Era già chiaro poco più di due settimane fa, quando nel mirino era finita Foodinho-Glovo, che le nuove indagini della Procura di Milano sullo sfruttamento del lavoro dei rider si sarebbero estese, come accade da anni nei filoni di inchiesta di questo genere del pm Paolo Storari che hanno riguardato i settori della logistica, dei trasporti, della vigilanza privata e della moda.
Così stamani, in via d’urgenza, il pubblico ministero ha disposto il controllo giudiziario di Deliveroo Italy, filiale di un altro colosso delle consegne di cibo, sempre per caporalato.
Ai rider, tremila nella provincia di Milano e ventimila in tutta Italia, si legge nell’imputazione a carico dell’amministratore Andrea Giuseppe Zocchi (è iscritta anche la srl), sarebbero state corrisposte paghe “in alcuni casi inferiori fino a circa il 90% rispetto alla soglia di povertà e alla contrattazione collettiva”.
Retribuzioni che violano anche la Costituzione, perché non possono garantire una “esistenza libera e dignitosa”. Una situazione di illegalità, frutto di una “politica di impresa”, che deve “cessare al più presto”. Da qui la nomina da parte della Procura, diretta da Marcello Viola, dell’amministratore giudiziario Massimiliano Poppi per Deliveroo Italy, affinché “proceda alla regolarizzazione dei lavoratori”.
La società, con una nota, fa sapere che sta “esaminando la documentazione ricevuta dalle Autorità” e sta collaborando alle indagini. A intervenire e ad andare all’attacco è il segretario generale della Cgil Maurizio Landini: “L’intervento della procura di Milano conferma un sistema di caporalato che denunciamo da anni, sia in tribunale che con inchieste sul territorio”, ha affermato. “Va garantito a queste lavoratrici e a questi lavoratori – ha aggiunto Landini – un salario dignitoso e un orario pieno”. Il lavoro su piattaforma per il segretario “non può essere più una zona grigia”.
Nel frattempo, l’inchiesta si allarga ancora. Il pm, in contemporanea, ha inviato i carabinieri del Nucleo ispettorato del Lavoro, che conducono gli accertamenti, nelle sedi di sette società: Mc Donald’s Italia, Burger King Restaurants Italia, Esselunga, Carrefour, Crai Secom, Poke House e Kfc (Original Bucket). Tutte non indagate, al momento, ma che risultano “in rapporti contrattuali” con Deliveroo e che “si avvalgono dei medesimi rider per effettuare le consegne”.
Gli investigatori hanno chiesto e acquisito documenti sui “modelli di organizzazione” e sui “sistemi di controllo interni” per verificare se sono idonei “ad impedire la commissione” dello sfruttamento. Dalle 60 pagine del provvedimento, intanto, vengono a galla le testimonianze dei rider, in pratica fotocopie di quelle che, assieme ad altre analisi, hanno portato al controllo giudiziario su Foodinho-Glovo (40mila i rider), convalidato dal gip Roberto Crepaldi il 19 febbraio. Anche nel caso Deliveroo, come ha sintetizzato a verbale un lavoratore, “fa tutto l’algoritmo dell’applicazione”. L’accesso, scrive il pm, “avviene mediante log-in alla piattaforma” e, una volta collegato, il rider “riceve gli ordini” dalla app.
Si parla, in pratica, di caporalato “digitale”. Alcuni lavoratori riescono ad arrivare a guadagnare “circa 1.100 euro al mese”, facendo anche “150km al giorno” per dieci consegne a 3 o 4 euro l’una, altri non più di “500-600 euro” e non possono “permettersi”, come ha raccontato uno di loro, “di rifiutare consegne per mantenere – ha detto – moglie e figli in Afghanistan”. Significativo un racconto: “Inizio il servizio, loggandomi all’app, alle ore 11 del mattino e finisco alle ore 22. Lavoro 7 giorni su 7 per circa 11 ore al giorno (…) la mia paga non è sufficiente (…) Per tale motivo svolgo un secondo lavoro come facchino in un hotel per 5 giorni a settimana delle ore 23 sino alle 7. Purtroppo devo inviare circa 600 euro alla mia numerosa famiglia che vive in Nigeria”.
