Maggio. Le prime giornate calde, le maniche corte, il pensiero al mare. E con loro, puntuale come ogni anno, il rito dell’abbronzatura: qualche ora di sole nel fine settimana, magari con l’olio, perché la crema solare — si dice — fa venire i brufoli, ostacola la vitamina D, non fa abbronzare. Sono convinzioni radicate, passate di generazione in generazione come fossero verità consolidate. Non lo sono. E in un paese in cui i casi di melanoma sono aumentati del 30% in un solo anno, smontarle non è un esercizio accademico: è prevenzione.
Il melanoma è il tumore maligno della pelle più pericoloso. Non il più comune — quel primato spetta ai carcinomi basocellulari e spinocellulari, molto più frequenti ma quasi sempre curabili — ma il più aggressivo, quello con la maggiore capacità di dare metastasi e di uccidere. In Italia, secondo il rapporto AIOM-AIRTUM 2024, le nuove diagnosi hanno raggiunto quota 17.000, contro i 12.700 dell’anno precedente. Un balzo del 30% che, pur parzialmente spiegabile con una maggiore attenzione della popolazione ai controlli dermatologici, porta con sé un dato inequivocabile: il melanoma sta crescendo, e cresce soprattutto tra i giovani.
Perché il sole fa male — e quando
Il sole non è il nemico. La luce ultravioletta è indispensabile per la sintesi della vitamina D, regola il ritmo circadiano, ha effetti positivi sull’umore. Il problema non è il sole in sé: è l’esposizione eccessiva e non protetta, soprattutto quella che porta alla scottatura. Ogni scottatura solare, in particolare quelle che si verificano durante l’infanzia e l’adolescenza, lascia un segno permanente nel DNA delle cellule della pelle. I raggi UV — sia quelli di tipo A, presenti tutto l’anno e capaci di penetrare in profondità, sia quelli di tipo B, più intensi in estate e responsabili della combustione solare — danneggiano il materiale genetico dei melanociti, le cellule che producono il pigmento della pelle. Quando questo danno si accumula nel tempo e i meccanismi di riparazione cellulare non riescono più a compensarlo, può innescarsi la trasformazione maligna.
Due scottature in età adolescenziale, secondo i dati dermatologici, aumentano in modo significativo il rischio di sviluppare un melanoma in età adulta. Non è un dettaglio: è il motivo per cui la prevenzione deve iniziare presto, molto prima che qualcuno ci pensi.
I falsi miti da abbandonare
Il primo e più diffuso: la crema solare ostacola l’abbronzatura. È falso. La crema solare filtra le lunghezze d’onda più dannose dei raggi UV, ma non blocca completamente la melanogenesi — il processo che porta all’abbronzatura. Protegge la pelle dal danno cellulare senza impedire che si colori, più lentamente e in modo più sicuro. Il secondo mito: il sole fa venire la vitamina D, quindi più sole fa meglio. Anche questo è scorretto. Bastano 15-20 minuti di esposizione quotidiana su viso, braccia e mani per soddisfare il fabbisogno di vitamina D nella grande maggioranza delle persone. Ore di esposizione senza protezione non aumentano la produzione di vitamina D, ma aumentano il rischio oncologico.
Il terzo, forse il più insidioso: i lettini solari sono più sicuri del sole. È esattamente il contrario. Le lampade abbronzanti emettono raggi UVA ad alta intensità e il loro utilizzo è classificato dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) come cancerogeno di gruppo 1 — la stessa categoria del fumo di sigaretta. In Italia il loro uso è vietato ai minori di 18 anni dal 2009, ma la normativa è spesso disattesa.
Come riconoscere un neo sospetto: la regola ABCDE
La diagnosi precoce è l’arma più efficace che abbiamo. Un melanoma individuato in stadio iniziale, quando è ancora confinato allo strato superficiale della pelle, ha una sopravvivenza a cinque anni superiore al 95%. La stessa lesione, se scoperta in stadio avanzato con metastasi a distanza, scende sotto il 25%.
Per imparare a riconoscere un neo sospetto esiste la regola ABCDE, semplice e pratica: A come Asimmetria — un neo benigno è tendenzialmente simmetrico; B come Bordi — i bordi irregolari, sfrangiati o mal definiti sono un segnale di allarme; C come Colore — la presenza di più tonalità nello stesso neo (marrone, nero, rosso, bianco) è sospetta; D come Dimensioni — un diametro superiore a 6 millimetri merita attenzione; E come Evoluzione — qualsiasi cambiamento recente di forma, colore o dimensioni, o la comparsa di sanguinamento o prurito, richiede una visita immediata.
Screening e trattamento
La visita dermatologica con dermatoscopia — un esame non invasivo che permette di osservare le strutture interne del neo con una lente a ingrandimento — è lo strumento di screening più efficace e dovrebbe essere eseguita almeno una volta l’anno da chi ha più di 20 nevi, una carnagione chiara, familiarità per melanoma o storia di scottature importanti. In molte città italiane vengono organizzate giornate di screening gratuito: un’opportunità che vale la pena cogliere.
Per i melanomi in stadio precoce, la chirurgia — con un margine di exeresi adeguato — è risolutiva. Per le forme avanzate, gli ultimi anni hanno portato una rivoluzione terapeutica: l’immunoterapia con inibitori dei checkpoint immunitari e la terapia a bersaglio molecolare con inibitori BRAF hanno trasformato la prognosi di una malattia che fino a quindici anni fa aveva pochissime opzioni. La sopravvivenza a cinque anni nei pazienti con malattia metastatica è migliorata in modo significativo, anche se la strada è ancora lunga.
Il sole di maggio è bello. Uscire, muoversi, stare all’aria aperta è salutare. Ma farlo con una crema ad alto fattore di protezione, evitare le ore centrali della giornata, non cercare la scottatura come prova dell’estate riuscita: queste non sono rinunce. Sono scelte che la pelle ricorderà per decenni. E quando si guarda allo specchio, vale sempre la pena dedicare un minuto ai propri nei. Quel minuto può fare la differenza.
