PFAS e microplastiche: l’inquinante invisibile non è “immaginario” (ma nemmeno un film horror).

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C’è una categoria di notizie che fa sempre presa: quelle in cui scopriamo che, oltre alle tasse e alle notifiche push, ingeriamo anche roba che non era nel menù. PFAS (i “forever chemicals”) e micro/nanoplastiche sono in cima alla classifica. Il punto è parlarne senza due errori classici: fare finta di nulla o trasformare ogni spesa al supermercato in un survival game.

Partiamo dai PFAS. Sono una famiglia enorme di composti chimici molto persistenti, usati storicamente in tanti processi industriali (antiaderenti, tessuti, schiume antincendio, ecc.). In alimentazione il tema è l’esposizione cronica: piccole quantità, a lungo, soprattutto tramite alcuni alimenti. L’EFSA ha fissato una tolerable weekly intake (TWI) di gruppo di 4,4 ng/kg di peso corporeo a settimana per la somma di quattro PFAS (PFOS, PFOA, PFNA, PFHxS), perché l’effetto ritenuto più critico nella valutazione del rischio è quello sul sistema immunitario.

Traduzione pratica: non è che “se mangi un uovo sei spacciato”, ma che l’esposizione media di una parte della popolazione europea può superare la soglia che, su base prudenziale, viene considerata tollerabile nel lungo periodo.
Ed è proprio per questo che in UE sono stati introdotti limiti massimi per questi PFAS in alcune categorie di alimenti (uova, pesce e prodotti della pesca, crostacei, molluschi, carni e frattaglie, selvaggina, ecc.), confluiti nella normativa che raccoglie i contaminanti negli alimenti.

Ora le microplastiche (e soprattutto le nanoplastiche). Qui la scienza sta correndo: un lavoro riportato dal NIH spiega come nuove tecniche di analisi abbiano rilevato centinaia di migliaia di particelle micro/nano per litro in alcune acque in bottiglia, con una quota importante di nanoplastiche.
Non significa automaticamente “malattia certa”: significa esposizione reale e ancora incertezza su dose-effetto, meccanismi e impatto clinico nel lungo periodo. Su questo, la prudenza è d’obbligo… per chi comunica, prima ancora che per chi mangia.

E c’è anche il colpo di scena: non sempre il “colpevole” è la bottiglia. Un tema emerso di recente è che in certe bevande in vetro una quota di microplastiche può arrivare dalle vernici dei tappi metallici (microabrasioni in stoccaggio/trasporto).
Insomma: a volte la contaminazione è “nei dettagli”, letteralmente.

Cosa puoi fare senza impazzire (e senza comprare l’ennesimo filtro miracoloso)
Riduci l’uso “comodità” di bottiglie monouso quando puoi, alterna le fonti (acqua, bevande), limita il riscaldamento di cibi in contenitori plastici non idonei, e soprattutto varia la dieta: la variabilità non è solo poesia mediterranea, è anche una forma concreta di riduzione del rischio “da accumulo”.

Fonti verificate: EFSA (TWI PFAS e valutazione del rischio). Commissione UE (limiti PFAS negli alimenti). NIH/PNAS su nano-plastiche in acqua in bottiglia. Studio su microplastiche in bevande (Scientific Reports). Evidenze su tappi metallici come sorgente (stampa + studio citato).

Dott. Febo Quercia – Biologo Nutrizionista
Per info e contatti: cell. 347.5706003

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