Incontriamo Berenice (n.d.a. nome di fantasia) in una caffetteria del centro città a Roma, e raccogliamo una preziosa testimonianza di vita, qualcosa di molto simile a una confidenza tra amiche che, autorizzati, con molto piacere condividiamo tra queste pagine. Ancora una volta la plusdotazione diventa protagonista del nostro parlare e il racconto di Berenice, in un crescendo di notizie in successione, aggiunge concretezza e fornisce una panoramica esaustiva sul vissuto della nostra gentile interlocutrice.

Come e quando ha scoperto di essere una persona plusdotata e in che modo è cambiata la sua vita?
Ero ancora bambina quando ho iniziato a rendermi conto di avere delle capacità superiori ai miei coetanei e compagni di classe delle scuole elementari. Conservo dei ricordi nitidi di quel periodo, anche del fatto che ricevetti la visita di alcuni esperti chiamati a verificare il mio stato attraverso domande e disegni, giochi e quiz di intelligenza. Ai miei genitori fu consigliato a stretto giro di farmi trasferire in Svizzera, per l’esattezza a Ginevra, allo scopo di frequentare una scuola speciale per piccoli geni. Mio padre escluse categoricamente l’ipotesi di una mia partenza e, con il prezioso supporto di mia madre, decise che il mio futuro scolastico si dovesse svolgere in scuole italiane standard, senza alcuna forzatura esterna. I miei genitori tenevano molto alla mia serenità ed erano fermamente convinti che il crescere con i miei compagni in una scuola normale mi avrebbe messa al riparo dalla ghettizzazione, quel fastidioso fenomeno che soprattutto a quei tempi mi avrebbe condizionata nella crescita armonica della mia personalità.
Come si è rapportata con i compagni di classe nei diversi ordini scolastici e quali sono state le principali difficoltà, se ci sono state, nel gestire la noia a fronte di apprendimenti scolastici standard?
La mia prima esperienza scolastica risale alle classi della scuola elementare. Infatti, stante la mia precoce alfabetizzazione, i miei genitori preferirono non farmi frequentare la scuola materna, quella che negli anni Settanta veniva denominata asilo infantile. Avevo iniziato a leggere e a scrivere in autonomia già a quattro anni e grazie alla mia innata curiosità mi cimentavo con successo con Topolino e con il Corriere dei Piccoli, allora molto in voga tra i bambini. Ricordo molto bene le difficoltà incontrate nella scuola elementare, soprattutto la noia per gli iniziali apprendimenti che la maestra dispensava ai miei piccoli compagni di classe della prima. La maestra, che all’epoca si occupava di tutte le materie, era una donna molto sensibile che ho apprezzato tantissimo, dunque anche capace di comprendere bene le mie peculiarità e di gestirle al meglio. Attiva e colta, fu proprio lei a fornirmi ottime basi di conoscenza in campo umanistico e scientifico e ad aiutarmi a superare le tediose giornate di scuola. Mi metteva a disposizione materiali supplementari oltre quelli riportati nel Sussidiario di allora. La lettura e lo studio individuale di tali materiali andarono ad affiancarsi alle spiegazioni che ricevevo a casa e riuscirono a preservarmi dal rigetto nei confronti di un insegnamento canonico e privo di stimoli. Posso affermare con quasi certezza, inoltre, che la mia vita di bambina si svolse in modo del tutto naturale fianco a fianco con le mie compagne di gioco, proprio come avevano fortemente voluto i miei genitori.
Come si rapportò inizialmente con i suoi compagni e in seguito con i colleghi delle scuole superiori e dell’università?
Durante la frequenza delle classi della scuola superiore mi sono trovata purtroppo ad affrontare alcune difficoltà di relazione con i miei compagni, proprio quelli che mal tolleravano le mie particolari caratteristiche. Alcuni piccoli episodi di bullismo ed isolamento non mi hanno, tuttavia, ostacolata nel vivere in maniera tranquilla ponendo in primo piano il dialogo e il confronto costruttivi.
Dopo la frequenza delle tre classi della scuola media inferiore e il conseguimento del diploma superiore mi sono recata all’estero, nello specifico in UK, per proseguire gli studi universitari. Più libera e serena ho vissuto in ambienti mentalmente aperti, soprattutto contraddistinti dalla valorizzazione delle peculiarità di ciascuno e dalla personalizzazione degli apprendimenti. In quegli anni, su suggerimento di alcuni docenti, mi sono sottoposta a test specifici di misurazione del Quoziente Intellettivo (QI). I risultati positivi, riscontrati eclatanti, mi hanno consentito di essere inserita, dunque, in Mensa, un’associazione internazionale senza fini di lucro che al suo interno riunisce le persone riconosciute ad alto potenziale intellettivo, oggi stimate solo al 2% della popolazione mondiale.
I professori dell’ateneo che frequentavo mi sconsigliarono vivamente di diramare in maniera ufficiale le mie capacità, ad esempio menzionandole nel Curriculum Vitae. Le esperienze già realizzate parlavano infatti di mobbing all’interno delle aziende di lavoro, di isolamento e di scarse possibilità di socializzare in modo armonico con i colleghi di lavoro. Scelsi così di continuare a costruire silenziosamente la mia identità e la mia professionalità senza dare troppa importanza al test che avevo in precedenza superato brillantemente. Queste scelte mi hanno garantita dall’essere inserita in una categoria a parte, guardata con sospetto dalle persone con le quali condividevo o avrei condiviso a seguire vita sociale e lavoro.

Come gestisce la vita quotidiana considerando che la sua mente potrebbe essere molto avanti rispetto agli altri?
La gestione della mia vita quotidiana può essere definita estremamente lineare, semplice e serena, fatta di studio e lavoro. A volte cerco di frenare alcune mie velocità mentali per allinearmi con il mondo esterno, soprattutto se percepisco che le mie capacità non potrebbero essere di utilità agli altri. Nel caso, al contrario dovessi riscontrare la possibilità effettiva di essere determinante per il bene degli altri allora provo il forte desiderio di velocizzare le mie capacità e renderle performanti. Il dedicarmi al sociale e al volontariato sotto diverse forme ha risposto infine ad una mia esigenza personale, quella di orientare il mio potenziale verso il bene della collettività e, più ancora, dell’intera umanità.
Ha mai sentito il bisogno di cercare aiuto o supporto per gestire le sue capacità? In caso positivo, come ha fatto a soddisfare questa sua esigenza?
Sì, a fine anni Novanta ho sentito il bisogno di confrontarmi con una mia carissima amica psicoterapeuta per delle belle chiacchierate informali sul mio vissuto e, soprattutto, intorno alle mie capacità di gran lunga superiori alla media delle persone comuni. A parte le naturali e iniziali resistenze, devo riconoscere che l’esperienza è stata molto gratificante ed utile ed è riuscita a sciogliere ogni mio dubbio ed ogni mia incertezza fino a darmi, già da allora, una visione ampia e molto lucida della mia situazione.
Se decidesse di rivelare un giorno la sua vera natura, cosa pensa che potrebbe cambiare nella sua vita?
Oggi, da donna adulta, realizzata professionalmente e risolta credo che rivelare la mia vera natura non porterebbe alcun reale cambiamento e alcun vantaggio alla mia vita. Eviterei cioè le perplessità e lo stupore nelle persone che mi circondano e che attualmente si rapportano con me in modo giusto e corretto. Ho sempre evitato il rifugio nell’etichetta, anzi l’ho combattuto per evitare che anch’io diventassi uno dei tanti casi da studiare in laboratorio. Oggi la mia vita scorre serena, convinta di valorizzare e di aver valorizzato le mie qualità marginalizzando i miei difetti e trasformandoli in punti di forza. Non ho mai smesso di amare tanto la cultura umanistica quanto quella scientifica che ancora oggi ritengo essere unite e non dicotomiche nello scibile umano. Questo amore mi ha sempre portata e ancora oggi mi porta al contempo alla lettura appassionata dei classici delle letteratura italiana e straniera e di testi medico-scientifici e tecnici lasciandomi prezioso spazio vitale a quanto di più affascinante esista.

Ringraziamenti
Capiamo quanto sia stato difficile per Berenice aprire il suo cuore e raccontare il suo vissuto di bambina ad alto potenziale cognitivo, le sue amarezze e il suo momentaneo sconforto durante le difficili relazioni sociali nell’età giovanile. Apprezziamo la sua capacità di compensazione e la sua conseguente aspirazione all’interazione sociale priva di condizionamenti, spontanea e rispettosa delle differenti esigenze. A lei e a tutte le persone, giovani e meno giovani, che affrontano il Potenziale cognitivo ed educativo alto, anche molto alto, dedichiamo il nostro pensiero e la nostra attenzione, spinti come siamo a praticare, speriamo tutti, ascolto e dialogo produttivi.
