“VALDESI: IL CRISTO DEI LIBERI”.

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Intervista al pastore Daniele Bouchard.

I valdesi sono tra le comunità più antiche e meno conosciute del cristianesimo. Per i più sono “i protestanti italiani”, ma la loro storia precede di secoli quella di Lutero e affonda nel Medioevo. Valdo, il fondatore, era un mercante che scelse di vivere il Vangelo come Francesco d’Assisi: nella povertà e in modo semplice. Ma il suo messaggio conteneva un seme allora intollerabile per la Chiesa: la libertà.

Da quella scelta nacque una storia di persecuzioni, guerre e rinascite. Mentre in Italia dominava l’Inquisizione e si esaltava il valore provvidenziale dell’ignoranza, i valdesi — nelle valli alpine del Piemonte, abbracciati e protetti dall’Europa colta e riformata — leggevano la Bibbia e coltivavano lo studio e il lavoro come strumenti di fede e di dignità. Italiani di minoranza ma di grande forza morale e civile, la loro emancipazione coincide con il risveglio nazionale del Risorgimento liberale.

Oggi i valdesi restano una comunità colta, sobria, impegnata nel sociale, fiera della propria indipendenza di pensiero che alle certezze risponde con dubbi.

Per la nostra inchiesta sull’ altro cristianesimo, abbiamo parlato con il pastore Daniele Bouchard* realizzando questa intervista in tre parti. Nella prima affronteremo il tema del loro credo.

Lei è  stato il pastore della Chiesa valdese di Livorno?

Ero il pastore delle chiese valdesi di Pisa, Livorno e Rio Marina. Da poco tempo mi sono trasferito  a Bologna come pastore della Chiesa metodista.

Valdesi e metodisti sono uniti?

Esatto. Da 50 anni siamo una Chiesa integrata: un pastore valdese può servire una comunità metodista e viceversa.

Quanti siete complessivamente in Italia?

Circa 20.000, contando anche simpatizzanti e bambini.

Viene da una famiglia di pastori?

Sì. Mio padre era pastore e anche nelle generazioni precedenti ci sono stati altri ministri. Io stesso sono cresciuto in una famiglia profondamente impegnata nella Chiesa.

Com’era crescere in una famiglia pastorale?

In realtà non ho vissuto la tipica “famiglia del pastore”, perché quando avevo otto anni i miei genitori fondarono una comune a Cinisello, il centro culturale “Jacopo Lombardini”. Ho vissuto lì fino ai 19 anni: un’esperienza molto particolare, legata al clima del ’68, che univa spiritualità e impegno sociale.

Spesso si contrappongono progresso sociale e spiritualità.

Nella nostra esperienza non c’è contrapposizione. Anzi: l’impegno sociale e la fede sono inseparabili. Fa parte della tradizione valdese e metodista. Certo, ci sono discussioni sui modi concreti, ma mai sull’idea che la fede debba tradursi anche in responsabilità sociale e politica, nel senso alto della polis.

Che cosa significa per lei essere valdese?

Vuol dire appartenere a una minoranza religiosa in Italia, con radici nella tradizione riformata protestante. È una comunità di fede, ma anche una cultura di responsabilità e libertà.

 Tra i vostri  principi fondamentali la libertà di coscienza e il rapporto diretto con Dio?

La Chiesa è soltanto l’assemblea dei credenti: è qualcosa di importante, ma non è né magistero né gerarchia, e soprattutto non è mediazione tra l’uomo e Dio. Il credente dialoga direttamente con Dio. Questo è forse il punto più importante, insieme alla libertà di coscienza.

Si dice che la Chiesa valdese non sia giudicante, né moralistica?

Esattamente. Non perché manchi un senso etico, ma perché solo Dio è giudice. La Chiesa non rappresenta Dio sulla terra: è semplicemente la comunità di credenti che scelgono di non vivere la fede da soli ma insieme. Questo non significa che la morale non esista tra noi: c’è, ma è individuale, mai istituzionale. Se io giudico la tua azione, è la mia opinione contro la tua, non c’è un’autorità umana che possa dire chi ha ragione e chi ha torto. L’unica autorità in questo è Dio.

Siete devoti di Calvino?

Con la persona di Calvino nessun culto: noi non abbiamo santi. Ma con la sua teologia sì. I rapporti con Ginevra nacquero nel Cinquecento, quando i valdesi decisero di aderire alla Riforma protestante. Da allora i legami sono stati stretti: per secoli i nostri pastori si sono formati a Ginevra. La teologia calvinista è quindi parte delle nostre radici.

Quanto alla predestinazione, è l’aspetto meno sentito: forse nel Seicento era più importante, oggi la maggioranza di noi non ci crede. Quello che resta centrale è il concetto di grazia di Dio, comune anche al luteranesimo.

Una caratteristica nota della liturgia valdese è la sua sobrietà, molto razionale. Perché?

La sobrietà è propria della liturgia riformata: da Zwingli in poi, passando per Ginevra, l’accento è stato posto sulla semplicità. Non è tanto razionalità quanto ricerca di compostezza.

Questo deriva dalla storia: la Riforma reagì all’eccesso di ritualismo cattolico e ortodosso spostandosi quasi all’estremo opposto, con una certa diffidenza verso la ritualità. È un tratto comune ai riformati, più che ai luterani.

Oggi in parte sta cambiando: alcune comunità stanno introducendo forme un po’ più calde, ma senza eccessi. La sobrietà resta una nostra cifra.

Quanto è importante per un valdese l’uso della ragione nel rapporto con la fede?

Moltissimo. La Riforma protestante precede il razionalismo, ma è stata influenzata dall’umanesimo. Non è razionalista, però ha sviluppato l’idea che bisogna ragionare, studiare i testi, avere un approccio critico. E se impari a leggere e ragionare sulla Bibbia, poi impari anche a discutere su altri libri. Questo si lega al senso di responsabilità: siamo responsabili delle nostre scelte, individuali e collettive, e quindi dobbiamo ragionarci sopra e anche fare autocritica.

Credete nei dogmi?

Noi riconosciamo i dogmi fondamentali della fede cristiana, quelli stabiliti nei primi concili: la Trinità, la doppia natura di Cristo, e così via. Questi ci definiscono come cristiani. Ma tutti i dogmi proclamati più tardi dalla Chiesa cattolica non ci riguardano: sono validi per i cattolici, non per noi. Come approccio, poi, siamo poco dogmatici: la verità indiscutibile la riduciamo al minimo indispensabile. La Bibbia la leggiamo con i metodi critici e storici, e ci ragioniamo sopra.

Potremmo dire che il protestantesimo non ha mai demonizzato l’intelligenza?

Certamente. Non l’ha demonizzata, né idolatrata. C’è sempre stato un rapporto a doppio filo con la modernità: il protestantesimo l’ha favorita e ne è stato condizionato. Non abbiamo mai visto nella ragione il “Satana”, ma neanche un assoluto.

In una parola, fede e ragione per voi sono alleate?

Quando la ragione diventa idolo al posto di Dio, per noi è idolatria. Ma il metodo razionale è utile e lo abbiamo assunto senza sposare la filosofia razionalista.

Il pastore Daniele Bouchard.

*Daniele Bouchard è nato 65 anni fa a Biella, ha vissuto in diverse città e paesi d’Italia e ha

viaggiato molto e intensamente in Europa, America e Africa. Ha svolto i suoi studi alla

Facoltà valdese di teologia di Roma e al Princeton Theological Seminary (New Jersey,

U.S.A.). Da quasi quarant’anni fa il pastore nelle Chiese valdesi e metodiste. Da pochi

mesi vive a Bologna, ed è pastore della Chiesa metodista di Bologna e Modena. E’

impegnato da vari decenni nel dialogo ecumenico. E’ sposato e ha due figlie e due figli;

alla propria famiglia dedica cura e passione. Da 25 anni si occupa di identità maschile e

del legame che essa ha con la violenza.

Per saperne di più: www.chiesavaldese.org 

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