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Parigi 2024, Bebe Vio scelta come testimonial: “La diversità è una ricchezza”.

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Per le Olimpiadi, c’era Usain Bolt a fare da testimonial. A un anno dal via dei Giochi paralimpici, la stella è Bebe Vio. Un’italiana a Parigi, capitale olimpica. Un’azzurra nella madre patria della scherma, ma anche un personaggio che va oltre lo sport, come spiega Tony Estanguet, presidente del comitato organizzatore, che ha voluto Bebe Vio al suo fianco per lanciare il conto alla rovescia sotto la Tour Eiffel. E proprio ai piedi del celebre monumento, la campionessa risponde alle domande della Gazzetta, abbozzando qualche esercizio di stretching sul prato, scherzandoci su, per poi però commentare con la solita franchezza anche temi extrasportivi, come la questione sulla “normalità” al centro di polemiche nelle ultime settimane in Italia: “Sono cambiati i canoni di normalità e la diversità è una ricchezza”.

Manca un anno ai Giochi paralimpici, anche una campionessa come lei sente già la pressione?
“Un anno sembra tanto, perché nel frattempo ci saranno varie tappe tra Mondiali, in Italia, e Europei, qui a Parigi. La pressione c’è anche perché non sono ancora qualificata: devo darmi una mossa. Ma lo stress va gestito. Si sente che non si è più lontani ma è una bella sensazione”.

Come testimonial di Parigi 2024, dopo Usain Bolt, c’è Bebe Vio.
“La scherma è nata in Francia. Da schermitrice è bello venire nella patria del mio sport e in una città che sta portando avanti cambiamenti importanti per le Paralimpiadi, le prime che si svolgono nello stesso luogo delle Olimpiadi. Le prime a Parigi, perché non esistevano un secolo fa. E poi la scherma sarà al Grand Palais: tanta roba”.

Come cambia lo sguardo verso i Giochi Paralimpici?
“La prima Paralimpiade da tifosa è stata Londra 2012, ed era la prima vera Paralimpiade dei tempi moderni. A Rio 2016 abbiamo sentito molto il cuore delle persone, ma magari l’organizzazione non era perfetta. A Tokyo, tutto era perfetto, ma causa Covid non c’era il pubblico. Parigi, metterà insieme cuore e organizzazione. Sarà la Paralimpiade perfetta”.

Come è cambiato lo sguardo della gente verso la disabilità?
“È cambiato tutto, tanto. Una volta la disabilità veniva nascosta, anche dalle stesse persone disabili. Poi si è passati al concetto opposto, esagerando, presentando le persone con disabilità come dei supereroi. Invece la disabilità deve diventare normalità. Parigi 2024 ci lavora portando lo sport nelle scuole, facendo capire che l’importante è fare sport insieme, senza badare alla disabilità. E i bambini cresceranno con una nozione di normalità rispetto alla disabilità. Quella è la vittoria. Prima gli atleti paralimpici venivano percepiti come atleti per hobby, con Parigi 2024 non è più così. I paralimpici sono atleti olimpici a tutti gli effetti, con un “para” in più”.

Da personaggio pubblico, cosa ne pensa delle polemiche sul concetto di “normalità” suscitate dal libro di un generale in Italia?
“La normalità ha cambiato i suoi canoni. Per esempio: una volta la bellezza veniva vista in un modo, oggi in un altro. Il canone del “giusto” è evoluto. La figata della società di oggi è che ognuno ha la possibilità di essere ciò che vuole, di esprimere ciò che è e lavorare per ciò che desidera, per realizzare il suo sogno. Il mondo della disabilità lo dimostra con la volontà di voler far parte della società, al di là del concetto del normale. Con l’iniziativa WEmbrace per esempio, portiamo avanti l’idea di voler abbracciare tutto ciò che è diverso. L’importante è far parte della stessa squadra. Una squadra fatta di soli uomini grandi e grossi non vincerà mai nulla. C’è bisogno di un po’ di tutto per creare la squadra perfetta”.

Il sogno di Bebe Vio, oro parigino a parte?
“Entro cinque anni vorrei entrare in una qualsiasi palestra in Italia e vedere ragazzi con o senza disabilità che fanno sport insieme”.

Cosa ci possiamo aspettare dagli azzurri paralimpici a Parigi 2024, dopo i trionfi di Tokyo?
“C’è in corso un ricambio generazionale, abbiamo molti giovani, quindi serve pazienza. Con i giovani non sai mai: puoi vincere tutto o magari essere sovrastato dalle emozioni. Di sicuro daremo tutto per vincere medaglie. Lo dico sapendo che con il mio gruppo di 16 paratleti Fly To Paris, della squadra art4sport, siamo già in ordine di battaglia perché ognuno di noi vuole vincere più medaglie degli altri, anche se saremo tutti i primi tifosi di ciascun membro del gruppo. Ma intanto pensiamo a qualificarci”.

Milano-Cortina 2026, di cui è testimonial, come potrà essere definito un successo anche in termini paralimpici?

“Lo sarà se la gente ci andrà con l’intenzione di vedere e tifare Olimpiadi e Paralimpiadi allo stesso modo, senza distinzioni. In Italia penso che siamo sulla buona strada per trasformare la disabilità in qualcosa di normale. Lo dimostra il fatto che noi paralimpici facciamo parte delle armi sportive. Siamo pagati per fare gli atleti e poi avere magari un lavoro futuro. Si può sempre migliorare, ma siamo messi meglio di molti altri Paesi”.

Alessandro Grandesso

GAZZETTA.IT

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