Il 18 maggio si è svolto Liceo Ginnasio Statale “Orazio” (via Savinio 40 a Roma) un incontro dal titolo “Educare alla cura: parole, musica e futuro” .Iniziativa in memoria della prof.ssa Maria Rita Parsi.
Un momento pubblico di riflessione, lettura, musica e testimonianza dedicato ai temi cari a Maria Rita Parsi: educazione relazionale e digitale, ascolto dei giovani, fragilità, e responsabilità degli adulti.
L’Aula Magna è stata concessa dalla Dirigenza scolastica, su richiesta della Maestra Claudia Troisi, pianista che ha svolto il suo intervento musicale, con la vocalist Federica Carpico dedicando agli studenti e studentesse presenti brani del Maestro Giovanni Allevi, con ricordo della prof.ssa Maria Rita Parsi anche attraverso melodie a lei care, come Imagine (J. Lennon); “Se io fossi un angelo” (L. Dalla); “You are not Alone (M. Jackson); Out of reach, so easy to fall in love (O. Dean).
L’incontro è stato coordinato da Francesca Chialà, regista, sociologa e performer che si è alternata con dottor Massimo Maria de Meo, Presidente Confassociazioni Salute e Terzo Settore, in particolare sul tema dell’Educazione digitale ed educazione relazionale e con la psicologa, psicoterapeuta dott.ssa Roberta Costantini, che ha fornito alcuni spunti su fragilità e disagio giovanile, sull’uso dello smartphone nella vita alle possibili applicazioni nel mondo scolastico.

Intervento del dott. Massimo Maria De Meo
Presidente CONFASSOCIAZIONI Salute e Terzo Settore
Liceo Ginnasio Statale “Orazio” – Roma, 18 maggio 2026
Buongiorno a tutte e a tutti.
Ringrazio la Dirigente scolastica, i docenti, le famiglie, e soprattutto voi: studentesse e studenti del quarto e quinto anno del Liceo Classico e Linguistico Orazio.
Sono particolarmente lieto di essere qui oggi in un incontro che nasce nel ricordo della professoressa Maria Rita Parsi. Non un ricordo formale, non una commemorazione distante, ma un’occasione viva per parlare di educazione, fragilità, ascolto, responsabilità degli adulti e futuro dei giovani.
Il titolo generale scelto per l’incontro, “Educare alla cura: parole, musica e futuro”, contiene già una direzione precisa. Educare alla cura significa educare a vedere l’altro. Significa imparare che ogni parola può ferire o può custodire; ogni gesto può escludere o può includere; ogni messaggio, anche scritto in pochi secondi su uno smartphone, può diventare un ponte oppure un muro.
Il tema che mi è stato affidato è “educazione digitale ed educazione relazionale”. Apparentemente sembrano due cose diverse: da una parte la tecnologia, dall’altra le relazioni umane. Da una parte gli strumenti, dall’altra le emozioni. Da una parte lo schermo, dall’altra il volto.
In realtà, oggi non possiamo più separarle.
La vostra generazione non “entra” in rete come facevamo noi adulti qualche anno fa. Voi vivete in un ambiente in cui il digitale è già dentro la quotidianità: nello studio, nell’informazione, nelle amicizie, nell’intrattenimento, nella costruzione dell’identità, nella partecipazione civile, nella creatività. Il digitale non è solo uno strumento. È un ambiente di relazione.
E proprio per questo l’educazione digitale non può essere ridotta a una serie di regole tecniche: non condividere la password, non cliccare link sospetti, non pubblicare dati personali. Tutte cose giuste, naturalmente. Ma non bastano.
Educazione digitale significa chiedersi: che persona divento quando comunico attraverso uno schermo? Sono più libero o più condizionato? più coraggioso o solo più impulsivo? più informato o più manipolabile? più vicino agli altri o più chiuso nella mia bolla?
Ecco il punto: non si tratta solo di saper usare bene la tecnologia. Si tratta di non farsi usare dalla tecnologia.
Il Presidente di CONFASSOCIAZIONI, Angelo Deiana, nei suoi interventi più recenti ha insistito molto su questo passaggio. Viviamo dentro una grande trasformazione: intelligenza artificiale, piattaforme digitali, reti sociali, dati, algoritmi. Non è più fantascienza. È il mondo reale. È il mondo nel quale studierete, lavorerete, voterete, amerete, sceglierete, costruirete la vostra identità.
Deiana usa un’immagine molto efficace: davanti alle nuove tecnologie possiamo essere giocatori o pedine. Essere giocatori significa comprendere le regole del gioco, usare gli strumenti con consapevolezza, non rinunciare alla propria libertà critica. Essere pedine significa muoversi senza accorgersi che qualcun altro sta decidendo per noi: cosa guardiamo, cosa desideriamo, chi imitiamo, chi escludiamo, cosa compriamo, che idea abbiamo di noi stessi.
Questa distinzione riguarda anche voi, oggi.
Quando scorriamo un social per dieci minuti e poi diventano cinquanta, siamo ancora noi a scegliere? Quando un algoritmo ci propone sempre contenuti simili, stiamo davvero conoscendo il mondo o stiamo vedendo solo una sua versione ristretta?
Quando misuriamo il valore di una foto, di un pensiero o perfino di una persona dal numero di visualizzazioni, like o commenti, stiamo usando un mezzo o stiamo lasciando che quel mezzo definisca il nostro valore?
Queste domande non servono a demonizzare il digitale. Sarebbe inutile e anche sbagliato. La tecnologia può ampliare conoscenze, creare reti di solidarietà, dare voce a chi non ne ha, sostenere persone fragili, facilitare percorsi di cura, inclusione e partecipazione. Come CONFASSOCIAZIONI Salute e Terzo Settore, noi vediamo ogni giorno il potenziale positivo dell’innovazione: nella sanità, nell’assistenza, nel volontariato, nella formazione, nella possibilità di mettere in rete competenze e comunità.
Ma proprio perché il digitale è potente, ha bisogno di una coscienza.
E la coscienza non la dà la macchina. La coscienza la danno l’educazione, la cultura, il senso del limite, il rispetto dell’altro.
Qui entra in gioco l’educazione relazionale.
Educazione relazionale significa imparare che l’altro non è un profilo, non è un bersaglio, non è un avatar, non è una foto da commentare, non è un corpo da giudicare, non è una fragilità da esporre, non è un errore da trasformare in contenuto virale.
L’altro è una persona.
Sembra una frase semplice, ma oggi è una delle frasi più rivoluzionarie che possiamo pronunciare. Perché nella comunicazione digitale il rischio più grande è la perdita del volto. Non vedo più la reazione dell’altro, non percepisco subito il dolore che posso provocare, non sento il silenzio che segue a una frase offensiva, non vedo lo sguardo di chi si sente umiliato.
La distanza dello schermo può farci credere che le parole pesino meno. In realtà, spesso pesano di più. Perché restano. Circolano. Vengono condivise. Escono dal contesto. Diventano pubbliche. Possono colpire una persona non una volta sola, ma cento, mille volte.
È qui che il tema del cyberbullismo diventa centrale.
Il cyberbullismo non è “uno scherzo venuto male”. Non è “una presa in giro tra ragazzi”. Non è “una cosa che succede online e quindi vale meno”. Il cyberbullismo è una forma di violenza relazionale amplificata dalla tecnologia.
Può essere un insulto ripetuto in una chat. Può essere l’esclusione deliberata da un gruppo. Può essere la diffusione di una foto privata. Può essere un meme costruito per umiliare. Può essere un commento sul corpo, sull’orientamento, sull’origine, sulla fragilità, su un errore. Può essere il silenzio complice di chi vede e non interviene.
E su questo vorrei essere molto chiaro: nel cyberbullismo non ci sono solo due figure, il bullo e la vittima. C’è anche il pubblico. Ci sono quelli che ridono, quelli che inoltrano, quelli che mettono like, quelli che guardano e pensano: “Non mi riguarda”.
Invece riguarda tutti.
Perché ogni comunità, anche una comunità scolastica, si definisce non solo da ciò che permette, ma da ciò che decide di non tollerare.
Una scuola è davvero una comunità quando sa dire: qui nessuno deve essere lasciato solo; qui la fragilità non diventa spettacolo; qui l’errore non diventa marchio; qui la differenza non diventa motivo di esclusione; qui la libertà di espressione non diventa libertà di ferire.

Questo non significa costruire una scuola senza conflitti. Il conflitto esiste. Le incomprensioni esistono. Le antipatie esistono. Le parole sbagliate possono capitare. Ma c’è una differenza enorme tra il conflitto e la persecuzione, tra la battuta e l’umiliazione, tra il dissenso e l’aggressione, tra l’ironia e la crudeltà.
Il confine è la dignità dell’altro. E quel confine va imparato, custodito, praticato.
Voi frequentate un Liceo Classico e Linguistico.
Anche io ho frequentato il Classico ad Ostia, l’Anco Marzio! Questo significa che siete abituati a incontrare parole antiche e lingue diverse. Studiate civiltà lontane, letterature, culture, sistemi di pensiero. Avete un privilegio grande: siete allenati alla complessità. E la complessità è l’antidoto più forte alla violenza.
Perché la violenza semplifica sempre. Riduce una persona a un’etichetta. Riduce una storia a un difetto. Riduce un volto a un bersaglio. Riduce una relazione a dominio.
La cultura, invece, fa il contrario: restituisce profondità. Ci insegna che ogni persona è più complessa del suo errore, più grande della sua immagine, più misteriosa del giudizio che gli altri danno di lei.
Per questo l’educazione digitale non può essere separata dall’educazione umanistica. Non basta conoscere la tecnologia. Bisogna conoscere l’essere umano.
E forse il messaggio più importante che oggi possiamo condividere, nel ricordo di Maria Rita Parsi, è proprio questo: una società tecnologicamente avanzata ma povera dal punto di vista relazionale, non è una società più evoluta. È solo una società più veloce.
La velocità è una delle caratteristiche del nostro tempo. Tutto arriva subito: messaggi, immagini, notizie, reazioni. Ma la cura ha bisogno di tempo. L’ascolto ha bisogno di tempo. Il pensiero critico ha bisogno di tempo. Anche chiedere scusa, riparare, comprendere il dolore che abbiamo causato richiede tempo.
Allora vorrei proporvi tre piccole parole, semplici ma molto concrete, che possono orientare il vostro modo di abitare il digitale.
La prima parola è responsabilità.
Responsabilità significa sapere che ogni contenuto che produciamo o condividiamo ha conseguenze. Prima di inviare, pubblicare, inoltrare, commentare, dovremmo imparare a farci tre domande: è vero? è necessario? è rispettoso?
Se una cosa non è vera, può diventare calunnia. Se non è necessaria, può diventare esibizione. Se non è rispettosa, può diventare violenza.
La seconda parola è empatia.
Empatia non significa essere sempre d’accordo. Significa ricordarsi che dall’altra parte c’è una persona che può soffrire. Nel digitale l’empatia va allenata di più, perché non è immediata. Non vediamo il volto dell’altro, quindi dobbiamo immaginarlo. Non sentiamo la sua voce, quindi dobbiamo ascoltare meglio. Non vediamo la sua ferita, quindi dobbiamo essere più prudenti.
La terza parola è coraggio.
Coraggio non è fare il più forte in una chat, è interrompere una catena di offese. Coraggio è non condividere una foto umiliante. Coraggio è dire a un amico: “Guarda che stai esagerando”. Coraggio è chiedere aiuto a un adulto quando una situazione diventa pesante, è non restare spettatori.
E qui mi rivolgo anche a chi magari ha vissuto o sta vivendo situazioni difficili. Chiedere aiuto non è debolezza. È intelligenza. È tutela di sé. È il primo passo per interrompere un meccanismo che spesso si alimenta proprio del silenzio.
Parlatene con un docente, con la Dirigente, con i genitori, con uno psicologo, con una persona adulta di fiducia. Non lasciate che la vergogna protegga chi fa male. La vergogna deve cambiare posto: non deve stare addosso a chi subisce, ma a chi umilia.
Come rappresentante di CONFASSOCIAZIONI Salute e Terzo Settore, credo profondamente che il benessere non sia solo assenza di malattia. Il benessere è qualità delle relazioni. È sentirsi parte di una comunità. È sapere che, quando si cade, qualcuno non ride ma tende una mano. È sapere che la tecnologia può connettere, ma solo la responsabilità può creare legami veri.
Il Terzo Settore nasce proprio da questa idea: nessuno si salva da solo. Le comunità si costruiscono quando professionisti, volontari, istituzioni, scuole, famiglie, associazioni e studenti decidono di lavorare insieme per il bene comune.
E il bene comune, oggi, passa anche dalla rete. Una rete più pulita. Più umana. Più giusta. Più capace di cura.
Vorrei chiudere con un’immagine.
Voi siete in un’età in cui vi viene chiesto di scegliere: l’università, il lavoro, il futuro, il modo in cui stare nel mondo. Ma prima ancora di scegliere cosa fare, siete chiamati a scegliere che tipo di persone diventare.
Il digitale vi accompagnerà sempre di più. L’intelligenza artificiale, le piattaforme, i dati, la comunicazione globale faranno parte della vostra vita. Ma nessuna tecnologia potrà sostituire la domanda fondamentale: come tratto l’altro?
Perché alla fine l’educazione digitale è questo: portare umanità dentro gli strumenti.
E l’educazione relazionale è questo: ricordare che la libertà non è fare tutto ciò che si può fare, ma scegliere ciò che merita di essere fatto.
Vi auguro di essere non pedine, ma giocatori consapevoli. Non utenti passivi, ma cittadini digitali. Non spettatori del dolore degli altri, ma costruttori di comunità.
Non semplicemente connessi, ma capaci di legami.
E vi auguro che il ricordo di Maria Rita Parsi non resti soltanto nel titolo di questa giornata, ma diventi una domanda da portarvi dietro: le mie parole curano o feriscono? Le mie connessioni isolano o includono? La mia presenza, anche online, rende il mondo un po’ più umano?

