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I PRETORIANI, LA GUARDIA D’ELITE DELL’IMPERATORE.

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domenica, Aprile 21, 2024

Pretoriani, soldati scelti per difendere la figura dell’imperatore. Talmente famosi che il termine “pretoriano” è ancora oggi utilizzato per indicare informalmente, un ristretto gruppo posto a difesa di un Capo di Stato o un circolo esclusivo di fedelissimi di qualche figura importante del mondo economico e imprenditoriale. Associati al potere e ai privilegi ad esso correlati, essi determinarono in alcuni casi la caduta o l’ascesa al potere degli imperatori. Dipinti come figure sinistre e misteriose, raffigurati con una divisa blu notte che li faceva somigliare a delle SS ante litteram, come nel film “Il Gladiatore”, i Pretoriani fanno risalire le loro origini al III secolo a.C., quindi in piena epoca repubblicana. Infatti, l’antica coorte pretoriana si univa in guerra allo Stato Maggiore dell’imperator, ossia del generale che in quel momento deteneva il comando supremo dell’esercito impegnato in operazioni belliche. Fu solo sotto Augusto – vedremo come e perché – che essa divenne un corpo permanente, composto di nove coorti (il numero non è casuale) comandate da due Prefetti del Pretorio. Di queste coorti, tre erano incaricate di proteggere il palazzo imperiale mentre le altre venivano distribuite nelle residenze imperiali delle città vicine. Il loro numero è variato durante il I secolo d.C. Ve ne erano dodici sotto Caligola, sedici sotto Vitellio. Vespasiano riporterà il loro numero a nove e sembra che Domiziano lo abbia fissato definitivamente a dieci. Reclutate essenzialmente a Roma e in Italia, queste Coorti comprendevano ognuna 480 fanti e 120 cavalieri. Nel 23, Seiano, il potentissimo Prefetto del Pretorio, le fece accasermare tutte insieme a Roma, sul Viminale, in un campo di cui restano ancora gli alti muri in laterizio. La Guardia Pretoriana venne utilizzata per i compiti più disparati: dalla vigilanza sulla sicurezza dell’imperatore, ai servizi segreti, ai compiti amministrativi e di polizia, fino all’aiuto dei vigiles nello spegnere gli incendi. Sulla Guardia Pretoriana, la sua storia, i compiti che svolgeva e sulla famosa Caserma è dedicato questo nuovo articolo, in esclusiva per IQ.

Insegna della Guardia Pretoriana.

TABELLA DEI CONTENUTI

LE ORIGINI

Abituati come siamo ad associare la Guardia Pretoriana alla figura dell’imperatore, spesso dimentichiamo che le sue origini risalgono almeno all’età repubblicana, a cominciare forse da Scipione Emiliano, quando per la prima volta vennero nominati gruppi armati, formati da militari scelti dalle legioni, con il compito di proteggere le più alte cariche cittadine, come i Consoli, i Pretori e i generali.

Sembra, però, che un primo esempio di guardia armata a protezione del regnante sia da ricercarsi alle origini di Roma stessa, durante l’età regia, al tempo di Tarquinio il Superbo, secondo quanto Tito Livio ci racconta (Periochae, ab Urbe condita, libri 1.43). Tuttavia, non crediamo che possa trattarsi degli antenati della Guardia Pretoriana, poiché ogni regnante, in qualsiasi angolo del pianeta, si circondava di una scorta personale.

L’origine del nome

Un esempio di castrum romano in cui è ben visibile il Praetorium.

Pretorio deriva dal latino praetor-oris. Pretore, a sua volta da praeire, andare avanti. Con il termine Praetorium si indica la tenda del comandante del campo, il quartier generale del castrum romano. Per estensione, esso va a rappresentare quindi anche il generale e i suoi più stretti collaboratori, il suo staff e le sue guardie personali, le cohortes pretoriae.

LA X LEGIO DI CESARE

emblema della X Legio di Cesare.

In realtà, questa unità di élite era abbastanza rara fra i generali e i consoli di Roma. Ma la X Legio di Cesare può considerarsi un primo esempio di fedeltà verso la persona di un generale. La X, infatti, diede numerose prove di questa devozione. Quando i Galli chiesero a Cesare di aiutarli a ricacciare oltre il Reno i Germani, egli invitò i legionari alla battaglia ma questi, intimoriti dalla fama feroce e guerriera dei Germani, si ribellarono. Cesare annunciò allora che avrebbe sfidato i Germani portando con sé solo la fedelissima X Legio, che accettò, pur sapendo che da soli sarebbero andati incontro a morte certa. Per l’amore che i soldati portavano a Cesare, e per non apparire codardi, le altre legioni lo seguirono, e Cesare li portò alla vittoria.

Fu la stessa legione che, in memoria di Cesare, seguì prima Marco Antonio e poi Ottaviano. Abbiamo citato la X perché, come vedremo, avrà un ruolo determinante per la creazione della Guardia Pretoriana.

LA GUERRA CIVILE TRA MARCO ANTONIO E OTTAVIANO

Ricostruzione del volto di Marco Antonio.

La guerra civile che seguì la morte di Cesare rappresentò l’inizio di un nuovo percorso per le Coorti Pretoriane, che da quel momento divennero un elemento caratteristico degli eserciti romani. Le fonti ci dicono che Marco Antonio avesse arruolato una guardia personale di 6.000 uomini, garantendo a tutti il rango e la paga di centurione, mentre Ottaviano avrebbe avuto addirittura dalla sua 10.000 uomini come truppe personali.

La X Legio seguì Marco Antonio in Armenia, durante la sua campagna militare contro i Perti e continuò a combattere per lui nella battaglia di Azio (2 settembre del 31 a.C.). Sconfitto Antonio, Ottaviano ne prese il controllo ma fu privata del cognomen di Equestris e venne ribattezzata Gemina.

AUGUSTO E LA NUOVA GUARDIA PRETORIANA

Augusto di Prima Porta. Roma, Musei Vaticani.

Dopo il trionfo finale di Ottaviano, il nuovo signore di Roma, che assunse il titolo di Augusto, stabilì nuove regole per l’arruolamento della sua guardia personale. Tra il 29 e il 20 a.C. il primo imperatore trasse proprio dalla X Legio i primi elementi della Guardia Pretoriana come la conosciamo oggi. I Pretoriani nacquero come graduale istituzionalizzazione delle guardie del corpo che agivano al seguito dei triumviri durante le guerre civili.

Le regole per l’arruolamento
Fino a quel momento, il Pretorio era costituito dai veterani e dai migliori combattenti che avevano dato prova di valore sui campi di battaglia del mondo. Con Augusto si stabilì la consuetudine di arruolare la maggior parte dei pretoriani fra le migliori e nobili famiglie italiche, soprattutto di Umbria, Toscana e Lazio.

Con l’imperatore Claudio i pretoriani provenivano in larga parte anche dalle regioni del nord Italia, come Aemilia, Transpadana e Venetia et Histria. Nel II secolo una gran parte dei pretoriani era ancora di origine italica mentre gli altri erano reclutati in ogni caso nelle province di più antica romanizzazione, come Norico, Gallia Narbonese e Baetica.

Considerato che da Adriano in poi il servizio nelle legioni era sempre più assegnato a provinciali e popoli di frontiera, la Guardia Pretoriana può essere considerata l’ultimo residuo dell’antico esercito romano tradizionale.

Bisognava essere di nobile nascita, avere le conoscenze giuste ed essere alti: mediamente 6 piedi romani, circa 177 cm, secondo gli standard dell’epoca.

Anche il principio del veterano con molti anni di servizio alle spalle venne accantonato, privilegiando arruolamenti in giovane età, dai 17 ai 20 anni. In questo modo si voleva abituare sin da giovani le reclute alla fedeltà assoluta ed esclusiva alla famiglia imperiale.

Si restava in servizio per un tempo minimo di 16 anni, un privilegio rispetto ai 20 – ma anche 25 – anni del servizio da legionario. Il congedo avveniva ogni due anni, il 7 gennaio.

Uno status symbol
Oltre alle caratteristiche già citate, anche la paga era decisamente privilegiata: un pretoriano prendeva uno stipendio doppio rispetto ad un semplice legionario – 750 denari annui con Augusto – mentre un sottufficiale veniva pagato tre volte lo stipendio di un collega di pari grado nell’esercito. Doppia rispetto alla legione era anche la somma donata ai pretoriani congedati una volta terminato il periodo di servizio.
È ovvio, quindi, che militare all’interno della Guardia Pretoriana divenne uno status symbol.

L’ORGANIZZAZIONE DELLA GUARDIA PRETORIANA

Augusto istituì inizialmente 9 Coorti Pretoriane. Il numero di 9 impediva di violare la legge, che vietava di mantenere una legione romana (costituita da 10 coorti) all’interno del perimetro della città. Per motivi di sicurezza tre erano stanziate a Roma e le rimanenti sei in altre città della penisola.

Le Coorti Pretoriane di Augusto erano quingenariae, ossia costituite da sei centurie di 80 uomini ciascuna (480 uomini totali, quasi 500). Tale assetto subì varie modifiche nel corso del tempo. Le iniziali nove Coorti augustee passarono a dodici sotto Caligola e a sedici sotto Vitellio, che aumentò anche l’effettivo di ogni coorte a mille uomini (che da quingenariae divennero miliariae). Furono riportate ancora a nove da Vespasiano, che ritornò all’ordinamento augusteo. Fu sotto Domiziano che il numero delle coorti pretoriane venne fissato a dieci e così rimasero fino all’avvento al potere di Massenzio.

Tribuno militare.

Ogni Coorte era capeggiata da un tribuno militare che, a differenza delle reclute costituite dai giovani e nobili rampolli delle migliori famiglie italiche, nella maggior parte dei casi era stato in precedenza un Primus pilus, vale a dire il più alto rango raggiungibile da un centurione nell’esercito. Uomini del genere potevano forgiare soldati di particolare valore anche dalla recluta più deludente.

Il tribuno militare era coadiuvato da sei centurioni, tra cui il trecenarius, forse il primo dei sei. Il nome deriverebbe, ma la cosa è ancora oggetto di dibattito, dal fatto che egli avrebbe comandato 300 speculatores, ossia il servizio informativo e di intelligence dell’imperatore, con compiti di ricognizione, di messaggeri e di sicari. Figure che potremmo tranquillamente considerare la polizia segreta dello Stato.

Il Prefetto del Pretorio
Le nove Coorti Pretoriane facevano capo al Prefetto del Pretorio (ma più correttamente “Prefetto al Pretorio”). Questa carica poteva essere ricoperta solo da membri dell’ordine equestre. Inizialmente tale carica era collegiale, con due prefetti (i primi due furono Quinto Ostorio Scapula e Publio Salvio Apro). Il Prefetto del Pretorio era in primis un comandante militare, essendo più volte a capo delle proprie forze anche in battaglie campali.

Tuttavia, già a partire dall’età Giulio-Claudia il Prefetto del Pretorio ebbe anche una delega di funzioni civili e soprattutto giudiziarie, attraverso le quali egli risolveva contese di diversa natura, per la maggior parte inerenti a problemi fra comunità in ambito italico. In sostanza. Il Prefetto del Pretorio divenne con il tempo il capo della Cancelleria Palatina, preludendo la svolta “civile” e amministrativa della prefettura del Pretorio tardo-antica. Infatti, sotto Costantino I i prefetti furono privati del loro potere militare diventando amministratori delle grandi prefetture in cui era diviso l’Impero, esercitando la suprema amministrazione della giustizia e delle finanze, il controllo dei governatori delle province. Il tribunale del Prefetto poteva giudicare ogni questione importante, civile o penale, e la sua sentenza era considerata definitiva, al punto che neanche gli imperatori osavano lamentarsi della sua sentenza. Dal punto di vista legislativo, il Prefetto poteva emanare di propria iniziativa edicta (editti), a condizione che non violassero leges (leggi) preesistenti.

La figura del Prefetto del Pretorio crebbe di importanza al punto di detenere un potere secondo solo all’imperatore stesso. A confermare la sua alta posizione era il fatto che gli era concesso di indossare un abito di porpora, che differiva da quello dell’imperatore solo per la lunghezza, che raggiungeva le ginocchia invece dei piedi. Al suo ingresso, tutti gli ufficiali militari si dovevano inginocchiare, un residuo del fatto che il Prefetto del Pretorio in origine non era una carica civile ma, come abbiamo visto, militare.

L’EQUIPAGGIAMENTO

Solitamente si tende a considerare, in virtù dell’alto rango e del prestigio di queste guardie personali degli imperatori, che i Pretoriani usassero un abbigliamento sontuoso, quale la lorica squamata, un’armatura composta da centinaia di scaglie di metallo. In effetti, le corazze a scaglie, almeno fino alla tarda antichità e particolarmente nel periodo alto imperiale, erano la prerogativa di militari di alto rango, quali signiferi e centurioni.

Talvolta il pretoriano era addetto a compiti civili delicati e in questo caso il suo abbigliamento doveva essere discreto: una tunica bianca, un sagum o una paenula (mantello con cappuccio) che bastavano per nascondere un’arma.

L’orgoglio della tradizione
I Pretoriani tenevano a distinguersi dai legionari. Il loro equipaggiamento richiamava volutamente l’antichità: pur essendo nati ufficialmente in età imperiale, i Pretoriani vestivano indumenti di stile repubblicano.

Elmo di tipo Montefortino.

L’elmo che essi indossavano era di tipo Montefortino, retaggio della tradizione repubblicana, dotato di una vistosa cresta, come attestato dalle raffigurazioni a noi pervenute. Tuttavia, si pensa che tale elmo fosse usato poche volte, per lo più in caso di dimostrazioni o parate, mentre nelle situazioni di guerra essi indossassero, secondo le usanze del periodo, un normale elmo legionario.

Lo scudo ovale dei Pretoriani.

Gli scudi potevano essere una piccola parma tonda per il signifer (il portatore delle insegne) o gli speculatores, mentre per i soldati uno scudo esagonale o, molto più diffuso, il classico e grande scudo ovale, anche questo di stile repubblicano, mentre i legionari di epoca imperiale ne indossavano uno rettangolare. Il colore dominante degli scudi era il blu, anche per distinguersi dal rosso dei legionari. Lo scudo era dipinto con i fulmini di Giove o lo scorpione di Tiberio (il suo segno zodiacale, quando li riunì nella caserma del Castra Praetoria). Questo animale, che noi associamo sempre ai pretoriani, sarà sostituito dal leone all’epoca dell’anarchia militare del III secolo, e tale rimarrà sino alla fine di questo Corpo.

Il gladio.

Le armi
Quando montavano la guardia od erano di servizio a Roma, i Pretoriani erano di solito armati di lancia e gladio, non sempre con elmo e corazza, ma durante le campagne militati dell’imperatore avevano un armamento più pesante, di cotta di maglia e poi con lorica segmentata, con gladio e ben due lance pesanti che usavano con estrema precisione.

Fonti iconografiche suggeriscono che il pilum sia stato usato dai Pretoriani fino alla Battaglia di Ponte Milvio del 312. Il pilum era un particolare tipo di giavellotto usato dall’esercito romano nei combattimenti a breve distanza. L’utilizzo di questo giavellotto in un momento storico in cui la grandissima parte delle truppe legionarie si era ormai dotata di lancia, la dice lunga sul tradizionalismo e sul conservatorismo di questa élite militare.

Spatha della fine del II secolo.

Oltre al gladio, i Pretoriani erano dotati di spatha, ossia una spada con lama molto più lunga del gladio, all’incirca 80-100 cm. Essa era per lo più usata dai combattenti a cavallo che permetteva loro, per via della maggiore lunghezza, di colpire il nemico più in basso.

Vi erano gruppi di Pretoriani addestrati come sagittarii, cioè arcieri, sia a piedi che a cavallo. L’uso dell’arco divenne via via più importante nel corso dei secoli, e truppe scelte capaci di essere utilizzate in battaglia come arcieri venivano considerate fondamentali anche all’interno della Guardia Pretoriana.

LA RIVALITA’ CON I LEGIONARI

Più che di rivalità sarebbe più appropriato parlare di disprezzo reciproco. I legionari rimproveravano alle coorti di Roma di essere dei nullafacenti, privilegiati “figli di papà”, di scarso valore, strapagati e codardi, traditori e infedeli, capaci di vendersi come meretrici al miglior offerente e di uccidere imperatori solo per convenienza.

I Pretoriani, invece, rimproveravano i legionari di essere contadini e mezzi barbari, arruolati nelle Province, ai confini del mondo, carne da macello, laddove loro erano orgogliosi rappresentanti del fior fiore della gioventù italica, eredi di quelle stirpi e quelle genti che, unite sotto il nome di Roma, avevano fatto diventare il bacino del Mediterraneo il dominio incontrastato dell’Urbe.

Il senso di superiorità
In virtù di un addestramento serrato e severissimo, i Pretoriani si consideravano combattenti eccezionali, truppe d’élite, l’ultimo residuo e gli eredi diretti della fanteria italica romana, capace di sconfiggere i più potenti eserciti del mondo allora conosciuto.

Allo stesso tempo, essi si consideravano i garanti della legittimità dello Stato e dell’equilibrio fra i poteri di Roma. È vero che spesso avevano assassinato imperatori, ma in diverse occasioni lo avevano fatto perché secondo loro l’imperatore si era dimostrato inadeguato, indegno del suo compito, avendo vessato popolo e Senato, andando contro i compiti che gli venivano richiesti dalla res publica. E loro, ultimo baluardo dello Stato Romano, erano dovuti intervenire per ripristinare l’equilibrio spezzato. Questo il loro punto di vista, anche se le cose non andarono proprio così, come vedremo in seguito.

Settimio Severo.

Questo senso di superiorità durò fino a Settimio Severo, quando il reclutamento della Guardia Pretoriana fu esteso anche ai provinciali asiatici, africani e danubiani. Secondo alcuni storici, questo cambiamento portò a Roma persone di basso livello, come ci riferisce Dione Cassio, contemporaneo degli eventi, il quale afferma sdegnato che la Roma del III secolo era divenuta piena di soldati rozzi, intrattabili, dalla lingua incomprensibile, barbari dal comportamento inurbano ammassati nella Capitale, e lamenta che “ora la gioventù italica deve dedicarsi al banditismo e alla carriera gladiatoria piuttosto che al servizio militare”.

I COMPITI DELLA GUARDIA PRETORIANA

I Pretoriani costituirono la guardia d’onore, la milizia politica e la punta di diamante dei reparti combattenti al servizio non solo del principe ma dell’istituzione imperiale stessa.

Oltre al servizio di protezione personale dell’imperatore e dei suoi generali e prefetti, la Guardia Pretoriana manteneva l’ordine nei circhi e nei teatri, riscuoteva le tasse in aggiunta ai pubblicani, montava la guardia alle statue degli imperatori, interveniva per sedare risse o sommosse, e aiutava le Coorti urbane e i vigiles a spegnere gli incendi, senza tralasciare l’azione sul campo durante le guerre, come truppe d’élite ed elemento risolutivo di situazioni critiche.

Vera e propria polizia militare dell’epoca, i Pretoriani furono determinanti per debellare alcuni pericolosi gruppi di banditi (latrones), tremenda piaga sociale che minava i commerci e la sicurezza delle strade, e a causa della quale molti imperatori inviavano spesso interi distaccamenti di Pretoriani. Le fonti ci parlano infatti di Bulla Felix e di Maternus, due famosi banditi, le cui attività criminose vennero stroncate proprio dall’azione delle Coorti Pretorie.

I PRETORIANI E LA SICUREZZA DELL’IMPERATORE

In età alto imperiale una delle Coorti pretoriane era sempre di guardia al Palatino, a turno. C’erano anche dei picchetti notturni composti da fanti e cavalieri. I tribuni della Coorte di turno ricevevano la parola d’ordine e, per far ciò, si presentavano davanti all’imperatore cinti della spada di cavaliere. In linea di massima, il cambio della guardia aveva luogo tutti i giorni all’ottava ora. La Coorte di guardia si toglieva il mantello militare (sagum) e indossava la toga. Quando il principe soggiornava in una villa o in uno dei suoi giardini fuori dal Palatino, un distaccamento delle Coorti l’accompagnava e gli ufficiali alloggiavano con lui.

Un Pretoriano di guardia.

Tuttavia, i Pretoriani non scortavano il principe fin nell’aula del Senato. Nei primi tempi, Augusto vi entrava indossando soltanto una corazza sotto la toga e un gladio alla cintura, circondato da dieci senatori scelti tra i più robusti.

Claudio cenava, in città, circondato da Pretoriani armati di lance e si faceva servire da soldati. Quando si recava a far visita ad un malato, egli faceva ispezionare la stanza, tastare i cuscini, scuotere le coperte. Faceva perquisire gli uomini, le donne, i bambini e le bambine che venivano al Palatino per fargli visita in famiglia.

Un distaccamento della Guardia Pretoriana accompagnava Galba quando si recava a cena a casa di Otone. Ma questi ne approfittava per assoldare i Pretoriani gratificando ognuno con una moneta d’oro: grave minaccia per l’avvenire immediato di un imperatore (Galba) che era considerato un po’ troppo avaro…

A volte, la sicurezza del principe lasciava a desiderare. Sotto il regno di Claudio, in piena notte, fu sorpreso un uomo del popolo armato di pugnale proprio vicino alla camera da letto del principe. In un’altra occasione, la Guardia Pretoriana sventò i piani di due cavalieri che si apprestarono ad aggredirlo, l’uno con un bastone all’uscita del teatro, l’altro con un coltello da caccia mentre faceva un sacrificio al tempio di Marte. Un altro cavaliere, munito di gladio, si mescolò alla folla venuta a salutare l’imperatore: scoperto, arrestato, torturato, si rifiutò di parlare.

IL POTERE DEI PRETORIANI SULL’ELEZIONE E LA CADUTA DEGLI IMPERATORI

Abbiamo già visto come i Pretoriani si considerassero l’ultimo baluardo dello Stato romano in quanto discendenti degli antichi legionari italici. Proprio in virtù di questo pensiero, essi arrivarono al punto di interferire al massimo livello, decidendo di deporre e di eleggere nuovi imperatori. Tuttavia, non dobbiamo lasciarci ingannare da queste motivazioni idealistiche: dalle fonti sappiamo che molte delle loro sommosse e congiure ai danni dell’imperatore di turno erano dovuti al soddisfacimento delle loro richieste, che fossero di privilegi e donativi. Invischiati nei più efferati atti di sangue, essi influenzarono il corso della storia imperiale romana. Vediamo qualche esempio.

Proclamazione dell’imperatore Claudio da parte dei Pretoriani. Artista L. Alma-Tadema. Olio su tela, 1867. Collezione privata.

I Pretoriani intervennero per eleggere e deporre imperatori per la prima volta nel 41 con l’uccisione di Caligola e l’acclamazione di Claudio che elargì 15.000 sesterzi ad ogni Pretoriano.

Il 15 gennaio del 69, insieme ad altri reparti dell’esercito, uccisero Galba ed acclamarono Otone (quello che li gratificava con una moneta d’oro).

Essi furono coinvolti anche nell’uccisione di Commodo, dopo avergli inizialmente salvato la vita ed averlo sostenuto nei primi anni di governo.

Busto marmoreo di Pertinace.

Nel 192-93, i Pretoriani giunsero al massimo grado del loro potere con l’uccisione del valoroso Pertinace, da loro stessi proclamato, e con la vendita all’asta del trono imperiale, una irriverente sfida all’onore della Roma imperiale. Si aggiudicò la porpora imperiale Didio Giuliano, che aveva promesso donativi maggiori del suo concorrente, Flavio Sulpiciano.

All’avvicinarsi a Roma di Settimio Severo, proclamato imperatore dalle legioni, i Pretoriani abbandonarono Didio Giuliano e obbligarono il Senato a dichiararlo decaduto. Il nuovo imperatore, dichiaratosi vendicatore di Pertinace, fece sfilare i Pretoriani disarmati fuori le mura di Roma e li sostituì, come abbiamo visto, con truppe di origine asiatiche, africane e danubiane, con le conseguenze lamentate da Dione Cassio.

Anche Caracalla fu ucciso dai Pretoriani, così come Eliogabalo (figura che abbiamo già trattato in un recente articolo, per chi vuole approfondire).

Nel 238, i Pretoriani elessero Gordiano III imperatore, ucciso poi dal Prefetto del Pretorio Filippo l’Arabo nel 244 durante la marcia verso Ctesifonte (capitale dell’Impero sasanide) con l’appoggio dei legionari esausti della lunga campagna militare.

EPISODI DI VALORE

Gli esempi citati gettano una luce sinistra su questo corpo scelto. Tuttavia, vanno registrati anche episodi di valore, poiché in presenza di governanti autorevoli e carismatici, la Guardia Pretoriana dimostrò tutta la sua fedeltà e generosità in molteplici occasioni.

Si ricordano le gesta compiute dai Pretoriani di Otone, che si suicidarono di fronte alla sua pira funeraria, o la lealtà dei Pretoriani di Alessandro Severo, ma soprattutto l’eroico ardimento degli ultimi Pretoriani di Massenzio, che si fecero massacrare dalle soverchianti truppe di Costantino fino all’ultimo uomo pur di difendere il loro imperatore, senza cedere di un millimetro rispetto alla linea di schieramento.

IL CASTRA PRAETORIA, LA CASERMA DELLA GUARDIA PRETORIANA

L’angolo nord-ovest del muro di ronda dei Castra Praetoria.

A questo punto, è impossibile non parlare della famosa Caserma dei Pretoriani, il Castra Praetoria. Questa caserma venne costruita tra il 20 e il 23 d.C. da Tiberio su consiglio del potente Prefetto del Pretorio Seiano, per radunarvi le nove Coorti Pretoriane. Fu in questa occasione che i Pretoriani assunsero come simbolo lo scorpione, il segno zodiacale di Tiberio. Come nelle legioni, i Pretoriani alloggiavano quindi in un accampamento dove si svolgevano le esercitazioni militari: ma la differenza però stava nel fatto che i Castra Praetoria non si trovavano sul confine, esposti agli attacchi dei barbari, ma a Roma, il centro economico e politico dell’Impero, dove essi potevano usufruire delle terme e dei giochi nell’anfiteatro.

La Caserma era costruita tra il Viminale e l’Esquilino, al di là delle Mura Serviane. Il campo misurava 440×380 metri e presentava verso ovest un’area per le esercitazioni. Le mura del castra, alte sotto Tiberio dai 3 ai 5 metri, furono danneggiate durante la guerra civile e ricostruite da Vespasiano.

Quando Aureliano fornì di mura l’Urbe, l’accampamento dei Pretoriani fu inglobato nel loro percorso.

All’interno del Pretorio si custodivano le insegne militari (signa) nonché i fondi del reparto (nell’aerarium) e le armi (nell’armamentarium).

Pianta del Castra Praetoria.

La dimora del comandante era un vasto edificio con ambienti aperti su uno o più cortili secondo un sistema assiale.

All’interno del castro vi erano i santuari dei vari Dèi, a secondo delle preferenze dei Pretoriani. Uno dei culti più amati da essi fu quello di Mitra.

Quando Costantino sciolse definitivamente la Guardia Pretoriana, fece smantellare la caserma, simbolo stesso della Guardia, con la distruzione delle mura sud e ovest (in realtà il Castro Pretorio si trovava a discreta distanza, a nord est del Viminale, fuori dal pomerio serviano e incluso nella cinta aureliana).

I Castra Praetoria oggi
L’antica caserma, oltre ad aver dato il nome all’odierno Rione del Castro Pretorio, è oggi sede del Raggruppamento Logistico Centrale dell’Esercito Italiano, e pertanto può vantarsi di essere la più antica caserma al mondo ancora presidiata da militari.

LA FINE DELLA GUARDIA PRETORIANA

Abbiamo “spoilerato” più volte, nel corso di questo articolo, quale fu la sorte di questo affascinante Corpo. Tuttavia, vale la pena ripercorrere le tappe che portarono alla sua fine, la più gloriosa di questa Guardia d’élite.

Gruppo dei tetrarchi (scultura di porfido, oggi alla Basilica di San Marco a Venezia)

All’inizio del IV secolo d.C., le dieci Coorti Pretoriane risultavano sparse ai quattro angoli dell’Impero. Era l’epoca della cosiddetta Tetrarchia, introdotta da Diocleziano, in base alla quale governavano due Augusti e due Cesari, ognuno dei quali dominava una fetta di Impero Romano da una sua “capitale”, con due Coorti Pretoriane giunte da Roma e al servizio della propria corte come guardia personale. A presidio di Roma e con un ruolo di rappresentanza simbolica restavano altre due Coorti, i cosiddetti remansores (i “rimanenti”).

Nel 306 Massenzio fu acclamato proprio da queste due ultime Coorti rimaste a Roma, oltre che dalle Coorti Urbane, dal popolo e dal Senato. Massenzio ripristinò a dieci le Coorti presenti nell’Urbe, arruolando in massa soldati di origine italica, come testimoniato dalle numerose epigrafi. Egli ribattezzò questa unità di élite, fondamento del suo potere, “Coorti Romane Palatine”, legando indissolubilmente il nome di questi soldati alla città di Roma e al Palatium imperiale sul Colle Palatino.

Da sinistra: Guardia Pretoriana, Massenzio e un Tribuno Pretoriano. Come si può vedere, l’abbigliamento è diverso da quello dell’Alto Impero e si avvicina a quello del Medioevo.

A Ponte Milvio, il 28 ottobre del 312, i Pretoriani di Roma combatterono con coraggio e determinazione straordinarie, conquistandosi la stima dello stesso Costantino, che rimase stupito dalla loro tenacia e forza. Quando la battaglia volse al peggio per l’esercito italico e molti soldati si diedero alla fuga, solo i Pretoriani rimasero saldi sulla posizione, venendo accerchiati e poi massacrati, come abbiamo visto, dai Costantiniani, continuando ostinatamente a non cedere.

Battaglia di Ponte Milvio.

Ormai vittorioso, Costantino stesso pose fine al massacro, ammirato dallo straordinario coraggio dei valorosi avversari. I pochi superstiti vennero privati del loro rango e dei loro privilegi e inviati come limitanei sulle frontiere del Reno. Ma non furono giustiziati.

Costantino sciolse definitivamente la Guardia Pretoriana. Da quel momento in poi la città di Roma resterà priva di truppe fisse, con le imponenti Mura Aureliane ancora in piedi, ma senza un esercito accampato in città che potesse presidiarle stabilmente, rendendo l’ormai ex capitale dell’Impero vulnerabile ai futuri saccheggi da parte di rozzi barbari che da lì a pochi anni profaneranno il suolo sacro dell’Urbe.

Il posto dei Pretoriani fu assunto dalle Schole Palatine, unità di cavalleria d’élite al diretto comando dell’imperatore e di cui costituivano un elemento della sua Guardia Palatina che in seguito vita lunga a Bisanzio. Ma questa è un’altra storia.

Pretoriani, cosi come vennero immaginati nel film “Il Gladiatore”, di Ridley Scott – 2000.

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