I GRANDI NEMICI DI ROMA: ATTILA (Quinta parte: la campagna d’Italia, la distruzione di Aquileia, l’incontro con Leone I, la morte e il mistero della tomba).

Attila non prese bene la lezione infertagli da Ezio. Intenzionato a vendicarsi, il predone unno decise di marciare un’ultima volta contro l’occidente. Questa volta non commetterà l’errore di attaccare la Gallia, coalizzando i suoi nemici. È arrivato il tempo, infatti, per Attila di puntare direttamente al cuore dell’occidente: l’Italia.

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L’assedio di Aquileia. Immagine di fantasia generata dall’IA

Attila non prese bene la lezione infertagli da Ezio. Ritiratosi nelle sue lande dietro al Danubio, aveva semplicemente deciso di mettere a profitto l’inverno, per rinnovare gli ufficiali quadri delle truppe e per introdurre fra i suoi soldati, assai abili nelle cariche a cavallo ma scadenti in tutto il resto, la disciplina e l’arte della guerra manovrata, in auge fra i legionari di Ezio.

E così, nella primavera dell’anno 452, Attila invase l’Italia attraversando le Alpi Giulie. Sull’Isonzo le truppe romane si rivelarono scarse e impreparate, e Attila arrivò passeggiando fino alla pianura, verso Trieste, dove incontrò il primo serio ostacolo: Aquileia, una città che aveva una storia militare importante, essendo, infatti, un robusto bastione, abituato a far da materasso all’urto di tutti gli invasori.

Aquileia era una delle più ricche e prospere città imperiali ed era un vero polo strategico militare romano. Considerata la quarta città per importanza nel territorio italico, dopo Roma, Milano e Capua, era l’unica città, oltre a Roma, che aveva il potere di coniare monete. Con la sua conquista e la sua brutale, sconsiderata distruzione, la Penisola Italiana si aprì indifesa davanti alle armate del conquistatore. Una dopo l’altra, le città della Pianura Padana caddero sotto il tacco del barbaro unno, financo Milano, dove il parvenu delle steppe fece modificare un dipinto nel Palazzo imperiale facendosi raffigurare in trono mentre gli imperatori in ginocchio gli porgevano borse piene d’oro.

Avrebbe oltrepassato il Po e sarebbe arrivato a Roma se Papa Leone I Magno non lo avesse incontrato al Mincio e convinto a ritirarsi (e su questo episodio saremo più precisi nel corso dell’articolo).

Tornato nel suo regno, Attila meditò di vendicarsi anche di Costantinopoli, perché il nuovo imperatore aveva deciso di dargli il due picche, interrompendo il versamento dei tributi.

Ma il destino, a volte, sa essere giusto. E così, dopo una serata di bagordi per festeggiare l’ennesimo matrimonio, Attila morì nel sonno, liberando l’Europa da un incubo durato anche troppo. Il suo cosiddetto “impero”, fondato solo su rapina e terrore si sgretolò, e gli Unni, non avendo costruito nulla, scomparvero dalla Storia.

Parleremo del mistero della sua morte, del bizzarro funerale e dell’enigma della sua tomba.

Con questo articolo concludiamo la lunghissima serie dedicata ai Grandi nemici di Roma, un progetto editoriale iniziato undici mesi fa e che è stato possibile realizzare grazie alla testata Informazione Quotidiana. Corredato come sempre da immagini e contributi multimediali, vi auguriamo buona lettura!

Il quadro è intitolato “La invasión de los bárbaros” ed è stato dipinto dall’artista spagnolo Ulpiano Checa nel 1887. L’opera ritrae scene di caos e violenza con guerrieri a cavallo che assaltano edifici in stile classico. Questo tipo di dipinti ha contribuito a formare l’immagine popolare delle invasioni barbariche come eventi puramente distruttivi. Il che si avvicina molto alla verità.
INDICE DEI CONTENUTI

ATTILA IN ITALIA!

L’ASSEDIO DI AQUILEIA

EZIO CRITICATO PER NON AVER DIFESO LE ALPI GIULIE

ATTILA DILAGA IN TUTTO IL NORD ITALIA

LA FONDAZIONE DI VENEZIA

LA CONQUISTA DI MILANO

LA CONTROMOSSA DI ROMA: L’INCONTRO DI ATTILA CON PAPA LEONE I MAGNO 

QUALE VERITA’ SULL’INCONTRO TRA ATTILA E LEONE I?

ATTILA SI RITIRA DALL’ITALIA

LE MOTIVAZIONI DEL CLAMOROSO RITIRO

ATTILA RITORNA IN PANNONIA E MINACCIA COSTANTINOPOLI

LA MISTERIOSA MORTE DI ATTILA

IL DECESSO DI ATTILA DAL PUNTO DI VISTA MEDICO

I FUNERALI DI ATTILA

IL MISTERO DELLA TOMBA

GLI UNNI DOPO ATTILA: VENUTI DAL NULLA, TORNATI NEL NULLA

CONCLUSIONI

RINGRAZIAMENTI

 

ATTILA IN ITALIA!

Attila non prese bene la lezione infertagli da Ezio. Per tutto l’autunno e tutto l’inverno si era ritirato nelle sue lande predilette dietro al Danubio, mentre gli imbelli burocrati della Corte romana di Ravenna ridacchiavano, gridando ai quattro venti che il predone unno s’era rifugiato nella tua tana per leccarsi le piaghe mortali. Attila, in realtà, aveva semplicemente deciso di mettere a profitto l’inverno, per rinnovare gli ufficiali quadri delle truppe e per introdurre fra i suoi soldati, assai abili nelle cariche a cavallo ma scadenti in tutto il resto, la disciplina e l’arte della guerra manovrata, in auge fra i legionari di Ezio.

L’immagine mostra un affresco del celebre pittore romantico francese Eugène Delacroix, dal titolo “Attila e le sue orde devastano l’Italia e le Arti”. Dipinto tra il 1838 e il 1847, fa parte della decorazione della Biblioteca del Palazzo Borbone a Parigi. Rappresenta Attila a cavallo che attraversa l’Italia, simboleggiando la distruzione della civiltà classica e delle arti da parte dei barbari. L’opera è un esempio prominente della pittura storica nel movimento del Romanticismo. 

Lasciate riposare le sue truppe, non si arrese, quindi. Non aveva accettato la sconfitta, e doveva far pagare l’Impero per l’umiliazione subita. Intenzionato a vendicarsi, il predone unno decise di marciare un’ultima volta contro l’Occidente. Questa volta non commetterà l’errore di attaccare la Gallia, coalizzando i suoi nemici. Era arrivato il tempo, infatti, per Attila di puntare direttamente al cuore dell’occidente: l’Italia.

Oltre alla vendetta, la questione di Onoria era ancora bruciante e dunque Attila non aveva ancora accantonato l’idea di riscuotere quella parte dell’Impero che aveva preteso come dote di nozze. Inoltre, evidentemente non aveva molte scelte: Costantinopoli era inespugnabile ed era anche salito al trono d’Oriente Marciano che, al contrario del placido Teodosio II, non aveva più alcuna intenzione di pagare il tributo agli Unni, forte di un solido esercito. La Gallia si era rivelata una delusione, avendo fruttato un magro bottino e la perdita di decine di migliaia di guerrieri. L’Italia aveva spostato la sua capitale da Roma a Ravenna e forse ripetere quello che Alarico aveva compiuto, 40 anni prima, con il sacco di Roma, non sarebbe stato poi così difficile.

E così, nella primavera dell’anno 452, Attila invase l’Italia attraversando le Alpi Giulie.

L’ASSEDIO DI AQUILEIA

Sull’Isonzo le truppe romane si rivelarono scarse e impreparate, e Attila arrivò passeggiando fino alla pianura, verso Trieste, dove incontrò il primo serio ostacolo: Aquileia, una città che aveva una storia militare importante, essendo, infatti, un robusto bastione, abituato a far da materasso all’urto di tutti gli invasori.

Aquileia era una delle più ricche e prospere città imperiali, fondata come colonia romana da destinare ai veterani proprio per ostacolare il passaggio delle popolazioni che volevano introdursi in Italia valicando le Alpi Giulie, ed era stata popolata fin da II secolo a.C. da legionari che avevano terminato il servizio militare attivo.

Situata al termine della lunga via dell’Ambra che arrivava in città dalle rive del Mar Baltico, Aquileia era un vero polo strategico militare romano. Considerata la quarta città per importanza nel territorio italico, dopo Roma, Milano e Capua, era l’unica città, oltre a Roma, che aveva il potere di coniare monete. Ad Aquileia terminava la Via Postuma e iniziavano altre importanti strade romane che la collegavano con la provincia del Norico e con la Pannonia.

Aquileia aveva la fama di città prospera e imprendibile, tanto che era uscita vincitrice anche da un assedio dell’imperatore Massimino il Trace nel 238, un militare usurpatore che non riuscendo a espugnarla era stato ucciso dai suoi stessi commilitoni sotto le mura della città.

Quando Alarico, percorrendo più o meno la stessa rotta di Attila, con il seguito di vecchi e bambini, si era trovato nei pressi di Aquileia aveva deciso di aggirarla, Attila invece decise di assediarla: possedere Aquileia significava avere, infatti, il controllo dell’Italia settentrionale.

Un assedio estenuante

Ma non era così facile: fiduciosi delle efficaci difese naturali e delle abbondanti riserve di viveri radunate in città, gli abitanti di Aquileia chiusero la porta in faccia al “Flagello di Dio”. Essi conoscevano bene i racconti sulla crudeltà e le nefandezze degli Unni ma, al riparo delle loro mura, speravano di logorare la pazienza di Attila e di permettere ai cortigiani di Ravenna di mettere insieme un po’ di coraggio e un esercito sufficientemente rispettabile.

L’assedio di Aquileia. Immagine di fantasia generata dall’IA

Fu un assedio lungo ed estenuante, soprattutto per gli Unni che, nonostante gli affrettati insegnamenti dell’ultimo inverno, non erano adatti alla guerra d’assedio: essi erano basicamente predoni ed avevano nel sangue l’istinto dell’attacco improvviso e violento. Posti sotto le mura di una città, impiegati nello snervante gioco dell’assedio, i cavalieri unni diventavano flosci e melanconici come un puledro impiegato nel traino.

Attila doveva gestire, inoltre, il problema dei rifornimenti: la campagna tutt’intorno era fertile, ma le popolazioni venete avevano fatto piazza pulita, e così per trovare da mangiare gli squadroni Unni dovevano compiere lunghe trasferte nell’interno. I soldati, poi, trasformavano in arrosti i quarti di cavalli morti, col risultato di vedere pullulare qua e là i primi casi d’infezione e di pestilenza.

La leggenda della cicogna

La cicogna di Aquileia. Immagine di fantasia generata dall’IA

Non vedendo alcun cenno di debolezza nella città assediata, dopo tre mesi, scoraggiato, Attila decise di dar l’ordine all’esercito di prepararsi per partire, rinunciando a conquistarla.

Avvenne però qualcosa di inaspettato che fece cambiare idea ad Attila, dando nuovamente l’ordine alle truppe di proseguire l’assedio. Da una delle torri della cinta muraria, all’alba di quello che avrebbe dovuto essere il giorno della partenza, un maschio di cicogna con i suoi piccoli prese il volo lasciando il nido. I piccoli non erano ancora pronti per il volo e si appoggiavano al padre, che non avrebbe mai lasciato il nido se non avesse avvertito che qualcosa di grave stava per accadere. Attila, e gli sciamani che consultava, videro in questo volo un segno del destino che suggeriva loro di attendere. E infatti qualcosa accadde. Proprio dal punto in cui la cicogna era partita, il muro iniziò a franare e a crollare, senza un apparente motivo, creando quindi una breccia.

Il crollo del muro difensivo di Aquileia. Immagine di fantasia generata dall’IA

Si trattò probabilmente di una scossa di terremoto a far crollare le mura nel tratto fatale, un fenomeno d’altronde frequente in quella regione e che provocò il cedimento in una zona già compromessa dagli assalti precedenti e dalle lesioni causate dalle macchine d’assedio che gli Unni avevano fatto costruire ai prigionieri romani in loro potere.

Una distruzione barbara e sconsiderata

L’indomani, all’alba, l’esercito degli Unni era pronto per l’assalto decisivo: tutti i soldati, d’altronde, conoscevano la superstizione del loro capo e la sua cieca fiducia nei presagi degli animali.

Gli Unni saccheggiano e distruggono Aquileia. Immagine di fantasia generata dall’IA

Aiutati dalle macchine belliche, che Attila aveva fatto costruire dopo le esperienze degli assedi durante la campagna dell’anno precedente in Gallia, gli Unni misero in breve tempo piede sulle mura di Aquileia. Come sospinti da un furore diabolico, le orde barbariche travolgono i difensori veneti. Quando i cavalieri asiatici, attraverso le porte sconnesse, irruppero nelle vie, cominciò la carneficina: bambini, donne, vecchi non vennero risparmiati, in un saccheggio e una strage sconsiderati.

Aquileia fu completamente distrutta e sulle sue rovine fu sparso il sale in segno di spregio. La distruzione totale di una città era un modo per dare un esempio terribile da mostrare ai propri nemici ed era propria della cultura militare romana, che aveva completamente distrutto Cartagine nel periodo repubblicano. La devastazione di Aquileia fu così completa che la città scomparve dai documenti storici per diversi secoli.

A seguire, un video che ricostruisce i principali edifici di Aquileia, a cura di Fondazione Aquileia

EZIO CRITICATO PER NON AVER DIFESO LE ALPI GIULIE

La discesa di Attila in Italia fu un duro colpo per l’immagine del generale romano. La cronaca di Prospero Tirone, fonte notoriamente ostile nei confronti di Ezio, critica il generalissimo per aver trascurato le difese sulle Alpi Giulie: “Attila, dopo aver reintegrato le forze che aveva perso in Gallia, decide di entrare in Italia provenendo dalla Pannonia. Il nostro comandante Ezio non prese alcun provvedimento consono alla precedente condotta della guerra e non presidiò gli sbarramenti delle Alpi, da cui si poteva impedire ai nemici di passare, ritenendo che restasse soltanto come sua speranza la fuga dall’Italia insieme all’Imperatore.” (Prospero Tirone, s.a. 452.)

Le Alpi Giulie

La storiografia moderna tende a ritenere ingenerose tali critiche, provenienti da una fonte ostile al generalissimo: in particolare i passi delle Alpi Giulie erano indifendibili, e la riluttanza di Ezio nell’affrontare gli Unni in uno scontro in campo aperto può essere spiegata in base alla sua inferiorità numerica, dato che, a differenza che in Gallia, non poteva contare sul fondamentale appoggio dei Visigoti e preferì, quindi, optare per una guerriglia che indebolisse poco a poco gli Unni, facendo anche uso dei rinforzi inviatigli dall’imperatore d’Oriente, Marciano.

ATTILA DILAGA IN TUTTO IL NORD ITALIA

Gli Unni devastano le città della Pianura Padana. Immagine di fantasia generata dall’IA

Dopo la caduta di Aquileia, la Penisola Italiana si aprì indifesa davanti alle armate del conquistatore. La Pianura Padana chinò il capo con rassegnazione di fronte alla furia degli Unni e del loro condottiero, che proseguì nel suo percorso dirigendosi a ovest e, in seguito, costeggiando il fiume Po, passando da una ricca città all’altra senza incontrare alcuna resistenza, spesso trovando già le mura delle città spalancate per paura dell’invasore. Chi aveva tentato di resistergli, aveva visto le mura della propria città fumanti di rovina e si era sentito stringere il cuore allo spettacolo delle donne violentate e dei giovani trucidati. Padova, Vicenza, Verona, Brescia e Bergamo avevano preso le armi per un’estrema difesa e ne erano uscite con le ossa rotte con i loro cittadini massacrati sul posto e, i fortunati sopravvissuti alla carneficina, fatti schiavi.

LA FONDAZIONE DI VENEZIA 

Con l’addentrarsi nell’Italia settentrionale di Attila, molte famiglie di Aquileia, Padova e altre città limitrofe preferirono scappare e cercare rifugio in una zona ombrosa, sicura ma malsana, una zona incolta dove vivevano pochi poveri pescatori talmente disagiata da non avere neanche un nome. Quel tenebroso riparo sarebbe diventata Venezia, fondata proprio da queste famiglie che preferirono stabilirsi in un centinaio di isolette divise da acque basse e difese dal mare da strisce lagunari attraversate da stretti canali, attraversabili solo con piccole imbarcazioni che sapevano esattamente quale percorso seguire. 

Fino alla metà del V secolo questa zona era stata completamente trascurata, i nuovi dodici insediamenti fondati da questi profughi, a cui si unirono altri profughi in seguito in fuga dai longobardi, con le loro professioni, la loro arte, la loro forma di governo, determinarono la nascita della città di Venezia prima e della Repubblica in seguito. 

LA CONQUISTA DI MILANO 

Il viaggio di Attila e delle sue truppe unne e germaniche proseguì senza alcun intoppo: non solo le città non gli oppongono resistenza ma neanche l’imperatore Valentiniano III stesso si decide a organizzare una difesa, nonostante le pressioni di Ezio, le cui truppe, prive ormai dei rinforzi di Visigoti e Alani, sono comunque scarse. Ormai è chiaro che il rifiuto dei Romani di assolvere al servizio militare determinò una profonda crisi nell’esercito, che non aveva più i numeri per difendere il territorio.  

Non sono giunte sino a noi cronache che abbiano descritto gli avvenimenti in dettaglio. Ad ogni modo, Attila conquistò Milano e si stabilì per qualche tempo nel palazzo imperiale.  

Il dipinto modificato 

Secondo un aneddoto, nel palazzo imperiale di Milano c’era un dipinto in cui erano raffigurati i Cesari seduti in trono e ai loro piedi i principi sciti prostrati in segno di sottomissione. Il parvenu unno, colpito dal dipinto, lo fece modificare: i Cesari vennero raffigurati nell’atto di vuotare supplici borse d’oro davanti al trono dello stesso Attila raffigurato come un imperatore. 

Attila ammira il quadro modificato. Immagine di fantasia generata dall’IA

Purtroppo questo quadro è andato perduto, ma testimonianze artistiche del passaggio di Attila in Italia sono ancora visibili nella Certosa di Pavia, dove un medaglione in rilievo ritrae Attila tra eroi della Bibbia e personaggi dell’antichità, anche se viene raffigurato più come un senatore romano, con il naso aquilino e i lineamenti occidentali che per quello che doveva essere realmente il suo volto. 

Sia vero o meno, l’episodio riassume perfettamente le aspirazioni di Attila, all’inseguimento del dominio del mondo. Roma era il suo sogno, ed Attila ricordava bene di quando vi trascorse l’adolescenza in qualità di ostaggio. Ormai era stanco della facile passeggiata fra le arrendevoli città del nord; bisognava decidersi al gran passo, ossia varcare il Po e marciare su Roma. 

LA CONTROMOSSA DI ROMA: L’INCONTRO DI ATTILA CON PAPA LEONE I MAGNO 

Valentiniano III, nel frattempo, aveva ritenuto opportuno lasciare Ravenna, troppo vicina alla linea del Po, per raggiungere Roma. Non si trattò propriamente di una fuga, come qualcuno volle insinuare: Attila, infatti, non era diretto a Ravenna dove Valentiniano sarebbe stato quindi al sicuro. Valentiniano scelse di andare a Roma per cercare l’unica alleanza possibile in grado di aiutarlo, quella di Papa Leone I, uomo decisivo e dotato di riconosciute abilità diplomatiche nonché di grande carisma, al quale l’imperatore chiese di intercedere presso il re barbaro. 

San Leone I Magno di Francisco Herrera il Giovane, XVII secolo, Museo del Prado

La missione diplomatica 

Su richiesta dell’imperatore, quindi, Leone partì verso il nord Italia per incontrare Attila che, nel frattempo, sembrava stesse per passare il Po, nonostante la guerriglia posta in atto da Ezio e le poche migliaia di uomini che aveva a disposizione.  

La legazione diplomatica era composta anche dal senatore Trigezio, prefetto di Roma e abile negoziatore, e dall’ex console Gennadio Avieno, uomo d’affari di successo responsabile nelle forniture idriche di Roma, due figure che, come vedremo più avanti, l’agiografia cristiana ignorò totalmente per esaltare la figura del Papa. 

Non era eccezionale che in un’ambasceria fosse presente un uomo di Chiesa, ma era sensazionale che ci fosse il Pontefice Massimo. La presenza del Papa significava che l’Impero stava, realmente, tremando. 

Il luogo dell’incontro 

L’importante   incontro storico viene ricordato dai contemporanei del tempo Prospero di Aquitania e dal Vescovo spagnolo Idozio. Purtroppo, non ci lasciano delle precisioni topografiche dell’evento. 

Si dovrà aspettare Jordanes cento anni e precisamente alla metà del VI secolo, per cogliere qualche dato inedito, senza però sapere la fonte delle sue importanti notizie topografiche. 

Nei Musei del Vaticano vi è la Sala delle mappe cinquecentesche affrescate. Il territorio mantovano presenta la località Governolo nella quale vi è sopra disegnato lo storico incontro di Papa Leone con Attila. Photo di Claudio Gobbetti

Jordanes inserisce nel racconto che Papa Leone incontrò Attila in “Agro Venetum Ambulejo, ubi Mincìus amnis commeantium frequentatione transitur” (nel campo veneto detto Ambuleio dove il fiume Mincio è attraversato da una moltitudine di viaggiatori) Jordanes Getica XLI-XLII, 222-223 ed Th. Mommsen.

Più avanti, nell’VIII secolo, Paolo Diacono arricchisce il racconto dello storico incontro con un nuovo particolare: “eo loco, Mincìus fluvius in Padum influit” (nel luogo dove il Mincio entra nel Po) Paolo Diacono – Historia romana, XIV, 11-13 ed. A. Crivellucci pp. 196-97. 

Recenti studi farebbero risalire Ponteventuno (una frazione del comune di Curtatone, in provincia di Mantova) come uno dei luoghi dello storico incontro. Infatti, “Del Ventuno” ricorderebbe un episodio di cui si ignora il significato e forse “Ponte Ventuno” potrebbe essere l’evoluzione e storpiatura del latino “Ponte eventum unni“. Ma è comunque solo un’ipotesi. 

Fatto sta che nel periodo tardo antico, la zona dove il Mincio entrava nel Po era all’incirca tra Governolo e Quingentole.  

Ed è qui, in una località tramandata col nome di “Ager Ambulejus“, nell’attuale Governolo, frazione di Roncoferraro sulle rive del Mincio, che avvenne l’incontro esaltato dalle cronache come la vittoria del Papato.

Lapide a ricordo dell’incontro tra papa Leone Magno e Attila. Il testo, in latino, recita: “QUESTO È QUEL CELEBRE LUOGO DOVE UNA VOLTA IL MINCIO CONFLUIVA IN PO / DOVE LEONE I PONTEFICE MASSIMO NELL’ANNO DEL SIGNORE 454 / SORRETTO DALLA PRESENZA MINACCIOSA DI PIETRO E PAOLO APOSTOLI / CON LA SUA MERAVIGLIOSA ELOQUENZA / DISTOLSE ATTILA, FLAGELLO DI DIO, / DALLA DEVASTAZIONE DELLA CITTÀ DI ROMA E DI TUTTA ITALIA. / AFFINCHÉ NON PERISSE LA MEMORIA DI COSÌ GRANDE AVVENIMENTO / FRATE FRANCESCO GONZAGA VESCOVO DI MANTOVA / POSE QUESTA EDICOLA / E LA DEDICÒ A S. LEONE PAPA NELL’ANNO DEL SIGNORE 1616”

Il celebre affresco di Raffaello 

Sull’incontro la Chiesa cattolica ha costruito grandi leggende, tramandate da un acceso filone artistico, tra cui l’affresco che Raffaello realizzò nel 1514 nella stanza di Eliodoro, una delle stanze vaticane. Come si può vedere dall’immagine del dipinto, si rappresenta Attila come un assassino, spietato, sanguinario re, dato che dietro di esso vi sono solo fuoco, macerie e città assaltate. 

Come per la battaglia di Ponte Milvio, la Chiesa cristiana ne aveva fatto un episodio miracoloso, con l’apparizione celeste di un vecchio in abiti sacerdotali che avrebbe terrorizzato gli assalitori, sostituito però da Raffaello dai santi Pietro e Paolo, protettori della città eterna. 

Il celebre affresco di Raffaello raffigurante l’incontro di Leone Magno con Attila. L’opera fu realizzata dal grande pittore e i suoi assistenti tra il 1513 e il 1514. 
Si trova nella Stanza di Eliodoro all’interno dei Musei Vaticani a Roma. 

Raffaello ambientò la scena nei pressi di Roma, con evidenti richiami alla situazione politica contemporanea. Sullo sfondo a sinistra si riconosce infatti una città murata, una basilica, un acquedotto e il Colosseo, mentre il colle su cui divampa l’incendio, a destra, è Monte Mario. I due gruppi contrapposti sono quanto di più diverso. Il gruppo degli Unni si slancia estremamente dinamico e furente, bloccato però dalla sfolgorante apparizione degli apostoli armati di spada in cielo. A sinistra invece il papa, col suo corteo, procede ordinato e pacato nella sua infallibilità. Una tale differenziazione è rispecchiata anche nel paesaggio, placido a sinistra, sconvolto dal fuoco e dalla rovina a destra. Le fattezze del pontefice sono quelle di Leone X, subentrato a Giulio II che era morto nel 1513, anche per l’omonimia con Leone I. 

QUALE VERITA’ SULL’INCONTRO TRA ATTILA E LEONE I?

Tutto quello che è stato detto sull’incontro tra Attila e il Papa è quasi certamente falso, ma è oramai entrato così tanto nella vulgata da non essere neanche dibattuto, a parte dagli storici che hanno ricostruito l’origine di questa che è una leggenda, anzi un vero falso storico.

E’ una leggenda antica, riportata da diversi storici come Giordane, però successivi ai fatti. Come si può vedere su qualsiasi cartina, da Milano a Roma si passa per l’Emilia: invece l’incontro – che certamente ci fu – ebbe luogo sul Mincio, ovvero lungo la strada di ritorno per Attila da Milano alla futura Ungheria. Insomma, quando il nostro Papa e Attila si incontrarono era evidente a tutti che Attila si stava già ritirando. Cosa ci faceva allora il Papa sul Mincio?

Leone I e Attila. Immagine di fantasia generata dall’IA

Da una lettera di un vescovo orientale per fortuna possiamo sapere la risposta: il vescovo ci informa che Papa Leone, come abbiamo detto prima, aveva fatto parte di una delegazione del Senato Romano composta da tre persone: il Papa stesso, l’ex console Avieno e il prefetto dell’Urbe, Trigezio. In questo periodo la somma autorità cittadina a Roma – l’equivalente del sindaco della città, ma con un rango più da ministro della Repubblica – era appunto il Prefetto e a capo della delegazione non c’era il Papa ma, come normale anche in quest’epoca tarda, il Prefetto Trigezio. E quale era lo scopo di questa fondamentale ambasciata? Ma semplice, negoziare il rilascio di quanti più prigionieri romani possibile, con l’ausilio ovviamente di un bel pagamento in oro sonante.

Il Papa stesso deve essere stato consapevole di quanto insignificante fosse stato il suo ruolo in tutta la vicenda dell’invasione dell’Italia, visto che nei suoi numerosi scritti pervenutici non menziona mai l’avvenimento: Papa Leone era davvero una grande personalità e non era tipo da vantarsi di meriti non suoi.

Come mai gli scrittori di poco posteriori a Leone si sentirono in dovere di abbellire il ruolo del Papa? In parte, questo è dovuto ad un fenomeno di proiezione verso il passato di altri eventi: Papa Leone avrà davvero un ruolo di supplenza dell’autorità civile, ma questo sarà tra qualche anno. La ragione principale è da trovarsi nel futuro prossimo dell’Italia: tra pochi anni l’autorità civile romana scomparirà, il ruolo del Papato crescerà e con esso il desiderio di esaltare la sua influenza storica. Nella mente degli uomini di chiesa, la maggior parte degli scrittori di questo periodo, il Papato diverrà quindi una istituzione che fece da supplente alla supposta evanescenza delle autorità civili. Ecco trovata un’altra ragione per sminuire il ruolo fondamentale di Ezio e Marciano nel fermare Attila. Ci si aggiunga che Leone ebbe un ruolo sproporzionato nel definire la posizione ortodossa della chiesa, codificata nel Concilio di Calcedonia: per gli scrittori ecclesiastici siamo di fronte quindi ad una figura più grande della realtà a cui attribuire qualunque merito.

ATTILA SI RITIRA DALL’ITALIA 

Gli Unni si ritirano dall’Italia. Immagine di fantasia generata dall’IA

La leggenda vuole che Leone I abbia fermato Attila mostrandogli il crocifisso. C’è chi disse che i santi Pietro e Paolo apparissero al fianco di Leone I, e chi disse che Attila fosse rimasto impressionato dalla presenza di un vecchio che, vicino al Papa, impugnava una spada sguainata. 

Cosa i due si dissero in quell’incontro non ci è dato saperlo. Quel che è certo è che i due uomini si parlarono da soli, lontano da tutti. Coloro che scrutavano da lontano potevano solo notare il silenzio che avvolgeva le due figure, forse le espressioni cangianti dei loro visi. 

Alla fine, clamorosamente, Attila si ritirò, tornò dai suoi e fece voltare loro le spalle a Roma, alla conquista più luminosa che il popolo unno avrebbe potuto mai ricordare nelle proprie leggende. 

LE MOTIVAZIONI DEL CLAMOROSO RITIRO 

Ora, sappiamo tutti che le apparizioni miracolose sono possibili solo se in preda agli effetti di sostanze psicotrope o dopo abbondanti bevute. Anche il solo fatto di pensare che un vecchietto possa spaventare un bruto assetato di sangue è pura follia. Andiamo, allora, a vedere quali potrebbero essere le reali motivazioni che hanno indotto il barbaro unno a lasciare il martoriato suolo italico. 

  1. Fame e malattie 

L’esercito unno era decimato da una pestilenza e soffriva di una grave carestia. Dopo il sacco di Aquileia e la devastazione dell’Italia settentrionale, le risorse alimentari erano esaurite, rendendo difficile il mantenimento delle truppe. Infatti, in Italia stava infuriando un’epidemia di colera e di malaria e la Pianura padana non era in grado di dar sostentamento all’orda barbarica, già decimata di oltre un terzo dalla pestilenza. 

  1. La tattica di guerriglia di Ezio 

Flavio Ezio, pur non affrontando Attila in una battaglia campale aperta, utilizzò tattiche “fabiane” (di logoramento), molestando l’esercito unno e interrompendo le loro linee di approvvigionamento. 

  1. La minaccia dell’Impero d’Oriente 
Solido di Marciano

L’imperatore romano d’Oriente, Marciano, approfittando del fatto che il grosso dell’esercito unno era impegnato in Italia, ordinò al suo esercito di sferrare una offensiva nella grande pianura ungherese a metà del 452, attraversando il Danubio e infliggendo una sconfitta agli Unni nei loro stessi territori, che vennero devastati, costringendo Attila a considerare il ritorno per proteggere la propria base di potere. 

  1. Oro 
Gli sciamani sconsigliano Attila di attaccare Roma. Immagine di fantasia generata dall’IA

La più classica delle motivazioni. Vari storici hanno supposto che l’ambasciata portasse un’ingente quantità d’oro al capo unno e che lo abbia persuaso ad abbandonare la sua campagna, e questo sarebbe stato perfettamente in accordo con la linea politica generalmente seguita da Attila, cioè di chiedere un riscatto per evitare le incursioni unne nei territori minacciati. Anche il fatto che il Papa abbia negoziato la liberazione di ostaggi cristiani, cattolici e pagani lascia supporre il pagamento di un tributo in oro, l’argomento sicuramente più convincente per spingerlo ad abbandonare la guerra. 

  1. Superstizione 

L’incontro tra Attila e Leone I fu condizionato dalla mentalità del primo: per il capo unno gli uomini di religione rivestivano enorme importanza, li temeva, di qualunque religione fossero. 

Roma era la Città sacra, che gli sciamani gli avevano sconsigliato di conquistare, e Attila temeva ciò che era “sacro”. Gli Unni conoscevano la fine che aveva fatto il re Alarico subito dopo il sacco di Roma dell’agosto del 410. Forse anche il re dei Visigoti era stato ucciso dalla malaria in età relativamente giovane. In ogni caso gli Unni ed Attila in particolare erano molto superstiziosi e magari qualche indovino avrà predetto al re di non sfidare la sorte. Insomma, il barbaro temeva che il sacco della città portasse male a chi avesse osato profanarla. 

ATTILA RITORNA IN PANNONIA E MINACCIA COSTANTINOPOLI 

Quali che fossero le sue ragioni, Attila lasciò l’Italia e ritornò al suo palazzo attraverso il Danubio. Da lì pianificò di attaccare nuovamente Costantinopoli e reclamare il tributo che Marciano aveva tagliato, annunciò con toni minacciosi che avrebbe invaso l’Impero Romano d’Oriente la primavera successiva con l’intento di conquistarlo interamente. Il capo unno non riusciva a stare inattivo e l’istinto di rapina e di potere lo pervadeva, come tutti i grandi autocrati della storia. 

Marciano ignorò tali minacce, ritenendo, sulla base dei precedenti trattati violati da Attila, che non potesse essere fermato permanentemente nemmeno con tonnellate di oro, ritenendo che esso avrebbe potuto essere meglio investito nel rafforzamento dell’esercito piuttosto che in tributi ai nemici dell’Impero. Marciano tenne anche in conto il fatto che le ricche province asiatiche e l’Egitto, protette dallo stretto del Bosforo e da Costantinopoli da una invasione dai Balcani, erano sufficientemente al sicuro da permettere, con il loro gettito fiscale, all’Impero d’Oriente di riprendere le province europee in caso di temporanea occupazione nemica. 

LA MISTERIOSA MORTE DI ATTILA 

Prima della guerra contro Marciano, Attila decise comunque di gratificarsi contraendo un nuovo matrimonio. Gli Unni praticavano infatti una solida poligamia per reagire attraverso l’elevata natalità alla frequenza della mortalità infantile.

La festa di nozze di Attila. Immagine di fantasia generata dall’IA (che ha raffigurato una Hildico non del tutto convinta…)

Aveva già cinquantotto anni e più di duecento mogli, tutte più giovani di lui, ma Attila, dopo la ritirata del Mincio, voleva dimostrare agli altri e soprattutto a sé stesso di essere ancora giovane. La prescelta fu una principessa giovane e bella di etnia germanica, dal nome di Hildico, un appellativo che venne poi trasformato in quello di Crimilde, come appare nella Saga o Canzone dei Nibelunghi. Si potrebbe ipotizzare che Hildico fosse in realtà una fanciulla ostrogota, secondo quanto riferito nella saga germanica che narra come fosse la sorella di tre re, i quali potrebbero essere stati i sovrani ostrogoti vassalli di Attila di nome ValamiroTeodimiro e Vidimiro

Prima della guerra contro Marciano, Attila decise comunque di gratificarsi contraendo un nuovo matrimonio. Gli Unni praticavano infatti una solida poligamia per reagire attraverso l’elevata natalità alla frequenza della mortalità infantile. 

Nella città di Etzelburg, nulla più che un insieme di baracche e di carriaggi, le nozze con Hildico furono celebrate con tutta la magnificenza e col lusso che si doveva ad un grande capo. Attila bevve moltissimo nei baccanali che seguirono alla celebrazione, in modo da sbalordire i suoi sessanta figli. 

Dopo la lunga festa di nozze, Attila si ritirò nelle sue stanze con la moglie ma, sonnolento e ottenebrato dalle libagioni, si addormentò ed ebbe un’emorragia interna che lo portò a morte per soffocamento. L’indomani, i suoi ufficiali lo trovarono morto sul letto, mentre la sposa, rannicchiata in un angolo, fissava immobile il pavimento. Il corpo di Attila non presentava ferite o segni di violenza: soltanto dalla bocca era uscito un fiotto di sangue. Nel silenzio più assoluto le guardie di Attila entrarono nella tenda raccolsero il corpo del capo e nessun oltraggio o violenza venne esercitato sulla giovane sposa, evidentemente innocente. Era il marzo dell’anno 453 e il re degli Unni doveva avere all’incirca 58 anni. 

La morte di Attila. Immagine di fantasia generata dall’IA

Le versioni delle fonti 

Queste sono le due versioni storiche della morte di Attila che possediamo: 

Attila aveva preso in moglie una ragazza molto bella di nome Hildico [Crimilde] e lo aveva fatto dopo altre mogli, come è costume della sua gente. Preso da un’eccessiva allegria durante il banchetto delle sue nozze e stordito dal sonno e dal vino, si distese nel letto nuziale sulla schiena. In questa posizione un’improvvisa emorragia, che normalmente sarebbe uscita dal naso, venne ostacolata nel suo naturale decorso e gli si riversò in gola. Così facendo [il sangue] l’uccise. In tal modo l’ubriachezza pose un termine disonorevole a un re sempre vittorioso in guerra. Prisco di Panion, Frammento 23 (mod.) 

Come racconta lo storico Prisco, nel momento della sua morte, Attila, nonostante avesse già un numero considerevole di mogli, un’usanza tipica del suo popolo, era in procinto di sposarne un’altra di nome Hildico, dotata di una particolare bellezza. Durante la festa nuziale si abbandonò a un’allegria eccessiva e forse appesantito dal vino che aveva bevuto e dalla sonnolenza che ne era derivata, si sdraiò a terra supino. Iniziò subito dopo a perdere sangue dalle narici, cosa che gli capitava frequentemente. Tuttavia, questa volta il sangue ebbe impedito il suo naturale deflusso dalle consuete vie di uscita e refluì verso la gola soffocandolo fino alla morte. Pertanto, a questo sovrano, sempre vittorioso in guerra, l’ebrezza riservò una morte disonorevole. Al calare della notte seguente, al termine del giorno successivo alle nozze, i servi di Attila iniziarono a sospettare che qualcosa di terribile fosse accaduto e forzarono le grandi porte del suo alloggio privato. All’interno di quelle stanze trovarono Attila ormai morto e senza alcuna ferita sul corpo a causa di una cospicua emorragia e, vicino a lui, la giovane sposa che piangeva con il viso triste sotto il velo nuziale. Jordanes, Storia dei Goti, XLIX, 254 (mod.)

La Morte di Attila, dipinto da Ferenc Paczka tra il 1880 e il 1890. Il dipinto illustra la morte del re degli Unni, Attila, avvenuta nel 453 d.C. durante la sua notte di nozze con la giovane Hildico. La scena evidenzia la figura di Hildico sopra il corpo ormai senza vita del marito. 
L’opera è nota per il contrasto tra il potere del sovrano e la sua improvvisa e inaspettata fine. 

IL DECESSO DI ATTILA DAL PUNTO DI VISTA MEDICO

Da un punto di vista medico, l’ipotesi più probabile potrebbe essere quella di un’emorragia da varici esofagee in un soggetto affetto da una cirrosi alcolica. Già Prisco di Panion raccontava come il re unno esagerasse sempre nelle libagioni. Quindi uno stato di iperammoniemia (un accumulo patologico di ammoniaca nel sangue, spesso causato da gravi malattie epatiche – cirrosi, epatiti – o difetti del ciclo dell’urea, che porta a tossicità neurologica i cui sintomi includono agitazione, confusione, sonnolenza ed encefalopatia) in un uomo con un fegato cirrotico, il colorito cutaneo giallastro da iperbilirubinemia (presenza di alti livelli di bilirubina nel sangue, sostanza giallo-arancione prodotta dalla degradazione dell’emoglobina, che provoca ittero, ossia la colorazione gialla di pelle/occhi) e le varici esofagee da ipertensione portale, spiegano bene l’emorragia mortale e il successivo soffocamento.

Di sicuro Hildico non poteva aspirare in nessun modo le secrezioni del marito e l’emorragia era stata comunque troppo imponente e inarrestabile. Attila morì in pochi minuti, come avviene in molti i cirrotici da etilismo allo stadio terminale cui si rompono le varici dell’esofago. 

I FUNERALI DI ATTILA 

I funerali di Attila (453 d.C.) sono descritti dalle cronache storiche come una cerimonia leggendaria e brutale, volta a nascondere per sempre la sua sepoltura. Il termine unno per definire tale cerimonia era Strava. Secondo Prisco di Panion, questo era il modo di salutare un capo tra gli Unni e, per chi ebbe modo di assistervi, deve essersi trattato di uno spettacolo impressionante. Vediamo cosa accadde. 

La preparazione del corpo 

Il corpo di Attila, ormai defunto, venne collocato al centro di un gruppo di tende circondate da carri in un “padiglione di seta”, allestito in mezzo ad una pianura adiacente le rive del fiume.  Il cadavere era avvolto in sete orientali e decorato con gioielli splendenti, sulla spalla sinistra era collocata una spilla d’oro con incastonata una pietra d’onice viola intenso. 

Il lutto di sangue 

Seguì una strana cerimonia in cui i più valenti tra i cavalieri si lanciarono in un furioso galoppo intorno al feretro, impugnando torce che rischiaravano la radura, per ‘allietare’ il cuore del loro condottiero, mentre veniva cantato un inno che celebrava le gesta del ‘Flagello di Dio’. 

Cavalieri unni galoppano furiosamente attorno al corpo di Attila. Immagine di fantasia generata dall’IA

I guerrieri si erano tagliati i capelli e sfigurate le guance in segno di lutto. Il guerriero doveva infatti essere compianto “non con lacrime di donne ma con sangue di uomini”. 

Ci fu un giorno di feste e giochi funebri, lamenti e corse di cavalli, canti funebri ritmati. 

Le tre bare 

La notte del giorno seguente la sua morte Attila venne sepolto in gran segreto. Vennero preparate per lui tre bare. La prima d’oro (per indicare la potenza), in cui fu adagiato il corpo, la seconda d’argento (per la nobiltà) e la terza di ferro (per le conquiste militari), a testimonianza della ricchezza e della forza militare che il padrone del Mondo aveva posseduto. Nella tomba di Attila (non un tumulo, come consuetudine di quel popolo barbaro, ma una semplice fossa), vennero calati innumerevoli oggetti di inestimabile valore, le armi più eleganti strappate ai nemici, faretre tempestate di gemme e ornamenti di ogni sorta. Attila dovette essere sepolto con la sua celebre Spada di Marte, la quale lo aveva accompagnato in tante battaglie e che soltanto lui poteva impugnare. 

Cavalieri unni mentre cancellano le tracce della tomba di Attila. Immagine di fantasia generata dall’IA

Per conservare l’assoluta segretezza sul luogo della tomba di Attila, il terreno di sepoltura venne calpestato più volte dai cavalieri (come da tradizione dei nomadi uralo – altaici) allo scopo di compattare il terreno e di favorire la ricrescita del manto erboso, per cui non ne rimase alcuna traccia visibile già una settimana dopo. In più, tutti gli uomini che avevano materialmente approntato la sua sepoltura furono uccisi e i fedelissimi di Attila, che eseguirono il massacro, seppero conservare il segreto sulla località in cui doveva riposare per sempre il loro re … “Ed un silenzio di morte avvolse il sepolcro la notte medesima, accomunando allo stesso tempo il morto e i becchini, ebbe a scrivere Jordanes.

IL MISTERO DELLA TOMBA 

Poiché, come abbiamo detto, gli schiavi che allestirono la tomba furono uccisi in modo che nessuno fosse in grado di rivelare il luogo esatto della sepoltura per evitare razzie, ancora oggi la tomba di Attila rimane uno dei grandi misteri archeologici, al pari della tomba di Alarico e di Gengis Khan. Così Attila dorme ancora oggi nel cuore dell’immensa Pianura Pannonica, tenendo stretta tra le mani l’impugnatura della sua preziosa spada. Data l’estensione del territorio, come si può vedere dalla cartina qui in basso, sarebbe come cercare un ago in un pagliaio.

Secondo le leggende ungheresi il sarcofago si trova tra il Danubio e il Tibisco, in Ungheria.   

Prisco di Panion narra il re fu sepolto sotto il letto di un fiume, temporaneamente deviato per l’occasione, per poi far scorrere nuovamente l’acqua sopra la tomba. Tuttavia, l’ipotesi, è il caso di dirlo, fa acqua, perché il tempo che intercorse tra la morte e la sepoltura fu soltanto di poche ore e in questo breve periodo non sarebbe stato agevole costruire e poi disfare degli sbarramenti per le acque. 

Sepoltura di Attila sotto il letto di un fiume, secondo l’IA

Secondo un’altra fonte, infatti, per impedire che la tomba venisse violata, abbiamo visto che i cavalieri cavalcarono sopra il terreno per cancellare ogni traccia della fossa, cosa non necessaria se poi il fiume l’avrebbe ricoperta. 

È possibile che il sepolcro sia prossimo ad un importante corso d’acqua, come nella tradizione religiosa unna. Alcuni fiumi potrebbero essere quelli indicati da Prisco ove riposa tuttora il corpo di Attila. Meno probabile di tutte le localizzazioni è quella che vede l’alto Isonzo presso Tolmino, nell’attuale Slovenia Occidentale.  

Più probabili risultano essere il medio Tibisco, in Ungheria, perché non lontano Attila aveva eretto la sua capitale, e la confluenza tra i fiumi Murra e Drava, nella Croazia orientale, che, seppur lontano dalla reggia di Attila e prossima al confine dell’Impero Romano d’Occidente, potrebbe appunto esser stata scelta per la sua lontananza. 

L’ipotesi Romania 

Nel 2023, una scoperta archeologica vicino a Mizil, nel sud-est della Romania, accese la speranza di aver risolto il mistero. A tale scoperta è stata data una grande risonanza mediatica con toni esageratamente sensazionalistici. 

La tomba di un nobile guerriero Unno, scoperta in Romania all’inizio del 2023

Tutto è iniziato quando gli operai, impegnati nei lavori di costruzione dell’autostrada A 7 Ploesti-Buzau in Romania, si sono imbattuti in un terreno a dir poco anomalo. Mentre scavavano per realizzare la nuova infrastruttura, hanno letteralmente cozzato contro serie di reperti archeologici unici e di grande valore. Insieme allo scheletro completo del guerriero, gli archeologi hanno trovato i resti del suo cavallo, una sella ricoperta d’oro, una spada di ferro, punte di freccia, un centinaio di gioielli d’oro e una maschera d’oro che probabilmente un tempo copriva il volto del guerriero. Le parole “Tomba di Attila” hanno iniziato a circolare rapidamente. Gli archeologi dell’Istituto di Archeologia Vasile Pârvan di Bucarest sono stati coinvolti per indagare sul rinvenimento. 

Non vi sono attualmente evidenze conclamate che questa tomba appartenga con certezza al celebre condottiero. Ma è chiaro che la ricchezza del corredo e le modalità di sepoltura rinviano a un personaggio di rango elevatissimo.   

Questa tomba fa parte di un sito archeologico più complesso dove sono conservate altre tombe, abitazioni e pozzi, tanto che da quando sono iniziati i lavori di ampliamento autostradale, questo è il quarto sito archeologico scoperto.  

Il sito di Mizil e alcuni degli oggetti recuperati

Tuttavia, proprio il fatto che vi siano altre tombe nelle vicinanze, dovrebbe far dubitare che quella scoperta sia la tomba di Attila, che le cronache del tempo ci inducono a pensare sia stata isolata e molto lontana da qualsiasi altro insediamento, proprio per ragioni di segretezza. Inoltre, si sarebbero dovute rinvenire le tre bare concentriche descritte dalle fonti e le ricchezze incredibili quanto inestimabili. No, secondo noi quella ritrovata non può essere la tomba di Attila, ma quella di un personaggio, forse unno, di alto rango. Ciò, tuttavia, non toglie importanza alla scoperta perché permette di gettare nuova luce sulle culture e le società dell’antichità. 

Leggende da brivido 

Attila in forma di demone, secondo il folklore sloveno e secondo l’IA

Il folklore sloveno s’è impadronito – col trascorrere dei secoli – della leggenda della tomba di Attila, tanto che si narra che, ogni notte, lo spettro del re Unno – nel cuore della notte – con le sembianze da demonio – arriva e sosta nei pressi del suo sepolcro e si mette a disseppellire le monete del suo tesoro ed a contarle per accertarsi che la sua tomba non sia stata violata e che il tesoro sia rimasto integro. 

Consiglio di vedere l’interessantissimo documentario qui sotto.

GLI UNNI DOPO ATTILA: VENUTI DAL NULLA, TORNATI NEL NULLA

Con la morte di Attila, per gli Unni iniziava un percorso storico a ritroso, verso l’oblio. Il suo regno fu un’eccezione nella storia unna; mai prima il popolo era stato governato da un solo uomo al potere. Dopo la sua morte il trono venne ereditato dal maggiore dei suoi figli: Ellak. Dalla sua parte questi aveva l’appoggio di Onegesio, colui che aveva aiutato il re unno ad assicurare il controllo sulle popolazioni alleate.

I due figli minori di Attila, Dengizick e Ernack, pur sperando di tornare al vecchio sistema che li avrebbe visti a capo di una parte del regno accettarono inizialmente questa soluzione, ricoprendo l’incarico politico di delegati della corona verso i popoli sottomessi, popoli di contadini o assoggettati ad altri oneri come la fornitura di truppe o il pagamento di tributi economici. Questi popoli però avevano acquisito forza militare e politica e non avevano più intenzione di sottostare al potere unno, e iniziarono a ribellarsi, Attila era riuscito a mantenere un potere unico e ora, con la sua morte, molti malcontenti iniziarono ad emergere, alimentati generosamente da Marciano che voleva assicurarsi che con la morte di Attila finissero anche le pretese degli Unni.

Appena un anno dopo la morte di Attila scoppiarono sanguinosi scontri tra le diverse fazioni che sostenevano l’uno o l’altro fratello. Fu Ellak, il fratello maggiore, ad avere la meglio. Gli altri due furono costretti a fuggire dal territorio unno, compreso Ernack. Non erano ancora finiti i festeggiamenti per la fine della guerra civile che il vincitore dovette affrontare una nuova minaccia. I popoli soggiogati dagli Unni si sollevarono sotto il comando di Ardarico, re dei Gepidi. Battuti presso il fiume Nedao nel 454 d.C. da una coalizione di popoli germanici, gli Unni persero anche il loro sovrano, ucciso in battaglia. 

Il territorio unno venne riorganizzato secondo le direttive di Marciano, che strinse un’alleanza anche con gli Ostrogoti a cui assegnò una zona della Pannonia settentrionale. Altre alleanze tra l’impero d’Oriente con Sciri ed Eruli permisero a questi popoli di stanziarsi in altre zone più ad Est. L’impero di Attila era stato smembrato in modo da assicurare a Costantinopoli una situazione pacifica e inoffensiva, per quanto i conflitti tra Gepidi e Ostrogoti porteranno, nel 469, a nuovi scontri tra questi due popoli in seguito ai quali i Gepidi saranno sconfitti e costretti a migrare in Provenza per occuparsi della difesa del regno ostrogoto dagli attacchi dei Burgundi.

In cammino e supplici 

Se neanche i Gepidi riuscirono a garantirsi un regno stabile, a causa della loro sconfitta contro gli Ostrogoti, gli Unni sopravvissuti migrarono verso il corso inferiore nel Danubio in due gruppi, uno guidato da Dengizick e l’altro dal figlio prediletto di Attila, Ernack. 

Nel 466 d.C. inviarono entrambi un’ambasciata all’imperatore d’oriente Leone I, succeduto a Marciano. Gli Unni, dopo aver presentato le proprie scuse per le distruzioni arrecate in passato (!), chiesero l’instaurazione di un punto di scambio sul Danubio tra il loro popolo e i cittadini romani, presidio praticamente indispensabile per la loro economia, ma Leone I rifiuta la proposta, da cui non aveva nulla da guadagnare. Dengizick risponde allora secondo la maniera unna, raggruppa un esercito  e parte  per pretendere una zona in cui insediarsi minacciando una guerra che, in seguito all’ennesimo rifiuto di Leone I scoppia. Dopo due anni di combattimenti le truppe di Dengizick vengono sconfitte nel 469 dal generale Anageste e la testa di Dengizick esposta a Costantinopoli in segno di vendetta contro gli Unni.

Al contrario Ernack chiese più cautamente di essere ospitato nei territori dell’impero come foederato, ricevendo da Leone I una risposta positiva, decidendo infine di stabilirsi nell’attuale Romania orientale e integrandosi in quel regno che un tempo, quel padre che portava il nome di Attila, aveva tenuto sotto scacco.

Non più una minaccia 

Da questo momento in poi degli Unni non si sente più parlare in termini di ambasciate o particolari minacce all’impero d’oriente, bensì come forza armata al soldo di diversi sovrani. 

Presunto ritratto di Belisario alla destra dell’imperatore Giustiniano I in un mosaico della Basilica di San Vitale a Ravenna

Se è vero che la terza cinta muraria di Costantinopoli fu fatta erigere proprio per proteggere la capitale bizantina da possibili assalti unni, non abbiamo molte notizie di incursioni in territorio imperiale. 

Al contrario gli Unni vennero impiegati in gran numero dal generale Belisario durante sia le campagne in occidente, nella riconquista del Nord-Africa e dell’Italia, che ad oriente contro i persiani. La cavalleria bizantina venne modellata in parte in base a quella Unna; ai cavalieri venne insegnato come tendere l’arco e lanciare frecce mentre i cavalli erano al galoppo. Ai suoi ufficiali Belisario consigliava di essere abili quanto lo erano gli Unni con cavallo, arco, lancia e spada. 

Molti degli Unni che Belisario portò con sé non erano i diretti discendenti servitori di Attila, bensì si trattava dei famosi Unni Bianchi, i quali vivevano ancora come nomadi nella Russia meridionale. 

Come mai esistiti 

Il popolo unno non sopravvisse a lungo come cultura autonoma; le tribù unne che si erano stanziate sul Danubio vennero presto inglobate dall’avanzata bulgara che fondendosi con la popolazione autoctona creò uno dei regni più potenti dei Balcani del Medioevo, costante minaccia per la vicina Costantinopoli. 

Le regioni che erano appartenute al regno di Attila videro un rapido e continuo susseguirsi di nuovi conquistatori: Gepidi, Ostrogoti, Avari ed infine verso la fine del primo millennio d.C. l’ultima delle grandi invasioni in Europa ovvero quella Magiara (odierni ungheresi). 

Ancora oggi una parte della popolazione della Transilvania, circa mezzo milione di persone – una minoranza conosciuta con il nome di Székely – si considera diretta discendente degli Unni. È infatti Attila che venerano come eroe popolare della loro nazione. Si considerano ungheresi di etnia, non rumeni, continuano a usare l’ungherese come prima lingua e desiderano preservare la propria identità distinta.

I Székely, vestiti con i loro costumi tradizionali

In sintesi, la scomparsa degli Unni è la storia della fine di una potente, ma effimera, confederazione tribale che si sciolse quando i suoi leader non furono più in grado di garantire bottini e unità, venendo assorbiti dal contesto storico europeo che loro stessi avevano sconvolto. 

CONCLUSIONI 

L’Impero Unno era una “fragile alleanza” tenuta insieme dal terrore e dalle ricchezze distribuite da Attila; con la sua scomparsa, la confederazione si disfece rapidamente, portando alla scomparsa degli Unni come potenza egemone in Europa.   

La scomparsa degli Unni dalla storia europea è un fenomeno rapido e misterioso. Non si trattò di un’estinzione biologica totale, quanto piuttosto di una rapida frammentazione, assimilazione e dispersione. 

Alla morte di Attila, i suoi numerosi figli si contesero il potere, dividendo l’impero e indebolendolo. 

L’economia unna, sostanzialmente parassitaria, dipendeva in gran parte dai tributi e dai saccheggi ai danni degli Imperi Romani d’Oriente e Occidente. Quando queste entrate diminuirono e il terrore di un’invasione unna svanì, la struttura economica dell’impero collassò. 

Differenze tra Impero unno e Impero Romano 

Gli Unni non hanno lasciato tracce culturali dietro di sé: nessuno ha mai sentito parlare di una “civiltà unna” 

Non esistono documenti scritti o testimonianze letterarie prodotte dagli Unni. Le conoscenze che abbiamo provengono quasi esclusivamente dai loro nemici o osservatori esterni (Romani, Greci, Cinesi). Erano piuttosto una potenza militare nomade che ha sconvolto l’assetto europeo dell’epoca, piuttosto che fondare una propria cultura organizzata (troppa fatica…). 

Non hanno mai costruito nulla, ma solo distrutto, razziato e rapinato, sottomettendo popoli che, alla prima occasione, gliela hanno fatta pagare cara. Durati solo 150 anni, hanno tuttavia avuto il tempo di cambiare in peggio la storia dell’Europa, causando il tracollo dell’Impero d’Occidente. Quando un popolo non sa fare altro che terrorizzare, uccidere, predare e vivere godendo dei tesori degli altri senza esserseli guadagnati con l’ingegno, il minimo che gli possa capitare è una fine senza onore. 

Già il fatto stesso di paragonare l’Impero unno (e il termine “impero”, attribuito a questi rozzi barbari, è per me inappropriato) a quello romano è al limite della blasfemia: la differenza tra l’Impero unno e quello romano è profonda, riguardando la struttura sociale, l’organizzazione politica, lo stile di vita e le fondamenta economiche. Mentre Roma rappresentava un impero sedentario, burocratico e urbano, quello unno era una confederazione nomade basata sulla guerra e la mobilità. Gli Unni non costruivano, infatti, città stabili (e come avrebbero potuto?) e la loro capitale (la “corte” di Attila) era un accampamento itinerante, come i circhi… 

L’Impero Romano era fondato su città, strade, burocrazia complessa, leggi scritte e agricoltura, mentre quello unno era basato sul saccheggio, la razzia e la richiesta di tributi pesanti a territori già sviluppati (facile sfruttare senza faticare ciò che altri hanno costruito con generazioni di sacrifici – ciò che sta accadendo anche oggi nella nostra società, invasa da nullafacenti alieni e impermeabili alla nostra cultura e tradizioni). 

La forza di Roma risiedeva nell’amministrazione del territorio e nell’integrazione delle popolazioni conquistate, regolate da una forma avanzata del Diritto. Era basata sul commercio e la tassazione dei sudditi che producevano reddito attraverso le molteplici attività da essi praticate, prima fa tutte la coltivazione dei campi.  

L’imperatore romano governava attraverso un sistema centralizzato e gerarchico, spesso con il sostegno del Senato. Tra gli Unni, invece, il potere era concentrato nelle mani di un leader militare supremo, la cui autorità si basava sulla capacità di vincere battaglie, ottenere bottini e gestire i tributi imposti ai popoli sottomessi, tra cui lo stesso Impero Romano d’Oriente. 

L’Impero romano ha dominato il Mediterraneo per secoli, lasciando un’eredità culturale, giuridica e architettonica duratura, mentre quello unno ha avuto una durata brevissima, concentrata specialmente nella prima metà del V secolo d.C. (con il picco sotto Attila tra il 447 e il 454 d.C.), sciogliendosi come neve al sole dopo la morte del suo leader. 

Attila, che alcuni storici in tempi recenti tendono a descrivere come un fine diplomatico, abile politico, quasi un genio, in fondo non era altro che un razziatore che campava derubando e godendo delle fatiche altrui, un parassita che non ha costruito nulla e che è morto stupidamente, per le misteriose e ironiche vie che il destino sa riservare a tali ignobili personaggi che, sicuramente, non ci mancheranno

RINGRAZIAMENTI 

Con questo articolo concludiamo la lunghissima serie dedicata ai Grandi nemici di Roma, un progetto editoriale iniziato ormai quasi un anno fa (30 aprile 2025) e che è stato possibile realizzare grazie alla testata Informazione Quotidiana. Il curatore della Rubrica “La Stele di Rosetta” intende ringraziare il Direttore Editoriale Angela Bernardo per il sostegno ricevuto affinché tale progetto (il più esteso che sia mai stato tentato in questa sede) abbia potuto vedere la luce e portato a conclusione. In undici mesi abbiamo conosciuto centinaia di personaggi, luoghi ed avvenimenti. Abbiamo approfondito tematiche storiche e archeologiche legate agli argomenti trattati e, perché no? ci siamo anche affezionati ad alcune figure, seguendo con passione le loro vicende. 

L’Autore si congeda con un pizzico di rammarico da questa Serie, a cui ha dedicato così tanto tempo, e che è diventata una parte importante del suo lavoro di divulgazione. 

Ma è tempo di guardare avanti e parlare di altri argomenti. La “Stele di Rosetta” continua e vi aspettiamo per nuove, entusiasmanti storie! 

SE TI SEI PERSO GLI ARTICOLI PRECEDENTI DELLA SERIE “I GRANDI NEMICI DI ROMA”:

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