Inter, vincendo di nuovo il Tricolore: Chivu e il nuovo simbolismo. Ecco il Vanto di Milano

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Inter Scudetto

Sono le 22:39 del 3 maggio 2026 quando il caldo abbraccio di San Siro cinge le maglie nerazzurre della squadra che ora finalmente ha dimenticato e metabolizzato quanto accaduto a Monaco e più in generale le delusioni del finale della scorsa stagione. La città meneghina per la 21esima volta si colora di nerazzurro. L’Inter è campione d’Italia e ora sì, dopo la chiusura del ciclo Inzaghi, torna a sorridere con il suo popolo che sembra dirgli “Sei fantastica, forte come il Rock N roll” perchè ora può festeggiare senza “Nessun Rimpianto” per una stagione che può definirsi “Bella Vera”. I riferimenti sono tutti derivati da una delle voci celebri del tifo nerazzurro, un interista che i suoi gol li ha semrpe segnanti a suon di dischi d’oro e di successi discografici, Max Pezzali che, lui come tutti i tifosi interisti, non può che pensare “Grazie Mille” per questa squadra, per questo scudetto, per aver ridato all’Inter quello smalto e quella lucentezza quasi svanita dopo i gol di Pedro, dopo i cinque del PSG e anche dopo il gelo di Bodo. Chirsitan Chivu scrive 21, il meno atteso degli allenatori, ci vuole coraggio a scegliere un uomo di poca esperienza, di poche panchine obbligato con tutta la pressione a far dimenticare una finale di Champions League persa in quel modo e uno scudetto svanito al photo finish come nel 2025. Complimenti a chi lo ha scelto, a Marotta arrivato al decimo titolo della sua carriera, complimenti anche a lui, il volto della nuova festa dopo due anni dalla seconda stella. Forse un titolo meno carico di simbolismo, non è un numero tondo, non è una festa in faccia al Milan come accadde due anni fa, andando a fondo però anche questa giornata ha le sue congiunzioni astrali che la rendono speciale: l’Inter non festeggiava il titolo davanti al proprio pubblico da 37 anni, vincere in casa è diverso non ci sono viaggi di ritorno, San Siro è monocolore e già stanotte è partita la festa nelle strade alla quale hanno preso parte i giocatori stessi. Lo scudetto arriva contro il Parma, la squadra del passato prorpio di Christian Chivu che lì ha iniziato a farsi notare in serie A nel ruolo di allenatore, ma la squadra anche di Thuram, Lilian Thuram che proprio dai gialloblu ha iniziato la sua avventura italiana e ha visto adesso il figlio Marcus vincere e trionfare al fianco di un altro ex Parma come Yoan Bonny, fortemente voluto da Chivu e comprimario protagonista del ventunesimo. La rovesciata di Orsolini, moderno Attila che nel 452 rase al suolo la romana Mediolanum, aveva avvolto nel buio il Duomo, la Scala, i Navigli e all’ombra della gotica Chiesa meneghina l’umore interista rasentava la tregenda, sospeso tra l’incredulità di aver perso uno scudetto già vinto e il disincanto di non essere riusciti ad aprire il ciclo. Invece ora di fatto la nuova Era dell’Inter è iniziata o meglio non è mai finita con 8 campionati vinti negli ultimi 20 anni, il che significa che la squadre ha imparato ad adattarsi i tempi, ha vinto il titolo con la quinta migliore difesa della Serie A, qualcosa sta cambiando nel Paese del catenaccio in cui il miglior attacco è semrpe stato considerato la difesa, insomma l’inter ha capito come passare da Caporetto a Vittorio Veneto. Discrezione, disciplina, dovere, le tre D con le quali Giorgio Armani descriveva Milano, gli stessi principi con i quali la squadra è ripartita dopo Monaco, dopo un deludente mondiale per club e con cui ha reagito allo scivolone in Champions col Bodo. Leggi per rinascere, per riprendere il viaggio Sognando di nuovo il tricolore e tornare ad essere il Vanto di Milano.

Inter Scudetto 21

La rinascita con Chivu: rimergono anche Lautaro, Dimarco, Thuram. Rivelazione Pio

Dopo un anno come il 2025 il rischio era di vedere la fine di un ciclo, tornare a festeggiare era doveroso e per farlo si doveva ricominciare da zero nella figura di Christian Chivu. La novità, la pressione, le esigenti richieste di una squadra come l’Inter rischiavano di divorarlo e di distruggerne una carriera in ascesa, ma poi si è ricordato, “Quello stemma che ho sul cuore, rappresenta il primo amore” come canta la curva. Lui c’era nel 2007 quando perse la Supercoppa proprio contro la sua ex squadra, contro la Roma, era la prima partita con la maglia nerazzurra, si ricorda quando a Roma per via della sua fragilità fisica lo chiamano Swarovski, ma si ricorda bene che da colosso della difesa al primo anno di Inter vinse il campionato, proprio come accaduto in questo 2026 ma stavolta sulla panchina. Con Mancini e Mourinho era uno dei giocatori più utilizzati, uno degli irrinunciabili e il suo nome nella storia nerazzurra era già scritto indelebile nell’anno del triplete anche per quello spavento del 6 gennaio 2010, uno scontro violento in testa e una fuga in terapia intensiva con tanto di operazione alla testa per sanare una frattura del cranio. Da lì per il resto della carriera giocò sempre con un caschetto protettivo e arrivò anche a segnare il primo gol, pochi mesi dopo è andato a giocare la finale contro il Bayern da titolare. Sono passati sedici anni e il calcio italiano è ancora fermo a quell’ultima Champions, l’Inter ha perso due finali nel mentre contro il City e la batosta incassata sulla vie en blue del PSG e quest’anno dietro la luce dello scudetto c’è il buio di Bodo. Chivu ha indossato i panni del motivatore, ha dimostrato abilità dialettiche che hanno cambiato le sorti della stagione e la rimonta al Como sia in campionato che in Coppa (obiettivo la doppietta riuscita solo dieci volte nella storia del calcio italiano) è emblematica in tal senso. Il lavoro di Chivu è inziato dalla West Coast, al mondiale per club per il quale è stato chiamato in corsa e di corsa dopo l’addio di Inzaghi. Perse con la Fluminense ma già li si videro alcune linee identitarie della sua squadra, lo spazio concesso a Pio Esposito, la pressione più alta che porta a cercare di più la porta e ad aumentare il tasso di pericolosità, ma anche il pugno duro impartito dal capitano Lautaro, tuonante con un pizzico di acrimonia: “Chi vuole lottare per qualcosa di importante deve restare, chi non vuole arrivederci”. Eppure, nonsontate quel 5-0 al Torino all’inizio poi sono arrivate due sconfitte con Udinese e Juventus, partenza ad handicap che alimentò i dubbi e le critiche verso la coraggiosa scelta della società. Il mondo Inter era diffidente verso di lui che a maggio è risultato non solo il vincitore ma il dominatore del campionato. Come da giocatore, ha vinto lo scudetto all’esordio anche da allenatore, non accadeva dai tempi di Mourinho; Virginio Fossati (1910), Nino Resegotti (1920), Alfredo Foni (1953) e Gianni Invernizzi (1971) gli altri ad aver realizzato l’impresa nella quella fallirono persino Conte, Herrera e Trapattoni. Chivu è solo il secondo ad aver vinto lo scudetto da giocatore e allenatore, prima di lui ci riuscì Armando Castellazzi, era il 1934 quando festeggiò il titolo a trent’anni e passa in panchina due anni dopo per trionfare ancora nel 1938. Dopo 16 anni da quel triplete Christian torna a festeggiare, torna brillare come la coppa che gli sarà consegnata il 15 maggio come fosse veramente uno Swarovski non più fragile, ma splendente.

Christian Chivu, Inter

Sul campo del Bodo l’Inter ha perso la sua magnificenza europea e anche il suo capitano Lautaro e da li sono iniziate le difficoltà ma si sono anche messe in evidenza le risorse dell’Inter. Dal mercato sono arrivati Pio Esposito e Yoan Bonny che hanno dato un peso offensivo maggiore rispetto Arnautovic e Taremi. Il capitano alla fine ha lasciato l’attacco in buone mani, l’Inter ha galleggiato senza di lui che poi è tornato contro la Roma segnando una doppietta in 58′ e per una seconda partita col Parma, con tanto di assist e festa scudetto veleggiando verso il titolo di capocannoniere (al momento a +3 gol su Thuram). Il simbolo dell’Inter contemporanea, era scritto nel destino fin da quel 31 ottobre 2015 quando, mentre in Italia i nerazzurri rompevano i sogni della Roma di Garcia con un gol di Medel, dall’altra parte dell’oceano il Principe del Tirplete Diego Milito con la maglia del Racing Avellaneda lasciava il campo per una giovane speranza diciottenne, Lautaro Martinez che poi andò a indossare quei colori con cui Milito salì sul tetto d’Europa. Funziona con la Thula, con l’altra metà del duo d’attacco, Marcus figlio di una bandiera juventina e fratello di Kephren giocatore bianconero, lui una macchia nerazzurra nella famiglia bianconera. Thuram ha rischiato di sporcare la stagione interista quando sembrava andato in crisi totale, si parlava addirittura di mercato dopo un buon avvio nel 2026. Tra gennaio e marzo ha segnato solo contro il Sassuolo, questo fino alla partita con la Colombia della sua Francia, un’amichevole giocata con tutta la tranquillità di chi al mondiale è già qualificato. Segna e fa Assist, torna e replica contro la Roma, poi doppietta al Como, gol al Cagliari, Torino e Parma, il lancio perfetto per consolidare il suo posto in Nordamerica con Deschamps che ha giocato in passato in nazionale insieme al padre Lilian. Opposto il rientro di Pio Esposito dopo la pausa per le nazionali, lui è la vera sorpresa di questa stagione, il futuro che avanza e che si impone come titolare nei mesi senza il capitano. Carico come Chivu di responsabilità e obbligato a rendersi protagonista nel periodo di magra dell’attacco nerazzurro ha raccolto con merito il ruolo di attendente, di padawan (per i più nerd fan di Star Wars) del dieci argentino. Pressione che ha finito per farlo cedere si, ma ahinoi in Nazionale, da quel dischetto contro la Bosnia quando era reduce dai gol con Fiorentina e Atalanta dove era l’unico a tenere in piedi la squadra. Blocco Inter, si diceva relativamente al crollo nazionale, blocco italia si può affermare per analizzare i dettagli del successo nerazzurro. Sempre solido Barella, dirompente Pio, furbo per quel gioco con Kalulu, ma allo stesso tempo concreto Bastoni e soprattuto determinante Federico Dimarco. L’ex Parma è il principale creatore di occasioni per i compagni in ogni modo, da fermo, su azione, è decisivo come in Europa lo sono Olise e Yamal e pensiamo a quanto fatto nella partita con il Pisa quando la squadra di Chivu era sotto 2-0 e il suo ingresso ha cambiato volto all’Inter favorendo la rimonta. 6 gol e 18 assist finora, il vero game changer, la wrecking ball dell’Inter di Chivu partita ad handicap e arrivata in trionfo, con un enorme distacco e in festa quando mancano ancora tre giornate al termine.

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Il percorso dell’Inter e la sconfitta delle altre

Credo che un’Inter come quella di Corso, Mazzola e Suarez non ci sarà mai più, ma non è detto che non ce ne saranno altre belle in maniera diversa” proferiva queste parole in soliloquio Stefano Accorsi nel film Radiofreccia, biografia cinematografica di un altra voce rock nerazzurra, Luciano Ligabue. E’ vero, non è l’Inter del passato, non è quella del Mago Herrera, non è quella del triplete di Mourinho, ma è un’Inter che ruba il cuore a modo suo. La stagione era iniziata con il ricordo di Monaco, cinque sberle incassate dal Paris Saint Germain che a posteriori ha ridimensionato l’Inter e l’intero calcio italiano. Da quella finale di Champions, raggiunta dopo una semifinale da antologia contro il Barcellona, sono arrivate solo profonde delusioni. L’imperativo era evidenziare le criticità che hanno portato alla disfatta e rattoppare le emergenze: sembrava una follia il cambio tra Pavard e Akanji, e invece il muro si è consolidato, scoraggiava l’addio di Inzaghi che in ogni caso conferiva una forma di sicurezza e tranquillità restando costantemente lassù al vertice seppur con zero titoli, incuriosiva l’arrivo dei volti nuovi per la maggior parte sconosciuti agli occasionali. Non solo Chivu, ma anche Pio Esposito, Bonny, Diouf, Luis Henrique, lo scorso anno sono mancate le riserve, non garantivano numeri e credibilità Arnautovic e Taremi ed è li che la squadra è cambiata, piccoli dettagli che hanno fatto la differenza verso il ventunesimo scudetto. Ripartono da un 5-0, stavolta a favore contro il Torino. Con l’aiuto dei volti nuovi l’inter ha tenuto un ritmo insostenibile per tutte: 2.36 punti a partita di media. Poi il brivido tra gennaio e marzo: il gelo di Bodo sul quale l’Inter è scivolata, ha rischiato di far svanire quanto di buono costruito fino a quel momento. Il Napoli si trovava a -7, il derby era stato perso e i pareggi con Atalanta e Fiorentina avevano addensato le nuvole nere. Il nervosismo durante quella partita con l’Atalanta è salito ai massimi livelli, i giocatori stessi erano irrequieti e mentre Dumfries protestava per un fallo di Sulelmana arrivava il gol di Krstovic e quindi i due punti persi contro una squadra reduce dal 6-1 con il Bayern. Come una colpa da scontare, i nerazzurri non venivano ascoltati, braccio largo di Ricci nel derby, calcio di Scalvini a Frattesi in area, tutto non visto dagli arbitri quasi a far pagare la furbata di Bastoni contro Kalulu, contro la Juventus. Insomma, l’Inter si era inceppata e i protagonisti della fuga d’inverno si erano oscurati, Thuram, Zielinski, Dimarco, Lautaro, simboli di un orologio che aveva smesso di girare e aveva bisogno di una revisione, di riposo. Il rientro dalla pausa di marzo, con tutto il morale sotterrato che potevano portare con se i giocatori italiani per l’eliminazione dal mondiale della quale il blocco Inter (Esposito, Dimarco, Bastoni, ma anche Barella i principali imputati) era responsabile, ha cambiato direzione al titolo che stava di nuovo scappando dalle mani dei nerazzurri. L’infortunio di Lautaro e anche una Supercoppa dissoltasi in Arabia, hanno contribuito ad appesantire i pensieri, fino al gioiello di arte balistica di Calhanoglu con la Roma, allo scadere del primo tempo come successo diverse volte in questa stagione, e alla rimonta con il Como che ha chiuso i giochi per tutte le altre. Nello stesso momento il Napoli, preso in disamore dalle stelle, orfano dei fantastici quattro del centrocampo Contiano, pareggiava a Parma andando a -9. E’ stato quello il turning point del campionato, come la ferita sul volto di Ivan Drago che ha lasciato gli sconfitti a guardare il vuoto, persi come Foreman nella baraonda di Kinshasa. Sofferenza nel primo tempo, discorso motivazionale all’intervallo e via verso il successo, così si riassumono molte delle partite nerazzurre e se vogliamo così si rivive l’intero campionato. Chivu vince uno scudetto dominato con un suolo brivido a marzo. Ora lo si può dire senza esitazioni. Inzaghi da lontano prenda nota.