LA TOMBA PERDUTA DI ALARICO, IL RE BARBARO SEPOLTO CON UN TESORO CHE NESSUNO HA MAI TROVATO.

25 tonnellate d’oro, 150 di argento: un tesoro valutato di 250 miliardi di euro che, secondo la leggenda, si troverebbe sepolto sotto il fiume Busento, a Cosenza, Calabria. Ma è verosimile?

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Alarico. Immagine di fantasia generata dall’IA

È notte lungo il corso del fiume Busento. Le torce si riflettono sull’acqua mentre centinaia di uomini scavano nel silenzio, sorvegliati da guerrieri armati. Poco distante, accampato nell’oscurità, riposa l’esercito visigoto che ha compiuto l’impensabile: Roma è stata saccheggiata.

Per la prima volta dopo quasi ottocento anni, la città eterna ha visto entrare un nemico straniero dentro le sue mura. Statue abbattute, palazzi violati, templi spogliati delle loro ricchezze.

A guidare tutto questo è stato Alarico I.

Ora però il conquistatore è morto. Improvvisamente, lontano da Roma e dalla gloria.

Secondo la leggenda, i Visigoti decisero di seppellirlo in segreto insieme a una parte del tesoro sottratto alla capitale dell’Impero (25 tonnellate d’oro e 150 d’argento, oltre a migliaia di gioielli preziosi e monili, per un valore stimato intorno ai 250 miliardi di euro). Il corso del fiume venne deviato e venne scavata una tomba nel letto asciutto. Alarico vi fu deposto con il suo cavallo, armi e oro. Poi le acque tornarono a scorrere sopra di lui. Gli uomini che avevano scavato la sepoltura — racconta la tradizione — furono uccisi, affinché nessuno potesse mai rivelarne il luogo.

Da sedici secoli, quella tomba non è mai stata trovata.

Per secoli la sua ricerca ha ossessionato storici, cacciatori di tesori, archeologi e governi. Perfino i nazisti dell’Ahnenerbe, la sezione (pseudo)storico-esoterica delle SS a cui abbiamo dedicato un intero articolo, fecero sopralluoghi lungo il corso del fiume, con lo scopo di ritrovare un simbolo potente della loro storia germanica, ma non trovarono nulla.

In questo nuovo articolo della Rubrica di divulgazione “La Stele di Rosetta”, pubblicata da IQ, parleremo della figura di Alarico, del sacco di Roma (l’11 settembre dell’Impero d’Occidente), della sua improvvisa morte e leggendaria sepoltura. Parleremo anche delle ricerche attuali e delle polemiche, anche politiche, che ruotano attorno alla realizzazione, a Cosenza, di un Museo dedicato ad Alarico…in cui non ci sarà alcun reperto. Parleremo delle ipotesi verosimili sull’ubicazione della tomba e spiegheremo perché non esisterebbe un tesoro del genere. Il tutto, come sempre, accompagnato da immagini e contenuti multimediali. Buona lettura!

La leggendaria sepoltura di Alarico. Incisione dell’artista tedesco Heinrich Leutemann, pubblicata nel XIX secolo.
INDICE DEI CONTENUTI

CHI ERA ALARICO, L’UOMO CHE UMILIO’ ROMA

LE CAMPAGNE MILITARI DI ALARICO

LA PRIMA INVASIONE DELL’ITALIA

LA SECONDA INVASIONE DELL’ITALIA

ROMA SOTTO ASSEDIO

IL NOSTRO 11 SETTEMBRE: IL SACCO DI ROMA DEL 410 d.C.

ARCHEOLOGIA DEL SACCO DI ROMA

UN EVENTO TRAUMATICO

UN BOTTINO INCREDIBILE

LA MORTE IMPROVVISA DI ALARICO

LA LEGGENDA DELLA TOMBA SOTTO IL FIUME

LE RICERCHE DEL TESORO

ALARICO E I NAZISTI

LE RICERCHE CONTEMPORANEE

IPOTESI ALTERNATIVE…

…E POLEMICHE POLITICHE: IL MUSEO DEL NULLA

IL “NO” DEL MINISTERO DELLA CULTURA

UN TESORO CHE NON ESISTE

E ALLORA, CHE FINE AVREBBE FATTO IL TESORO DI ALARICO?

IL FASCINO DELLA TOMBA DI ALARICO

IL FIUME E IL SILENZIO

CHI ERA ALARICO, L’UOMO CHE UMILIO’ ROMA

Per comprendere il peso della leggenda bisogna capire chi fosse davvero Alarico. Egli non era semplicemente un “barbaro” nel senso tradizionale del termine, ma il prodotto di un mondo in trasformazione. I Visigoti, infatti, avevano vissuto a lungo dentro l’orbita romana, conoscendone la cultura e combattendo nell’esercito imperiale.

L’isola di Peuce, compresa tra gli affluenti San Giorgio e Sulina del Danubio

Abbiamo scarse notizie di Alarico nel periodo antecedente al 395 (anno in cui gli Unni attraversarono il Danubio); per lo più vaghe allusioni contenute nei panegirici di Claudiano, il quale ci informa che Alarico nacque sull’isola di Peuce, sul Danubio. Secondo un tardo storico del VI secolo, Giordane, Alarico apparteneva alla dinastia dei Balti. Il suo popolo era stato costretto dalle invasioni degli Unni (come abbiamo visto nell’articolo dedicato ad Attila – clicca sul link per approfondire) a chiedere ospitalità ai Romani nel 376, anno in cui furono insediati in Tracia in seguito a un accordo con l’Imperatore Valente. Nel 382 un nuovo trattato tra i Goti e l’imperatore Teodosio I li riconosceva come alleati (foederati o symmachoi), permettendo loro di insediarsi in alcune province dell’Impero e di godere di una parziale autonomia in cambio dell’impegno di assistere militarmente l’Impero nelle battaglie come contingenti mercenari alleati.

Fin dalla nascita, Alarico aveva sentito parlare con riverenza e timore di Roma, dei suoi imperatori e delle sue conquiste; diventando adulto e servendo sotto svariati generali romani, giungendo anche al comando di un reparto ausiliare goto, egli aveva compreso che il motivo della grandezza di Roma non stava solo nelle armi, ma soprattutto nella legge e nella disciplina, senza le quali l’Impero romano non avrebbe mai ottenuto i successi raccolti.

Solido aureo raffigurante Teodosio I

Da giovane, Alarico servì nell’esercito imperiale e partecipò probabilmente anche alla Battaglia del Frigido combattendo per l’imperatore d’Oriente Teodosio I. Dopo la morte di Teodosio, però, i rapporti tra i Visigoti e l’Impero peggiorarono rapidamente. Infatti, durante il loro viaggio di ritorno nelle loro terre di insediamento in Tracia Settentrionale, il loro malcontento nei confronti dell’Impero cominciò a crescere. Essi temevano che l’imperatore Teodosio li avesse schierati in prima linea al solo fine di indebolirli in maniera da approfittarne revocando loro l’autonomia. Avendo perso 10.000 dei loro soldati al Frigido, i Goti intendevano rivoltarsi in modo da mettere al sicuro la loro autonomia all’interno dei confini dell’Impero, prima che i Romani ne potessero approfittare. A dire di Zosimo, lo stesso Alarico era scontento per il fatto che non gli fosse stata assegnata da Teodosio una carica militare romana (Alarico verosimilmente ambiva a quella di magister Militum, ossia comandante supremo). Arrivati in Tracia, i Goti decisero di rivoltarsi apertamente. Fu forse in quel momento che Alarico fu nominato loro re; di certo, al di là del titolo regale o meno, era il loro capo militare.

LE CAMPAGNE MILITARI DI ALARICO

Migrazione principale dei Visigoti

Non è certo questa la sede per approfondire tutta la serie di passaggi che hanno portato il barbaro ammiratore di Roma al suo saccheggio. Tuttavia, è doveroso riassumerne le tappe fondamentali. Ricordiamo che il suo obiettivo iniziale non era distruggere l’Impero, ma ottenere un ruolo ufficiale, territori per il suo popolo e legittimità politica.

Costantinopoli

All’inizio del 395 i Goti di Alarico, in rivolta, marciarono minacciosamente su Costantinopoli, devastandone le campagne circostanti e dal cui territorio si ritirarono solo in seguito ai negoziati condotti da Flavio Rufino, prefetto del pretorio d’Oriente e reggente del nuovo imperatore d’Oriente Arcadio.

Grecia

Allontanatisi da Costantinopoli, i Goti si diressero minacciosamente verso la Macedonia e la Tessaglia, devastandole. In Tessaglia, Alarico si trovò a fronteggiare l’esercito di Stilicone (una figura interessantissima che approfondiremo in un prossimo articolo), che all’epoca comprendeva sia le legioni d’Occidente che quelle d’Oriente. Ma intrighi di Palazzo costrinsero il generalissimo d’Occidente a ritornare in patria senza poter affrontare il barbaro.

Nel frattempo, Alarico passò agevolmente il passo delle Termopili e devastò agevolmente l’intera Grecia giungendo ad Atene, astenendosi però dal saccheggiarla e partendo dopo alcuni giorni di permanenza.

Alarico ad Atene, dipinto di Ludwig Thiersch.

Alarico saccheggiò in seguito Sparta, Argo, Corinto e le città circostanti. Claudiano sostiene che Corinto fu data alle fiamme dai Goti di Alarico. A questi saccheggi si accompagnò anche la devastazione dei templi pagani da parte dei Goti di Alarico: fu proprio l’invasione della Grecia del 396 di Alarico, secondo il sofista, filosofo e storico greco Eunapio, a determinare la fine delle celebrazioni dei misteri eleusini (riti religiosi segreti e annuali celebrati nell’antica Grecia, incentrati sul culto di Demetra e Persefone a Eleusi, basati sul mito del rapimento di Persefone da parte di Ade che offrivano agli iniziati la speranza di una vita migliore dopo la morte, celebrando cicli di morte e rinascita)

Stilicone, questa volta, interviene

Valva proveniente dal dittico di Monza raffigurante un generale tardo romano tradizionalmente identificato con Stilicone

Nel 397, Alarico fu però affrontato in Acaia da Stilicone, sbarcato a Corinto con un potente esercito rinforzato dall’arruolamento di numerosi mercenari barbari reclutati dalle tribù germaniche al di là del Reno. Alarico fu accerchiato da Stilicone su un colle nei pressi di Pholoe in Arcadia, e sembrò essere in trappola. Stilicone, tuttavia, esitò a dare il colpo di grazia ad Alarico, e in qualche modo il re dei Goti riuscì a sfuggire all’accerchiamento romano.

Il trattato di pace e la carica di Magister Militum

Verso la fine del 397 o negli inizi del 398, Alarico firmò un nuovo trattato di pace con Costantinopoli, ottenendo, in cambio della cessazione della rivolta e dei saccheggi ai danni delle province romane, una carica militare romana per sé e nuove terre di insediamento in Macedonia a condizioni più favorevoli per il suo popolo. Si ritiene generalmente che Alarico ricevette la carica di magister Militum per Illyricum; secondo una ipotesi alternativa, invece, Alarico avrebbe ricevuto la carica di praeses et dux oppure semplicemente quella di dux. Alarico approfittò della carica militare romana ricevuta per fornire armi di produzione romana ai suoi guerrieri goti, rinforzando notevolmente la propria armata di foederati a scapito del governo centrale romano.

Come funzionario imperiale, amministratore e comandante, la sua inquietudine barbarica si sarebbe dovuta placare, ma non fu così. Alarico, in quanto ariano, non riuscì mai ad integrarsi nel dominante ambiente cristiano; in quanto nomade e ansioso di trovare una patria definitiva per il suo popolo, poi, non poteva accontentarsi di un incarico burocratico che aveva sistemato lui, ma non la sua gente. Alarico si riteneva degno d’aspirare a più alti incarichi, sempre tuttavia nell’ambito dell’Impero e delle sue leggi: l’idea della romanità era entrata nel suo sangue, pensando di potersi riscattare per sempre dalla sua condizione.

LA PRIMA INVASIONE DELL’ITALIA

Nel novembre 401, i Visigoti di Alarico, abbandonando l’Illirico, invasero improvvisamente l’Italia. Le laconiche fonti antiche non chiariscono i motivi di questa invasione e tra gli storici moderni, le teorie sono molteplici e discordanti.

In ogni modo, Alarico nel novembre 401 invase la provincia di Venetia et Histria, occupandola rapidamente, e avanzando verso la capitale Milano, dove aveva sede l’imperatore Onorio, che assediò. Stilicone, dopo aver attraversato l’Adda nonostante i ponti fossero caduti in mano nemica, riuscì a liberare Milano dall’assedio di Alarico. Quest’ultimo, battendo in ritirata, tentò invano di espugnare Asti per poi tentare di invadere la Gallia. Fu però costretto a scontrarsi con l’armata di Stilicone nella battaglia di Pollenzo, combattuta il giorno di Pasqua del 402. Dopo una battaglia dall’esito incerto, interrotta dall’arrivo della notte, i Goti di Alarico batterono in ritirata verso gli Appennini. Stilicone, nel corso della battaglia, aveva catturato tuttavia numerosi preziosi ostaggi goti, tra cui la moglie e i famigliari dello stesso Alarico.

Alarico, per riottenere indietro i suoi parenti, fu costretto a negoziare con Stilicone e alla fine fu raggiunto il seguente accordo: Stilicone avrebbe liberato gli ostaggi, ma in cambio Alarico si sarebbe ritirato dall’Italia e sarebbe tornato nell’Illirico. Tuttavia, durante la ritirata dei Visigoti verso le Alpi, Alarico non rispettò almeno in parte i patti, e una nuova battaglia con Stilicone ebbe luogo nei pressi di Verona, probabilmente nel 403. Nuovamente sconfitto da Stilicone, Alarico batté ancora una volta in ritirata, sfuggendo a stento alla cattura. Nel corso della sua ritirata verso le Alpi, Alarico assistette alla diserzione di interi ranghi del suo esercito in favore di Stilicone. Il suo esercito fu inoltre decimato ulteriormente dalla fame. Claudiano omette gli avvenimenti successivi della ritirata. Dalla sua descrizione, sembra quasi che Stilicone avesse l’opportunità propizia per annientare definitivamente i Visigoti, eppure si accontentò semplicemente della loro ritirata. Molti studiosi moderni ritengono che Stilicone avrebbe graziato Alarico perché lo riteneva un potenziale alleato, analogamente a ciò che fece Ezio nei confronti di Attila cinque decenni dopo, alla fine della Battaglia dei Campi Catalaunici, l’ultima vittoria di Roma (clicca sul link per approfondire).

Il trattato di alleanza con Stilicone

Trattative tra Stilicone e Alarico. Immagine di fantasia generata dall’IA

Nel 405 Alarico fu contattato da Stilicone, e stipulò con lui un trattato di alleanza. Secondo alcuni studiosi, Stilicone, a corto di soldati, intendeva assicurarsi l’alleanza militare con i Goti di Alarico in modo da poterli impiegare contro le altre minacce (come i Barbari e gli usurpatori nelle province galliche); Alarico, tuttavia, chiedeva in cambio la concessione di terre di insediamento per il suo popolo, ma Stilicone non intendeva trasferirli in un territorio romano-occidentale perché ciò avrebbe comportato problemi con i proprietari terrieri, a cui avrebbe dovuto confiscare parte delle proprietà per concederle ai Goti; Stilicone allora propose ad Alarico di assisterlo nella conquista dell’Illirico orientale, dove i Goti già si trovavano illegalmente, assicurandogli che, se la spedizione avesse avuto successo, avrebbe legalizzato il controllo dei Goti sui territori da essi già occupati nell’Illirico Orientale. In cambio Alarico gli avrebbe assicurato l’alleanza contro qualunque altro nemico dell’Impero d’Occidente. Tuttavia, la spedizione fu annullata per il sopraggiungere di altre questioni.

La richiesta di pagamento e la minaccia di invasione

Contrariato di ciò senza che il suo esercito avesse ricevuto alcuna ricompensa per i servigi prestati alla pars occidentis, nel 408 Alarico abbandonò l’Epiro e marciò minacciosamente in Norico, ai confini con l’Italia. Inviò quindi ambasciatori a Ravenna presso Stilicone, richiedendo il pagamento di 4.000 libbre d’oro per i servigi resi, e minacciando l’invasione dell’Italia nel caso questa richiesta non fosse stata soddisfatta. Stilicone si recò allora a Roma per consultarsi con l’Imperatore e con il senato romano e alla fine riuscì a convincerli a pagare ad Alarico le 4.000 libbre d’oro richieste.

Sarcofago romano paleocristiano del secolo IV cosiddetto “di Stilicone”. È conservato sotto il pérgamo della Basilica di Sant’Ambrogio a Milano. Foto di Giovanni Dall’Orto, 25-4-2007.

La morte di Stilicone

Alarico ricevette la somma richiesta, ma rimase in Norico. Nel frattempo, Stilicone suggerì a Onorio di inviare gli alleati Visigoti di Alarico in Gallia insieme alle legioni romane per impiegarli nella guerra contro l’usurpatore Costantino III. Onorio scrisse una lettera ad Alarico per informarlo del suo nuovo incarico al servizio dei Romani, ma Alarico non la ricevette mai. Infatti, Onorio, convinto da cortigiani intriganti che Stilicone tramasse il tradimento, lo fece giustiziare alcuni giorni dopo. In seguito alla decapitazione di Stilicone, avvenuta il 22 o 23 agosto 408, prese il potere a Ravenna il partito anti-barbarico, che rifiutò la negoziazione con Alarico.

LA SECONDA INVASIONE DELL’ITALIA

Prima di procedere all’invasione dell’Italia, Alarico inviò richiesta al cognato Ataulfo, comandante di un gruppo di Goti ed Unni insediatosi in Pannonia, di raggiungerlo in Italia. Prima, tuttavia, di attendere il suo arrivo, Alarico oltrepassò le Alpi, ed invase la Penisola. Passò per Aquileia e per le città di Concordia, Altino e Cremona, poi attraversò il Po, sfiorò Ravenna (dove Onorio si era rifugiato, al riparo tra le invalicabili paludi) e si diresse verso Bononia (Bologna). Dopo aver attraversato la provincia di Emilia, seguì il percorso della Via Flaminia passando per Rimini e procedendo poi attraverso il Piceno.

Ravenna nel V secolo. La città era situata in una zona lagunare, circondata da paludi e canali, che la rendevano facilmente difendibile

ROMA SOTTO ASSEDIO

Alarico puntò dritto su Roma. Non incontrò letteralmente nessun ostacolo sulla sua strada, se non gente sbigottita e città che si arrendevano senza combattere. Giunto nei pressi della città, ne occupò il porto e il corso del fiume Tevere, per impedire l’introduzione di rifornimenti nell’Urbe, per ridurla agli stremi. Di assedi da parte dei Goti, Roma ne avrebbe subiti ben tre, di cui l’ultimo fatale. Ma andiamo con ordine.

Una città inviolata da 800 anni

Era ormai il dicembre del 408 quando i Visigoti si presentarono sotto le mura di Roma, dalle quali una gran folla li osservava incredula e sgomenta: erano infatti quasi 620 anni, dai remoti tempi di Annibale, che qualche nemico non giungeva alle porte dell’Urbe. Nessuno voleva credere all’irruzione dei barbari in città. Dell’ultimo sacco di Roma s’era quasi perduta la memoria: era stato 800 anni prima, ai tempi di Brenno e dei Galli, con le celebri oche del Campidoglio che riportavano le menti al tempo nebbioso della leggenda. Però, ora, quei Visigoti sotto le mura non erano leggenda, e tra essi e Roma non c’era alcun altro ostacolo.

Ad Alarico, in lontananza, Roma si era annunciata nella campagna deserta con le arcate grandiose degli acquedotti. Adesso la scorgeva, scintillante e meravigliosa, colma di ricchezze e memorie, ammantata della sua gloria millenaria.

Modello di Roma, creato dall’architetto Italo Gismondi tra il 1933 e il 1955, conservato presso il Museo della Civiltà Romana a Roma

Per quanto da circa un secolo abbandonata dalla corte imperiale e dal governo, Roma era ancora mirabile, seppur caratterizzata da uno splendore decadente, come narrato da Ammiano Marcellino: “Da qualunque parte gli occhi del visitatore si volgessero, essi erano come abbagliati da innumerevoli prodigi. Qui era il tempio di Giove Capitolino, che sembrava superare tutto come le cose divine superano le umane, là le Terme, grandi come Province, e più lontano l’Anfiteatro, in pietra tiburtina, e del quale lo sguardo non riesce a misurare l’altezza. E poi la volta audace del Pantheon, le gigantesche colonne sormontate dalle statue dei consoli e degli antichi imperatori, e il Foro della Pace, il Teatro di Pompeo, lo Stadio e tutte le altre meraviglie…”. La città contava allora circa 46.000 case e 1800 palazzi, tra edifici pubblici e residenze private; la sua ampiezza era tuttavia sproporzionata alla popolazione, che si era via via ridotta nel corso dei secoli e che, sebbene non possa essere oggi conteggiata con numeri specifici, vantava probabilmente circa 300.000 abitanti, conteggiati per eccesso. Si trattava comunque di una grande metropoli che aveva conservato, e per certi versi persino accentuato, il proprio carattere cosmopolita.

Carestia in città

Più che per un assedio, Alarico dispose i suoi uomini per un blocco: fu posto un campo davanti a ciascuna delle dodici porte della città, e vennero controllate le strade e il Tevere. Dal suo accampamento, posto di fronte alla Porta Salaria, il re dei Visigoti si dispose ad attendere, e gli effetti del blocco non tardarono a manifestarsi: quando le razioni di pane diminuirono drasticamente, la plebe diede qualche primo segno d’inquietudine che aumentò, naturalmente, con l’ulteriore diminuzione della razione. I comitati di soccorso, che le matrone romane prontamente organizzarono, poterono funzionare fino a quando gli stessi patrizi non furono alla fame. Si ebbero rapide e violente epidemie, seguite da tempestosi tumulti che allarmarono il Senato.

Il blocco posto dai Visigoti alle porte di Roma. Immagine di fantasia generata dall’IA

La trattativa

Poiché non si aveva alcuna notizia di soccorsi da Ravenna, si pensò di sondare le intenzioni di Alarico: incaricato della pericolosa missione fu il senatore Basilio, che si presentò di fronte al re barbaro affermando che avrebbe accettato di parlamentare solo di fronte a condizioni onorevoli. In caso contrario, affermò Basilio, soldati e cittadini romani avrebbero dato battaglia in un’unica grande massa. La tradizione racconta che a questo punto Alarico si sia messo sonoramente a ridere, sghignazzando: “Benissimo! Quanto più il fieno è fitto, tanto meglio lo si taglia!”. A quel punto, di fronte ad un allibito Basilio, dettò le sue condizioni: semplicemente, voleva tutto. Tutto l’oro, tutto l’argento, tutti gli oggetti preziosi; inoltre pretendeva la liberazione di tutti gli schiavi che fossero di origine barbarica. Sbigottito, Basilio chiese: “Ma a noi, cosa resterà?”. Alarico rispose caustico: “La vita”.

Dopo altri incontri, Alarico stabilì che la città avrebbe dovuto pagargli 5.000 libbre d’oro, 30.000 libbre d’argento, 4.000 vestiti di seta, 3.000 pelli scarlatte, e 3.000 libbre di pepe.

Testa di Onorio (Musei Capitolini)

Dopo il pagamento del tributo, Alarico tolse momentaneamente il blocco alla città, concedendo per tre giorni agli abitanti di Roma la possibilità di uscire liberamente dalle mura per acquistare al Porto le provviste necessarie e portarle dentro la città.

I Visigoti si allontanarono momentaneamente dall’Urbe, spostandosi in Tuscia mentre una delegazione del Senato partiva verso Ravenna, probabilmente su precisa richiesta di Alarico, il quale voleva che Onorio fosse informato che il re barbaro chiedeva innanzitutto il comando dell’esercito imperiale, con il relativo stipendio. Voleva inoltre un donativo annuo di denaro e di viveri per la sua gente che, con il riconoscimento imperiale, si sarebbe stanziata nelle terre della Dalmazia, passaggio obbligato verso l’Italia. Implicitamente, Alarico si impegnava in cambio a difendere la penisola. Mentre poteva essere flessibile sul dare oro e rifornimento, sulla prima richiesta Onorio fu irremovibile: non intendeva infatti porre l’Italia sotto la tutela dei Visigoti, a cui non sarebbe spettato nemmeno un singolo acro di terra imperiale.

Il secondo assedio di Roma (409)

Quando seppe della sprezzante risposta dell’imperatore, Alarico si rimise in marcia, piuttosto lentamente, verso Roma. Malgrado i consigli dei suoi ufficiali, che lo esortavano ad attaccare, il re si limitò a un nuovo blocco, spingendosi stavolta ad occupare Ostia, la principale fonte dei rifornimenti: Roma fu ben presto alla fame.

I Visigoti occupano Ostia. Immagine di fantasia generata dall’IA

Un imperatore fantoccio

Alarico mandò un messaggio al senato romano, informandolo che se non avessero eletto un antimperatore in opposizione ad Onorio e favorevole ai Goti, Roma sarebbe stata distrutta. Il senato romano, temendo il peggio, accettò la proposta di Alarico, il quale fu fatto entrare in città. In comune accordo tra Alarico e il senato, la scelta dell’antimperatore ricadde su Prisco Attalo, all’epoca prefetto della città di Roma. Non appena eletto antimperatore in opposizione all’Imperatore legittimo Onorio, Attalo tentò di mantenere il favore dei Goti nominando immediatamente Alarico magister peditum Praesentalis e Ataulfo comes domesticorum equitum e accettando addirittura di convertirsi dal paganesimo all’arianesimo. Alarico ottenne così, tramite il suo imperatore fantoccio, la carica militare romana da lui ambita.

Moneta di Prisco Attalo recante al rovescio la leggenda INVICTA ROMA AETERNA

Tuttavia, Attalo venne quasi subito deposto dallo stesso Alarico. Fu una sorta di commedia amara e grottesca, che si concluse con l’invio delle insegne di Attalo a Ravenna, come in un ultimo, generoso ed al contempo patetico tentativo di mostrare il suo lealismo a Onorio.

Il terzo assedio di Roma (410)

Dopo aver deposto Attalo, Alarico riprese le negoziazioni con Onorio, e fu organizzato un incontro con l’Imperatore a circa sessanta stadi da Ravenna. Tuttavia, il giorno delle negoziazioni, l’esercito di Alarico fu assalito proditoriamente dalle truppe sotto il comando del generale romano di origini gotiche Saro, che, per qualche motivo non precisato dalle fonti, provava astio non solo per il re visigoto ma anche per Ataulfo. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che Saro fosse un pretendente al trono visigoto sconfitto in precedenza da Alarico.

In ogni modo, Alarico, adiratosi per l’attacco a tradimento, interruppe nuovamente le negoziazioni e marciò furiosamente su Roma, che assediò per la terza volta.

IL NOSTRO 11 SETTEMBRE: IL SACCO DI ROMA DEL 410 d.C.

Il Sacco di Roma. Immagine di fantasia generata dall’IA

Il 24 agosto 410 d.C., i Visigoti irruppero nella città di notte, attraverso la Porta Salaria. Qualche storico ha parlato di tradimento, altri della ben eseguita operazione di un commando: a ogni modo non si ebbe alcun combattimento.  Secondo Procopio, i Visigoti diedero fuoco a molte delle case prossime alle porte, tra cui la villa di Gaio Sallustio Crispo, l’autore delle opere storiche La Congiura di Catilina e La guerra giugurtina che fu la prima fiaccola che illuminò il Sacco di Roma. La villa subì danni così gravi da non essere più ricostruita.

I danni che la città subì furono ingenti: oltre ad essere incendiate le case nei pressi della porta Salaria,  stessa sorte capitò al palazzo dei Valerii sul Celio e alle residenze private sull’Aventino; le stesse terme di Decio subirono danni ingenti, come anche il tempio di Giunone Regina, che fu completamente distrutto, insieme all’intero quartiere, come è possibile dedurre dai ritrovamenti archeologici; le statue del Foro furono depredate, l’edificio del Senato fu dato alle fiamme e diverse chiese, come la basilica di Papa Giulio, oltre a subire danni ingenti, furono depredate dei vasi liturgici. Come attesta Agostino da Ippona, i Visigoti compirono numerose violenze contro la popolazione, come saccheggio dei beni, torture e stupri compiuti persino a danni delle monache.

Alarico permise a ognuno dei suoi seguaci di impadronirsi di quanta ricchezza possibile, e di saccheggiare tutte le case dell’Urbe; ma, nonostante tutto, Roma incuteva rispetto agli invasori e nei tre giorni di saccheggio Alarico per riguardo nei confronti dell’Apostolo Pietro, ordinò che la basilica di San Pietro avrebbe costituito un luogo di asilo inviolabile dove non poteva essere ucciso nessuno.

Lo scempio in cui cadde la città fu compiuto comunque non tanto dai Goti stessi, quanto dagli ex schiavi (liberati l’anno prima) assetati di vendetta. Lo storico siro di lingua greca Sozomeno scrisse che l’ordine di Alarico che proclamava i luoghi di culto luoghi di asilo inviolabili dove non poteva essere ucciso nessuno “fu l’unica causa che impedì l’intera demolizione di Roma; e quelli che si salvarono, ed erano molti, ricostruirono la città”.

ARCHEOLOGIA DEL SACCO DI ROMA

Pur essendo stato uno shock epocale per il mondo antico, il Sacco di Roma ha lasciato tracce materiali estremamente scarse. A differenza di catastrofi naturali (come l’eruzione del Vesuvio) o assedi distruttivi (come quello di Cartagine), il sacco durò solo tre giorni e si concentrò sul bottino mobile piuttosto che sulla distruzione sistematica degli edifici. Ecco le principali testimonianze e contesti archeologici riconducibili all’evento:

  • Gli Orti Sallustiani: Situati nei pressi della Porta Salaria (da cui entrarono i Goti), mostrano segni di incendio e crolli databili all’inizio del V secolo. È una delle poche aree dove la distruzione fisica è chiaramente visibile negli strati archeologici.
  • La Basilica Emilia nel Foro Romano: Sul pavimento in marmo sono ancora visibili le tracce di monete fuse dal calore di un incendio scoppiato proprio durante il sacco. Il calore fu così intenso da sciogliere il bronzo delle monete dei cambiavalute che operavano nel portico.
  • Tesori e “Ripostigli”: Sono stati rinvenuti numerosi accumuli di monete e oggetti preziosi nascosti frettolosamente dai cittadini romani sperando di recuperarli dopo il sacco. Un esempio è il celebre Tesoro di via Alessandrina, scoperto negli anni ’30 durante gli scavi dei Fori Imperiali, che conteneva monete d’oro e gioielli nascosti in un muro.

UN EVENTO TRAUMATICO

Il sacco di Roma del 410 fu uno degli eventi più traumatici della storia antica. In più occasioni è stato paragonato al moderno 11 settembre 2001, per il livello di portata “mediatica” e di sensazioni che ha suscitato nei contemporanei.

Sebbene non abbia distrutto fisicamente l’Impero, ha ferito profondamente la sua psiche, simboleggiando la fine della sua invincibilità e anticipandone il declino.

Quando i Visigoti entrarono a Roma nel 410 d.C., il mondo rimase sconvolto. Per secoli Roma era apparsa inviolabile. Anche quando l’Impero aveva vacillato, l’idea stessa della città eterna sembrava intoccabile. L’impatto psicologico fu enorme. Persino Sant’Agostino interpretò l’evento come il segno di un cambiamento epocale, scrivendo poco dopo la sua celebre opera La città di Dio.

La distruzione dell’Impero romano, di Thomas Cole. Dipinto allegorico (ispirato molto probabilmente al sacco di Roma dei Vandali del 455), quarto della serie “Il corso dell’Impero” del 1836, oggi a New York, presso la New-York Historical Society.

Il mondo romano aveva improvvisamente scoperto di non essere eterno.

La notizia del sacco di Roma, il cuore dell’Impero, il sacro suolo rimasto inviolato per 800 anni da eserciti stranieri, ebbe vasta risonanza in tutto il mondo romano ed anche al di fuori di esso. Le distruzioni e le uccisioni nella città colpirono profondamente i contemporanei: la città che aveva conquistato il mondo soccombeva sotto l’attacco dei barbari. L’imperatore d’Oriente Teodosio II proclamò a Costantinopoli tre giorni di lutto, mentre San Girolamo si chiese smarrito chi mai poteva sperare di salvarsi se Roma periva:

“Ci arriva dall’Occidente una notizia orribile. Roma è invasa. […] È stata conquistata tutta questa città che ha conquistato l’Universo. […]”

Persino la nuova religione, il Cristianesimo, ne sembrò scossa, e i pagani attribuirono all’introduzione del cristianesimo e al conseguente abbandono del paganesimo la colpa di tutte le calamità che affliggevano in quel periodo l’Impero, sostenendo che Roma aveva perso la protezione delle divinità pagane, e ne stesse subendo anzi la punizione, per aver abbandonato gli antichi culti. Sarà infatti una coincidenza, ma la catastrofe giungeva appena due anni dopo il rogo dei libri sibillini (una raccolta di responsi oracolari scritti in lingua greca e conservati nel tempio di Giove Capitolino sul Campidoglio, poi trasferiti da Augusto nel Tempio di Apollo Palatino), ordinato dal cristiano Stilicone…

Procopio narra anche un aneddoto inattendibile secondo cui l’Imperatore Onorio avrebbe ricevuto da un eunuco la notizia che Roma era perduta, e avrebbe replicato: “Ma se sta appena beccando dalle mie mani!” riferendosi alla sua gallina, che si chiamava Roma proprio come la città.

“I favoriti dell’imperatore Onorio”, John William Waterhouse , 1883

L’azione di un patetico frustrato?

Se rivediamo tutte le gesta di Alarico dopo la morte di Stilicone, si capisce bene come egli non volesse realmente il saccheggio di Roma (cosa che avrebbe potuto fare in qualsiasi momento). Il vero obiettivo che si proponeva era quello di farsi riconoscere ufficialmente dal governo legittimo dell’impero, di diventare un vero Romano, di farsi accettare da un popolo che ammirava e invidiava, lui, solo un Goto, un barbaro e niente più. Stringendo d’assedio Roma, Alarico sperava di far pressione su Onorio nel tentativo di strappare un accordo. Tuttavia, ormai l’autorità imperiale si era trasferita a Ravenna e Roma, pur restando un simbolo potente per tutto l’impero, non era più il centro politico del mondo romano. La caduta di Roma del 410, anche solo per il suo forte valore simbolico, scosse i contemporanei e la catena di eventi di cui era parte ebbe un notevole impatto sulla stabilità dell’Europa romana ed ebbe delle ripercussioni che si sentirono in tutto il mondo conosciuto.

UN BOTTINO INCREDIBILE

Il bottino fu descritto dalle fonti come incalcolabile, comprendente ori, argenti, preziosi e reliquie sacre, frutto di 800 anni di accumulazione da parte della “Città Eterna”

È stimato dalla tradizione in 25 tonnellate d’oro e 150 tonnellate d’argento. Oltre ai metalli preziosi, il tesoro comprendeva gioielli imperiali, monete, 4.000 tuniche di seta, 3.000 velli di lana e circa 1.300 chili di pepe. Il bottino rappresenta forse il più grande tesoro della storia.

Tra gli oggetti più preziosi che Alarico avrebbe sottratto all’Urbe figurano:

  • La Menorah di Mosè: il candelabro a sette braccia trafugato dai Romani dal Tempio di Gerusalemme secoli prima.
  • Gli ori dell’imperatore Tito: parte del tesoro accumulato durante le campagne giudaiche.
  • Tesori degli Orti Sallustiani: i Visigoti entrarono dalla Porta Salaria e saccheggiarono immediatamente una delle zone più ricche della città.

Stimato intorno ai 275 miliardi di euro (il 15-20% del PIL italiano), il bottino rappresenta uno dei tesori più ricercati e preziosi mai esistiti nella storia.

Il ricco bottino derivante dal Sacco di Roma. Immagine di fantasia generata dall’IA

Si dice che il tesoro che Alarico razziò a Roma fu così immenso che quando, qualche anno più tardi, Ataulfo, successore di Alarico, vorrà consacrare la pace con Roma, offrirà a Galla Placidia, la sua sposa romana (sorella dell’imperatore Onorio, che era stata portata via in ostaggio da Alarico durante quei terribili giorni), cento vasi colmi d’oro e di pietre preziose, che rappresentavano solo una minuscola parte del bottino.

Il pugile a riposo

Nel 1885, sulle pendici del Quirinale, viene scavato un edificio antico. 6 metri sotto il livello del suo, tra due tra due muri di fondazione, viene ritrovata quella che credo sia la più bella statua in Bronzo pervenutaci dall’antichità, il Pugile a Riposo, realizzata nel quarto secolo avanti cristo dal famosissimo artista Lisippo o dalla sua immediata cerchia. L’archeologo Rodolfo Lanciani scrisse con parole bellissime l’emozione del ritrovamento “la statua non era stata gettata là, o seppellita in fretta, ma era stata nascosta e trattata con la massima cura. La figura era stata posta su un capitello di pietra dell’ordine dorico, come sopra uno sgabello e il fosso era stato riempito con terra setacciata per salvare la superficie del bronzo da ogni possibile offesa”.

Non sapremo mai chi seppellì con tanta cura questa statua mirabile, ma è probabile che fu un’azione premeditata con cura per proteggere uno dei capolavori artistici della città di Roma, probabilmente prima di uno dei due sacchi a cui verrà sottoposta nel quinto secolo. Gli antichi sapevano cosa accadeva nell’antichità alle statue di bronzo: non essendoci ancora il concetto tra i più del valore artistico di un bene la maggior parte venivano fuse per riciclare il materiale prezioso di cui erano fatte. Delle anime pie pensarono di seppellire questo capolavoro per permettere a noi di vederlo, quando la tempesta fosse passata. Forse pensarono che sarebbe stata questione di pochi anni, ce ne vollero 1500.

La scultura è il testimone di un naufragio, della fine di una civiltà che si rassegna a seppellire quanto ha di più caro pur di non vederlo scomparire per sempre.

Il Pugile a riposo, capolavoro assoluto della scultura greca in bronzo.  Attualmente, la statua è conservata ed esposta presso il Museo Nazionale Romano, nella sede di Palazzo Massimo alle Terme a Roma. 

LA MORTE IMPROVVISA DI ALARICO

Il Karma. Dopo il sacco, i Visigoti si spostarono verso sud devastando la Campania e il Bruzio (odierna Calabria), saccheggiando e radendo al suolo Capua e Nola; giunti a Reggio, decisero di costruire una flotta per tentare l’invasione della Sicilia e del Nord Africa, regione fondamentale per il rifornimento di grano dell’Impero; il loro piano, tuttavia, fallì quando una tempesta distrusse la loro flotta durante il tentativo di traversata dello stretto.

Allora Alarico lasciò la città diretto a nord, ma quando era ancora in Calabria, nei pressi di Cosenza, fu colto da una febbre violenta e maligna che in pochi giorni lo portò a morte. Alcuni attribuirono tale evento al fatto che il re barbaro aveva profanato una città sacra, Roma. Il fato, ogni tanto, ci dà soddisfazione.

Morte di Alarico. Immagine di fantasia generata dall’IA

Questa storia sembra avesse colpito anche Attila che, profondamente superstizioso, non volesse fare la fine di Alarico, rinunciando ad attaccare l’Urbe (qui il link per approfondire).

Ad ogni modo, è qui che storia e leggenda iniziano a intrecciarsi.

LA LEGGENDA DELLA TOMBA SOTTO IL FIUME

Fiume Busento a Cosenza, poco prima della confluenza col fiume Crati

Secondo la leggenda, tramandata da Giordane, il corso del fiume Busento, a Cosenza, venne temporaneamente deviato per permettere lo scavo di una camera funeraria nella quale Alarico venne sepolto con parte del tesoro sottratto a Roma, dopodiché le acque del fiume furono fatte tornare a scorrere sopra la tomba. Alarico venne seppellito con i suoi tesori nel letto del fiume Busento a Cosenza. Gli schiavi, che avevano lavorato alla temporanea deviazione del corso del fiume, furono uccisi perché fosse mantenuto il segreto sul luogo della sepoltura. È impossibile sapere quanto di questo racconto sia vero, ma la leggenda possiede tutti gli elementi destinati a sopravvivere nei secoli:

  • un grande conquistatore
  • un tesoro immenso
  • una sepoltura segreta
  • un luogo mai ritrovato

È una narrazione potentissima, quasi epica. E proprio per questo gli storici hanno sempre mantenuto prudenza, come vedremo più avanti.

LE RICERCHE DEL TESORO

Da oltre sedici secoli, la presunta tomba di Alarico I continua a ossessionare storici, archeologi, governi e cercatori di tesori. Il motivo è semplice: se la leggenda fosse vera, sotto il terreno della Calabria potrebbe trovarsi una delle sepolture più straordinarie della tarda antichità, insieme a un tesoro proveniente dal sacco di Roma del 410 d.C. Eppure, nonostante secoli di ricerche, nessuno ha mai trovato prove definitive.

Per molti secoli il racconto rimase poco più di una leggenda medievale, ma tra XVIII e XIX secolo, con la nascita dell’archeologia moderna e il ritorno dell’interesse romantico per il mondo barbarico, la tomba di Alarico tornò al centro dell’attenzione: viaggiatori, studiosi e antiquari iniziarono a visitare l’area del Busento cercando indizi. Il fascino era enorme: un re barbaro, il Sacco di Roma, un tesoro perduto, una tomba nascosta. Sembrava una storia costruita apposta per ossessionare l’Europa romantica, una storia alla Indiana Jones.

Nel corso del XIX secolo furono avanzate numerose ipotesi sul luogo della sepoltura. Alcuni ritenevano che la tomba fosse realmente sotto il Busento, altri che fosse nascosta in grotte vicine, oppure collocata sulle colline attorno a Cosenza.

Ma il problema principale era tecnico: anche ammesso che la leggenda fosse vera, il corso del fiume è cambiato nei secoli, le alluvioni hanno modificato il terreno, ed eventuali strutture funerarie potrebbero essere state distrutte o sepolte da sedimenti. Inoltre, nessuna fonte antica fornisce indicazioni precise. Lo storico Giordane, la nostra unica fonte, scrisse dell’evento ben 150 anni dopo i fatti, riprendendo da fonti precedenti, in particolare da quanto riportato da Cassiodoro.

ALARICO E I NAZISTI

Immagine generata dall’AI che illustra le ricerche dei Tedeschi sulle rive del Busento

Uno degli episodi più inquietanti della ricerca avvenne nel XX secolo. Durante il regime nazista, alcune figure vicine all’ideologia germanica mostrarono un forte interesse per Alarico I. Per comprendere perché i nazisti cercassero Alarico, bisogna capire una cosa fondamentale: per il Terzo Reich, il passato non era soltanto storia. Era propaganda, identità e strumento ideologico.

Il simbolo dell’Ahnenerbe

Nella visione nazista, i popoli germanici antichi rappresentavano gli antenati eroici della Germania moderna. I Visigoti, gli Ostrogoti e altri popoli “barbarici” venivano reinterpretati come portatori di forza guerriera, distruttori del mondo decadente romano, nonché simboli della presunta superiorità germanica. In questo immaginario, Alarico I assumeva un ruolo potentissimo: l’uomo che aveva violato Roma, cuore simbolico della civiltà antica. Per il nazismo, quella vittoria aveva un valore quasi mitologico.

Molte delle ricerche archeologiche ideologizzate del Terzo Reich ruotavano attorno alla Ahnenerbe, organizzazione fondata da Heinrich Himmler. L’Ahnenerbe, a cui abbiamo dedicato un ampio ed interessante articolo (qui il link per approfondire), finanziava spedizioni dedicate ai miti germanici, all’archeologia “razziale”, cercando sia simboli del passato europeo che reliquie storiche caricate di valore ideologico. Ovvio che l’obiettivo non era solo scientifico: si voleva, infatti, costruire una narrazione storica che legittimasse il progetto del Reich. In questo contesto, la tomba di Alarico diventava perfetta:

  • un re germanico
  • un tesoro leggendario
  • una vittoria sui Romani
  • un mistero irrisolto

Secondo diverse ricostruzioni storiche, negli anni Trenta furono progettate o tentate indagini nell’area del Busento. Alcune fonti parlano di contatti con archeologi italiani e di possibili rilievi preliminari, in cui venne addirittura ipotizzato un piano di scavo. In altre narrazioni successive si parla addirittura di mezzi e tecnici inviati in Calabria con l’obiettivo di individuare il sepolcro.

Heinrich Himmler

Tuttavia, bisogna essere prudenti, perché molte fonti sono frammentarie. Va anche considerato che parte dei racconti è stata romanzata nel dopoguerra e non esistono prove definitive di grandi scavi effettivamente realizzati dai nazisti. Il mito della “spedizione segreta nazista” si è in parte fuso con la leggenda stessa della tomba.

Perché i nazisti non trovarono nulla

Inutile dire che le ricerche naziste portarono, esattamente come oggi, a risultati pari a zero. il problema restava enorme. Non esisteva, infatti, una localizzazione precisa della tomba, una prova archeologica affidabile e nemmeno alcuna certezza che la leggenda fosse vera.

Se aggiungiamo che il corso del Busento era cambiato nei secoli, il terreno era geologicamente complesso, e le ricerche furono effettuate con le tecnologie dell’epoca, alquanto limitate, il risultato fu lo stesso che ancora oggi accompagna il mistero: nessuna tomba trovata, nessun tesoro, nessuna prova definitiva.

Un mito da usare

In fondo, il vero obiettivo nazista non era soltanto trovare una sepoltura. Era appropriarsi di un simbolo. Alarico rappresentava, infatti, il barbaro germanico che aveva piegato Roma, la rivincita del “Nord” sul Mediterraneo romano e una genealogia mitica da usare politicamente.

Il passato veniva manipolato per costruire identità moderne. Ed è qui che la vicenda diventa inquietantemente attuale, quando vediamo storici e divulgatori televisivi, anche famosi e guai a toccarli – troppo venerati dal pubblico -, che, per compiacere una parte politica votata al woke, usano il passato come strumento ideologico, trasformando la Storia in narrazione politica per trovare conferma delle ambizioni contemporanee.

LE RICERCHE CONTEMPORANEE

Ancora oggi, il mistero continua ad attirare interesse. Negli ultimi decenni si è ipotizzato l’uso di:

  • georadar
  • telerilevamento
  • scansioni geologiche
  • tecnologie satellitari

L’obiettivo è individuare eventuali anomalie sotterranee nell’area tra il Busento e il fiume Crati. Ma finora nessuna camera funeraria è stata trovata, nessun reperto riconducibile con certezza ad Alarico è emerso e nessun tesoro visigoto è stato identificato.

Il problema principale resta uno: la leggenda potrebbe contenere solo un nucleo minimo di verità storica. Gli storici dell’Università della Calabria e di altri atenei italiani ricordano che non esistono prove archeologiche o documentarie della sepoltura di Alarico a Cosenza e che il racconto potrebbe essere frutto di tradizioni tardo-medievali più che di fatti reali o scientificamente verificabili.

In più occasioni la Soprintendenza Archeologica della Calabria ha invitato alla cautela, sottolineando che ogni ipotesi resta “non verificata” fino a eventuali riscontri stratigrafici diretti.

IPOTESI ALTERNATIVE…

Un’ipotesi di ubicazione della tomba di Alarico

Secondo il geologo cosentino Amerigo Giuseppe Rota, che dedica la sua vita alla ricerca della tomba di Alarico I, la tomba sarebbe collocata fuori dai contesti urbani antichi di Cosenza. Rota, profondo conoscitore del territorio cosentino, ha condotto analisi geologiche, topografiche e idrografiche nella zona in cui si incontrano i fiumi Crati e Busento. Negli anni, i suoi studi si sono sempre più affidati a rilievi Lidar, droni e georadar, arrivando a formulare una mappa “probabile” del sito funerario del sovrano visigoto.

…E POLEMICHE POLITICHE: IL MUSEO DEL NULLA

Nel 2015, durante il mandato da sindaco di Cosenza, il senatore Mario Occhiuto istituì un comitato tecnico-scientifico per valorizzare il “brand Alarico” e promuovere la ricerca, coinvolgendo lo stesso Rota e gli esperti della Soprintendenza.

L’iniziativa attirò l’attenzione dei media internazionali, ma non mancarono le critiche accademiche: l’accusa fu quella di confondere divulgazione turistica e ricerca storica.

Ma non solo: si decise di costruire un Museo dedicato ad Alarico. Ciò scatenò un’ondata di furiose polemiche da parte di storici ed archeologi che si chiedevano cosa spingesse a voler costruire un Museo -in totale assenza della più piccola testimonianza materiale alariciana e per un costo fra i 7 e i 10 milioni di euro- dedicato ad un invasore che, dopo aver saccheggiato Roma e tutta la penisola nel 410 d.C. -secondo un racconto del solo Jordanes, vissuto 150 anni dopo i fatti- muore, per caso, nei pressi di Cosenza. Sarebbe stata la multimedialità a colmare il vuoto: il museo di Alarico era concepito come uno spazio virtuale sostanzialmente privo di reperti. Questo nulla sarebbe stato racchiuso in un manufatto basso e dalle linee modernissime, quasi un cubo, che nei rendering fa già a pugni con gli edifici alle sue spalle, segnati dal tempo e traforati dai colpi sparati in guerra.

Come dovrebbe apparire il Museo di Alarico a Cosenza

Studiosi, residenti, intellettuali, appassionati di storia seguirono increduli questa faccenda. A molti non piaceva neppure l’introduzione e si chiedevano perché mai rimestare e incensare il fantasma del re dei Goti, il cui nome resta indissolubilmente legato a uno degli eventi più traumatici del mondo antico, l’11 settembre della civiltà romana.

Ci andò giù durissimo, tra gli altri, l’archeologo Battista Sangineto, rilevando l’autolesionismo che accompagnava l’operazione: “Si spendono soldi per una leggenda quando il centro storico va a pezzi. Alarico, poi? Sterminò centinaia di cosentini, non può costituire la spinta propulsiva, il riferimento culturale e identitario di un progetto museale che attragga turismo culturale. Onorarlo in maniera ossessivo-compulsiva, titolando piazze e pizzerie al re dei Goti è come scolpire nella pietra il marchio della città iettatrice. Farne un brand è anche umiliante per Cosenza che nel Medioevo fu una piccola culla di democrazia. Alarico ci morì per caso, è una cosa appiccicata lì”.

Al momento, i lavori per il museo dedicato ad un barbaro invasore sono ancora in corso portati avanti dal successore di Occhiuto, dopo essere stati sbloccati dal Tar. Ma la speranza è l’ultima a morire…

IL “NO” DEL MINISTERO DELLA CULTURA

Il Ministero della Cultura non ha mai autorizzato grandi scavi invasivi per cercare la presunta tomba di Alarico I, principalmente per una combinazione di motivi scientifici, archeologici, economici e ambientali. La ragione fondamentale è questa: non esistono prove concrete che la tomba si trovi davvero sotto il Busento.

  • La leggenda non è una prova archeologica

La storia della sepoltura sotto il fiume Busento deriva soprattutto dal racconto dello storico Giordane, scritto circa un secolo dopo la morte di Alarico. Il problema è che non esistono testimonianze contemporanee precise, nessuna fonte indica un punto esatto, e il racconto contiene elementi chiaramente epici e simbolici

Per l’archeologia moderna, una leggenda da sola non basta a giustificare operazioni estremamente costose e distruttive.

Cosenza. Immagine dall’alto della confluenza del Busento col Crati
  • Scavare sotto un fiume è un’operazione enorme

Molti immaginano una semplice “caccia al tesoro”, ma la realtà tecnica è molto diversa. Per scavare seriamente nell’area del Busento bisognerebbe:

  • modificare temporaneamente il corso del fiume
  • intervenire su un’area urbanizzata vicina a Cosenza
  • affrontare problemi geologici e idraulici complessi
  • sostenere costi enormi

Inoltre, il territorio è cambiato moltissimo in sedici secoli, tra alluvioni, sedimentazioni e modifiche artificiali del corso d’acqua. Anche trovando anomalie nel sottosuolo, sarebbe difficilissimo interpretarle con certezza.

  • Tutela archeologica e ambientale

Il Ministero ha il compito di proteggere il patrimonio storico e il territorio. Un grande scavo invasivo potrebbe danneggiare stratificazioni archeologiche reali, compromettere l’equilibrio idrogeologico dell’area e distruggere reperti non collegati ad Alarico L’archeologia moderna oggi tende a evitare interventi spettacolari senza solide basi scientifiche. Per questo si preferiscono:

  • georadar
  • indagini non invasive
  • rilievi geofisici
  • telerilevamento
  • Mancanza di evidenze preliminari

Finora nessuna indagine ha trovato camere funerarie certe, né oggetti visigoti rilevanti e nemmeno strutture compatibili con una grande sepoltura reale. E senza evidenze preliminari forti, autorizzare uno scavo massiccio sarebbe visto come un’operazione più mediatica che scientifica.

  • Il rischio della “caccia al mito”

Gli archeologi sono generalmente molto cauti quando una ricerca nasce da una leggenda celebre. Esiste il timore che la pressione mediatica distorca il lavoro scientifico, si inseguano miti anziché dati concreti e che l’archeologia venga trasformata in spettacolo. La tomba di Alarico, come Atlantide o il tesoro dei Templari, appartiene a quei casi in cui il confine tra ricerca storica e immaginario collettivo è molto sottile.

UN TESORO CHE NON ESISTE

È considerato improbabile che l’intero tesoro di Alarico I sia stato sepolto con lui per diversi motivi storici, logistici e politici. La leggenda della tomba sotto il fiume Busento è affascinante, ma gli storici moderni, quelli seri, tendono a distinguere tra il nucleo plausibile della storia e la sua amplificazione leggendaria.

Dopo il sacco di Roma del 410 d.C., i Visigoti erano ancora un popolo in movimento. Non erano un esercito che combatteva soltanto per gloria: avevano bisogno di cibo, terre, alleanze, pagamenti per i guerrieri e risorse per spostare intere popolazioni. L’oro e gli oggetti preziosi sottratti a Roma rappresentavano una risorsa vitale. Seppellire tutto insieme ad Alarico avrebbe significato privare il popolo visigoto della propria principale ricchezza nel momento più critico della sua storia. Dal punto di vista politico e pratico, sarebbe stata una scelta molto poco razionale.

I tesori non restavano intatti

Quando immaginiamo un “tesoro”, pensiamo spesso a una camera piena d’oro rimasta immobile nel tempo. Nella realtà antica, però, i tesori erano continuamente redistribuiti, rifusi, scambiati o utilizzati come pagamento. Il bottino del sacco di Roma probabilmente venne rapidamente spartito tra i guerrieri, usato per negoziare potere e trasformato in moneta o doni politici. Anche se una parte fu destinata alla sepoltura del re, è improbabile che tutto il patrimonio visigoto sia stato concentrato lì.

I Visigoti fondono i tesori romani. Immagine di fantasia generata dall’IA

I problemi logistici

Anche ammesso che i Visigoti abbiano davvero deviato il Busento, trasportare e seppellire un tesoro gigantesco sarebbe stato estremamente difficile. Bisogna immaginare tonnellate di materiali, tempi di lavoro lunghi, rischio di attacchi o caos interno e la necessità di ripristinare rapidamente il corso del fiume. Una sepoltura simbolica con armi, oggetti rituali e parte del bottino è verosimilmente più accettabile. Una gigantesca camera piena dell’intero tesoro di Roma lo è molto meno.

Molti storici pensano che, se la tomba esiste davvero, il suo contenuto aveva soprattutto una funzione rituale e politica. Non serviva nascondere tutto il tesoro. Bastava creare una sepoltura degna di un sovrano che aveva umiliato l’Impero Romano.

E ALLORA, CHE FINE AVREBBE FATTO IL TESORO DI ALARICO?

Il bottino sottratto dal barbaro doveva essere estremamente eterogeneo:

  • metalli preziosi
  • statue
  • monete
  • reliquie religiose
  • oggetti imperiali
  • arredi

Nel corso dei decenni successivi, quindi, molti oggetti furono probabilmente rifusi, altri passarono di mano, mentre alcuni potrebbero essere stati persi o distrutti. È possibile che frammenti del “tesoro di Alarico” siano sopravvissuti, e magari, a nostra insaputa, stiano in qualche museo, sotto il nostro naso, senza che oggi possiamo identificarli con certezza.

IL FASCINO DELLA TOMBA DI ALARICO

La tomba di Alarico affascina perché rappresenta molto più di un mistero archeologico. Non tanto perchè ci interessi lui, che sicuramente non ci mancherà, viste le sue azioni. Piuttosto, è il simbolo di un passaggio storico gigantesco: il tramonto del mondo romano, l’ascesa dei regni barbarici e la trasformazione dell’Europa antica. 

Alarico non distrusse Roma nel senso tradizionale del termine. Fu piuttosto il segnale che Roma stava già crollando dall’interno. Fu un momento storico ambiguo in cui i barbari non erano più completamente esterni all’Impero, in cui i Romani non controllavano più veramente il proprio mondo, e in cui il vecchio ordine continuava ad esistere solo in apparenza.

Il mondo romano nel 410

La ricerca della tomba di Alarico non riguarda, quindi, soltanto le ricchezze che si crede giacciano con lui, quanto il bisogno umano di credere che il passato nasconda ancora segreti capaci di cambiare il nostro modo di guardare la storia e per ascoltare, ancora una volta, l’eco sommersa della fine di un mondo.

IL FIUME E IL SILENZIO

La statua di Re Alarico, situata a Cosenza, in Calabria. Realizzata dall’artista Paolo Grassino, la scultura in bronzo, situata alla confluenza tra il Busento e il Crati, raffigura il leggendario re visigoto in piedi sopra il suo destriero

Forse sotto il Busento non esiste nulla. Forse il corpo di Alarico è andato perduto nei secoli, insieme al tesoro sottratto a Roma. Oppure, da qualche parte sotto la terra e l’acqua della Calabria, esiste ancora una camera funeraria dimenticata, rimasta inviolata per sedici secoli.

Eppure, il fascino della tomba di Alarico non dipende solo dalla possibilità di trovare oro. Quella ricerca rappresenta qualcosa di più profondo: il tentativo di toccare la fine del mondo romano, il desiderio di scoprire ciò che la storia ha nascosto, oppure l’idea che sotto il presente possano ancora esistere segreti del passato intatti. È l’idea che la storia non abbia ancora rivelato tutti i suoi segreti.

Ma proprio questa incertezza alimenta il fascino del mistero. Perché finché la tomba non verrà trovata — ammesso che esista davvero — resterà sempre aperta la possibilità che sotto il Busento sia nascosto qualcosa di molto più grande di quanto immaginiamo, e finché nessuno potrà verificare, il mito di Alarico e del suo tesoro continuerà a vivere.

Riferimenti:

  • Wikipedia
  • Romaguides.it
  • Amantidellastoria
  • Lacnews24
  • Italiastoria

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