Esaltante è l’Aida di Giuseppe Verdi che marcia senza scena ma salda su Napoli e brilla in gran trionfo al Teatro San Carlo grazie a un cast faraonico governato dallo scettro potente e lucidissimo del direttore Riccardo Frizza, nell’occasione tornato sul podio partenopeo. Risultato: una data unica e sold out da ricordare a lungo, fra i traguardi più alti per qualità degli esiti ed entusiasmi del pubblico.
In vetta sfilano le voci superbe delle grandi star, eccellendo ciascuna – come prevedibile – nella propria parte: per sicurezza nelle prodezze canore, per la scolpita plasticità drammatica, per la tornita bellezza espressiva. Ma non solo, perché un ruolo portante lo gioca anche la non scontata rarità d’equilibrio fra le mirabilia della singola ugola d’oro e la quota tensiva garantita sia internamente al cast quanto da ogni elemento musicale in campo, a partire dall’Orchestra (in ottima forma e con le sue prime parti pienamente in luce in palcoscenico rispetto alla buca) e dal Coro (bene le donne, potente e magnifica l’intera sezione maschile), debitamente preparato da Fabrizio Cassi.

Con doppio cambio d’abito (color crema e in foggia da schiava ma con bordi di strass il primo, grigio-azzurro con ricami preziosi più morbido manto alle spalle il secondo) e con la sua fatata potenza all’acuto Anna Netrebko è, e resta, un’Aida sublime. Lo è nella prestanza magnetica dell’interprete come del personaggio, nella rotondità vigorosa di ogni accento e suono, nella pregnanza d’attacco, nel fulgore con cui spicca e dà luce all’assieme e, in special modo, nella sospensione dolcissima dei filati a fior di pentagramma e di labbra. Ossia, all’acuto e in un pianissimo al limite del miracoloso per timbro e durata a maggior ragione apprezzabile considerandone la fibra sopranile oggi notevolmente ispessitasi per intonazione e registro al centro quanto ulteriormente al grave. Il suo purissimo cantabile in “Numi pietà” al primo atto (I sacri nomi) e il suo teneramente dolente “Oh patria mia” scolpito come all’infinito fra l’intensità smorzata dei “la” e la dolcissima sfumatura sul “do” nella romanza all’atto terzo (O cieli azzurri) con oboe obbligato, realmente “volano al raggio dell’eterno dì”. Tanto da far venir giù l’intero teatro, in visibilio, appena chiuse le rispettive, ultime note.
Sulla nobiltà della tecnica ferrea e del fraseggio di stile eroico poggia d’altro canto il Radamès del tenore Jonas Kaufmann, scolpito in progressiva quota a partire dalla prima romanza (Celeste Aida), appena scalfita da qualche piegatura della voce e dall’opaco falsetto sul si bemolle in ogni caso fra il bel legato portato nelle arcate di quarta e un’assai peculiare ricerca dinamica, fino a tornare pieno vincitore sul campo a partire dall’atto terzo con esatta vigoria di scatto, proiezione e colore. In particolare, convincendo e svettando nei rispettivi duetti con le due donne antagoniste.

Al loro fianco, il mezzosoprano statunitense Elizabeth DeShong è una grande Amneris, se si vuole – spartito in mano a parte – la più completa di tutti. La sua voce prende infatti radice e forma consapevole nell’incontro autentico, sempre ben poggiato, pesato e sfaccettato, fra la parola e il suono, fra l’accento drammatico e l’intenzione espressiva di volta in volta necessaria. Il che avviene con agio impressionante in tutte le zone del suo registro, con verità, coerenza, potenza e rigore. Similmente a quanto apprezzato un anno fa al suo debutto sancarliano come Ulrica, nel Verdi parimenti condiviso con la Netrebko nei panni di Amelia, se ne apprezza ancora una volta (e non poco) la mirata cifra stilistica unitamente al lavoro di scavo sulla dizione, sulla temperatura emotiva del personaggio, sul pentimento tonante e sincero nel tragico giudizio finale.
Segue, in scaletta, il baritono Luca Salsi, nel gesto come per voce verdiana praticamente una roccia interna al cast, nella parte di Amonasro. La sicurezza e il volume che gli sono da sempre riconosciuti restituiscono un re etiope d’imponente statura, di gran peso nel canto, teatralmente solido. E non minore interesse suscita il Ramfis d’indubbio lusso e smalto garantito dal basso ungaro-rumeno Alexander Köpeczi fra bella e sontuosa presenza, dizione attenta, pieno volume, ottimi fiati, linea di canto rigorosa, armonici dorati e ampiamente risonanti. A completare ottimamente il cast c’erano Andrea Pellegrini nel ruolo del Re d’Egitto, il tenore di bel colore e slancio Sun Tianxuefei per il Messaggero, la sempre notevolissima Désirée Giove per una Sacerdotessa dal canto sinuoso e intenso.
Cast di prima sfera meritevolissimo, dunque. Ma la macchina, e con essa l’intero impianto drammaturgico-musicale, corre e vince se alla guida c’è una bacchetta realmente consapevole dei dispositivi formali e stilistici, del potenziale della scrittura, del flusso dinamico, delle voci in campo e di tutti gli altri parametri in partitura. Riccardo Frizza, in tal senso e forse ulteriormente avvertendo la responsabilità dell’intera concentrazione drammatica sul solo impianto sonoro, va così a mettere a messo a punto e consegna all’ascolto una sorta di super Aida: tempi esatti e tensione serrata, ritmi a taglio, meditazione quasi cameristica nelle sfumature in pianissimo ad urto con le masse fragorose di suono liberate nelle espansioni rilucenti e sontuose, come nell’inno marziale o nella celebre marcia trionfale. In via analoga grande la cura nell’amalgama e nel sostegno alle voci, nella pittura esotica ma mai stucchevole per le danze, nelle chiuse al cesello, nello scontorno timbrico assicurato alle prime parti (bravissimi il primo clarinetto Simone Simonelli e il primo oboe Hernan Garreffa), accanto al bel rigore ottenuto dagli archi tutti. Quindi un particolare plauso spetta agli ottoni, alle trombe in primis, brave le due arpe e lode al gruppo delle percussioni, con un governo addirittura virtuoso dei piatti (affidati all’eccellente Franco Cardaropoli), veramente raro da udire.

In chiusa, interminabili minuti di applausi, entusiasmi, ovazioni, battimani ritmati e un’importante riprova: quella che un’opera, persino ad alto impatto visivo qual è appunto l’Aida, sta in piedi e funziona benissimo al di là dell’apparato scenico, troppo spesso e a torto portato in prima linea con tutti i suoi costosi o forzati quanto bizzarri capricci. Funziona perché alla cima, come alla base della piramide, c’è pur sempre l’alto pregio della musica e del canto.
Teatro San Carlo – Stagione 2025/26
“BE LUMINOUS”
AIDA
Opera in quattro atti
Libretto di Antonio Ghislanzoni
Musica di Giuseppe Verdi
Aida Anna Netrebko
Radamès Jonas Kaufmann
Amneris Elizabeth DeShong
Amonasro Luca Salsi
Ramfis Alexander Köpeczi
Il Re d’Egitto Andrea Pellegrini
Un Messaggero Sun Tianxuefei #
Una Sacerdotessa Désirée Giove #
# Ex-allievo Accademia del Teatro di San Carlo
Orchestra e Coro del Teatro di San Carlo
Direttore Riccardo Frizza
Maestro del Coro Fabrizio Cassi
Produzione Teatro di San Carlo
Esecuzione in forma di concerto
Napoli, 6 settembre 2026
Paola De Simone
