VALDESI, UNA FEDE CHE ATTENDE.

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Scomunicati da Roma, braccati da principi e papi, i valdesi hanno alle spalle secoli di persecuzioni, esodi e massacri, capaci di indignare persino Milton e Cromwell. I Savoia alla fine sono gli unici a tollerarne l’ esistenza ma solo oltre i settecento metri nelle Alpi Cozie. Montanari poveri e induriti dal freddo, i valdesi sopravvissero leggendo il Vangelo. La loro fede semplice e intima ha dato però i suoi frutti: scuole, civismo, socialità.  Laboriosi ma non competitivi, riservati eppure comunitari, il 17 febbraio 1848 con l’ editto di Carlo Alberto, la storia di questa chiesa , che persino Voltaire lodò, vide finire una persecuzione di secoli per congiungersi   a quella di un’ Italia che si sognava diversa.  In questa seconda parte dell’intervista al pastore Daniele Bouchard ripercorriamo alcune delle tappe principali della loro storia.

Storia civile e identità di una minoranza d’avanguardia

Il 17 febbraio 1848 Carlo Alberto concesse i diritti civili ai valdesi. Per voi quella data è ancora giorno di festa.

Sì. E nel 1861, con l’Unità d’Italia, quei diritti si estesero a tutto il Regno. Da quel momento la Chiesa valdese uscì dall’isolamento montano e si diffuse in molte regioni, fondando chiese e scuole aperte a tutti.

Perché i valdesi sono rimasti minoranza?

Due i motivi principali: da una parte l’ambiente ostile di un’Italia cattolica e diffidente; dall’altra, durante il fascismo e nel dopoguerra, diverse forme di vessazione che ne hanno limitato la crescita. In ogni caso, nell’Ottocento i numeri erano aumentati, ma nel Novecento iniziò un lento calo.

Eppure la Chiesa valdese è sempre stata in prima linea sul piano politico e culturale.

Sì. Ha partecipato al Risorgimento e alla Resistenza, mantenendo legami con le forze politiche impegnate per la libertà e la giustizia sociale.

Un tratto distintivo della tradizione protestante è l’istruzione.

Sì. Già dal Seicento i Paesi protestanti aprivano scuole per tutti, perché ogni credente ha la responsabilità di leggere personalmente la Bibbia. Per questo è necessario saper leggere e sviluppare capacità critiche. Le chiese valdesi avevano scuole elementari già nel Settecento e riuscirono molto presto a debellare l’analfabetismo.

In Italia, però, crescono soprattutto i pentecostali, non i riformati storici. Perché?

Il loro grande sviluppo è avvenuto nel Novecento e oggi contano centinaia di migliaia di fedeli. Evidentemente hanno risposto a un bisogno diverso dal nostro: un modo di vivere la fede più semplice, immediato, emotivo. Noi proponiamo un cammino di ricerca comune, aperta al dubbio; loro offrono certezze immediate. È una differenza sostanziale.

Nel Risorgimento e nella Resistenza che ruolo avete avuto?

Nel Risorgimento furono più attivi altri protestanti, come le Chiese libere, alcune poi scomparse. I valdesi furono presenti, ma con un atteggiamento più vicino al cavourismo che al mazzinianesimo. Mazzini stimava la cultura protestante, ma la maggioranza dei valdesi non era mazziniana.

Durante il fascismo la Chiesa valdese cercò di tutelarsi: non collaborò, ma neppure si oppose frontalmente. Molti valdesi resistettero “dentro le mura di casa”: mio padre ricordava che in famiglia si facevano discorsi che servivano da antidoto alla propaganda fascista.

Dopo l’8 settembre molti giovani valdesi parteciparono alla Resistenza, anche se i numeri erano ridotti. Furono attivi soprattutto nelle formazioni di  “Giustizia e Libertà”, in area laico-progressista e azionista. Nei decenni successivi la maggioranza dei valdesi si è riconosciuta nelle forze laiche e socialiste.

Una curiosità storica: qual era il rapporto dei valdesi con la monarchia?

Storicamente i valdesi furono molto fedeli alla monarchia: inizialmente per un atteggiamento di legittimità, poi perché Carlo Alberto concesse i diritti civili e sostennero la nascita dell’Italia unita. Lo Stato liberale, contrapposto al potere cattolico, era per loro un alleato naturale. Il legame si raffreddò durante il fascismo. Al referendum istituzionale la maggioranza dei valdesi votò per la Repubblica, poiché la monarchia aveva ormai perso la loro fiducia.

Dal 1975 siete integrati con i metodisti. Perché proprio con loro e quali differenze restano?

Tecnicamente si parla di *integrazione globale*, non di fusione. Esiste un’unica struttura ecclesiastica, ma ogni comunità conserva la propria identità: a Pisa e Livorno ci sono chiese valdesi, a Bologna una chiesa metodista. Le differenze teologiche erano minime, più che altro di stile: i metodisti in Italia hanno una storia più sociale e risorgimentale, mentre i valdesi, rimasti per secoli nel “ghetto alpino”, hanno mantenuto un’autocomprensione più particolare. L’integrazione ha giovato a entrambi: i valdesi hanno acquisito maggiore presenza nella società, i metodisti una tradizione teologica più rigorosa. Oggi la nostra chiesa integrata intrattiene relazioni con entrambe le famiglie internazionali – quella riformata e quella metodista – arricchendo notevolmente il dialogo e le relazioni.

Quali differenze ci sono tra i valdesi e gli altri protestanti riformati?

In realtà i valdesi sono i riformati italiani. Le principali differenze riguardano il contesto storico e culturale: per esempio, i riformati francesi hanno vissuto vicende simili, mentre quelli svizzeri costituivano addirittura la maggioranza. Oggi il Paese con più riformati al mondo è la Corea del Sud: un contesto molto diverso, ma con la stessa radice teologica.

Possiamo dire che la vostra è sempre stata una storia d’avanguardia, ma anche di minoranza ?

Sì, certamente. Vede, un altro motivo del nostro successo parziale nell’Ottocento – perché fu comunque un successo, seppur limitato – è che il nostro modo di credere in Gesù Cristo, e quindi di vivere la fede, non ha mai corrisposto alle attese della maggioranza degli italiani. Ci sono sempre state minoranze che diventano valdesi, anche oggi, ma si tratta di piccoli numeri. Forse oggi c’è più ammirazione che in passato, ma restano poche le persone che si uniscono alle nostre comunità. Evidentemente ciò che proponiamo risponde a un’esigenza reale, ma di una parte numericamente ridotta della popolazione.

Daniele Bouchard, 65 anni, è nato a Biella. Ha vissuto in diverse città e paesi d’Italia e ha viaggiato a lungo in Europa, America e Africa. Si è formato alla Facoltà valdese di teologia di Roma e al Princeton Theological Seminary (New Jersey, USA). Da quasi quarant’anni svolge il ministero pastorale nelle chiese valdesi e metodiste. Da pochi mesi vive a Bologna, dove è pastore della Chiesa metodista di Bologna e Modena. Da decenni è impegnato nel dialogo ecumenico. Sposato, con due figlie e due figli, dedica grande attenzione e passione alla propria famiglia. Da venticinque anni si occupa di identità maschile e del legame tra maschilità e violenza.

Per saperne di più: www.chiesavaldese.org

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