Il sor Magara. Addio a Carlo Mazzone.

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Carlo Mazzone mentre esulta durante la celebre corsa sotto la curva dei tifosi avversari. L'episodio rispecchia il leggendario pareggio per 3-3 tra Brescia e Atalanta del 30 settembre 2001.Mazzone corse verso la curva dell'Atalanta dopo il terzo gol di Roberto Baggio, in risposta alle provocazioni ricevute per tutta la durata della partita. È considerato uno dei momenti più iconici, passionali e indimenticabili della storia del calcio italiano.

È morto il sor Magara. Carlo Mazzone, l’allenatore decano, quello cioè con più panchine in Serie A (792, 797 calcolando i 5 spareggi), 1.278  ufficiali complessive tra campionati e coppe. Ci ha lasciato il 19 agosto 2023 nella sua amata Ascoli, sua città elettiva.

Le origini

Nato il 19 marzo 1937, nel popolare e storico quartiere di Trastevere, Carlo Mazzone era romano e romanista.

La sua infanzia e giovinezza si accompagnano alle foto senza colori della Roma di Fulvio Bernardini, Amedeo Amadei, Sacerdoti e Ferraris IV. Sullo sfondo, i rumori delle bombe, gli americani, la Repubblica e l’Italia che non muore.

In quegli anni Carletto diventa un sanguigno giovanottone di un metro e novanta che, come tanti, sogna il pallone.

Calciatore delle giovanili giallorosse, con la Roma gioca solo due partite. Lo mandano a farsi le ossa al Latina, poi lo vendono alla SPAL e dopo al Siena. In C, con l’Ascoli, dà il meglio di sé. Con la squadra marchigiana, di cui diventa capitano, gioca fino al 1969, quando termina la carriera.

Non un grande campione, ma un professionista onesto, un uomo di campo esperto e affidabile, in grado, con carattere e intelligenza, di guidare i compagni.

L’allenatore

Bravo a trarre insegnamento da ogni esperienza, “sor Carletto” è stimato dal presidente Rozzi, altro personaggio di un calcio scomparso. Quando, nel 1968, a stagione in corso, l’Ascoli resta senza mister, è lui a diventarlo, pur essendo ancora  giocatore. Tornerà in panchina nel maggio successivo, questa volta fino alla conclusione del campionato. Stessa cosa l’anno successivo, quando subentra nella penultima giornata di “andata” e sfiora la promozione.

Allena i marchigiani fino al 1975. In tre anni porta la squadra dalla C alla A, ottenendo la salvezza nella massima divisione.

Lo chiama la Fiorentina, con cui arriva terzo, e poi il Catanzaro, dove conquista due permanenze in Serie A. Torna quindi all’Ascoli: cinque stagioni, quattro salvezze e un sesto posto.

Prosegue in B prima con il Bologna e poi con il Lecce, che riporta in Serie A e al quale regala due salvezze. Dopo una breve parentesi a Pescara, arriva al Cagliari che, dopo 21 anni, trascina in zona UEFA.

Giunto a 56 anni, Mazzone è ormai specializzato in salvezze e promozioni. Umile ma sempre dignitoso, quando lo definiscono “il Trapattoni dei poveri” replica che è “Trapattoni ad essere il Mazzone dei ricchi”.

La svolta potrebbe esserci con Sensi, nuovo presidente della Roma, che lo chiama a guidare la squadra della sua gioventù.

I tempi, però, non sono maturi. In tre stagioni ottiene piazzamenti decorosi, ma non brillanti. La sua è la Roma, “romana e romanista”, dell’ultimo Giannini e del giovane Totti. “Er sor Magara”, nonostante i risultati, è amato per la genuinità. I tifosi ne percepiscono il carattere ruvido e generoso, volitivo e umanissimo, e lo sentono da subito uno di loro.

Mazzone fiuta Totti quando è ancora “er pupone”. Lo protegge, impedendogli di montarsi la testa. Lo vuole, come lui, vero, serio, concreto.

La storia del mister prosegue per un altro decennio: torna al Cagliari, vive una parentesi sfortunata a Napoli, quindi Bologna, Perugia, Brescia, ancora Bologna e infine Livorno.

Si ritira nel 2006, a quasi settant’anni, circondato dall’affetto dei figli e dei nipotini nella sua Ascoli, la città che più gli ha dato calcisticamente soddisfazioni.

Il tecnico e l’uomo

Tecnicamente sottovalutato dalla grande stampa, probabilmente il temperamento fiero e un po’ burbero gli ha impedito di entrare nel circolo degli allenatori delle squadre di successo.

Diceva: “La tattica è il pane dei poveri, la tecnica dei ricchi”, ma Guardiola, che ha vinto tutto, lo considera suo riferimento.

Molti esperti ne sottolineano, al di là del carattere sanguigno, la freddezza tattica, il carisma naturale e il fiuto. E condividono l’idea che il suo difensivismo fosse dovuto più alla necessità imposta dal livello tecnico delle sue squadre che a una naturale propensione di gioco.

Tutti i grandi che ha allenato lo hanno amato. Baggio, Totti, Signori, Giannini, Guardiola e Pirlo vedevano nel vecchio allenatore esperto nel calcio di trincea un padre e un maestro. Nel suo calcio “autentico e antico” ritrovavano, tra fango, fischi, pioggia e sole, la parte più vera del loro sport.

Nel pallone, come nella vita, la retorica e i titoli sgargianti sono poca cosa. Contano invece le pedate nel sedere, gli scatti di reni, la voglia di rialzarsi e combattere anche quando ci si è fatti male. Kipling, con “If”, lo diceva in altro modo; ma i mazzoniani “Amedeo, ma ’ndo cazzo vai?” e “A Totti, vatte a fa la doccia”  insegnano la stessa cosa.

Nervi saldi fino al novantesimo e e ai rigori, tener duro “quando in te non resta altro se non la volontà”. Perché fare goal è sempre possibile, per poi magari urlarlo sotto la curva avversa, come in Brescia-Atalanta nel 2001.

Mazzone era così. E persino in un’epoca di calcio quasi artefatto, restava il ragazzo che aveva imparato a essere uomo dai campioni di Campo Testaccio.

Petto in fuori, palla a terra, tocco alto: nel gesto, un saluto e onore a una storia che scorre e va. La sfera, però, resta sospesa. Perché il calcio, fuori dal tempo e dai campi, ha angeli strani, tra cui allenatori giganti che corrono in tuta.

Ed ecco che, in alto più in là, i sacerdoti di “Eupalla”consegnano a Mazzone coppa e scudetto.

Indiscrezioni dicono che, per “decisione societaria”, il mister sarà tra coloro che ispireranno e guideranno le anime ancora dei futuri campioni, anche quando saranno grandi. E che lo farà con tutti coloro che sogneranno di esserlo tirando un calcio a una palla, pure quando diverranno adulti.

Le gazzette celesti anticipano che, nel cielo del pallone, dove le regole sono diverse, Mazzone siederà non nella seconda fila, quella di chi qui chiamiamo “vincenti”, ma nella prima. Tra coloro, cioè, che sono stati “come padri”.

“A Carlé, non poteva andà mejo”. Non lo sapevi, ma con la tua vita “te sei imparato pure a morì”.

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