Non una riflessione astratta sulla riforma, ma un confronto serrato su come il nuovo rito stia incidendo davvero sulla vita delle famiglie, sulla tutela dei minori e sul lavoro di magistrati, avvocati, consulenti e professionisti dell’aiuto. È questo il filo conduttore del convegno “Come cambia la responsabilità genitoriale dopo la riforma Cartabia”, svoltosi il 10 aprile alla Camera dei Deputati, nella Sala “Matteotti”, alla presenza di rappresentanti istituzionali, tecnici e operatori del Terzo Settore.
L’incontro ha messo al centro gli effetti a circa tre anni dall’entrata in vigore del D.Lgs. 149/2022 che ha riformato il settore, affrontando in modo diretto alcuni dei nodi più sensibili emersi nella sua attuazione: il ruolo della mediazione familiare, la reale sostenibilità del nuovo rito nelle situazioni di alta conflittualità, le criticità operative della consulenza tecnica d’ufficio, il tema dell’ascolto del minore, il rapporto tra efficienza processuale e qualità della decisione, la necessità di rafforzare risorse, competenze e strumenti territoriali.
Ad aprire i lavori è stato un momento di ricordo e di omaggio alla prof.ssa Maria Rita Parsi, figura storicamente impegnata nella tutela dell’infanzia, nella mediazione dei conflitti e nella promozione di una cultura dell’ascolto e della protezione dei minori. Un richiamo non formale, ma profondamente coerente con il senso della giornata: interrogarsi su come il diritto di famiglia possa essere, prima ancora che un sistema di regole, uno spazio di tutela reale.
L’apertura istituzionale: la riforma va misurata sui suoi effetti reali
Nei saluti istituzionali, l’accento è caduto subito sulla necessità di non lasciare la riforma “sulla carta”.
L’on. Pino Bicchielli nel suo saluto introduttivo ha ribadito che la responsabilità genitoriale non può essere considerata una questione solo tecnico-giuridica, ma un tema che investe la tenuta sociale, la qualità della democrazia e la capacità delle istituzioni di proteggere i più vulnerabili. Il richiamo è stato chiaro: ogni modifica normativa, in una materia che tocca direttamente i minori, deve essere valutata non soltanto per i suoi obiettivi dichiarati, ma per i suoi esiti effettivi.

In questo quadro è stato sottolineato dall’on. Valentina Grippo, anche il fattore cruciale del tempo nella giustizia minorile: il tempo processuale non è mai neutro quando entra nella vita dei bambini e degli adolescenti. Da qui l’invito a costruire un vero patto sociale tra famiglia, scuola, enti locali, professionisti e giurisdizione, capace di leggere la complessità relazionale senza scaricare tutto sul procedimento.
La moderazione: porre le domande giuste sulla qualità della riforma
La moderazione del convegno, affidata al dott. Massimo Maria De Meo, presidente di Confassociazioni Salute e Terzo Settore, e alla dott.ssa Roberta Costantini, psicoterapeuta e psicologa giuridica, ha dato fin dall’inizio un taglio preciso ai lavori. Il convegno è stato presentato non come una semplice successione di relazioni, ma come un percorso di domande lungo alcuni assi essenziali: la qualità della legge e della sua attuazione, il rapporto tra mediazione e garanzie, la trasparenza verso i cittadini, la possibilità di tradurre il confronto in proposte normative più leggibili e più efficaci.
Il presidente De Meo ha insistito su un punto di metodo destinato a tornare più volte nel corso del dibattito: una riforma non si misura soltanto da come è scritta, ma da come viene capita, applicata e percepita dai cittadini. Da qui la sua sollecitazione a non dare per scontati linguaggi, sigle e strumenti che per gli operatori sono familiari (CTU, curatori speciali, ascolto del minore, ausiliari del giudice) ma che spesso risultano opachi o incomprensibili per le famiglie coinvolte. In altre parole, il problema non è solo avere strumenti, ma fare in modo che le persone sappiano cosa aspettarsi da quegli strumenti, quali siano i loro limiti e quali tutele non possano mai essere sacrificate.
La critica alla monocraticità e al depauperamento delle risorse
Tra gli interventi più netti sul piano dell’assetto ordinamentale si è distinto quello del presidente dell’Associazione Italiana dei Magistrati per i Minorenni e per la Famiglia, Claudio Cottatellucci che ha richiamato l’attenzione sulla crescente monocraticità dei procedimenti in materia di responsabilità genitoriale. Una scelta che, secondo la lettura proposta, rischia di impoverire la qualità della decisione proprio in un settore nel quale la pluralità degli sguardi e il confronto collegiale hanno storicamente rappresentato una garanzia.
Il rilievo non si è fermato al profilo teorico. È stata denunciata anche la contrazione delle risorse e del personale, con particolare riferimento al ruolo dei giudici onorari e all’indebolimento complessivo della struttura civile. Il rischio, emerso con forza, è che il sistema venga spinto verso una gestione sempre più compressa del conflitto familiare, dove l’urgenza diventa la regola e la complessità relazionale viene trattata come un ostacolo, anziché come il dato da comprendere.
Le associazioni familiari: il rito unico rischia di irrigidire il conflitto
Dal versante delle associazioni del Terzo Settore è emersa una preoccupazione altrettanto forte: quella per l’irrigidimento del rito unico. Secondo il presidente del Forum delle Associazioni Familiari, Adriano Bordignon, l’impianto processuale rischia, in alcuni casi, di chiedere alle parti un’immediata esposizione conflittuale – prove, documenti, chat, estratti, contestazioni – che può accentuare la contrapposizione fin dalla fase iniziale, invece di favorire una composizione responsabile. In questa prospettiva, la mediazione familiare e gli strumenti di accompagnamento non possono essere pensati come accessori eventuali, ma come parte di una riflessione più ampia su come evitare la sovra-giudizializzazione delle crisi genitoriali. Nello stesso intervento è stata richiamata anche la necessità di criteri più rigorosi e trasparenti per la nomina dei curatori speciali, altro snodo che tocca direttamente la qualità della tutela minorile.
Mediazione, giustizia riparativa e mancanza di fondi
Sul terreno giuridico, ma con attenzione agli effetti concreti dell’assetto normativo, si sono concentrati gli interventi degli avvocati, in particolare dell’avv. Villani e dell’avv. Alessandra Amato.
È stato ricordato come la riforma abbia aperto spazi importanti alla mediazione, alla giustizia riparativa e a un diverso governo del conflitto, ma sia spesso mancato il supporto strutturale necessario per rendere effettivi questi strumenti.
Da più parti si è fatto notare che, in assenza di adeguati investimenti, il richiamo normativo rischia di restare programmatico. In particolare, è stato sottolineato che i centri di mediazione previsti dalla legge non risultano adeguatamente finanziati in molte aree del Paese, con l’effetto di creare un diritto a geografia variabile, accessibile in alcuni territori e sostanzialmente inattuabile in altri.
Piano genitoriale, CTU e “delega di fatto” al tecnico
Molto forte è stato anche il confronto sul piano genitoriale, spesso percepito, nella pratica, come un adempimento formale che non sempre trova un reale riscontro nel momento decisionale. Da qui l’osservazione, formulata in particolare da parte dell’avvocatura, di un sistema che da un lato chiede ai genitori capacità progettuale, dialogo e corresponsabilità, ma dall’altro può intervenire con strumenti fortemente invasivi, senza sempre valorizzare davvero le risorse residue del nucleo.
Su un piano ancora più delicato si è collocata la riflessione sulla consulenza tecnica d’ufficio. Uno dei punti più critici emersi è il rischio di una vera e propria delega di fatto del potere decisionale dal giudice al consulente, soprattutto nei casi in cui il quesito risulti troppo ampio, il metodo poco trasparente, il contraddittorio debole o le relazioni dei servizi sociali entrino nel processo senza un adeguato vaglio dialettico.
Il contributo clinico: trauma, neuroscienze e limiti della collaborazione forzata
Di particolare rilievo, anche per l’originalità del taglio, i contributi di area clinica e neuroscientifica. La dott.ssa Roberta Costantini, anche nel suo ruolo di moderatrice, ha richiamato con forza il rischio di leggere tutto come semplice conflitto tra adulti, senza cogliere quando sotto il conflitto si nascondano trauma, paura, controllo, paralisi emotiva e condizioni che rendono impraticabile la collaborazione richiesta dal diritto.
In questo quadro, anche nell’intervento della psicoterapeuta Pina Li Petri è stata evocata la teoria polivagale, insieme al riferimento al trauma della separazione come possibile causa di un vero e proprio “sequestro emozionale”, nel quale il genitore, biologicamente ed emotivamente, si colloca in uno stato di attacco-fuga o di congelamento che rende estremamente difficile l’accesso a risorse cooperative e riflessive. Da qui la proposta di valorizzare anche strumenti terapeutici come l’EMDR, (tecnica usata per rielaborare traumi ed esperienze emotivamente stressanti, anche attraverso movimenti oculari guidati) non come sostituti del processo, ma come supporti capaci di desensibilizzare il trauma e restituire margini di regolazione e di cura.
Su un piano convergente anche nell’intervento della psicoterapeuta Roberta Arrighi, è stato ricordato che la responsabilità genitoriale non può essere letta come un dato statico, ma come una competenza dinamica, che richiede mentalizzazione, capacità di differenziare il figlio da sé e di riconoscerlo come soggetto autonomo, non come estensione narcisistica del proprio dolore o del proprio conflitto.
Verso un approccio multidisciplinare reale
La giornata ha offerto anche una riflessione molto concreta sul tema della multidisciplinarietà. Non una formula evocativa, ma la proposta di costruire davvero un’interazione più ordinata tra giuristi, tecnici, servizi e professionisti dell’aiuto. Tra le ipotesi emerse, in particolare nell’intervento dello psichiatra Michele di Nunzio, vi è stata quella di semplificare le figure professionali di consulenza della parti, prevedendo invece solo un tandem stabile tra giurista e tecnico, capace di affrontare il conflitto familiare senza ricadere nella logica, spesso sterile, delle perizie di parte contrapposte.
Questa prospettiva si lega direttamente alla domanda che ha attraversato l’intero convegno: se basti introdurre strumenti nuovi o se, piuttosto, occorra costruire criteri chiari, garanzie effettive e linguaggi comprensibili. Da questo punto di vista, il merito del confronto è stato proprio quello di mettere in dialogo piani che troppo spesso restano separati: la tecnica normativa, la pratica giudiziaria, la clinica del trauma, la mediazione, il ruolo delle associazioni, il rapporto con i cittadini.
Le proposte emerse: monitoraggio, risorse, mediazione, qualità delle relazioni
Nelle conclusioni, il quadro che si è delineato è stato netto. Da più parti è stata avanzata la richiesta di un monitoraggio nazionale del nuovo rito che non valuti soltanto i tempi di definizione dei procedimenti, ma anche la qualità delle relazioni familiari che il sistema riesce a preservare o ricostruire. In altri termini: non basta sapere se il processo corre più veloce, bisogna capire a quale costo umano e relazionale.
Altro punto condiviso, la necessità di investire in organici giudiziari, servizi territoriali, consultori e strutture di supporto, per evitare che l’urgenza diventi l’unica grammatica operativa possibile. È stata inoltre proposta una revisione del sistema dei contributi economici previsti per le comunità/casefamiglia, introducendo modelli di budget più ampi all’inizio ed a scalare successivamente al fine di incentivare il reinserimento familiare, anziché la permanenza prolungata e passiva dei minori fuori da ogni contesto familiare.
Sul versante della prevenzione, è stata condivisa nella maggior parte degli interventi l’idea di rafforzare i percorsi di mediazione e sostegno prima della piena escalation giudiziaria, anche per contenere quella tendenza alla sovra-esposizione processuale del conflitto che il nuovo rito, se non accompagnato da correttivi adeguati, rischia di alimentare.
Un confronto che chiede nuove norme più chiare e tutele più concrete
Il dato forse più significativo emerso dal convegno è che il giudizio sulla riforma Cartabia resta aperto, ma non in senso astratto. L’impressione condivisa è che la vera sfida non sia scegliere ideologicamente tra giudizio e strumenti alternativi, tra tecnica e decisione, tra efficienza e garanzia. La vera sfida è costruire un sistema capace di usare bene ogni strumento, nel rispetto dei limiti, delle tutele e della centralità del minore.
In questa prospettiva, il convegno ha offerto non soltanto una lettura critica dei primi anni di applicazione della riforma, ma anche un metodo: partire dalle domande giuste, dare voce alle esperienze concrete, evidenziare le criticità senza semplificarle, provare a trasformare il confronto in proposte leggibili. Perché, come è stato ricordato nel corso della moderazione, la qualità di una riforma si misura nella sua capacità di tutelare i minori, orientare bene gli operatori e rendere il sistema più comprensibile per i cittadini.
Nel suo intervento l’avv. Maria Grazia Masella ha affermato che la riforma Cartabia è già vecchia e occorre riformarla. Inoltre secondo l’avv. Massella non resiste all’impatto con la realtà dei processi Italiani ed alla celerità auspicata (ma che non c’è ancora), deve aggiungersi il rigore normativo per la tutela effettiva del minore. “Perché il diritto Minorile non è un diritto minore”. Infine ha preannunciata di mettere a disposizione una proposta di articolato normativo sulla materia, composta da cinque articoli, in particolare illustrando una norma finalizzata a introdurre una specifica azione di responsabilità per ingiusto allontanamento, sul presupposto che il sistema debba essere in grado non soltanto di intervenire, ma anche di rispondere quando l’intervento si riveli sproporzionato o lesivo.
La proposta di elaborare un testo normativo è stata considerata, nel corso delle conclusioni, un’ottima idea che consente di partire con proposte concrete da condividere in un gruppo di lavoro multidisciplinare, da istituire nelle prossime settimane, che approfondisca contenuti e modalità di coinvolgimento e sensibilizzazione delle istituzioni per aprire un confronto propositivo nelle commissioni parlamentari competenti.
Massimo Maria de Meo
Roberta Costantini
Pina Li Petri