cavaliere partico, esposto al Palazzo Madama di Torino

Secondo il racconto di Plutarco, i cavalieri Parti di Fraate IV sorpresero e accerchiarono completamente la colonna con le macchine d’assedio; gli uomini di Oppio Staziano, uno dei luogotenenti di Antonio, furono in gran parte uccisi e l’intera formazione venne distrutta, comprese le due legioni romane; Oppio Staziano cadde sul campo e i Parti poterono catturare e distruggere tutte le preziose macchine da assedio, tra i prigionieri venne catturato anche il re del Ponto Polemone I che marciava con i suoi contingenti in questa colonna. L’attacco e la distruzione della colonna di Staziano avvennero nella località di Gazaca e lo svolgimento preciso dei fatti rimane poco chiaro; si è parlato di un tradimento preventivo da parte del re armeno Artavaside, che non avrebbe preso parte alla battaglia con la sua sperimentata cavalleria, e di scarsa efficienza delle milizie pontiche.

Questo irreparabile disastro ebbe grande influenza sull’esito finale della campagna partica. Il re d’Armenia Artavaside II, già in precedenza infido e reticente, decise subito di abbandonare il campo di Antonio e ritornò in patria con tutta la sua cavalleria che, essendo addestrata a combattere secondo le tattiche dei Parti, sarebbe stata di grande utilità per il condottiero romano. Marco Antonio era subito accorso in aiuto di Oppio Staziano ma quando arrivò con l’esercito sul campo di battaglia la colonna e le macchine erano già state distrutte e il nemico era scomparso.

Nonostante la dolorosa sconfitta che colpì il morale dei legionari, il triumviro non desistette e riprese con la massima energia l’assedio di Phraaspa (la cui esatta ubicazione non è stata ancora determinata) pur essendo ormai privo delle attese macchine d’assedio, dove le truppe rimaste intorno alla città avevano subito alcuni insuccessi a causa delle energiche sortite della guarnigione dei Medi.

Dracma con l’effigie del sovrano dell’Impero partico Fraate IV

Effettivamente anche le condizioni dell’armata dei Parti erano peggiorate e il re Fraate era seriamente preoccupato per il prolungarsi dell’assedio; le sue truppe temevano l’arrivo dell’inverno e davano segno di scarsa saldezza e minore combattività. Il re temeva un cedimento delle sue truppe in caso di ulteriore continuazione delle operazioni intorno a Phraaspa; egli quindi decise di trarre in inganno i Romani, simulando accondiscendenza e scarsa volontà di combattere da parte delle sue truppe. Antonio decise di inviare i suoi emissari al re Fraate, proponendo di interrompere la guerra in cambio della restituzione dei prigionieri e delle insegne catturate a Carre.

La drammatica ritirata
Fraate IV accolse i messaggeri di Antonio con sarcasmo e minacce; egli promise di non ostacolare la ritirata dei Romani e di concludere la pace ma respinse le richieste del comandante romano riguardo alla restituzione dei prigionieri e delle insegne dell’esercito di Licinio Crasso. Marco Antonio ritenne a questo punto che fosse inevitabile accettare le condizioni del re Fraate che apparentemente garantivano la non ostilità del nemico, e rinunciare a proseguire l’assedio di Phraaspa iniziando subito la ritirata; i legionari erano stanchi e invocavano il ritorno in patria, mentre la situazione del vettovagliamento del corpo di spedizione avrebbe potuto ulteriormente peggiorare con l’arrivo dell’inverno.

La ritirata, tra il gelo, la fame e le malattie, tra il continuo incalzare dei nemici, fu micidiale e penosa, completando la disfatta. Rientrato affranto in Siria, presso Sidone, trovò ad attenderlo Cleopatra con i soccorsi.

Fante partico, dalle mura di Zahhak Castle, Iran.

Un bilancio e l’opinione degli storici moderni
L’ambiziosa invasione del regno arsacide di Marco Antonio era fallita; il condottiero, tuttavia, grazie soprattutto alla sua tenacia, al suo ascendente sui veterani e alla sua determinazione era riuscito a portare in salvo la maggior parte del suo esercito. Le perdite romane furono pesanti; secondo Plutarco ammontarono a 20.000 fanti e 4.000 cavalieri, di cui circa metà non caduti in combattimento ma morti per gli stenti e le malattie; altre fonti danno peraltro cifre più elevate; alcuni autori moderni hanno calcolato che circa il 37% del corpo di spedizione fu distrutto. Marco Antonio e le sue legioni veterane avevano sconfitto i Parti in almeno diciotto combattimenti ma non erano riusciti a raggiungere, soprattutto a causa delle carenze della cavalleria, una vittoria conclusiva; i Romani, tuttavia, completarono con successo una difficile ritirata durata ventisette giorni dalla fortezza di Phraaspa al confine dell’Armenia.

Marco Antonio cercò di minimizzare il suo fallimento e inviò al Senato di Roma una relazione edulcorata della campagna in cui presentava in modo favorevole l’andamento delle operazioni; al contrario a Roma si diffusero voci lugubri sulla sconfitta e la propaganda del suo avversario Cesare Ottaviano non mancò di ingigantire l’entità dell’insuccesso; anche alcuni resoconti diretti di partecipanti alla sfortunata impresa descrissero con particolari tragici la campagna, accentuando la gravità del fallimento di Antonio.

Gli storici moderni hanno giudicato in modo più equilibrato l’esito della campagna e il comportamento di Marco Antonio; il piano di campagna adottato, che ricalcava i progetti di Giulio Cesare, era audace e strategicamente valido e il condottiero guidò il suo esercito con abilità ed energia; la sua direzione durante la ritirata di oltre 500 chilometri in particolare è stata considerata efficace e decisiva per la salvezza dell’esercito.

Marco Antonio viene in pratica considerato responsabile soprattutto di non essere riuscito ad evitare la disfatta della colonna di Oppio Staziano con le macchine d’assedio. Il fallimento complessivo della campagna è stato imputato dagli autori moderni, in primo luogo, all’intrinseca difficoltà strategica dovuta alla potenza dell’esercito dei Parti, alla grandezza del regno nemico e alle lunghe distanze da percorrere in un territorio inospitale.

Inoltre, secondo Guglielmo Ferrero (Portici, 21 luglio 1871 – Mont-Pèlerin, 3 agosto 1942) la sconfitta fu soprattutto una conseguenza dell’indebolimento complessivo di Roma e della scarsa coesione interna della Repubblica; Marco Antonio fu costretto a procurarsi le risorse finanziarie con espedienti e dovette iniziare l’invasione con una situazione politica precaria a causa della rivalità con Ottaviano. Egli sarebbe stato costretto ad accelerare al massimo la campagna e rientrare al più presto nei territori romani non perchè subiva l’attrazione da parte di Cleopatra, come riferisce Plutarco, ma per la necessità di controllare da vicino la situazione in patria e impedire l’indebolimento della sua forza politica a Roma. Ferrero giunge fino a mettere in dubbio che, nelle stesse difficili circostanze, Giulio Cesare sarebbe riuscito ad ottenere risultati migliori di Marco Antonio.

CLEOPATRA ESPANDE ANCORA L’EGITTO

Domini di Antonio e Cleopatra nel 34 a.C. (in verde)

Come abbiamo visto, Antonio donò a Cleopatra molti territori facenti parte della vecchia sfera d’influenza tolemaica: la Fenicia, senza però le città di Tiro e Sidone, ma con Tolemaide di Fenicia, Gaza, Biblo e forse anche Ascalona, patria di Erode e per questo subito restituita; la Celesiria, terra contesa tra Tolomei e Seleucidi per secoli, compresa la città di Apamea; la parte della Giudea intorno alla città di Gerico, importante per la produzione di prodotti vegetali; la parte del regno nabateo, nel nord della penisola arabica, intorno al golfo di Aqaba, compresa la città di Berenice; parti della Cirenaica e alcuni distretti dell’isola di Creta, comprese le città tolemaiche di Itanos e Olunte.

Il controllo su questi territori era molto spesso solamente nominale, poiché la regina lasciava il compito di amministrarli alla catena di comando romana controllata da Antonio; tuttavia, il compenso economico che il regno d’Egitto ne ricavava era molto elevato, tanto che Cleopatra iniziò a contare gli anni dal 36 a.C. con doppia datazione, come attestato dalle monete dell’ultima parte del suo regno.

LA PROPAGANDA DI OTTAVIANO (1)

Ad Antiochia Antonio conobbe per la prima volta i suoi due figli gemelli e li riconobbe come propri. Per questo, a Roma, dopo l’allontanamento di Lepido, Ottaviano, rimasto solo al potere, iniziò ad attirare dalla sua parte l’aristocrazia romana mettendo in cattiva luce Antonio agli occhi dell’opinione popolare, in quanto una regina straniera stava acquisendo sempre più potere a spese della Repubblica, accusando Antonio di immoralità per aver abbandonato la moglie ed i figli per la relazione con la regina d’Egitto, ma soprattutto di aver anteposto l’Egitto a Roma, il reato più grave per un Romano: anteporre qualsiasi cosa o chiunque al bene della Patria; inoltre, egli presentò la sorella Ottavia come una donna virtuosa e abbandonata (in quanto ripudiata da Antonio per poter sposare Cleopatra) e onorò lei e la moglie Livia con privilegi quasi divini e con delle statue, probabilmente erette nel Foro di Cesare, in contrapposizione con la statua della stessa Cleopatra.

LA VENDETTA DI ANTONIO: LA CONQUISTA DELL’ARMENIA (34 a.C.)

Artaxata, la capitale del Regno di Armenia. Resti delle fortificazioni

Di fronte all’inarrestabile ingigantirsi di Ottaviano, che ormai era il signore indiscusso dell’Occidente, capì che gli era indispensabile compiere qualche azione importante per aumentare il proprio prestigio. Aveva bisogno di vittorie, almeno di una: scelse quindi gli Armeni come obiettivo.

Il pretesto era di punire Artavaside della sua defezione di due anni prima.
In un primo momento cercò di attirarlo in un tranello per costringerlo alla sottomissione e gli inviò, con richieste apparentemente amichevoli di collaborazione, il suo luogotenente Quinto Dellio. Antonio prese ben presto l’iniziativa e con l’esercito marciò inizialmente su Nicopoli; quindi, di fronte alla reticenza del re, entrò in Armenia e avanzò direttamente sulla capitale Artaxata. Il re Artavaside, intimorito e preoccupato, si consegnò e venne fatto prigioniero da Marco Antonio che gli ingiunse di consegnare tutte le ingenti ricchezze del regno.

Il re fu messo in catene mentre il figlio Artaxias II venne facilmente sconfitto e dovette fuggire nell’Impero partico; Marco Antonio occupò rapidamente l’intera Armenia che egli trasformò in provincia di Roma; le sue legioni furono stanziate, al comando del fidato e capace Publio Canidio, nel territorio appena occupato.

LO SCANDALO DEL TRIONFO ALESSANDRINO

Conquistata l’Armenia con il contributo finanziario e militare (circa 30.000 soldati) egiziano, al suo ritorno ad Alessandria Antonio venne festeggiato con una spettacolare coreografia orientaleggiante in stile trionfale romano, in cui però Antonio prese le vesti di Dioniso facendo sfilare inoltre il sovrano Artavaside II in catene per le strade della capitale tolemaica con il seguito della famiglia reale armena al completo, condotti poi al trono d’oro dove sedeva Cleopatra affinché si prostrassero ai suoi piedi in segno di sottomissione, e che pare che al loro rifiuto sdegnato la regina tolemaica s’infuriò profondamente.

Questo pomposo trionfo, si badi bene, si celebrò ad Alessandria anziché a Roma, benché una cosa del genere, per legge, un condottiero romano avrebbe potuto effettuarla soltanto all’interno delle mura dell’Urbe e dietro autorizzazione del Senato. Tutto questo fu visto in Italia come un ulteriore affronto al tradizionalismo romano e Antonio venne duramente criticato. L’opinione pubblica romana ne fu profondamente scossa: si copiava un rituale romano facendo trionfare una straniera, per giunta donna.

CLEOPATRA “REGINA DEI RE”: LE DONAZIONI ALESSANDRINE

Territori egizi di Cleopatra e territori romani di Marco Antonio all’epoca delle donazioni di Alessandria.

Al trionfo fece seguito una cerimonia ancor più significativa: nel Ginnasio fu eretto un grande palco sul quale furono posti due troni d’oro e avorio e su di essi si assisero Cleopatra e Antonio, abbigliati rispettivamente come Dioniso-Osiride e come Iside-Afrodite; sui troni laterali, più piccoli, trovarono posto Cesarione, vestito da Horus, figlio di Iside e i tre figli di Antonio, vestiti secondo i nuovi regni che sarebbero andati a governare.

Antonio proclamò Cleopatra “Regina dei Re” (un titolo che richiama quello dei sovrani achemenidi, ossia persiani), oltre che regina d’Egitto, Cipro, Libia e Celesiria.

Le donazioni erano così articolate:

  • Alessandro Elio fu nominato re di Armenia, Media e Partia (queste ultime nominali);
  • la sua gemella Cleopatra Selene II fu nominata regina di Creta, Cirenaica e Libia (quest’ultima nominale);
  • Tolomeo Filadelfo fu messo a capo di Cilicia, Siria e Fenicia;
  • Cleopatra fu proclamata regina dei re e regina d’Egitto, ed avrebbe regnato con il figlio Cesarione;
  • Cesarione, essendo figlio di Cleopatra e del deificato Giulio Cesare, fu nominato re dei re e re dell’Egitto; fu anche dichiarato erede legittimo di Giulio Cesare (anche se Cesare stesso nel suo testamento letto pubblicamente in Senato aveva adottato in segreto il giovane pronipote diciottenne Ottaviano nominandolo suo erede e lasciandogli in eredità i tre quarti delle proprie fortune).
  • Antonio, a sua volta, ricevette forse da Cleopatra dei possedimenti in Egitto, nel territorio dell’oasi del Fayyum.

Non è chiaro se in quella stessa occasione avvenne anche il matrimonio tra Antonio e Cleopatra, o se mai avvenne; tuttavia, da allora sulla monetazione i due iniziarono ad apparire insieme, come costume delle coppie reali ellenistiche.
In pratica, Antonio riorganizzò l’amministrazione dei territori orientali di Roma con assegnazioni programmate per i tre figli piccoli avuti da Cleopatra.

Scultura raffigurante Alessandro Helios e Cleopatra Selene, figli gemelli di Cleopatra e Marco Antonio finora mai apparsi sullo scenario artistico, sono stati identificati nel 2012 in un gruppo scultoreo esposto nel museo del Cairo.


Inoltre, il riconoscimento ufficiale di Cesarione come erede legittimo di Giulio Cesare non poneva certo in una posizione comoda colui che per la legge romana ne era il vero erede, vale a dire Ottaviano.

Queste pompose investiture furono solennemente comunicate a Roma per averne riconoscimento e ratifica, prescindendo disinvoltamente dal fatto che, salvo l’Egitto, quasi tutte le terre devolute a questo impero di fantasia appartenevano al popolo romano.

Con l’aiuto di Antonio, l’Egitto di Cleopatra stava diventando una vera spina nel fianco per i Romani; dopo essersi espanso nel Mediterraneo, grazie alla “Donazione di Alessandria”, stava entrando sempre più in contrasto con Roma. Per di più la situazione era aggravata dai comportamenti di Antonio che, non vestendo più abiti romani ma orientali con sete pregiate e gioielli e scegliendo con tutta la sua corte i modelli di vita orientali, si atteggiava ormai come un sovrano straniero, ma soprattutto da Cleopatra, una donna che stava diventando troppo potente e che minacciava Roma. Nell’opinione pubblica romana appariva ora ben chiaro il proposito di Antonio: tendere ad una scissione dei territori romani in favore suo e di Cleopatra; tutto l’Oriente romano doveva divenire una sua proprietà.

CRESCE L’OSTILITA’ VERSO ANTONIO E CLEOPATRA

Marco Antonio, nella sua infinita ed ingenua vanità, si trovò così esposto ad una guerra non più contro i Parti o gli Armeni, ma contro il ben più temibile rivale Gaio Giulio Cesare Ottaviano.

Busto di Ottavia (Museo nazionale romano di palazzo Massimo, Roma)

Già il fatto di aver ripudiato ufficialmente Ottavia, mandando due messi a con l’ordine di cacciarla da casa destò molto scalpore: la sorella di Ottaviano era quasi venerata a Roma e gli amici capirono che Antonio si stava completamente rovinando, ma non sapevano più cosa escogitare per tentare di allontanarlo da Cleopatra.

Antonio, che appariva ancora deciso a riprendere i suoi vasti piani di espansione a danno dell’Impero partico al punto di programmare l’espansione dell’esercito fino a trenta legioni, nell’estate del 33 a.C. decise di affrontare direttamente il suo rivale e di rinunciare almeno temporaneamente ai suoi piani contro l’Impero partico. La situazione di Roma era ormai troppo deteriorata e un confronto decisivo con Ottaviano appariva inevitabile. Per consolidare la situazione e proteggere i confini del dominio romano in Oriente, Marco Antonio giunse in Armenia, entrò nella Media e si incontrò con il re Artavaside con il quale concluse accordi di collaborazione difensiva contro possibili minacce partiche; quindi, ripartì per dirigersi a Efeso; egli diede disposizioni a Publio Canidio di iniziare a trasferire gran parte delle legioni sulle coste dell’Asia per una possibile nuova guerra civile.

I piani della seconda campagna partica furono definitivamente abbandonati; Marco Antonio giunse a Efeso dove fu raggiunto dalle legioni di Canidio; nelle settimane successive arrivarono Cleopatra con il suo seguito, i re e i dignitari d’oriente alleati del triumviro e soprattutto i due consoli designati per il 32 a.C., Gaio Sosio e Domizio Enobarbo, insieme a circa 300 senatori che avevano abbandonato Roma per affiancare Marco Antonio.

LA PROPAGANDA DI OTTAVIANO (2) E LA NASCITA DELLE LEGGENDE NERE SU CLEOPATRA

Locandina del film “Cleopatra”, regia di Joseph L. Mankiewicz (1963), Elizabeth Taylor (Cleopatra) e Richard Burton (Antonio)

La politica attuata da Cleopatra e Antonio indusse la reazione di Ottaviano, con il quale si scatenò una ulteriore guerra di propaganda: Antonio accusava il rivale di aver escluso Lepido illegittimamente dal triumvirato e di avergli impedito di reclutare truppe in Italia; Ottaviano, da parte sua, lo accusava di detenere la famiglia reale armena illegalmente, di aver sposato Cleopatra nonostante fosse ancora il marito di Ottavia e di aver dichiarato ingiustamente Cesarione erede di Cesare.

Fu in questo periodo che iniziarono a diffondersi diverse leggende sulla regina egizia, alimentate dalla letteratura filo-augustea, che ancora oggi appartengono all’immaginario comune: Cleopatra venne accusata di praticare arti magiche, con le quali avrebbe sedotto il generale romano, di essere un’avvelenatrice naturale, di voler distruggere Roma stessa e di condurre una vita dissoluta dal punto di vista economico e morale; si pensava che Antonio avesse perso il proprio senno e anche su di lui furono sparse false accuse: avrebbe, per esempio, derubato la biblioteca di Pergamo per ricostruire quella di Alessandria; Ottaviano era accusato, dal canto suo, di condurre una vita sessuale selvaggia e promiscua, e molti graffiti dell’epoca si prendevano gioco di tutti e tre.

TRA FESTE E BANCHETTI: I “VIVENTI INIMITABILI”

Tuttavia, da Efeso, Antonio intraprende un saccheggio dei territori circostanti, regalando a Cleopatra oro, gioielli, opere d’arte e, si dice ma non è confermato (dal momento che la fonte è la letteratura filo-augustea), l’intero contenuto della Biblioteca di Pergamo che, come abbiamo visto in un precedente articolo, era la seconda al mondo dopo quella di Alessandria.

Poi entrambi passarono a Samo, sempre tra grandi feste. Spettacoli e banchetti proseguirono anche ad Atene, ove Antonio e Cleopatra giunsero nel 32 a.C. e dove Cleopatra, con grandi elargizioni, si accattiva la simpatia del popolino.

Tale abitudine venne presa durante l’inverno che trascorsero ad Alessandria tra il 41 e il 40 a.C. dove, tra banchetti fastosi istituirono quella che chiamavano “l’associazione dei viventi inimitabili” in cui si celebrava apertamente la gioia di vivere, ed esplicita era la ricerca della felicità e dell’appagamento, anche momentaneo, a dispetto del mos maiorum. Divennero inseparabili: giocavano a dadi, bevevano, cacciavano insieme e organizzavano anche scorribande notturne travestiti da schiavi, tanto che Antonio fu coinvolto in risse.

Antoine van Hammee “Antonio e Cleopatra”, olio su tela, 1866

La debolezza di carattere di Antonio, che ha sempre avuto un’influenza decisiva sul corso degli avvenimenti, questa volta gli fu fatale. Il suo passare il tempo in feste e banchetti gli fecero perdere tre anni in scorribande e ricevimenti, mentre avrebbe dovuto scendere immediatamente in campo contro Ottaviano. È infatti assai probabile che, se lo avesse attaccato subito, avrebbe potuto risolvere la controversia in proprio favore, dato che l’ex cognato, nonostante la decisa presa di posizione, non era affatto pronto ad una guerra. Al contrario, diede modo al rivale di prepararsi con tutto comodo, ordinatamente e senza scalpori, e quindi di scegliere il momento, il luogo e la strategia della battaglia.

SCOPPIA LA BOMBA: IL TESTAMENTO DI ANTONIO

Gli eventi clamorosi della “Donazione di Alessandria” diedero modo ad Ottaviano di rafforzare la sua posizione e di organizzare una vasta coalizione anti-antoniana evocando il pericolo di un dominio orientale sull’Impero di Roma e insinuando che Antonio fosse completamente soggiogato da Cleopatra, il “fatale monstrum“.

A Roma circolavano voci che il testamento di Antonio era stato depositato presso le Vestali, le quali furono pregate di consegnarlo al Senato. Cosa che formalmente e doverosamente di rifiutarono di fare…ma lasciarono che qualcuno se ne impossessasse. Anche se era una violazione della legge e dei costumi religiosi, il documento venne quindi sottratto dal Tempio di Vesta.

I Romani si indignarono per la gravissima scorrettezza, ma s’indignarono ancor più quando Ottaviano ne diede pubblica lettura davanti al Senato: il testo sosteneva che Antonio voleva lasciare i territori orientali della Repubblica romana a Cleopatra e ai suoi figli. Compreso Cesarione, il figlio che Cleopatra aveva avuto da Cesare e che Marco Antonio aveva intanto proclamato “re dei re” e vero erede di Cesare (cioè più erede rispetto a Ottaviano). Il testo fu anche affisso pubblicamente e inviato tramite messaggeri un po’ in tutti i territori di Roma. Un paio di secoli dopo lo storico Svetonio – grande amante degli aneddoti e dei complotti di palazzo – la raccontò così:

Ottaviano (Roddy McDowall) rivela in Senato il piano di Antonio e Cleopatra per costituire un regno secessionista in Oriente. Dal film “Cleopatra” del 1963

“L’alleanza con Marco Antonio era sempre stata dubbia ed incerta, mal rabberciata da varie riconciliazioni: alla fine egli [Ottaviano] la ruppe definitivamente, e, per meglio dimostrare che si trattava di un cittadino degenere, fece aprire e leggere pubblicamente il testamento che quello aveva lasciato a Roma designando tra gli eredi anche i figli avuti da Cleopatra”.

Al Senato non fece ovviamente piacere sapere che qualcuno voleva lasciare un pezzo di Roma ai figli di Cleopatra e quasi tutti quelli che contavano a Roma (compresi ex alleati di Marco Antonio) concordarono sul fatto che Marco Antonio aveva perso la testa per colpa del fascino e del dispotismo di Cleopatra. Plutarco ricorda per esempio che Ottaviano iniziò a far girare la voce che Marco Antonio era stato drogato da Cleopatra, e che “non era padrone neppure di sé stesso”.

Il testamento di Marco Antonio – o comunque il testo che Ottaviano ne fece leggere – diceva anche che una volta morto Marco Antonio avrebbe voluto essere seppellito ad Alessandria, nel mausoleo della dinastia regale egiziana. Questa cosa passò come il simbolo di un tradimento completo, una cosa era inaccettabile per l’aristocrazia senatoria tradizionalista, la quale – in una seduta del Senato – lo dichiarò decaduto da ogni potere.

Il testamento di Antonio era un documento molto grave, che però rispecchiava semplicemente la realtà del ruolo faraonico assunto da Antonio in Egitto.

Il figlio adottivo di Cesare aveva sfruttato l’abbandono dei costumi tradizionali da parte del suo ex-alleato, la “vita inimitabile” da sovrano tolemaico che questi conduceva in Egitto e la sua presunta intenzione di voler fare di Alessandria la nuova capitale dell’impero. Nel testamento vi era però anche una verità per lui molto scomoda: dall’unione tra Cesare e Cleopatra era nato un figlio, Cesarione, il quale avrebbe avuto tutti i diritti per esigere l’eredità del padre e frustrare la propaganda di Ottaviano, presentatosi come unico vero successore del grande condottiero.

Si venne così a creare una forte contrapposizione tra i due ex-triumviri, i quali impersonavano due modelli diffusi ad arte dalla propaganda di Ottaviano: l’Occidente austero e tradizionalista, contrapposto all’Oriente debole e corrotto. A dire il vero, se Ottaviano fosse stato totale continuatore del pensiero di Cesare, avrebbe agito come Antonio, convinto che la civiltà romano-italica dovesse inquadrarsi all’interno di quella orientale-ellenistica, per molti versi molto più avanzata. Ma il futuro imperatore era un uomo politico assai abile nel comprendere e assecondare gli umori della popolazione romana, ancorata ai valori del mos maiorum, riconosciuti non solo dall’aristocrazia senatoria ma anche dagli stessi ceti popolari.

I dubbi sull’autenticità del testamento di Antonio
Non c’è modo di sapere se Ottaviano trovò e lesse il vero testamento di Antonio: molti ne sono scettici perché Antonio ne usciva particolarmente male, e ancora se ne discute. Ma ormai è in realtà, comunque, poco importante: quel testamento, il cui contenuto faceva di certo un gran comodo per i piani di Ottaviano, si rivelò determinante per convincere il Senato a mettersi con Ottaviano e contro Marco Antonio.

Gli storici hanno dibattuto per anni sull’eventuale “autenticità e validità del testamento di Marco Antonio” e sulla almeno parziale falsità di quanto letto da Ottaviano. A molti sembra davvero improbabile che Marco Antonio avesse scritto un lascito grazie a cui sarebbe stato preso per matto da chiunque, a Roma: e soprattutto che Ottaviano lo abbia riportato fedelmente, dato che aveva tutto l’interesse a manipolarlo e far sembrare che Marco Antonio fosse impazzito.

Ma la notizia, a prescindere dalla sua dubbia veridicità, ebbe comunque effetti rilevanti. Come abbiamo visto, il Senato romano tolse a Marco Antonio il suo imperium, cioè il diritto legale a guidare truppe dell’esercito romano: e senza imperium Marco Antonio era un generale senza esercito. O peggio, un nemico ed estraneo che agiva contro gli interessi della Repubblica di Roma.

ROMA DICHIARA GUERRA ALL’EGITTO

Cavalcando questa situazione, Ottaviano riuscì a screditare definitivamente Antonio, ottenendo il consolato per l’anno 31 e la dichiarazione di guerra contro Cleopatra, che intanto, come abbiamo visto, si era spostata in Grecia con il suo esercito e con Antonio. Contro quest’ultimo Roma non prese provvedimenti in maniera esplicita: era infatti difficile mantenere l’approvazione popolare in caso si fosse iniziata una nuova guerra civile e l’argomentazione legale contro la regina non era tanto quella dei nuovi territori acquisiti ai danni della Repubblica, ma piuttosto il fatto che il regno d’Egitto stesse armando un privato cittadino, dato che il potere triumvirale di Antonio era terminato, considerandolo pertanto un mercenario al soldo della regina straniera.

Ufficialmente, quindi, la guerra venne presentata come una crociata di Roma contro l’Oriente ostile.

GLI ESERCITI SI POSIZIONANO

Antonio ed Ottaviano cominciarono quindi a prepararsi per quella che sarebbe stata l’ultima guerra civile romana della Repubblica.

Antonio e Cleopatra arrivarono a Patrasso, dove stabilirono il loro accampamento invernale: Antonio aveva infatti intenzione di attraversare l’Adriatico per assediare Ottaviano e la sua flotta a Brindisi o a Taranto, ma Cleopatra, preoccupata di tenere al sicuro l’Egitto, lo convinse a non attaccare direttamente l’Italia e a restare in Grecia.

Antonio aveva a disposizione un potentissimo esercito composto da 100.000 uomini e 800 navi, più numeroso quindi di quello di Ottaviano (80.000 uomini e 200 navi), ma era anche meno addestrato e le navi non completamente equipaggiate per la guerra. Antonio e Cleopatra avevano anche l’appoggio di vari altri re e sovrani orientali; mancavano però Erode di Giudea e Malco I di Nabatea, impegnati in una lotta tra di loro.

Antonio iniziò a consolidare la sua posizione occupando tutti i punti strategici importanti.
La catena iniziava a sud da Cirene nel Nordafrica, da cui partivano i rifornimenti di grano e viveri, passava per Metone sulla punta sud del Peloponneso, che controllava le rotte del rifornimento, arrivava a Patrasso, il quartier generale, e proseguiva a nord verso Azio, davanti al golfo di Ambracia e con l’isola di Leuca a vista d’occhio, per finire poi sull’isola di Corfù. Questa disposizione strategica mostra chiaramente che l’intenzione di Antonio era quella di attendere il nemico su posizione di forza invece di muovere direttamente all’attacco.

LE OPERAZIONI DI TERRA

Ottaviano, da parte sua, non era un gran condottiero ma, da ottimo politico, sapeva circondarsi di eccellenti collaboratori, fra i quali spiccava per abilità l’ammiraglio Marco Vipsanio Agrippa, che, come stratega, non aveva niente da invidiare ai migliori condottieri romani.

Busto marmoreo di Agrippa ritrovato a Gabi ed esposto al Louvre

Mentre Antonio trascorreva l’inverno a Patrasso fra le braccia di Cleopatra, Agrippa preparava le contromisure. I primi giorni di marzo del 31 a.C. l’ammiraglio romano mosse la flotta da Brindisi e attraversò il mar Ionio non in direzione del nemico, che lo attendeva davanti a Leuca, ma verso sud per conquistare la guarnigione di Metone. Colti di sorpresa i militari di Antonio si arresero immediatamente e tutto il quadro strategico ne fu sconvolto.

Persa Metone i rifornimenti a Patrasso non poterono più giungere via nave ma solo per via terra, molto più lunga e dispendiosa. Gli esperti di strategia militare contemporanea sono abbastanza d’accordo nell’affermare che a questo punto la guerra poteva considerarsi già decisa a favore di Ottaviano.

Da Metone Agrippa iniziò ad attaccare una dopo l’altra le postazioni di Antonio, che non era in grado di difenderle tutte contemporaneamente: dall’Italia le truppe di Ottaviano sbarcarono in Epiro e attaccarono Corfù, mentre da Metone Agrippa minacciava direttamente Patrasso, costringendo Antonio e Cleopatra a spostare il loro quartier generale sulla penisola meridionale, chiamata “Actio“, cioè “promontorio”. Infine, Agrippa conquistò anche l’isola di Leuca e si ricongiunse con l’esercito proprio sul lembo di penisola opposto ad Azio. costringendo gli avversari ad ammassarsi ad Azio nel golfo.

Nel frattempo, Ottaviano arriva in Epiro e si attesta nella parte nord del golfo di Ambracia, grande baia dell’Epiro separata dal Mar Ionio da una stretta imboccatura, di fronte Azio. Riesce anche a respingere un attacco di Antonio. Circonda così gli avversari con una manovra a tenaglia in un’area dai margini di manovra molto ristretti. La sua flotta stazionava in una baia dei dintorni, mentre una squadretta di poche navi sorvegliava che il nemico non uscisse in mare aperto.
Ottaviano era in posizione di forza e poteva attendere, Antonio e Cleopatra erano costretti a combattere e vincere.

UNA SITUAZIONE DI STALLO: AZIO, UNA TATTICA DI DISIMPEGNO?

I due accampamenti nemici

Antonio era praticamente imbottigliato, ed il suo esercito cominciava ad accusare una certa scarsezza di viveri, date le poche risorse della regione. Aveva già perduto del tempo prezioso e permesso all’avversario di sbarcare in Grecia: non potendo ancora rimandare una decisione, convocò un consiglio di guerra per esaminare il da farsi. Appariva chiaro a tutti che occorresse fare una scelta definitiva: battersi o ritirarsi. Nel primo caso sarebbe stato necessario sconfiggere definitivamente l’esercito di Ottaviano, al fine di rimanere così padroni della Grecia per poi portare altrove la guerra; per sbarcare in Italia, però, bisognava battere anche la flotta nemica che in quel momento aveva il dominio del mare. Nel secondo caso ci si poteva sganciare, senza impegnare combattimento, e marciare verso oriente dove sarebbe stato possibile trovare una sistemazione migliore per le truppe, in attesa di riprendere le ostilità l’anno dopo.
Rimaneva però aperto il problema della flotta, che sarebbe rimasta bloccata nel Golfo di Ambracia (oggi Arta).

Fu certamente il pensiero delle navi, il solo mezzo per sganciarsi realmente dal vicolo cieco dove si trovavano, a suggerire a Cleopatra la soluzione più logica: forzare il blocco e ritirarsi in Egitto. Gli storici antichi hanno scritto che in quei giorni Cleopatra era impressionata dalle voci e dalle profezie sfavorevoli che circolavano a corte e fra le truppe, ed impose perciò di tornare in Egitto; in realtà, al di là delle superstizioni, il ragionamento strategico di Cleopatra era ineccepibile e Antonio, che era pur sempre un ottimo tattico militare, anche se negli ultimi tempi sembrava essere diventato un po’ diventato abulico, lo capì subito.

E questo potrebbe spiegare gli eventi successivi, altrimenti inspiegabili, accaduti durante la battaglia navale che seguì e che tra poco racconteremo.

LA REALE CONDIZIONE DEGLI ESERCITI AVVERSARI

Nonostante le pressioni dei propri generali e la sua superiorità in campo terrestre, Antonio si fece convincere da Cleopatra a combattere una battaglia navale. Si dice, infatti, che l’ambiziosa regina, la quale non aveva fornito grandi quantitativi di soldati ma molte navi, voleva essere partecipe della vittoria.

In realtà, la situazione era molto più complessa di quanto non apparisse a prima vista. I due mezzi che Antonio aveva in mano, l’esercito e la flotta, sebbene fossero teoricamente poderosi, non gli davano in realtà il giusto affidamento. L’esercito romano agli ordini di Marco Antonio era un miscuglio di reparti romani ed orientali, male addestrati e non abituati a combattere come i legionari, ed in cui le diserzioni erano all’ordine del giorno: provati da una lunga e sterile inazione, con la prospettiva di un inverno a razioni dimezzate, molti soldati preferirono passare dall’altra parte, dove sapevano di essere bene accolti.

Si andava poi accentuando quell’ostilità, che era sempre stata latente, fra Romani ed Egiziani: i soldati e gli ufficiali delle legioni detestavano ormai Cleopatra: troppo fedeli e affezionati ad Antonio per capirne obiettivamente le responsabilità, molti preferivano addossare la colpa di tutto alla regina d’Egitto, ritenendo in buona fede che il loro comandante fosse un giocattolo nelle abili mani di Cleopatra. Tale informazione, seppur basata su un evidente fondamento di verità, non metteva però a fuoco le responsabilità dello stesso Marco Antonio, che era tutt’altro che una semplice marionetta nelle mani della Regina d’Egitto.

Antonio intanto cominciava a dubitare anche delle qualità belliche dei suoi soldati: c’era stato qualche scontro fra reparti di cavalleria in ricognizione, schermaglie certamente di poco conto ma tuttavia sufficienti a far comprendere all’occhio esperto del condottiero che, in caso di battaglia, non ce l’avrebbe fatta. In aggiunta a ciò, l’esercito di Ottaviano sorvegliava così strettamente ogni sua mossa che l’idea, patrocinata da qualcuno dei suoi generali, di sganciarsi verso oriente appariva problematica: in tutti i casi, lo scontro sarebbe stato inevitabile.

Raffigurazione di una quinquereme romana.

Non era migliore la situazione della flotta. Prima di mettersi in guerra, a detta di Plutarco, i luogotenenti di Antonio erano riusciti a radunare 500 navi, ma per armare un così gran numero di imbarcazioni si era dovuto arruolare tutti i perdigiorno trovati per le strade della Grecia, che il mare, spesso, l’avevano visto solo da lontano. Di fronte c’era invece la flotta romana, inferiore per numero ma efficientissima, comandata da quel Marco Agrippa che, forte della sua pluriennale esperienza militare, ne aveva personalmente curato l’allestimento, formata da navi piccole e manovriere e con marinai provetti. Anche nella flotta chiusa dentro il Golfo di Ambracia le diserzioni erano frequentissime, ed inoltre un’epidemia aveva mietuto parecchie vittime fra i già insufficienti marinai: insomma, l’armata navale di Antonio e Cleopatra era “raccogliticcia”.

All’esperienza del condottiero Marco Antonio, seppur in parte obnubilato dall’amore per Cleopatra, non sfuggiva nessun particolare del quadro che aveva davanti: la sola via d’uscita era quindi quella suggerita dalla regina, ossia iniziare un combattimento in mare, non per arrivare a una battaglia decisiva (che sarebbe stata disastrosa), ma per forzare il blocco di Agrippa e rifugiarsi in Egitto, ove si sarebbe potuta tentare una migliore organizzazione.

LE DUE FLOTTE

Ottaviano schierava circa 400 navi, tra cui 260 veloci liburne, che facevano il loro esordio in tal frangente.

La flotta di Antonio e Cleopatra aveva invece a disposizione circa 480 navigli di cui 300 forniti dalla regina egiziana, quasi tutte quadriremi e quinqueremi, navi di grandi dimensioni ben più pesanti e meno manovrabili rispetto alle agili e snelle imbarcazioni romane.

Le enormi quinqueremi di Antonio erano troppo solide per essere speronate (il modo principale di combattere in mare, all’epoca) con successo, ma troppo lente per poterlo fare a loro volta. Inoltre, le navi di Ottaviano dovevano evitare di avvicinarsi a quelle nemiche, che trasportavano un gran numero di soldati, i cui giavellotti e trecce avrebbero potuto infliggere loro gravi perdite.

Qui uno schema riepilogativo della situazione:

CARATTERISTICAFlotta di OttavianoFlotta di Antonio
COMANDANTE PRINCIPALEMarco AgrippaPublio e Sosio
DIMENSIONICirca 400 naviCirca 500 navi
TIPO DI NAVIPrincipalmente, le piccole e veloci liburneGrandi e pesanti quinqueremi, poliremi e altre navi da guerra
VANTAGGIO TATTICOMaggiore manovrabilità, velocità e agilitàPotenziale maggiore potenza di fuoco, ma meno flessibilità
CAUSA DI INDEBOLIMENTONessuna menzione specifica di debolezze decisive prima della battagliaDebolezza della flotta a causa di un’epidemia di malaria, incendi e possibili ammutinamenti

2 SETTEMBRE 31 a.C.: LA BATTAGLIA DI AZIO

La mattina del 2 settembre del 31. a.C., il tempo si annunciò splendido: il sole brillava in un cielo senza nuvole, il vento era caduto ed il mare era calmissimo.

Le navi di Antonio e Cleopatra cominciarono a salpare e a imboccare il canale che le avrebbe portate in mare aperto. Dalle sponde del golfo, dalle alture circostanti, migliaia di soldati dei due eserciti nemici guardavano lo spettacolo straordinario: spiccavano in special modo le grandi poliremi asiatiche, alte di bordo e pesanti, mosse da oltre 400 rematori, con grandi torri a prora e a poppa dove stavano gli arcieri, i frombolieri e le piccole catapulte.

Il golfo di Arta (Ambracia), visto dallo Space Shuttle nel novembre del 1994

Dalla ricchezza degli addobbi, dai colori delle vele, dalla dimensione delle torri gli spettatori distinguevano subito le navi che portavano la regina e la sua corte. I grandi vascelli erano sovraccarichi di cose e di uomini: Antonio aveva fatto imbarcare il fiore dei suoi reparti.

Agrippa, da parte sua, aveva schierato la sua flotta a un miglio di distanza dalla costa. Da buon ammiraglio, aveva resistito alla tentazione di avvicinarsi di più all’imboccatura del Golfo per battere i nemici a reparti isolati e sorprenderli nella delicata fase dello spiegamento: c’era il pericolo per le sue navi di finire in costa ed anche il rischio che il suo avversario tornasse a chiudersi nel Golfo, mentre Agrippa auspicava di poter affrontare la battaglia decisiva. L’inverno, infatti, si avvicinava e, anche se la situazione si mostrava nettamente sfavorevole per Antonio, nemmeno Ottaviano intendeva trascorrerlo con l’esercito accampato sulle attuali posizioni.

La liburna, la nave romana per eccellenza

Navis cetera, con due ordini di rematori, costruita sul modello delle imbarcazioni dei pirati liburni. Più leggera della trireme e con maggiore mobilità.

Mentre la flotta di Marco Antonio, ricca di navi di ogni genere, era assai eterogena, Agrippa aveva fatto della sua uno strumento compatto, con navi dello stesso tipo, le sottili liburne, classiche navi del mondo romano a uno o a due ordini di remi, dirette antenate di quelle che nel medioevo saranno le galere. La loro velocità in combattimento, spesso ampliata esageratamente dagli storici dell’epoca, era probabilmente di cinque miglia orarie, ed il loro rostro era un’arma micidiale, atta a sfondare i fianchi delle navi di ugual grandezza o rompere i timoni di quelle maggiori.

Prendeva il nome dalle navi usate dai pirati Liburni della Dalmazia, imbarcazioni molto leggere e veloci, con uno o al massimo due ordini di remi. Le liburne comparvero per la prima volta nelle flotte romane in occasione della battaglia di Azio, dimostrandosi determinanti per la vittoria, e da allora entrarono a far parte in gran numero delle flotte romane, al punto da diventare sinonimo di nave da guerra.
La vela era di forma quadrata, inferita (ossia legata) a un pennone orizzontale e i suoi spigoli inferiori erano tesati mediante scotte legate sul ponte o al pennone inferiore.
Lo scafo era lungo 20-23 metri. La liburna contava di solito due ordini di remi, ma potevano arrivare a sei.

Caratteristiche tecniche:
lunghezza: 30 m.
larghezza dello scafo: 5m.
pescaggio medio: 1 m.
propulsione: due ordini di rematori per lato
interscalmo: 80 cm.
equipaggio ai remi: 60-80
equipaggio di governo: 8-10
fanti imbarcati: 50
velocità: 8 nodi

Lo schieramento
Questa cartina mostra lo schieramento delle navi durante la battaglia, ossia quello classico delle flotte romane: le navi furono disposte a formare un semicerchio diviso in tre blocchi, con ai lati le navi pesanti e al centro le navi leggere. Partendo da Nord nello schieramento di Ottaviano troviamo le navi di Agrippa, al centro abbiamo Arrunzio e a sud Lurio. Lo schieramento di Antonio, speculare a quello di Agrippa e di numero poco superiore, aveva a nord Publicola, al centro Instesio e a sud Sosio mentre dietro di loro era presente una riserva tattica al comando di Cleopatra e dello stesso Antonio.

La battaglia ha inizio
Le dinamiche della battaglia di Azio sono ancora oggi oggetto di discussione in quanto non esiste un resoconto unanime e chiaro. La battaglia fu una sorta di assedio navale, che non durò molto.

Fase 1: Le flotte restarono immobili fino a mezzogiorno, quando all’improvviso Sosio dette ordine alle sue navi di muoversi verso sud in direzione dell’isola di Leuca. In risposta Lurio, seguendo gli ordini di Agrippa, iniziò a retrocedere verso il mare aperto, seguito dallo stesso Agrippa sul lato opposto dello schieramento. Restò invece fermo il centro di Arrunzio. Lo stesso fecero gli Egiziani: Publicola e Antonio, sulla destra, e Ottavio al centro, a loro volta immobili a loro posto.

Mentre le grandi navi asiatiche cercavano l’abbordaggio, le piccole liburne sfuggivano velocemente alla stretta avversaria e, correndo lungo i fianchi delle poliremi, ne tranciavano le file di remi, troppo ingombranti per essere ritirati in tempo, o colpivano i timoni allo scopo di immobilizzarle.

Intanto, dalle due parti, gli arcieri, i frombolieri e le catapulte, scagliavano le loro armi e i loro proiettili. Le tattiche impiegate erano molto diverse: gli uni, più statici, cercavano di arrivare subito all’atto culminante della lotta, ossia l’abbordaggio e il corpo a corpo, mentre gli altri, più rapidi nella manovra, si avvicinavano, colpivano, giravano intorno, colpivano ancora e poi si ritiravano, cercando di danneggiare il più possibile l’avversario prima di affrontare l’urto diretto dei soldati. L’esito della battaglia era assai incerto.

Fase 2: Fallito il tentativo di attirare le due ali in mare aperto, Agrippa accelerò improvvisamente verso il largo. Publicola decise di inseguirlo abbandonando lo schieramento, e costringendo Ottavio, al centro, a spostarsi verso nord per tenere unita la formazione. Venne però a scontrarsi con Arrunzio che lo bloccò.

A questo punto la squadra di Cleopatra, rimasta fino allora inattiva dietro la linea di combattimento, potrebbe sfruttare lo spazio creatosi al centro dello schieramento per attaccare a sua volta; invece, passò a vele spiegate di poppa alle altre navi e prese il largo, senza che i Romani potessero inseguirla. Le sessanta navi della regina d’Egitto si allontanarono rapidamente, mentre i combattenti reagivano alla visione delle vele rosse sempre più lontane con sentimenti contrastanti, dalla sorpresa alla gioia fino alla rabbia.

Al segnale dato da Cleopatra, Antonio rispose con prontezza e poco dopo, con altre navi, si buttò anche lui a meridione, sfuggendo facilmente ai Romani. Qualche liburna riuscì in effetti ad inseguirlo ed a far partire un breve combattimento, ma si trattò di nulla più che deboli schermaglie: il piano di Marco Antonio appariva come perfettamente riuscito ed ora, assieme a Cleopatra, navigava verso il Mediterraneo, con destinazione Egitto.

Alcuni ipotizzano che il varco fosse stata una trappola psicologica di Agrippa, che confidava nella paura della regina al vedersi circondata e senza via di fuga nel golfo, creando un’esca mentale, la speranza della fuga con un piccolo varco nel mezzo delle sue navi. La indusse, quindi, a fuggire. Noi conosciamo solo l’esito.

Fase 3: Anche le altre navi della flotta d’Oriente si prepararono ad abbandonare Il campo, ma non fecero in tempo ad alzare le vele e a smontare le sovrastrutture costruite per il combattimento, che erano di ostacolo alla navigazione. La flotta romana, ora superiore di numero, si abbatté sui nemici, Sfruttando la superiorità numerica e la maggiore agilità, le navi romane attaccarono le più pesanti imbarcazioni avversarie e arpionandole con l’arpagone; poi una volta abbordate vi trasferirono i fanti ingaggiando battaglia sui ponti.

La lotta fu talmente furibonda da costringere più volte le navi di Marco Agrippa ad indietreggiare, fino a quando l’ammiraglio non fu costretto ad adoperare il mezzo più letale, ossia il fuoco, lanciando dalle catapulte materiale incendiario e dagli archi frecce accese. I superstiti dell’armata di Marco Antonio cercarono di soffocare le fiamme con l’acqua del mare, con coperte, tende e vele, ma non ci fu nulla da fare.

LA VITTORIA DI OTTAVIANO

Verso sera la battaglia era finita: i resti della grande flotta di Oriente bruciavano sul mare, mentre le poche altre navi che si erano rifugiate dietro il promontorio di Azio si arresero nella successiva giornata. I morti, alla fine, potevano essere quantificati in oltre cinquemila. Le navi rimaste furono catturate.

Augusto stesso nelle Res Gestae ci dice che ha catturato 300 navi. Le altre furono distrutte. Secondo Plutarco le truppe rimaste a terra, comandate da Canidio, ricevettero l’ordine di rientrare; tuttavia, incredule che il loro comandante li avesse vigliaccamente abbandonati lo attesero invano per sette giorni. Infine, comprendendo di essere state lasciate al loro destino, si arresero. La vittoria di Ottaviano fu completa. Il dominio del mare fu ancor più saldamente nelle mani di chi si era dimostrato più idoneo ad esercitarlo ed a vincere.

Con questa battaglia, di fatto finisce la Repubblica ed inizia il Principato.

L’ARMA SEGRETA DI AGRIPPA: L’ARPAGONE

Ad Azio si rivelò vincente, oltre all’impiego delle liburne, un congegno perfezionato da Agrippa nella battaglia di Nauloco (36 a.C.) combattuta contro Sesto Pompeo: l’arpagone (harpago). Utilizzato per l’abbordaggio delle navi nemiche, era un grosso arpione di ferro, lanciato da una balista contro la fiancata della nave nemica e alla cui estremità era legato un grosso cavo ricoperto di metallo per impedire che venisse tranciato. Una volta arpionata, la nave poteva essere facilmente rimorchiata e poi abbordata dai fanti di marina, che sbarcavano sul ponte e vi ingaggiavano battaglia come se si fossero trovati sulla terraferma. L’arpagone si rivelò più leggero e maneggevole del corvus, una passerella lunga 10 metri e larga poco più di uno che aveva fatto il suo esordio con successo, nel III secolo a.C. durante la prima guerra punica.

L’ERRORE DI ANTONIO

Quale fu l’errore più grave di Marco Antonio? Il suo piano strategico, a ben guardare, era riuscito in tutti i suoi particolari, ma in realtà quella che doveva essere una ritirata in Egitto si rivelò come una disfatta. Il fatto era che Marco Antonio combatteva per una causa ormai perduta: l’idea di riorganizzare le sue legioni in Egitto, resistendo ad Ottaviano in territorio africano, si rivelò un’idea assolutamente utopica perché tutti lo abbandonarono, quasi che sull’animo dei suoi seguaci pesasse l’infamia di aver abbandonato alla loro sorte l’esercito e la flotta in Grecia.

A mente fredda, è facile comprendere come la partita Antonio l’avesse perduta prima di Azio, quando non aveva impedito lo sbarco di Ottaviano e quando era stato interi mesi senza far nulla. Ecco perché, di fronte a tale errore, si diffuse a Roma un pensiero assai critico e cinico sullo stesso Marco Antonio: perdere per perdere, non sarebbe stato meglio morire con onore ad Azio, in battaglia?
Probabilmente, però, un ultimo abbraccio da parte di Cleopatra ed una flebile speranza valevano più dell’onore e della gloria.

COSA RAPPRESENTA AZIO

La battaglia di Azio divenne una parte importante della propaganda imperiale, senza però infierire sui due sconfitti, soprattutto su Antonio, in quanto cives romanus. Il poeta Virgilio descrisse con fine poesia i monumenti eretti per commemorare la vittoria di Ottaviano in diverse città.

La battaglia navale di Azio fu una semplice trasposizione in mare delle tecniche di battaglia romane su terra e fu combattuta in maniera caotica, arruffata, senza particolari manovre tattiche innovative. Fu vinta dalle navi di Ottaviano sostanzialmente grazie alla loro maggior mobilità e duttilità operativa rispetto alle gigantesche navi antoniane.

La vittoria di Ottaviano, o meglio del suo fedele generale Agrippa, costituisce di fatto la fine del dominio del Senato ed ha portato alla nascita dell’Impero Romano. Se ad Azio avesse vinto Antonio la Repubblica romana sarebbe comunque finita, il de profundis era già stato dato a Filippi, al suo posto sarebbe nato un potente stato orientale con capitale Alessandria e la storia occidentale sarebbe probabilmente stata ben diversa in quanto l’Impero Romano non sarebbe mai sorto. Quindi come per Salamina si può ben dire che la battaglia navale di Azio abbia indirizzato la storia dell’Occidente per almeno i successivi quattro secoli.

NEL PROSSIMO EPISODIO: OTTAVIANO INVADE L’EGITTO, ANTONIO SI SUICIDA E CLEOPATRA, PER NON SUBIRE L’UMILIAZIONE DEL TRIONFO A ROMA, FA ALTRETTANTO. ED E’SUBITO MISTERO SULLA SUA MORTE. VI ASPETTIAMO!

SE TI SEI PERSO GLI ARTICOLI PRECEDENTI DELLA SERIE “I GRANDI NEMICI DI ROMA”:

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