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Anche i giocattoli invecchiano: a Milano la mostra sulle icone della cultura pop trasfigurate.

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Se non fosse vero, il progetto ideato da Federico Ghiso per la fase conclusiva di Toystellers, un libro di storie di collezioni e collezionisti, potrebbe sembrare la trama di un episodio di Twilight Zone. Il pubblicitario di successo che fa invecchiare e ringiovanire i volti delle action figure e delle bambole rievoca la classica vicenda narrata nel Ritratto di Dorian Gray, con la differenza che qui si tratta di una versione 3.0 del romanzo di Oscar Wilde, con l’intelligenza artificiale come coprotagonista.

Federico Ghiso. Photo Alice Zingaretti.

Il progetto pop di Federico Ghiso, tra vecchi giocattoli e AI

Ideatore di un elaborato progetto di matrice letteraria, Ghiso ha dato vita a una raffinata operazione sviluppata su diversi piani di lettura, dove realtà e fantasia si incontrano a più riprese. La principale differenza tra il progetto di Ghiso e il romanzo è che in questo caso l’oggetto del ritratto non corrisponde a un avatar dell’artefice del progetto, bensì a quello del referente della propria passione ludica. Ghiso sostituisce a un possibile volto invecchiato o ringiovanito quello dei personaggi con cui ha giocato da piccolo. In tal modo fa una complessa operazione con i volti dei suoi ricordi: sceglie Barbie e Big Jim, che in teoria appartengono a un tempo ormai lontano e che dovrebbero quindi essere rimasti immutati, cristallizzati all’epoca del tempo perduto, e con la AI li stravolge, facendoli diventare vecchi o bambini, contraddicendo la cronologia, facendo impazzire le lancette della memoria.
Il progetto Toystellers è in parte autobiografico. Lo si evince dal fatto che nel repertorio di immagini ci sia anche un’action figure di Ghiso, capace di orchestrare una mise en abyme dove si confondono i confini. Suggestioni autobiografiche, passioni vissute da piccolo e ritornate da grande, giochi letterari e storytelling sono gli elementi di base di questa ricerca, dove l’artefice ha il coraggio di profanare il mondo perfetto dei giocattoli, dove si è belli o brutti, senza mezzi termini.

Superman di Federico Ghiso. Cm 70×60. Stampa su gomma trasparente con retro di smalto bianco.

La mostra di Federico Ghiso al WOW

Ghiso evita la perfezione forzata dei volti delle bambole, calate nel mondo vero. In tutto questo ha un ruolo fondamentale l’intelligenza artificiale, che in un certo senso è l’aggiornamento degli incantesimi di Samantha, la moglie del pubblicitario della serie tv Vita da strega. Nei ritratti di Ghiso, esposti nella mostra Toystellers – Forever Youngdal 7 giugno all’8 settembre a Milano, al Museo del Fumetto, c’è qualcosa di magico: la capacità di relativizzare il mondo, mostrandolo come lo vedrebbe un bambino.
Estremizzando, un bambino percepisce la Barbie come una signora di una certa età. E Ghiso allora fa invecchiare senza mezzi termini la bambola, sostituendo al volto reale quello percepito. Vale anche il processo inverso, quello del ringiovanimento: Big Jim viene presentato con il volto di un ragazzino, proponendo un’immedesimazione dell’eroe delle mille avventure con i tratti somatici di chi lo faceva muovere. È un gioco di punti di vista, che sposta continuamente il fuso orario della memoria. Un gioco delicato, che richiede una grande cultura e una grande attenzione.

4 Seasons di Federico Ghiso. Cm 50×60. Stampa su gomma trasparente con retro di smalto bianco.

L’omaggio di Federico Ghiso alle icone pop

Questo processo crea un inedito cortocircuito tra Proust, Bergson e i giocattoli degli Anni ’70, perlopiù della Mattel e della Mego: Ghiso nobilita profondamente il giocattolo, sdoganato ed eletto a oggetto d’arte. Con ritratti che sono stampati su gomma, perché, come dice Ghiso, “mi piace vivano come opere d’arte sulla stessa materia della quale in sono fatti”.
I giocattoli degli Anni ‘60 e ‘70 incorporano una serie di codici presenti nella Pop Art, ma non solo: gli ArtWork di molte scatole sono eccellenti esempi di storytelling tra arte e fumetto, e le composizioni che si ammirano dietro le finestre in plastica riecheggiano i repertori della valigia di Marcel Duchamp e delle scatole (le shadow boxes) di Joseph Cornell. Ma soprattutto, le action figure hanno ambizioni da scultura.
È come se i giocattoli della nostra infanzia, sfuggiti a un fastidioso elisir di lunga vita, si fossero appropriati del piacere di non essere più eternamente giovani e fossero invecchiati con noi.

Mario Gerosa

Fonte: ARTRIBUNE.COM

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