Con una sola frase che recita “La follia di una persona è la realtà di un’altra” Tim Burton ci spiega i diversi punti di vista con i quali il mondo si rapporta a quel che è effettivamente. Le verità assolute non esistono e ciò che ad alcuni può sembrare qualcosa di assurdo per altri è un dogma, anche se a noi può sembrare che la convinzione dell’altro sia inconciliabile con la nostra. Questo non vuol dire che aveva ragione Pirandello quando affermava che “Ogni realtà è un inganno”, però ci possiamo rendere conto che alcune immagini dell’esistenza e alcune certezze sotto una diversa prospettiva possono risultare profondamente diverse e lontane da quel che noi stessi davamo per certo; ma come ricorda Filippo Brunelleschi “La prospettiva è quel linguaggio artistico che suscita nell’osservatore l’illusione della distanza”. Dietro alla luce del successo, della celebrità e dell’acclamazione spesso si nascondono storie, supposizioni che celano l’oscurità di qualcosa che non vogliamo accettare o che non sappiamo spiegare come il mistero di Stonehenge, il patto con il diavolo di Robert Johnson, o è quel che vogliono far credere i fautori della teoria Paul is Dead, partendo dall’analisi di un’immagine che tutti gli appassionanti del rock hanno ben impressa nella loro mente: la copertina di Sgt. Pepper Lonely Heart Club Band.

La Band dei cuori solitari del Sergente Pepe
Ci sono pochi album intesi come li conosciamo oggi che sono entrati nella storia della musica come i componimenti di Mozart e le Opere di Beethoven. E possiamo starne certi che la maggior parte di questi portano la firma di Pink Floyd, Rolling Stones, Elvis Presley ma soprattutto dei Beatles. I Fab Four non sono stati un rivoluzione non solo della musica rock, ma dell’intera storia della composizione, del successo, della fama e dello spettacolo al punto che esiste un prima e un dopo la British Invasion che non si è limitata a Regno Unito e Stati Uniti, ma ha coinvolto il mondo intero. Dalle paludose rive del Mersey, la loro musica ha influenzato, cambiato e ispirato le generazioni avvenire e tornado a quella serie di album uno più di tutti può essere identificato come il disco della rivoluzione anche interna al gruppo stesso. Il 26 maggio del 1967 il gruppo pubblicò il disco Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band e la cosa che spiazzò il pubblico e consacrò il gruppo sono le nuove musicalità; con questo disco i Beatles si addentravano in territorio ancora inesplorato che tagliò i ponti con Revolver, Rubber Soul e i dischi degli inizi e che finì per vincere quattro Grammy. Paul McCartney aveva intrapreso in quel periodo una serie di viaggi, che lo hanno portato insieme al roadie del gruppo Mal Evans a visitare alcuni paesini della Francia in anonimato, con un travestimento, con una strana pettinatura e un pizzetto e i due volarono poi in Kenya. Su quel volo Paul rivelò ad Evans la sua delirante, a posteriori geniale, idea di realizzare un album eseguito da un gruppo immaginario di musicisti, una banda di ottoni d’epoca vittoriana chiamata Sgt. Pepper’s Lonlely Heart Club Band. Questo perché i Beatles dovevano restare in vita, erano ancora lontani i tempi della crisi di fine anni Sessanta, il gruppo appariva ancora saldo, ma aveva ormai preso la decisione di interrompere le tournée in maniera definitiva, cosa che avrebbe consentito ai fantastici 4 di Liverpool di concentrasi su composizioni difficili da replicare dal vivo, prendere quindi una strada più psichedelica. Per la verità sembra che dopo il tour di promozione di Revolver, George Harrison avesse minacciato Brian Epstein di lasciare il gruppo senza la decisione di interrompere i tour. “I concerti dei Beatles non avevano più niente a che fare con la musica, potevamo mandare in giro quattro statue di cera e questo avrebbe accontentato la folla” parole di Lennon. Ognuno si prese alcuni mesidi pausa, Harrison andò in India a studiare il sitar con Ravi Shankar, Lennon si dedicò alle mostre d’arte e in questo frangente incontrò la futura moglie Yoko Ono, mentre Ringo Starr trascorse la pausa in famiglia. Da qua arrivò la decisione di sperimentare, di riunirsi in studio senza il vincolo di dover realizzare qualcosa che sia possibile riprodurre sul palco davanti ad una folla urlante, ecco come si è giunti alla realizzazione del loro primo concept album. Le prime due canzoni ad essere registrate furono Penny Lane e Strawberry Fields Forever che uscirono come singoli ma non entrarono nell’album perché George Martin e Brian Epstein non ritennero giusto far pagare due volte i fan per le stesse canzoni, cosa che poi venne definita da Martin “Il più grande errore della mia vita professionale”. Fu anche un album che fece scandalo, che portò alla censura da parte della BBC convinta che alcuni brani come A Day in the Life, ma soprattutto Lucy in the Sky with Diamonds fossero dei diretti riferimenti all’uso di droga e di LSD. Cosa smentita chiaramente da Lennon che ha affermato di aver tratto ispirazione per la canzone da un disegno fatto da suo figlio Julian quando aveva 4 anni. Tra i vari Grammy ottenuti dall’album uno è dedicato alla sua copertina, realizzata su suggerimento di Paul da Peter Blake. L’idea era quella di riunire nella stessa immagine alcuni personaggi simbolo del tempo o della storia recente, il pubblico davanti al quale si sarebbero voluti esibire. E infatti si riconosco Marlon Brando, Karl Marx, Lewis Carroll, Sonny Liston, Stanlio e Ollio, Fred Astaire, Marilyn Monroe, Marlene Dietrich, T.E. Lawrence, H.G. Wells, Albert Einstein, Edgar Allan Poe, Oscar Wilde, mentre la casa discografica cancellò Gandhi e alla fine venne scartata l’idea di inserire Adolf Hitler.

La leggenda della morte di Paul McCartney: Cosa (non) accadde il 9 novembre 1966
Abbiamo spiegato come la realtà possa avere diversi volti, diverse maschere o differenti forme a seconda degli occhi con cui si guarda. E spesso questi occhi rischiano di prendere delle deviazioni trascendentali e finiscono per confondere la verità con la fantasia trovando indizi a supporto della propria visione dove in realtà non ce ne sono. Guardando la copertina di Sgt Pepper Lonely Hearts Club Band alcuni penseranno non al 26 maggio del 1967, bensì al 9 novembre del 1966. La composizione di fiori secondo alcuni andrebbe a comporre un basso, Paul è poi l’unico rivolto in una posizione diversa dagli altri, sembra sorretto come se fosse una sorta di sagomato e sul braccio porta una sigla OPD che secondo tale interpretazione sarebbe l’acronimo di Officially Pronunce Dead, ufficialmente dichiarato morto. Questa è la storia della leggenda della morte di Paul McCarteney, una fantasia incredibile che conferisce al Beatles quel carattere mitologico del quale, essendo parte dei Fab Four, non aveva bisogno. Secondo tale cospirazione quella sera Paul sarebbe morto in un incidente d’auto accompagnando a casa un’autostoppista che l’avrebbe distratto alla guida, portandolo a passare con il semaforo rosso e andandosi a schiantare contro un albero per evitare un’altra auto, uccidendo i due occupanti della macchina. Sarebbe stato alla guida di un’Aston Martin raffigurata in grembo a Shirley Temple nella copertina dell’album. I Beatles restanti quindi organizzato un funerale in forma privata celebrato da un certo Padre McKenzie che avrebbe “scritto le parole per un sermone che nessuno ascolterà” come cantato dal gruppo in Eleanor Rigby. Nella copertina di Sgt. Pepper poi la composizione di fiori gialli sembra una scritta, con molta fantasia, “Paul?” con un punto interrogativo finale, ma anche un basso mancino che era lo strumento di McCartney. Mentre realizzavano il disco, i Beatles avrebbero anche indetto un concorso -del quale non ci sono tracce- per trovare un sosia e quindi per tenere nascosta la verità. Lo trovarono nella figura di William Shears Campbell, meglio noto come Billy Shears, colui che presentano nella title track e all’inizio di With A Little Help from my Friend. La data del 9 novembre sarebbe stata rivelata mettendo uno specchio davanti alla copertina si scorge la frase I ONE X IX HE DIE che sarebbe interpretata con 11 9 he Die. Un indizio simile, oltre al fatto che i quattro sono ritratti nell’opera di Peter Blake con le facce affrante -in particolare Ringo- guardando verso il basso, quindi verso la tomba e con abiti da funerale, lo si riscontra anche nella copertina di Abbey Road. Qui Paul è l’unico che non indossa le scarpe e il suo passo sembra fuori ritmo rispetto agli altri, ed è da notare la targa dell’auto bianca sulla sinistra: LMW 28IF. La folle interpretazione sarebbe questa volta un acronimo, di “Linda McCartney Weeps” 28 anni se fosse ancora vivo, ma è un indizio incongruente considerano che il giorno in cui Ian MacMillan scattò la celebre foto sulle strisce di Abbey Road, l’8 agosto 1969, Paul aveva 27 anni. Nell’attraversare la strada, l’abito bianco di Lennon è considerato un abito da Sacerdote anche perchè secondo i sostenitori della teoria John al termine di Strawberry Fields dice “I buried Paul” e non Cranberry Sauce come accreditato sul testo ufficiale. Ringo indossa poi un abito nero, sarebbe stato lui a portare la bara al funerale, mentre la tenuta con jeans e clarks di George Harrison sarebbe la divisa di un becchino. Gli indizi nascosti nei testi sono poi infiniti, oltre a quello di Eleanor Rigby merita una lezione la supposizione di All you need is love in cui i fan della PID affermano di aver sentito le parole “Yeah, he’s dead, we loved you yeah, yeah, yeah“, come si sentirebbe l’affermazione Paul is Dead nei rumori psichedelici di Yellow Submarine. La leggenda è una testimonianza di come la mente umana possa prendere derive assurde, fantasiose e complottiste, frutto dei lisergici anni Sessanta che hanno portato ad innovazioni, rivoluzioni nel pensiero, nella moda, nella sessualità e soprattuto nella musica. Un decennio di miti, storie, amori, guerre e psichedelie che hanno contribuito in ogni modo al formarsi di quel genere di musica che tanto amiamo, quel rock in continua evoluzione, immortale che vogliamo o no, è reso tale anche da questo tipo di leggende.
