Abbiamo un’altra giornata che non dimenticheremo mai, per un susseguirsi di emozioni, per un pranzo della domenica che ci consegna al record, che ci consegna la miglior conclusione possibile per la storia di Federica Brignone e anche la prima volta d’oro del biathlon italiano, il tutto nell’arco di pochi minuti, come nel 2021 quando Jacobs e Tamberi si abbracciarono sulla pista di Tokyo, ma stavolta con il sostegno del pubblico di casa e non in uno stadio vuoto. Prima Federica Brignone, poi Michela Moioli insieme a Lorenzo Sommariva e alla fine Lisa Vittozzi, -tutti anticipati dalla medaglia nella staffetta del fondo di nuovo sul podio a 20 anni dall’oro di Torino e con il nostro portabandiera Pellegrino- sono la chiusura di un cerchio le due medaglie d’oro odierne, espressione di miracoli sportivi che entrano a far parte della mitologia olimpica, coronamento di una di quelle favole che solo i Giochi sanno raccontare. Che fantastica storia è la vita cantava Antonello Venditti, che fantastica storia di Federica Brignone e che Olimpiade stiamo vivendo da italiani, perchè, richiamando Fabio Caressa, in questi casi è più bello essere italiani. Il 15 febbraio passerà alla memoria come il giorno in cui prima abbiamo eguagliato e poi superato quel record di Lillehammer 1994, siamo a 22 medaglie contro le 20 conquistate in Norvegia e non eravamo mai arrivati a otto titoli olimpici invernali, un bottino che a fine giornata, a metà inoltrata dell’Olimpiade ci innalza fino al secondo posto nel medagliere. Non dimenticatevi mai di questi momenti in cui a legiferare sul circo bianco è lo sport italiano.

Federica Brignone, dall’incubo all’impresa: nessuno come lei
Nessuna nella storia dei giochi invernali aveva vinto super G e slalom gigante nella stessa edizione, lo hanno fatto in edizioni diverse è vero, lo aveva fatto Wasmeier in Norvegia nel 1994, ma in campo femminile è una novità assoluta come lo è per l’Italia avere una sciatrice che vince due titoli nella stessa Olimpiade, neanche Deborah Compagnoni era arrivata a tanto, c’era riuscito solo Alberto Tomba a Calgary nel 1988. Con gli occhi della tigre, come la colonna sonora di Rocky, con il suo simbolo dipinto sul casco in virtù del soprannome che gli ha affidato il fratello allenatore, colui che realmente le ha cambiato la carriera, Federica non ha solo vinto, ha dominato mentre le altre lottavano per l’argento (andato a Stjernesund ed Hector, la campionessa uscente, a pari merito) e si sono dovute letteralmente inchinare alla Regina delle nevi italiane. Potrebbe diventare l’immagine di questa Olimpiade di Cortina, le avversarie che per riconoscere il merito del successo alla vincitrice cadono ai suoi piedi all’arrivo, un simbolo di rispetto, di sportività, la massima espressione dei valori sociali e umani che può conferire questo sport. Chi lo avrebbe mai detto dieci anni fa, quando addirittura iniziava a meditare di smettere con lo sci perché i risultati non arrivavano, perchè per lei era solo un divertimento e non poteva diventare un’ossessione priva di soddisfazioni e ricca di frustrazioni. Aveva 26 anni, era appena caduta malamente al Sestriere, aveva fallito a Maribor, a Semmering proprio in gigante quando era tra le favorite per esplodere e conferire una svolta verso il successo alla sua carriera. Tutto ciò non avvenne “Non sto bene, meglio finirla qui” si sfogava con il fratello Davide, voleva gettar via la carriera come, non per colpa sua ma per gli infortuni, aveva fatto lui stesso. Fu proprio Davide, al tempo 23enne a riconsegnarle il suo futuro, a forgiare la sua, la nostra Tigre delle Nevi, a trasformare una ragazza da appena due vittorie in 100 gare nella più vincete sciatrice italiana della storia. A gennaio 2017, con Davide all’esordio come suo allenatore domina in gigante, come ha fatto ieri sull’Olympia, come ha iniziato a fare poi negli anni successivi fino ad arrivare al mondiale del 2025 e a due affermazioni nella Coppa del mondo generale. Fino all’infortunio, a quel 3 aprile del 2025. Sembrava non potesse più camminare e l’Olimpiade di casa, qualcosa che un’atleta immagina e inizia a pregustare fin da quando viene assegnata -in questo caso dal giugno 2019- era diventata un miraggio e una fantastica quanto remota suggestione; l’obiettivo pirncipale di Federica era quello di tornare a camminare. Non a sciare, anche solo a camminare senza danni permanenti, una gamba, una vita e solo dopo una carriera da ricostruire. Le era appena stata intitolata la pista di Courmayeur, era a Moena per i campionati italiani, una competizione minore se rapportata a quanto aveva appena vinto nei mesi precedenti, eppure lei ha aggredito la pista con al stessa fame e con la stessa convinzione che la contraddistinguono. Con la stessa veemenza agonistica non si è risparmiata neanche per un campionato italiano, cosa che le si è ritorta contro portandola all’infortunio e quindi ad un’attenta valutazione del percorso da seguire per tornare ad essere lei anche a Milano-Cortina. La scelta è ricaduta su Torino, sul J medical il polo di riferimetno per i giocatori della Juventus ma non solo, anche per molti grandi atleti, primo fra tutti Jannik Sinner. 100 giorni con sette ore di terapia al giorno, con le speranze che si assottigliavano semrpe anche quando si è rimessa gli sci a Cervinia a novembre, sentiva ancora dolore, ancora non riusciva a sopportare i minimi movimenti, figuriamoci le pieghe del gigante e le sollecitazioni articolari della velocità. Ha affrontato un intenso lavoro idrochinesiterapico, ha reimparato a camminare e ha ricostruito il tono muscolare, sempre seguita da Federico Bistrot il fisioterapista che insieme ad Andrea Panzieri (il medico che l’ha operata) e a Giuseppe Vercelli (lo psicologo che l’ha seguita) l’hanno accompagnata per tutta la fase del recupero fino al ritorno a Kronplatz e anche oltre. Sembrava un’impresa difficiemlte ripetibile, oro in Super G 315 giorni dopo l’infortunio, una medaglia arrivata a completare il suo palmares e forse viziata da una tracciatura alternativa che ha trasformato la competizione in una gara ad eliminazione. Invece quell’impresa lei l’ha replicata, questa volta con un dominio assoluto, senza incontrare rivali, senza incontrare avversarie in grado di avvicinarsi ai suoi tempi sia nella prima che nella seconda manche del gigante. Appunto che fantastica storia è la vita dicevamo in precedenza, una storia che sarà raccontata la mondo sportivo per intero, un comeback (così lo chiamano in America) hollywoodiano detisntao a restare per sempre impresso nei libri della mitologia. Si aggiugne al club dei più grandi atleti in grado di tornare campioni, come Hermann Maier passato dal rischio di amputazione ad una gamba a due medaglie a Torino; come Francesco Totti che ha vinto il mondiale 2006 con quel ginocchio da ricostruire; o come Niki Lauda che per tornare in pista e giocarsi un mondiale contro il rivale Hunt è emerso dall’inferno del Nurburgring dopo 42 giorni dal rogo che rischiò di cancellare non solo la sua carriera ma la sua stessa vita. Si possono trovare decine di storie simili, ongnua con caratteri di unicità, ognuna con caratteristiche diverse, da Marco Pantani (nel 1995 venne travolto da un’auto con frattura di tibia e perone e tre anni dopo completò la doppietta giro-Tour) a Marc Marquez (12 viti e una placca la braccio destro nel 2020 e poi il dominio nel motomondiale 2025), ma ognuna con protagonisti delle icone dello sport, adesso lo è anche lei, e il mondo intero lo riconosce. Inchiniamoci anche noi, come Stjernesund ed Hector, alla Tigre delle Nevi.
Lisa Vittozzi, l’Oro inseguito in eterno di chi è rientrata in trionfo
Anche il Biathlon italiano ora Balla sul mondo con la sua Dancing Queen (citando Ligabue e gli Abba), Lisa Vittozzi una settimana fa festeggiava al traguardo l’argento nella staffetta con un balletto euforico e oggi sta ancora danzando colma di gioia per essere diventata la prima atleta nella storia dello sport azzurro a vincere una medaglia d’oro olimpica nel biathlon. Tornano alla mente i tempi che (solo per caso) non furono d’oro, quando il Biathlon aveva la sua prima generazione di fenomeni negli anni Novanta che non ha mai vinto il titolo olimpico. Chi ci è andato più vicino in assoluto è Pieralberto Carrara -zio di Michela che è parte della squadra attuale di Biathlon- a Nagano 1998: ai mondiali aveva otteutno tre ori e due bronzi e nell’individuale stava volando verso il titolo più prestigioso della carriera, aveva centrato tutti i bersagli ma la carabina si era inceppata poco prima di iniziare l’ultimo poligono , una sfortuna enorme che lo ha relegato in seconda posizione a cinque secondi dalla vittoria alle Olimpiadi. Abbiamo atteso 28 anni per un nuovo poligono d’oro, questa volta davvero senza complicazioni, senza intralci e imprevisti: Lisa Vittozzi è impeccabile, nelle prime fasi di gara vola via insieme a Maren Kirkeeide e conferma il suo oro quando la norvegese manca i bersagli nell’ultima sessione al tiro. Percorso netto, 20 centri su 20 scatenano la festa di Anterselva, il tempio del biathlon, quale luogo miglior per il giorno più bello della storia di questo sport in italia? Anche la sua è una storia di rinascita, una storia di rivincite e di chiusura di un cerchio. Nata a Pieve di Cadore il 4 febbraio del 1995, ha appena compiuto 31 anni, dal 2015 frequenta i podi in coppa del mondo, dal 13 dicembre 2015 per l’esattezza quando vinse la prima gara nella staffetta ad Hochfilzen con Karin Oberhofer, Federica Sanfilippo e Dorothea Wierer. La consacrazione nel 2018 quando partecipa alle sue prime Olimpiadi e in particolare nella stagione successiva quando vince le prime gare individuali della carriera e soprattutto contende a Wierer la Coppa del Mondo Generale, ma al mondiale di Ostersund qualcosa si ruppe: venne scavalcata da Dorothea, per la quale nutre rispetto non amicizia, e a quel punto andò in crisi al livello personale e come atleta si definì smarrita, non riusciva più a trovare quella continutià al tiro richiesta a chi si pone obiettivi tanto ambiziosi come Mondiali ed Olimpiadi. Da quella sconfitta di Ostersund 2019 Lisa di fatto trova il podio altre due volte, solo altre due volte in tre anni fino ai giochi di Pechino dove ha ammesso di aver pensato al ritiro. Una parziale rinascita la trova nel 2023, vince due gare individuali e poi nel 2024 si conferma vincendo la coppa del mondo generale per la prima volta. Frutto della sua rinascita un nuovo mental coach e un nuovo allenatore, vince anche un oro e tre argenti ai mondiali di Nove Mesto, ma poi di nuovo il baratro. Un infortunio alla schiena la obbliga a saltare l’intera stagione 2024-25, rischia di nuovo di abbandonare il suo sport, di doversi accontentare di un’ottima carriera nella quale però è mancato il trionfo a cinque cerchi. Invece, un po’ come successo a Brignone e a Lollobrigida che fino all’ultimo sono rimaste nell’incertezza relativamente alla loro partecipazione ai giochi, con sacrifici e sofferenze è rientrata a inizio stagione andando vincere a Hochfilzen un inseguimento, le prove generali per scrivere la storia ad Anterselva ai giochi di Milano Cortina. Porta il suo nome l’ottavo oro della spedizione italiana, mai così tante volte ad un’Olimpiade invernale ha risuonato l’inno di Mameli, mai l’italia è salita sul podio in 22 occasioni e mai si è arrampicata fino al secondo posto nel medagliere: la storia passa anche dal Biathlon, da Vittozzi, da un cerchio che adesso si è chiuso con un trionfo.
