I GRANDI NEMICI DI ROMA: CLEOPATRA (Seconda parte: dal leggendario soggiorno a Roma all’assassinio di Cesare).

Cesare celebra finalmente il suo trionfo, e Cleopatra lo raggiunge a Roma, dove alloggia in una magnifica villa sul Gianicolo, che si trasforma in uno dei salotti più ambiti della società dell’epoca e in una corte alessandrina sfarzosa e potenzialmente pericolosa.

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Liz Taylor nel celebre film colossal “Cleopatra” del 1963 diretto da Joseph L. Mankiewicz. Il film vinse 4 Premi Oscar nel 1964: Migliori Costumi, Migliore Scenografia, Migliore fotografia, Migliori effetti speciali visivi.

Abbiamo lasciato Cleopatra alle prese con il suo regno, ereditato con una consistente situazione debitoria nei confronti dei banchieri romani. Tuttavia, lo Stato egizio rimane ricco, potente e con entrate che vanno dai 6.000 ai 12.500 talenti (basti pensare che 1 talento, corrispondeva ad un gran numero di mine, forse 60, cioè più di 34 chili di argento: approssimativamente 30 anni di lavoro di un operaio!), 275 milioni di euro attuali, che per l’epoca era una cifra immensa.

Cesare celebrò finalmente il suo trionfo e Cleopatra, con il fratello-marito, lo raggiunse a Roma, portando con sé il figlio avuto dalla loro relazione, Cesarione. Giunta nell’Urbe con uno sfarzoso corteo che lasciò i cittadini a bocca aperta, Cleopatra venne alloggiata negli Horti Caesariani, sul Gianicolo, all’epoca ancora allo stato rustico, che furono oggetto di imponenti lavori di ristrutturazione da parte del dictator e che trasformarono la villa in una vera e propria reggia di stampo egizio-alessandrino.

La magnifica dimora di Cleopatra si trasformò presto nel più esclusivo dei salotti romani dell’epoca, frequentato da illustri personaggi come Marco Antonio, Bruto e il giovane Ottavio, nipote di Cesare. Artisti e letterati animavano la villa: Publilio Siro, il mimo più acclamato; lo scultore Arcesilao; il precettore Sallustio; poeti come Asinio Pollione e Lucio Apuleio, insieme a due giovani destinati alla gloria, Virgilio e Orazio.

Ma vi era anche chi detestava Cleopatra, come Cicerone, che la definì “pericolo pubblico” e la derise come “bassa e col naso a becco”, affibbiandole il nomignolo di “donna-coccodrillo”.

In questa seconda puntata dedicata a Cleopatra, nell’ambito della serie “I grandi nemici di Roma” per la Rubrica di divulgazione storico-archeologica “La Stele di Rosetta”, parleremo quindi interamente del soggiorno di diciannove mesi a Roma di Cleopatra, un periodo poco noto ai più, dove alloggiò in quella dimora sui cui luoghi insiste quella che oggi si chiama Villa Sciarra. Vedremo come, imitata nello stile e nell’acconciatura dalle matrone romane, influì sulla moda dell’epoca, e come contribuì alla realizzazione del calendario giuliano. Vedremo come le sue speranze di diventare la moglie dell’uomo del destino saranno recise dalle lame dei congiurati nel 44 a.C. oltre alla delusione nel sapere di essere esclusa, lei e il figlio, dal testamento di Cesare, fino al ritorno ad Alessandria dove, con Marco Antonio, inizierà il terzo, tragico capitolo della sua straordinaria esistenza. Il tutto, sempre corredato da illustrazioni e contenuti multimediali. Buona Lettura!

Girolamo Masini (1840-1885), Cleopatra. Marmo h cm. 130 larghezza 116. Roma, Galleria d’Arte Moderna.
INDICE DEI CONTENUTI

UN REGNO IN DIFFICOLTA’

CLEOPATRA A ROMA

GLI HORTI CAESARIS, LA REGALE RESIDENZA DI CLEOPATRA

CLEOPATRA E LA MODA A ROMA

MA NON TUTTI AMMIRAVANO CLEOPATRA…

CLEOPATRA, UNA DONNA CONTESA MA ANCHE INGOMBRANTE

IL TRIONFO DI CESARE

UN PERIODO DI GRANDI NOVITA’

IL CALENDARIO GIULIANO

LA STATUA DI CLEOPATRA NEL TEMPIO DI VENERE GENITRICE

L’ASSASSINIO DI CESARE

IL TESTAMENTO DI CESARE, LA DELUSIONE DI CLEOPATRA

CESARE E CLEOPATRA, UN RAPPORTO LEGGENDARIO

IL RITORNO IN EGITTO

UN REGNO IN DIFFICOLTA’

Prima di procedere con il resto del racconto, è doveroso riprendere da dove avevamo lasciato nella prima parte, ossia quali erano le condizioni del regno d’Egitto all’ascesa al trono di Cleopatra.

Quando salì al trono, la regina ereditò dal padre un regno che, nonostante il profondo indebitamento nei confronti dei banchieri romani e le spese eccessive per il mantenimento di un apparato sfarzoso, poteva vantare introiti che, a seconda delle fonti, variano dai 6.000 ai 12.500 talenti. Cleopatra, per risollevare le finanze del regno, decise quindi di attuare una serie di riforme riguardanti la monetazione in argento e bronzo, tali che, negli anni successivi alla fine del suo regno, le valsero, probabilmente ingiustamente, la fama di donna avida di guadagno. Questi provvedimenti, oltre ad evidenziare i problemi finanziari di cui soffriva l’Egitto nei primi anni di governo della regina, accompagnarono un trattato sui pesi e le misure che le viene attribuito.

CLEOPATRA A ROMA

Il Gianicolo oggi.

Le grosse squadre di sterratori, muratori e fabbri che salivano verso il Gianicolo nell’estate di quell’anno, che i posteri avrebbero poi numerato come il 46 a.C., non stupivano nessuno: erano infatti operai che in poche settimane avrebbero dovuto fare di un vasto terreno un meraviglioso giardino e che avrebbero dovuto trasformare una comune villa in una principesca dimora.

La fastosa dimora che Cesare stava preparando per sé sul fianco del Gianicolo era destinata ai sovrani d’Egitto, la regina Cleopatra VII e il fratello-marito di lei Tolomeo XIV, dei quali era atteso l’arrivo a Roma prima dell’autunno. La notizia non era ancora ufficiale, ma già serpeggiava per la città e tutto il patriziato se la ripeteva con commenti denigratori nei confronti della regina straniera. D’altronde, che ad Alessandria Cleopatra fosse diventata l’amante di Cesare era ormai noto a tutti: in riva al Nilo, del resto, quell’amore era stato ostentato con abbagliante magnificenza orientale dalla giovanissima regina che, in un momento decisivo per la sorte sua e del suo paese, era comparsa davanti al grande condottiero romano e subito ne aveva conquistato il cuore e obnubilato i sensi. Infatti, due anni prima due anni prima, il Nilo aveva visto sfilare un interminabile corteo splendente che subito era stato denominato “il corteo nuziale di Cesare”, benché si trattasse di nozze false ed adultere. Prima fra tutte veniva la nave sovrana, ossia un enorme castello natante dorato, sospinto da cinquanta sfavillanti paia di remi d’argento, le cui alte mura erano adornate con enormi ghirlande di fiori e che presentava una gran tenda di porpora che proteggesse dal sole cocente il divanetto su cui sedevano Cleopatra e Giulio Cesare.

Un arrivo in grande stile

Liz Taylor nel celebre film colossal “Cleopatra” del 1963 diretto da Joseph L. Mankiewicz.

E finalmente, 46 a.C. Cleopatra e Tolomeo XIV giunsero a Roma come ospiti con il figlio appena nato recando con loro il più grande corteo regale mai visto, insieme a preziosissimi regali per Roma. I sovrani sbarcarono a Ostia, ricevuti dai messi del Senato, e subito si recarono alla Curia dove, seduto sul suo trono d’oro, li attendeva Cesare tra i Patres Conscripti, solenni nei loro laticlavi di porpora.

La nave che aveva condotto la regina in Italia era una splendida trireme rilucente d’oro e d’argento, dall’alta prora ricurva e dalle vele di porpora. Anche le navi di scorta erano dorate e infiorate e riempirono di sfarzo e di bagliori il vecchio porto ostiense.
Tutti si erano recati per le strade di Roma per ammirare lo sfarzoso corteo, che aveva elefanti coperti di gualdrappe di seta e cesti colmi di doni, con fanciulle vestite di velo e di sete, e fanciulli dai gonnellini di seta, i quali danzavano e suonavano, e carri carichi di opere d’arte, tra cui obelischi, sfingi, bassorilievi, statue e immagini sacre, soprattutto di Iside.
Tuttavia, nessuno ebbe occasione di ammirare Cleopatra, chiusa all’interno della sua lettiga intorno alla quale alcune schiave bellissime recavano ghirlande di fiori e ardevano profumi.

Cleopatra e Cesare nella Curia. Immagine di fantasia generata con l’AI

Giunta alla Curia, Cleopatra scese ed entrò a testa alta, vestita con sfarzosa eleganza, mentre i senatori si alzavano in piedi. Benché di statura normale, la regina d’Egitto sembrava prevalere sulla gente del suo seguito: forse aveva accortamente scelto solo accompagnatori di media statura, ma più probabilmente a creare quella sensazione era il fascino di quel suo capo eretto, di quegli occhi affascinanti e luminosi, di quel suo profilo con il naso un po’ lungo ma mirabilmente modellato. Accanto a lei il tredicenne Tolomeo, fratello e nominale marito, appariva, pur nello splendore delle sue vesti regali, insignificante. Gli occhi ammirati erano rivolti tutti a quella sovrana che impersonava la magnificenza del misterioso Egitto.

Alle parole del decano del Senato e al saluto di Cesare, Cleopatra rispose, brevemente ringraziando, in perfetto latino. Tutti ne furono sorpresi, mentre Cesare sorrideva: era forse il solo, in tutta Roma, a sapere che quella regina di ventitré anni univa a una straordinaria cultura anche la perfetta conoscenza del greco, del latino e dei numerosi idiomi della valle del Nilo.
Ufficialmente, Cleopatra arrivò come regina d’Egitto per negoziare un’alleanza tra Roma ed Egitto, ed infatti in quell’occasione i due monarchi furono chiamati reges e socii et amici populi romani (re, alleati e amici del popolo romano). Nel video qui sotto, lo spettacolare (quanto improbabile) arrivo di Cleopatra nel film omonimo del 1963.

GLI HORTI CAESARIS, LA REGALE RESIDENZA DI CLEOPATRA

Cleopatra, in quanto sovrana straniera, non poteva risiedere nel cuore della città: Cesare, quindi, la collocò nei suoi giardini lungo il Tevere, gli Horti Caesaris, appena fuori dalle mura. In breve tempo Cleopatra trasformò i giardini in una piccola Alessandria: colonnati, ninfei, vasche riflettenti, statue greche e arredi d’Egitto. Le fonti ricordano pini odorosi sulle pendici del Gianicolo e la metamorfosi di una dimora rustica in un palatium urbano. Cicerone annotò che Cesare seguiva i lavori con assiduità, quasi trascurando gli impegni pubblici.

Gli interni erano ricchi: affreschi mitologici, statue colossali, arredi preziosi. Oggi nulla resta di quel palatium, il cui sito è occupato dall’attuale Villa Sciarra, ma all’epoca rappresentava il cuore di una corte cosmopolita dove giunsero regolarmente Marco Antonio, Bruto e il giovane Ottavio, nipote di Cesare.

Cerchiata in rosso, la posizione degli Horti Caesaris

Artisti e letterati animavano la villa: Publilio Siro, il mimo più acclamato; lo scultore Arcesilao; il precettore Sallustio; poeti come Asinio Pollione e Lucio Apuleio, insieme a due giovani destinati alla gloria, Virgilio e Orazio.
Il clima era vivace. Sallustio insegnava latino alla regina, che lo trattava con freddezza, mentre Orazio la conquistò con versi audaci e racconti di eroine amorose. Le testimonianze concordano sul magnetismo della sovrana: Lucio Apuleio ricordava tuniche leggere di lino che ne esaltavano la presenza.

Ricostruzione ipotetica dei magnifici Horti Caesaris

Gli Horti si riempirono di banchetti raffinati, profumi d’incenso, conversazioni di astronomia, quasi un commento vivente alla riforma del tempo, il calendario giuliano. Politica e spettacolo si fondevano: ambascerie, udienze, convivia. Sul Tevere approdavano barche con papiri e spezie, mentre Roma guardava con curiosità mista a scandalo. Perfetta interprete della cultura egiziana per la cura e la bellezza del corpo, per gli unguenti e i profumi, Cleopatra sapeva creare atmosfere seducenti con cui ricevere e sedurre i suoi ospiti. Ad esempio, sfruttando la passione dilagante, a Roma, per la coltivazione delle rose, faceva ricoprire le stanze da letto e le sale dei banchetti di petali profumati.

Negli Horti, Cleopatra governava con cerimoniale preciso: musici, tappeti, henné sulle unghie, sorrisi calcolati. I giardini erano filtro e palcoscenico, dove il decoro era obbligo e l’intelligenza condizione per restare.
Intanto i lavori trasformarono pascoli incolti in terrazze degradanti fino al Tevere.
Nei campi portuensi, dove pascolavano i cavalli della Mandria Sacra, la circolazione era fra due strade: la Via Campana che tagliava dritto verso le terme (oggi Pozzo Pantaleo), e la via Alzaria che seguiva la riva del Tevere. I campi diventarono giardini di delizia, con il barcone di Cleopatra all’àncora nelle darsene (presso l’odierno Ponte Marconi).

Nella Corte risiedevano 200 dignitari, 30 cortigiani, il corpo armato della Guardia reale oltre ad ancelle e servi. Si parlava il greco alessandrino, che pure Cesare conosceva. Cleopatra chiese a Cesare organici molto maggiori, ma Cesare la dissuase, per non rivaleggiare coi patrizi della Reggia palatina.

Di questa splendida villa, purtroppo, ne rimangono oggi solo i racconti degli artisti e delle personalità pubbliche che vi soggiornarono.

Un po’ di archeologia…
L’estensione ipotetica degli Horti Caesaris si colloca tra il Gianicolo e la Piana di Pietra Papa, nell’area portuense vicino al Tevere. Gli scavi del 1939, presso l’attuale ponte Marconi, hanno restituito ambienti riconducibili a una dépendance del palatium: muri in opus reticulatum con affreschi su fondo rosso, frammenti con uccelli affrontati e motivi vegetali, oggi al Museo Nazionale Romano. L’opus reticulatum è una tecnica edilizia romana che consisteva nel rivestire i muri in opus caementicium con una trama regolare di piccoli blocchi piramidali di tufo disposti con la base in vista e la punta conficcata nell’interno del muro. Questo creava un caratteristico disegno a reticolo diagonale che dava il nome alla tecnica. La sua popolarità iniziò nel I secolo a.C. e si diffuse per tutto il periodo tardo repubblicano e l’età giulio-claudia. 

Un esempio di opus reticulatum

Già nel 1915 era stato individuato un edificio termale: le cronache narrano Cleopatra intenta nel tepidarium, in compagnia di matrone romane, tra conversazioni leggere e riti isiaci femminili.

Di fronte alle terme venne individuato un piccolo scalo portuale con banchine in calcestruzzo, arginature ciclopiche e pilastri d’ormeggio. Qui stazionava il grande barcone da parata portato da Alessandria, troppo pesante per il Tevere e mai utilizzato. Per gli spostamenti la regina preferiva una barca di servizio o la lettiga portata da schiavi. Del porticciolo restano due cippi di attracco con iscrizioni consolari, oggi al Museo Nazionale Romano. L’infrastruttura ebbe lunga vita: ancora nel Medioevo era in uso, e nel 1483 Papa Sisto IV vi si imbarcò diretto a Ostia.

Qui sotto un frame del documentario in descrizione al link dell’importante scalo fluviale rinvenuto a Lungotevere Pietra di Papa.

Come poteva apparire lo “yacht” di Cleopatra attraccato al molo rinvenuto.

https://www.la7.it/una-giornata-particolare/video/larrivo-a-roma-di-cleopatra-e-cesarione-20-09-2022-452413

Negli ultimi anni sono state effettuate delle scoperte archeologiche significative nell’area golenale del Tevere, tra Ponte dell’Industria (noto anche come Ponte di Ferro) e Ponte Guglielmo Marconi. I reperti più recenti sono emersi durante i lavori per la realizzazione del nuovo Parco fluviale Tiberis.
Le indagini condotte lungo il Lungotevere di Pietra Papa, sulla sponda destra del Tevere, hanno portato alla luce i resti di un’importante area di scalo fluviale romano.
I reperti rinvenuti risalgono a un periodo compreso tra il I secolo a.C. e il II secolo d.C. ed includono resti di domus romane, strutture che facevano parte del sistema portuale di Roma.

Muri in tufo di epoca romana, che secondo i primi rilievi potrebbero appartenere a domus nobiliari o insediamenti abitativi antichi, rinvenuti durante i lavori per la realizzazione del Parco Fluviale Tiberis.

Le scoperte si trovano nell’area golenale, ovvero la porzione di terreno tra il fiume e l’argine, attualmente ricoperta da depositi fluviali e materiali di scarico. Il patrimonio archeologico giace protetto sotto la terra, ma le autorità stanno valutando la possibilità di renderlo accessibile al pubblico attraverso percorsi naturalistici.
Alcuni residenti hanno notato che i reperti archeologici in quest’area non sono una novità, suggerendo che le scoperte odierne confermano la presenza di una stratificazione storica già conosciuta.

CLEOPATRA E LA MODA A ROMA

Profumi, musiche e acconciature esotiche attiravano e scandalizzavano insieme: alcune dame romane cominciarono ad imitarla di nascosto. Cleopatra era, infatti, emulata da molte matrone che vedevano in lei un modello di emancipazione. La regina d’Egitto divenne ben presto protagonista dei salotti romani, in una società dedita al lusso ed ai piaceri, ammirata, criticata e odiata allo stesso tempo.

Scultura romana di Cleopatra VII al Antikensammlung Museum, Berlino (Ph. by Sailko, CC by 3.0, via Wikimedia Commons). Si può vedere la celebrata acconciatura a chignon, da lei ideata.

Influenzò la moda indossando semplici ma conturbanti vesti in lino che ricordavano molto quelle delle sacerdotesse egizie, ma sfoggiando anche vesti sofisticate ed abiti in rosso e giallo per omaggiare con questi colori Roma. Lanciò anche l’uso di acconciarsi i capelli con lo chignon, che, sembra, fu da lei ideato. Introdusse a Roma il culto di Iside, culto che molti Romani accolsero con gioia.

Questo nell’Urbe fu sicuramente il periodo più bello per Cleopatra: l’accoglienza ricevuta fu “pari al suo orgoglio di regina”. “La gente del popolo impazziva d’entusiasmo quando la regina compariva nei Saepta di Campo Marzio o passava nel Foro, fluttuante di veli e issata al pari del simulacro di una dea su una lettiga dorata; per le sue apparizioni sceglieva di solito l’ora sesta”.

MA NON TUTTI AMMIRAVANO CLEOPATRA…

Che la regina egizia ospite di Roma fosse tutt’altro che barbara lo appresero in breve tempo i visitatori ammessi nella villa. Le matrone udirono dalla bocca di Cleopatra un forbito purissimo greco e anche letterati e oratori illustri dovettero ammirare la singolare cultura di lei: si convinsero così che la donna era una degna discendente del grande Alessandro, il discepolo maggiore di Aristotele.

Tuttavia, la società romana, per quanto abbastanza evoluta, non concedeva tanta libertà alle donne, per cui tanta spregiudicatezza di modi fu criticata. I suoi diademi, i colloqui raffinati, l’eleganza del gesto attirano e dividono, e molti, incuriositi, ne subiscono il fascino, facendo la fila per essere accolti nella sua dimora ed ossequiarla.

Il sarcasmo velenoso di Cicerone…
Ma c’era pure chi la temeva e la odiava. La superiorità intellettuale di Cleopatra fu non ultima causa di una dichiarata ostilità verso di lei. Nel patriziato romano essa non ebbe che pochissimi amici: risolutamente avverso le si palesò subito anche uno dei più cospicui ospiti della villa, Marco Tullio Cicerone, il grandissimo oratore e politico, che riassunse l’impressione della sua visita alla regina egizia in una frase intenzionalmente beffarda: “Tutti i nostri mali ci vengono da Alessandria”. Egli, che fu il grande assente alla sua corte in quanto non apprezzava la regina d’Egitto, definì Cleopatra “pericolo pubblico”, la derise come “bassa e col naso a becco” affibbiandole il nomignolo di Crocodyla, donna-coccodrillo, che presto circolò tra il popolo. Un autentico gentleman che oggi avrebbe fatto saltare dalla sedia i sacerdoti del politicamente corretto…

Marco Tullio Cicerone

I famosi doni di adulazione di Cleopatra non riuscirono a migliorare la situazione e Cicerone se ne offese particolarmente, come chiarì in una lettera del 45 a.C.: “Detesto la Regina. Tutti i regali che aveva promesso erano cose note e incompatibili con la mia dignità, le renderò pubbliche se necessario al Foro… non posso pensare senza rabbia all’arroganza della stessa Regina, quando viveva nella villa di Cesare oltre il Tevere, il solo ricordo mi è doloroso”. (Lewis, 118).
Cicerone chiamò gli Horti “giardini della lussuria”, ridicolizzando quella corte suburbana come “scena straniera” trapiantata a Roma. Le voci ironiche correvano tra i senatori, che mal tolleravano la regina d’Egitto accolta sulle rive del Tevere.

Busto di un giovane Ottavio (Museo archeologico nazionale di Aquileia)

…e il gelo di Ottavio
La regina intuì pure un’occulta avversione in un giovanissimo patrizio di appena 17 anni, che venne un giorno a visitarla accompagnato da un suo coetaneo. Il giovane, di bell’aspetto, elegante pur nella semplicità della recente toga virile, guardò la regina senza quel lampo d’ammirazione e di desiderio che essa vedeva sempre apparire anche negli occhi dei maschi più giovani.

Quel ragazzo, che si chiamava Ottavio ed era un nipote di Cesare, parlava sempre pacatamente, come se pesasse ciascuna sua parola e il suo sguardo era sfuggente e gelido. Assai più cordiale appariva il suo compagno: si chiamava Marco Vipsanio Agrippa, era decisamente di costituzione più robusta e si mostrava ciecamente devoto ad Ottavio.

CLEOPATRA, UNA DONNA CONTESA MA ANCHE INGOMBRANTE

Il tempo trascorso da Cleopatra a Roma, assieme a Cesare, rappresentò una grande vittoria per entrambi: Cleopatra dimorava infatti nell’Urbe come ospite e non come soggetta, creando allo stesso tempo un motivo di orgoglio per Roma nell’averla nella Città Eterna e di compiacimento per lei nell’essere in Roma rispettata e onorata come sovrana. Non le era permesso partecipare direttamente alla vita pubblica, ed anche la vita mondana era per lei parzialmente limitata, ma certamente Cleopatra non fu totalmente estranea a nessuna delle due esperienze.

La sua stessa strategia sui movimenti era molto ben delineata. Fin dai primi giorni del suo soggiorno a Roma, Cleopatra aveva iniziato ad uscire soltanto accompagnata da una o due schiave, nelle ore antimeridiane oppure verso il tramonto, per farsi un’idea della città e della sua vita. Roma era gremita di gente, ma all’epoca essa era meno vasta di Alessandria; molti vicoletti erano bui e malsani, al contrario delle ampie vie lastricate di Alessandria, ed anche i nuovi edifici che stavano per essere eretti non avrebbero potuto competere con il Tempio di Iside o i Palazzi dei Tolomei.

Cesare riconobbe pubblicamente Cesarione come suo figlio (anche se non suo erede) e Cleopatra come sua consorte. Poiché Cesare era già sposato con Calpurnia, e le leggi romane contro la bigamia erano rigorosamente rispettate, molti dei membri del Senato, così come il pubblico, furono sconvolti dalla sfacciataggine del dictator.

Dal Palatino, Calpurnia osservava la rivale confinata oltre il fiume. Donna di severo decoro, impose che Cleopatra non mettesse piede nella casa coniugale. Roma mormorava: alcuni graffiti difendevano la moglie tradita, e nei corridoi del Senato si sussurrava la possibilità che Cesare potesse ripudiarla per unire Roma ed Egitto con un matrimonio dinastico. Simbolo di magnificenza per alcuni, minaccia di regalità per altri, Cleopatra regnava negli Horti come una dea vivente.

Cleopatra e Cesare non si curavano di cosa gli altri pensassero di loro. Continuarono ad apparire insieme, in pubblico, anche se la decenza avrebbe suggerito di tenere un profilo più basso.

IL TRIONFO DI CESARE

Arrivò ad un certo punto il giorno della celebrazione che Giulio Cesare organizzò per esaltare i suoi quattro trionfi per le guerre da lui combattute e vinte in Gallia, in Oriente, in Africa e in Italia.

La forzatura del quarto trionfo
Cesare aveva diritto a tre trionfi, ma con tale numero avrebbe eguagliato Pompeo: lo doveva superare. Ma come? C’era, in effetti, una quarta guerra che lo aveva visto prevalere, ed era proprio l’ultima: quella combattuta in Africa contro i suoi avversari politici sopravvissuti alla disfatta di Farsalo. Era stata una lotta durissima, durante la quale il dittatore aveva dovuto affrontare una tenace guerriglia per oltre sei mesi, prima di riuscire a costringere il nemico a una battaglia campale, dove il suo genio aveva finito invariabilmente per prevalere. E la vittoria a Tapso gli aveva permesso di spazzare via grossi calibri dell’opposizione come il suocero di Pompeo, Metello Scipione, e Catone Uticense, che avevano preferito suicidarsi piuttosto che usufruire della proverbiale clementia caesaris.

La battaglia di Tapso. Illustrazione di Igor Dzis.

Si trattava, dunque, di una guerra civile, e sarebbe stato inaudito celebrare un trionfo per la vittoria in un conflitto del genere: nulla avrebbe potuto irritare di più i Romani, che Cesare intendeva invece stupire e compiacere. Eppure il dittatore aveva bisogno di un quarto trionfo per superare Pompeo. Ma l’escamotage per aggirare la legge, la morale e il buon gusto c’era. A fianco dei pompeiani, infatti, si era schierato il re numida Giuba, che aveva portato in dote agli anticesariani schiere di cavalieri leggeri, celeberrimi per la loro dinamicità in battaglia e come esploratori. Anche lui era morto, scegliendo di battersi in un duello all’ultimo sangue con un altro celebre pompeiano, Marco Petreio. Alla fine erano rimasti uccisi entrambi. Ma la caduta del suo regno poteva giustificare il quarto trionfo che Cesare cercava.

Era una chiara forzatura, ma ormai il condottiero era diventato il padrone di Roma e il Senato non aveva la forza di negargli più nulla. Anche perché i suoi soldati erano già dentro l’Urbe, a dispetto di tutte le disposizioni che ne vietavano l’accesso: “Non abbiate timore dei soldati“, sostenne davanti ai padri coscritti, “considerateli nient’altro che una guardia del corpo del mio impero, che allo stesso tempo è anche il vostro“. Cassio Dione racconta: “Dopo di ciò Cesare diede una splendida festa, come si addiceva a tante e così importanti vittorie, e celebrò i trionfi della Gallia, dell’Egitto, di Farnace, di Giuba con quattro spettacoli, che ebbero luogo in quattro giorni distinti“.

Nel corteo il dittatore non mancò di esibire quello che era stato il suo più valoroso avversario, il capo arverno Vercingetorige, che poco dopo sarebbe finito strangolato appena sotto le pendici del Campidoglio, nel carcere Mamertino.

Cleopatra assiste in incognito
Cleopatra volle assistere all’evento, ma in incognito: non comparve dunque nelle tribune patrizie, dove avrebbe dovuto sedere accanto a Calpurnia, ma preferì travestirsi e scegliersi un buon posto lungo la Via Sacra. Non stupisca il fatto che nessuno la riconobbe: si racconta, infatti, che Cleopatra fosse esperta di travestimenti e di trucchi.

Nei quattro giorni del trionfo di Cesare, Cleopatra poté vedere i Romani in preda ad un entusiasmo indescrivibile. Fu un vero e proprio tour de force, che però non iniziò sotto i migliori auspici. Nel primo giorno l’asse del cocchio trionfale si spezzò proprio davanti al tempio della Fortuna, e il condottiero dovette proseguire su un altro carro: la regina d’Egitto ne trasse un funesto auspicio che non cessò poi di angosciarla.

Dietro la biga di Cesare, nel trionfo egiziano, Cleopatra vide passare in catene sua sorella Arsinoe, che aveva osato proclamarsi regina d’Egitto e resistere a Roma, ma la cui vista mosse a compassione il popolo. Le malelingue dissero che Cleopatra non mostrò, invece, alcuna commozione per tale situazione, e per questa venne definita “barbara” per la sua insensibilità agli affetti familiari.

Arsinoe, sorella di Cleopatra, in catene dietro la biga di Cesare.

Si stupì udendo i salaci canti dei legionari che beffeggiavano il loro duce e ne ricordavano certe imprese erotiche per nulla onorevoli. Tornò, infatti, d’attualità l’antica diceria secondo cui Cesare, da giovanetto, era stato l’amante del re di Bitinia Nicomede: “Cesare ha piegato i Galli, ma Nicomede ha piegato Cesare”, era il motto che circolava tra le file dei legionari incolonnati dietro il suo cocchio, e in seguito il dittatore pretese di poter giurare per smentire una volta per tutte quelle voci. Poi si udivano anche grida di questo tenore: “Se ti comporterai bene, sarai punito, se ti comporterai male, sarai re”, facendo riferimento alla sua spregiudicatezza, che gli aveva consentito di raggiungere una posizione sempre più somigliante a quella di un sovrano.

A chiudere le cerimonie venne il trionfo africano, il più imbarazzante in quanto “si trattava di guerre civili di nessun decoro per lui e motivo di vergogna e malaugurio per i Romani”, scrive Appiano. Cesare vi esibì il figlio del sovrano, Giuba II, che poi sarebbe diventato un apprezzato scrittore di lingua greca, nonché re di Numidia per volere di Augusto grazie al matrimonio con Cleopatra Selene, figlia di Antonio e Cleopatra. I Romani storsero il naso nel vedere i cartelloni raffiguranti i protagonisti sconfitti; il trionfatore ebbe tuttavia il buon senso di non ritrarre Pompeo (che dopo la disfatta di Farsalo era fuggito in Egitto ed era stato assassinato per ordine del re Tolomeo XIII), ancora molto amato dai cittadini.

Cesare sapeva essere generoso anche col popolo, e al termine dei cortei trionfali largheggiò con un banchetto da 22mila triclini e ampie distribuzioni di grano e olio. A ogni cittadino diede 400 sesterzi (circa 1.800 euro odierni), 100 in più di quanto aveva promesso, e ai soldati una gratifica straordinaria di 20.000 sesterzi (circa 90.000 euro odierni); ma quando si rese conto che il numero di coloro cui spettava il grano gratuito era cresciuto a dismisura, fece rivedere i requisiti minimi abbattendolo della metà. E mentre la plebe si abbandonava alle libagioni, il dittatore entrò nel foro che portava il suo nome coi calzari ai piedi e incoronato da ghirlande di fiori, poi si trasferì a casa seguito da un corteo di gente comune e accompagnato da elefanti che portavano fiaccole.

UN PERIODO DI GRANDI NOVITA’

Dopo i trionfi di settembre, il Senato nominò Cesare dittatore per dieci anni.
Roma si svegliò il 1º gennaio del 45 a.C. con un tempo nuovo: entrava in vigore il calendario giuliano, elaborato dall’astronomo Sosigene di Alessandria. L’anno viene fissato a 365 giorni, con un giorno aggiunto ogni quattro anni. Quintilis è ribattezzato Iulius, “luglio”, in onore della gens Iulia. L’“annus confusionis” è superato: feste e atti pubblici tornano in ordine.

Cesare si mostra come architetto della res publica. Le riforme sono rapide: municipia, colonie per veterani, debiti, nuove cittadinanze. Intanto i cantieri ribollono: nel Foro di Cesare si alzano i portici, la Curia Iulia prende forma, la Basilica Iulia avanza, mentre il tempio di Venus Genetrix diventa nodo ideologico del nuovo spazio urbano. La città si trasforma in un teatro di pietra, traduzione visibile del potere. Sul Palatino, la domus del dittatore si eleva a rango di futura reggia.

Il Tempio di Venere Genitrice
Dominava il lato di fondo nord-occidentale del Foro di Cesare. Venne promesso in voto da Giulio Cesare alla dea Venere durante la battaglia di Farsalo. Il suo epiteto allude alla mitica discendenza del dittatore, attraverso Iulo, progenitore della gens Iulia, da Enea, figlio della dea, ma si riferisce anche all’aspetto della divinità in quanto legata al rifiorire primaverile della natura.

Inaugurato da Giulio Cesare insieme alla piazza antistante, nel 46 a.C., fu uno dei pochissimi edifici da lui iniziati che il dittatore riuscì a inaugurare prima della sua uccisione. Un passo di Svetonio ricorda come un giorno Cesare ricevette il Senato, ignorando ogni norma dell’etichetta repubblicana, seduto al centro del podio del tempio, come una divinità vivente.

Il Tempio di Venere Genitrice

Del tempio di epoca cesariana si conserva solo il nucleo in cementizio del podio, al quale si accedeva da due scalinate laterali, e alcune tracce dell’abside che si trovava in fondo alla cella, inglobata nelle nuove strutture traianee. Si trattava di un tempio periptero, con otto colonne sulla fronte (ottastilo) e otto sui fianchi, piuttosto ravvicinate (picnostilo, secondo Vitruvio), privo di colonne sul retro (sine postico).
Nell’abside si trovava la statua di Venere Genitrice, opera dello scultore neoattico Arcesilao (Arkesilas).

All’interno del tempio erano presenti numerose opere d’arte, che conosciamo in parte dalle fonti:

  • una statua di Venere
  • una statua di Cesare,
  • una statua in bronzo dorato di Cleopatra,
  • due quadri di Timomaco di Bisanzio (Medea e Aiace, che Cesare pagò ottanta talenti),
  • sei collezioni di gemme intagliate (dactyliothecae),
  • una corazza decorata con perle proveniente dalla Britannia.
I resti del Tempio di Venere Genitrice oggi.

IL CALENDARIO GIULIANO

Sicuramente, l’introduzione del calendario giuliano fu la riforma epocale che più caratterizzò l’operato di Cesare e l’esempio massimo dell’influenza alessandrina a Roma, ed è per questo che dobbiamo dedicare ad esso una breve parentesi.

Il calendario giuliano è un calendario solare, cioè basato sul ciclo delle stagioni. Fu elaborato dall’astronomo greco Sosigene di Alessandria e promulgato da Giulio Cesare (da cui prende il nome), nella sua qualità di Pontefice Massimo, nell’anno 46 a.C. Su Sosigene si hanno poche notizie, al di fuori di quanto ne dice Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia. Pare che l’astronomo fosse molto caro a Cleopatra e che fosse stata proprio la regina d’Egitto a presentarlo a Giulio Cesare. Durante il regno di Cleopatra, Sosigene divenne anche un consigliere della regina, con la quale venne a Roma.
Il calendario giuliano divenne da allora il calendario ufficiale di Roma e dei suoi domini.

Nel calendario giuliano si utilizzano gli anni bisestili per compensare il fatto che la durata dell’anno tropico (o anno solare) non è data da un numero intero di giorni.

Sosigene stabilì che un anno ogni quattro fosse bisestile: in questo modo la durata media dell’anno giuliano risultava di 365 giorni e un quarto. Ne consegue che il calendario giuliano è ciclico ogni 4 anni equivalenti a 365 × 4 + 1 = 1.461 giorni; considerando anche i giorni della settimana, allora il calendario giuliano è ciclico ogni 1.461 × 7 = 10.227 giorni che equivalgono a 4 × 7 = 28 anni (poiché 1.461 non è divisibile per 7, dopo 4 anni le stesse date non cadono negli stessi giorni della settimana). La differenza con l’anno tropico risulta così di soli 11 minuti e 14 secondi circa, una precisione molto accurata per l’epoca.

Il Decreto di Canopo.

La riforma giuliana, in sostanza, riprendeva il calendario egizio riformato dal decreto di Canopo e fissava l’inizio dell’anno il 1º gennaio, mentre prima era il 1º marzo. Infatti, i mesi di Quintile (oggi luglio), Sestile (agosto), settembre, ottobre, novembre e dicembre derivavano i loro nomi dall’essere rispettivamente il quinto, sesto, settimo, ottavo, nono e decimo mese dell’anno.
I nomi dei mesi del calendario giuliano sono quelli derivanti dall’antico calendario romano, con alcune modifiche introdotte dagli imperatori
Il settimo mese (quinto secondo il calendario di Romolo, che veniva chiamato infatti quintilis) fu dedicato a Giulio Cesare nel 44 a.C. per iniziativa di Marco Antonio, l’ottavo (sextilis, il sesto mese secondo il calendario di Romolo) ad Augusto nell’8 a.C. (Lex Pacuvia de mense augusta). Alcuni testi datano il cambiamento di nome di agosto al 26 o al 23 a.C. ma la data della Lex Pacuvia è certa.

Nei secoli il suo uso si estese a tutti i Paesi d’Europa e d’America, man mano che venivano cristianizzati o conquistati dagli europei. Rispetto all’anno astronomico, ha accumulato un piccolo ritardo ogni anno, pari a un giorno ogni 128 anni, a partire dalla sua introduzione nel 45 a.C., così da arrivare a circa 13 giorni nel XVI secolo. Per recuperare i 10 giorni di ritardo accumulati dal 325 d.C., anno del Concilio di Nicea, nel 1582 è stato sostituito dal calendario gregoriano per decreto di papa Gregorio XIII; diverse nazioni, tuttavia, hanno continuato a utilizzare il calendario giuliano ben oltre tale data, adeguandosi poi in tempi diversi tra il XVIII e il XX secolo. Alcune Chiese appartenenti alla Chiesa ortodossa tuttora usano il calendario giuliano come proprio calendario liturgico: da ciò deriva che presso alcune Chiese ortodosse il Natale viene festeggiato il 25 dicembre come nella Chiesa cattolica, presso altre il 7 gennaio. Il calendario giuliano è anche alla base del calendario berbero, tradizionale del Nordafrica.

LA STATUA DI CLEOPATRA NEL TEMPIO DI VENERE GENITRICE

Statua di marmo conosciuta come Afrodite tipo Louvre-Napoli o Venere Genitrice. Si tratta di una copia romana di un originale greco in bronzo attribuito allo scultore Callimaco, risalente alla fine del V secolo a.C. 

Oltre ad essere stata il primo membro della sua dinastia a riconoscere l’importanza della conoscenza della lingua egizia, Cleopatra dimostrò anche un profondo interesse per i bisogni spirituali del suo popolo. L’ultima dei Tolomei, inoltre, trascorse tutta la vita ad enfatizzare i suoi parallelismi con la dea Iside, rafforzando così la sua posizione presso l’élite religiosa e la popolazione locale.

Fin dagli albori della dinastia tolemaica Iside era stata associata a questi regnanti. In particolare, Cleopatra venne rappresentata come Iside per la prima volta a partire dal 47/46 a.C., periodo in cui, come la maggiore tra le divinità egizie, divenne una madre priva di consorte; da questo momento in poi apparirà sempre, durante le cerimonie ufficiali, nelle sue vesti.

Questa premessa è fondamentale per capire ciò che accadde a Roma durante il soggiorno della regina egizia. Il popolo romano gli era sempre più devoto, ma non fu lo stesso per il patriziato. Ammirata come una Venere egizia Cesare in persona la riconobbe come la reincarnazione della grande dea del pantheon egizio, concedendole così uno status divino, e le dedicò anche una statua raffigurante la Venere Genitrice che aveva le sembianze della sovrana egizia rappresentata nei panni della dea. Non fu esattamente una buona idea: una statua d’oro massiccio con le fattezze di Cleopatra, sotto forma della dea Iside, collocato per volere di lui nel tempio di Venere Genitrice, scatenò una bufera di ringhiose proteste. Roma rimase attonita. Per molti fu il segno che Cesare sognava una monarchia dinastica. I più benevoli scorsero in quel gesto soltanto una debolezza da amante, ma secondo altri Cesare stava iniziando a modificare le tradizioni dei culti romani, in un pericoloso sincretismo con la religione ellenica.

Rappresentare Cleopatra come Iside-Venere la collega all’amore, alla bellezza e alla fertilità, rafforzando il suo potere politico e il legame con Cesare.
Sicuramente questo tipo di ritratto serviva a glorificare la figura di Cleopatra, rafforzandone il ruolo di compagna di Cesare e giustificandone l’ascesa al potere, simboleggiando, contemporaneamente, l’unione tra la dinastia tolemaica e quella giulio-claudia, così come la fusione tra cultura romana ed egizia.

L’ASSASSINIO DI CESARE

In largo di Torre Argentina si trovava la curia dove morì Cesare. Una recente indagine ha indicato il possibile luogo dell’assassinio Foto: Manuel Cohen / Aurimages

Intanto, in città cresceva il malcontento politico: agli occhi di Roma, quella corte sul Tevere e l’alleanza col dittatore sembravano preludere a una monarchia capace di minacciare la natura stessa della Repubblica.

Cesare rifiuta la corona.

Gli ultimi anni videro Cesare governare come un monarca di fatto. La città si trasformava tra cantieri e riforme, ma cresceva anche il rancore di chi temeva la morte della Repubblica. Nei fori e nelle tabernae circolava una formula nuova e inquietante: dictator perpetuo.
Inoltre, il popolo, solidale con Calpurnia, vedeva in Cleopatra una rivale pericolosa. Si raccontava che “il conquistatore” sia ormai conquistato.

In due anni Cesare raccolse titoli e onori: console a vita, Pontefice Massimo, capo delle finanze e degli eserciti, pater patriae. Rex non lo fu, ma dictator perpetuus bastò a sancire la fine della res publica.
Ai Lupercali, Marco Antonio tentò di incoronarlo con un diadema: Cesare rifiutò davanti alla folla, ma seggi d’oro, statue tra i re di Roma e il titolo di dictator perpetuo alimentarono l’idea di monarchia.

Il 15 marzo del 44 a.C., ai piedi della statua di Pompeo, il crescendo si compì: un piccolo gruppo di senatori pugnalò Giulio Cesare davanti agli occhi attoniti degli altri loro pari. Il dittatore fu massacrato sia da nemici che aveva perdonato sia da amici che aveva elevato a cariche importanti. Una volta morto Cesare, Bruto camminò verso il centro della curia per parlare, però nessuno rimase ad ascoltarlo. I senatori scapparono terrorizzati accalcandosi alla porta. Fuggirono perché ignoravano quanti fossero i congiurati e quali fossero le loro intenzioni verso i sostenitori di Cesare. Quando i cospiratori se ne andarono per annunciare che Roma era libera dal tiranno, nella Curia, piombata nel silenzio, rimase soltanto quel corpo privo di vita. Verso l’ora sesta l’atriensis (il portiere della villa) di Cleopatra notò un movimento insolito sulla via lungo il fiume: uomini e donne passavano in fretta, chiamandosi ad alta voce. Pochi minuti dopo, due servi rincasarono sconvolti, annunciando l’assassinio di Cesare a colpi di pugnale.

La Morte di Giulio Cesare. Dipinto a olio su tela (400×707 cm) del pittore neoclassico Vincenzo Camuccini, realizzato intorno al 1806 e conservato nel Museo nazionale di Capodimonte a Napoli

Cleopatra, subito avvertita, sembrò perdere per un momento la sua leggendaria calma serafica. Spedì immediatamente un messo al Console Marco Antonio e si ritrasse, sola, nel suo cubicolo. La notizia correva intanto rapida per la città, facendo gravare su strade e piazze una densa aura di sgomento e di desolazione.
Marco Antonio non rispose immediatamente al messaggio della regina: era troppo occupato a studiare la situazione e a cercare di dominarla. Voleva impedire ai congiurati uccisori di Cesare di impadronirsi di quel potere che egli avrebbe desiderato tutto per sé.

IL TESTAMENTO DI CESARE, LA DELUSIONE DI CLEOPATRA

Fu proprio da Marco Antonio che la regina d’Egitto apprese quali fossero state le ultime volontà del suo amato.
Giulio Cesare lasciava 300 sesterzi a ciascun cittadino romano. Nominava suo erede il nipote Ottavio. Destinava una notevole somma anche a Decimo Bruto, uno dei congiurati. Infine, donava al popolo i suoi terreni sulla destra del Tevere, inclusa la villa nella quale proprio in quel momento risiedeva Cleopatra. Il testamento non parlava di lei e non riconosceva Cesarione.

Fu in quel brevissimo lasso di tempo che Cleopatra comprese con grande delusione come le sue aspettative fossero ormai tramontate: lei non sarebbe stata, come aveva sognato di poter essere, al fianco di Cesare, la sovrana di Roma e dell’Egitto, nonché la madre di un grande imperatore. Ormai l’uomo del quale essa ancora poteva far conto era soltanto Marco Antonio: duttile ben più di Cesare, ancora avrebbe potuto darle quel supremo potere per il quale si sentiva nata.

CESARE E CLEOPATRA, UN RAPPORTO LEGGENDARIO

Volendo trarre una conclusione a proposito della relazione tra Cesare e Cleopatra si può sostenere che il dittatore romano amò la regina egizia. Per affermare ciò si può evidenziare che tale sentimento, in alcuni casi, significò per Cesare il danneggiare i propri interessi politici. Il fatto che, in alcuni episodi della sua vita che lo vedono assieme a Cleopatra, Cesare si sia comportato in modo contrario al suo costume costituisce una prova ulteriore di quanto la forza della personalità della regina abbia agito su di lui.

Cleopatra e Cesare

Nonostante tutte le differenze di carattere e di età, Cesare e Cleopatra avevano molto in comune. Li univa soprattutto un marcato orgoglio e una forte volontà di potere, qualità che dalla maggior parte dei contemporanei venivano interpretate come alterigia e disprezzo. Queste affinità di carattere condizionarono i destini di entrambi e possono aver contribuito alla nascita di un legame e di una comprensione reciproca.

La vera ragione della solidità del rapporto tra Cesare e Cleopatra potrebbe però essere stata la condivisione del medesimo sogno. Tutti e due veneravano la figura di Alessandro Magno e non è un mistero che Cesare accarezzasse la realizzazione di grandiosi progetti universalistici simili a quelli nutriti dal Macedone. Ė innegabile, dunque, che tali progetti hanno conferito ai personaggi di Cesare e Cleopatra quella drammaticità e quel fascino capaci di suscitare ancora oggi interesse per la relazione che legò il dittatore romano e la regina egizia.

IL RITORNO IN EGITTO

Da Alessandria, intanto, giungevano notizie di ribellioni contro la regina lontana, mentre Roma era ormai piena di pericoli per lei e per Cesarione, spurio discendente di Cesare che in molti avrebbero voluto eliminare per mettere fuori gioco un futuro scomodo pretendente.

Intanto l’erede testamentario del Divo Giulio, il giovane Ottavio dagli occhi freddi ed ostili, era partito dal suo presidio illirico e si avvicinava a Roma: Cleopatra sentiva che non poteva attendersi nulla di buono e quindi, con pompa assai meno fastosa di quella con cui era sbarcata, la regina d’Egitto spiegò allora le vele verso Alessandria. Sul mare la regina portava con sé verso il Nilo Cesarione e le sue nuove superbe speranze: d’altronde Tolomeo XIV, il quindicenne fratello e nominale marito di Cleopatra, era stato curiosamente assassinato a Roma, da un sicario che in molti consideravano assoldato dalla stessa Cleopatra per avere campo libero.

Con la partenza di Cleopatra da Roma, gli Horti tornarono al silenzio, custodi muti di una delle stagioni più ambigue della città in cui lo splendore d’Egitto aveva messo radici nel cuore dell’Urbe: i pugnali dei congiurati spensero il sogno che negli Horti, oltre il Tevere, aveva già preso la forma di una reggia.

Il denario, coniato da Marco Bruto nel 43-42 a.C., commemora il regicidio e contiene l’iscrizione “idi di marzo”, due pugnali e il pileo, simbolo di libertà Foto: British Museum / Scala, Firenze

NEL PROSSIMO EPISODIO: LA GUERRA CONTRO I CESARICIDI PORTA ALLA FORMAZIONE DEL SECONDO TRIUMVIRATO, IN CUI MARCO ANTONIO, OTTENEDO IL CONTROLLO DELLA PARTE ORIENTALE DEI TERRITORI DELLA REPUBBLICA, NE DIVIENE IL SIGNORE ASSOLUTO. IN TALE CONTESTO, INCONTRA CLEOPATRA, CHE ARRIVA A TARSO CON UNO SFARZOSO CORTEO. ANTONIO NE RIMANE AFFASCINATO E TRA I DUE NASCE UNA RELAZIONE. VI ASPETTIAMO!!!

SE TI SEI PERSO GLI ARTICOLI PRECEDENTI DELLA SERIE “I GRANDI NEMICI DI ROMA”:

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