I TEMPI STANNO CAMBIANDO.

Congiunzione astrale, non verbalizzabile, tra stelle del rock.

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E oggi me ne vado sulla strada, preso da uno struggimento buono, da un malessere che è curiosità,desiderio di poter desiderare, di cercare la vita agli angoli delle vie di città grandi e piccole come possono esserlo le scelte decisive di un’esistenza. Andare lungo le tratte stradali d’Italia. Una Via crucis a motore, disperata e liberatoria. Andare dove si va per conoscere, conoscersi, dove si va a singhiozzo, cambiando strada e assemblando memorie automobilistiche unendo percorsi insoliti.Con la radio sempre accesa. A cercare la libertà in un atto: l’andare, dove i luoghi sono tutto sommato secondari. E uno li racchiude tutti: il luogo fuori del tempo e dello spazio.
Ma perché tutto questo struggimento?
Forse perché la guerra è tornata da poco e l’Europa, che ha appena tirato su la lampo delle sue nuove paure, stregata dalla caccia di un grande futuro, si è già scoperta fragile? Basterebbe questo, certo, e sarebbe anche abbastanza. Ma c’è dell’altro.
Ebbene, a febbraio, guidato dalle indicazioni di un team di esperti che credevo visionari e ribelli, ho cercato di sfuggire con la mia etichetta discografica all’omologazione globale dell’industriaì musicale, alla messa in riga di una generazione di ultimi romantici che aveva sparato musica e protestato pacificamente contro le guerre e i poteri forti, ma come Kowalski, il protagonista del film Punto Zero del regista Richard G. Sarafian che chiudeva il ciclo delle pellicole on the road verso la libertà, mi sono schiantato contro un carro messo di traverso sulla strada dei miei sogni; in uno dei tanti posti di blocco che fa la vita, quando l’adolescenza è ormai in riserva e una società guardiana ti richiama a forza nei ranghi del consenso. C’ero già passato. Era già successo anni prima. I sogni erano rimasti sulla strada, in quegli anni, colpiti a morte. Ammazzati con le loro idee e le speranze che si portavano appresso. Come Kowalski me ne vado per la strada come in un lungo addio, dopo aver incontrato cacciatori di sogni, solitudini e profeti, insomma quel mondo marginale, fuoriuscito, che aveva scelto la libertà individuale che non era riuscito a farsi ascoltare né a diventare maggioranza in un mondo dominato da algoritmi, intelligenza artificiale e consumismo. Outsider come fuga: giugno 2022, fine della pista.
Ma ho imparato a vivere fuori del tempo e dello spazio. Dove tutto può accadere, in qualsiasi istante. Come, ad esempio, risorgere dalle proprie ceneri.
Magicamente, dalla radio sempre accesa della mia auto che corre verso Ovest, una voce come scordata – ma che non è possibile scordare – canta “il giocatore errante si annoiava molto/ cercava di creare la prossima guerra mondiale/incontrò un agente pubblicitario che cadde dalle nuvole/ dicendo non mi sono mai occupato di questo genere di cose/ però credo di poterlo facilmente fare/ basterà mettere delle panche al sole e la faremo sulla statale 61 “. La canzone è Highway 61 di un tale Robert Zimmermann, che da sempre si fa chiamare Bob Dylan.
Questi versi sembrano scritti ieri e invece sono passati cinquantasette anni.

Il traffico blocca la mia fuga, cambio stazione radiofonica quasi come un gesto di ribellione. Una nuova canzone inonda la linea d’ombra di questo mio andare senza meta, sospeso tra speranza, timori e nuova consapevolezza. È ancora lui, Bob Dylan, una incredibile, fortunata, coincidenza. Ma io non credo più alle coincidenze. Ascolto con attenzione mentre guardo in silenzio la fila interminabile di auto che ho davanti, come un esperto di golf che scruta ottimista il volo del suo colpo, con un braccio appoggiato allo sportello, all’altezza del finestrino.
Dylan canta” Venite senatori, membri del congresso/ Per favore date importanza alla chiamata/ E non rimanete sulla porta/ Non bloccate l’atrio/ perché quello che si ferirà/ Sarà colui che ha cercato di impedire l’entrata / C’è una battaglia fuori/ E sta infuriando/ Presto scuoterà le vostre finestre/ E farà tremare i vostri muri/ Perché i tempi stanno cambiando”.
Sono i versi della terza strofa di The Times They Are A-Changin’.Anche questa sembra scritta ieri. Bob Dylan di Duluth, Minnesota. All’alba degli anni Sessanta suonava nel club del Village a New York, perché aveva perso il posto di intrattenitore in un bordello casinò di Central City, Colorado. Quel ragazzo magro come una corda di chitarra, dalla voce come scordata, di lì a poco, tutte le radio della nuova America che si cercava e si muoveva lungo le rotte della libertà annunciata, del pacifismo, della voglia di contare e del desiderio di cantare, avrebbero trasmesso un mucchio di sue canzoni, e cominciato a cantarle ai suoi concerti rivolta ai Masters of War (I signori della guerra), perché I tempi stanno cambiando. E la rivolta, pacifica, aveva già acceso la sua miccia. Finalmente, sembra che la situazione si sia sbloccata con il traffico. Questo non era un ingorgo normale, deve esserci stato un incidente grave più avanti. Spero di uscirne fuori presto. Non finisco ancora di parlare tra me e me che dalla radio spunta fuori la terza coincidenza di fila nell’arco di pochi minuti.
“Non m’importa/ quante lettere abbiamo spedito/ Il giorno è arrivato ed è finito/ Raccogli i tuoi soldi/ e metti via la tenda/ Non andrai da nessuna parte”. La canzone è ancora una volta di Bob Dylan, You Ain’t Goin’ Nowhere (Non andrai da nessuna parte), ma la voce non è quella quasi come scordata, non è la sua, bensì di Noel Gallagher. Si tratta di una versione registrata durante una esibizione per la Radio BBC.
Non ho più dubbi ora. Il destino vuole proprio giocare con me e riportarmi indietro nel tempo. Incasso la sua ironia e sorrido da solo dentro la mia auto. Dalla radio arrivano le voci che parlano di Noel, dei suoi nuovi progetti musicali, di suo fratello
Liam, delle sue parole molto antipatiche usate in passato nei confronti di Bob Dylan durante un’intervista, e degli Oasis. Tutte cose già ascoltate. Di colpo i ricordi sono di nuovo qui e io lascio che la mia mente ritorni a quel giorno del passato.
E mi ritrovo di nuovo fuori del tempo e dello spazio.

28 Maggio 2000, Palavobis di Milano.
“Si parta da un assioma: ogni concerto di Bob Dylan è il suo migliore concerto. Perché il menestrello del rock ha la capacità unica di trasmettere al pubblico la sensazione di cantare ogni volta come fosse l’ultima. E così ogni serata si trasforma nell’unica e ultima occasione nella quale dare tutto. Lui sul palco, il pubblico sugli spalti. Che poi chiamarlo pubblico è riduttivo. Quello che segue Dylan è un vero e proprio popolo. E anche questo segna la differenza tra un suo concerto e uno show di altri. È così che lo stesso rock rinasce ogni volta in quello che molti ribattezzano come rito collettivo”.
Nel backstage del concerto io e mia sorella Anita ascoltiamo con soddisfazione le parole dell’inviata del tg. La fortuna ha voluto regalarmi questa opportunità e leggero come una piuma ora vado insieme a lei a godermi questo “mostro” del rock. Uno steward ci guarda quasi infuriato forse perché siamo entrati con un pass speciale. Ogni volta che ci ripassa accanto ci guarda con aria inquisitoria.
È la prima volta che mi gusto un concerto da una posizione così privilegiata e mi doveva capitare addirittura con un personaggio così importante, quasi mi viene il panico. Ma questo è un anno speciale, fatto di porte che si chiudono e porte che si aprono. Il duemila, MM in numeri romani, anno bisestile. Sarà l’ultimo anno del XX secolo e del II millennio. Anno del Dragone nel calendario cinese e del Leone in quello, astrologico, occidentale. Sento un lieve odore che sembra di profumo, di solito ai concerti sento un odore particolare e indescrivibile, che è sempre lo stesso, questa volta, però, è diverso. È tutto diverso. Ho il cervello incredibilmente sveglio; come se dentro il cranio ci fossero mille specchi. “Non è esattamente quello che mi aspettavo!” commenta Anita. “C’è qualcosa di speciale rispetto
alle altre volte, non trovi? È come essere fuori tempo, fuori moda, fuori dal gregge… e allo stesso tempo avverto qualcosa di familiare. Ho quasi l’impressione di averlo già vissuto”.
“Già” mi limito a rispondere, anch’io sorpreso.“Una volta avevi parlato di lui affermando che era l’artista che più incarnava lo spirito ribelle del rock’n’roll, lo ricordo bene”. Sorrido divertito. Amo molto questo argomento. Forse perché per me il rock’n’roll è una presenza
fondamentale nella vita. “Vero. Dylan non ha bisogno di stupire o attrarre l’attenzione del pubblico con provocazioni, scandali o di elevarsi a icona del rock con produzioni che mettano in risalto la potenza devastante del suo suono. Dylan è un protagonista che rompe le tradizioni, una figura maestosa di anticonformismo, oltre che di artista. È un ribelle in piena regola. Apparve per la prima volta sulla scena negli anni più cupi della storia americana. Pieno di idee, di valori, di messaggi da comunicare. Però privo di regole e di ottuse ideologie. Ma proprio per la sua straordinaria statura intellettuale, per come seppe fare del ribellismo un punto di riferimento solido e pesante e non una cialtronata, Dylan è su un altro pianeta rispetto ad altri”.

“Ricordo anche una citazione di Lester Bangs che ripeti spesso e che ormai hai fatto tua, non è vero?”Ricordi bene cara sorella. Il mondo non è come appare. Credo sia la mia citazione preferita. Il Rock’n’roll è un’attitudine, non uno stile musicale o formale. Identifica il modo in cui si fanno le cose. È uno stile di vita. Quante volte l’ho usata. Per me un brano acustico, con un testo giusto, può essere più potente e devastante di qualsiasi altra cosa. “Pensi che questo concerto possa essere una sorta di messaggio o che possa esserci un rapporto con gli avvenimenti di questi primi mesi dell’anno?”. Sorrido di nuovo. In alcuni momenti mia sorella sembra in grado di leggermi dentro o addirittura di anticipare i miei stessi pensieri. “È sicuro” mi limito a dire. Quello che è accaduto in questi primi mesi dell’anno mi ha portato a cercare qualcosa. Questo concerto è un segno per esprimere un cambio di direzione nella mia vita, potrebbe essere un punto di partenza per capire dove andare. Qualcosa è morto e qualcos’altro sta nascendo. Una trasformazione. Sto attraversando una metamorfosi! Il mio istinto mi dice che stasera troverò la chiave e che ascoltare dal vivo Bob Dylan mi sarà di aiuto. Stiamo percorrendo il backstage evitando di disturbare il lavoro della schiera di tecnici. Valigie d’alluminio con le rotelle scorrono ovunque, dal parcheggio fino ai corridoi dei camerini, porte che si aprono e si chiudono, insomma un andirivieni frenetico che dura fino a pochi istanti dall’inizio dello show. Sentiamo delle voci. All’improvviso ci accorgiamo di essere osservati. Con uno scatto sincronizzato della testa io e Anita giriamo, contemporaneamente, lo sguardo nella direzione delle voci, cercando di individuarne la fonte. Davanti a noi si materializza una scena incredibile. Quattro ragazzi dallo sguardo seccato seduti sui bauli nel backstage, in una specie di abbandono quasi vegetale. Sono gli Oasis! Ma senza Noel Gallagher. Nel chiaro scabro delle luci ci guardiamo l’un l’altro a vuoto e c’è quella strana tensione con cui ci si fissa. Liam, il frontman più carismatico dell’ultimo decennio, sovrasta con il suo carisma le persone sedute intorno a lui, i suoi occhi inconsapevolmente drammatici sembrano voler sfidare l’intero Universo. Dopo quella che mi sembra un’eternità, tra il rumore continuo di persone che si muovono apparentemente senza scopo, di gente che agita scalette e fa finta di leggerle, io e Anita sentiamo il boato pazzesco del pubblico, il palazzetto trema sotto i colpi di circa ottomila piedi. I quattro Oasis si galvanizzano in una straordinaria sollecitudine. Corriamo tutti in platea per vedere il concerto e per il momento le nostre strade si dividono. Si abbassano le luci e si leva un nuovo boato assordante. Poi si scatena una scarica di colori e suoni di chitarre. Bob Dylan, in completo nero con pantaloni con banda laterale bianca, stivali bianchi con punta e tacco nero; attacca a cantare la prima strofa di Roving Gambler in totale comunione con le voci del suo pubblico.

Quando canta, Bob agita la gamba sinistra a tempo con un movimento molto curioso, compiendo una specie di semicerchio ondeggiante. Lo farà spesso durante il concerto. Mentre Bob Dylan divulga la sua musica, gli Oasis trovano posto tra i sedili della platea lasciati liberi di proposito per loro. E io ritrovo il senso di molte cose. “Non vedo più Liam insieme a loro!” urla mia sorella a causa del volume alto della musica. “Dove sarà andato? Forse si è spostato. Le luci vanno e vengono e non riesco a vedere bene” Anita è dispiaciuta per l’apparente assenza di Liam ma allo stesso tempo vuole godersi lo spettacolo di Dylan.
Il brano termina e Bob si toglie con un gesto repentino la chitarra e abbassa la testa come ad iniziare un inchino verso il pubblico ed invece si ferma alla testa lasciando il resto del corpo dritto. Un finto inchino. Scambio di sguardi con mia sorella. Sorridiamo. Bob è fatto così, ma ci piace!
Ascoltiamo The Times They Are A- Changin’, Desolation Row, Tangled Up In Blue, All Along The Watchtower , Highway 61, Like A Rolling Stone, Forever Young in un delirio emozionale indescrivibile. “Quante strade deve percorrere un uomo / Prima che lo si possa chiamare uomo?”.Si domanda Bob in Blowin’ In The Wind sopra un tappeto sonoro di chitarra acustica e con il pubblico ancora più scatenato per uno dei suoi pezzi più amati.“La risposta, amico mio, sta soffiando nel vento/ La risposta sta soffiando nel vento”.
Per un attimo. La musica dal palazzetto sembra incontrarsi, in una terra di nessuno, in un luogo misterioso ed eterno, con l’anima di chi cerca delle risposte per accompagnarla e rassicurarla nel viaggio misterioso che l’attende, che chiamiamo vita.
E per un attimo, il segreto del potere della musica sembra essersi finalmente rivelato. Poi, per alcuni secondi, scende il silenzio assoluto nel palazzetto. È surreale. Fino a quando non sento la voce entusiasta di mia sorella. “È stato un concerto magico! Unico! Bob Dylan è davvero una stella intramontabile!”
Ritorno al presente, alla mia via crucis a motore, seduto nella mia auto. Mi sento come tornato da un lungo viaggio verso distanze siderali. I miei ricordi erano vaghi e confusi ma so di aver vissuto un’esperienza meravigliosa e totalizzante. Ma cos’era successo esattamente? Davvero Noel Gallagher non era a Milano quel giorno? E Liam, dove si era cacciato dopo l’inizio del concerto? Si sono mai davvero incontrati faccia a faccia Bob Dylan e gli Oasis prima o dopo lo show? La congiunzione astrale tra stelle del rock era stata non verbalizzabile. I motivi furono tanti, diversi. E durano tutt’ora.
Quello che tutti sanno ufficialmente è che il 30 maggio, due giorni dopo il concerto di Bob Dylan, gli Oasis suonarono a Milano al Forum di Assago, senza Noel; che Liam parlò malissimo del poeta ribelle del rock durante un’intervista e che suo fratello Noel, dopo lo scioglimento degli Oasis, continuò a cantare diverse sue cover.
Per chiudere in bellezza, Noel Gallagher ultimamente ha dichiarato di non aver mai incontrato Bob Dylan ma che sarebbe per lui un sogno poterlo fare prima della sua morte.
Quindi?
Il mondo del rock è spesso al centro di miti e leggende: luogo dove si intrecciano, invisibili come fantasmi, personaggi anche completamente diversi tra loro, i poteri del mondo dello showbiz, da cui nascono le trame che compongono la vera storia, occultata a chi è fuori, e parallela a quella ufficiale. Io ho sempre raccontato quello che ho visto, che ho potuto raccontare.
Per il resto, forse la risposta sta soffiando nel vento. Come canta Bob Dylan. Per quanto mi riguarda, ricordo bene che quella notte sentii una misteriosa forza partire dal petto e invadermi. Come un’esplosione galattica, un Big Bang dentro il mio corpo. Mi resi anche conto che niente sarebbe stato più lo stesso dopo quella notte. Bob Dylan e gli Oasis, in modi e tempi diversi, hanno influenzato e trasformato la mia vita. Faccio un respiro. Ancora una volta è stato l’istinto a guidarmi. Se non mi fossi messo sulla strada non avrei captato
queste coincidenze, questi segni. Mi sono accorto che il grande nodo che si contorceva vorticosamente dentro il mio petto fin dall’inizio di questa storia, si è sciolto. Sento con ogni fibra del mio corpo di essere rinato. Il dolore delle ferite è completamente scomparso. La morte dei sogni, che mi avevano imposto (che racconterò presto) tutti i giorni da quel maledetto pomeriggio di giugno, è stata uno strumento della vita, per una nuova vita. Un breve sonno per prepararmi a rinascere. Adesso è il momento di imparare di nuovo a rivedere e a respirare tante cose a una a una. Ed è ancora una volta la radio, sempre accesa, a dirigere. Con un tempismo celestiale. Questa volta lo fa con la voce inconfondibile di Liam Gallagher. “E tutte le strade che dobbiamo percorrere sono tortuose/ E tutte le luci che ci guidano là sono accecanti/ Ci sono molte cose che mi piacerebbe dirti/ ma non so come fare”. Wonderwall, il manifesto degli Oasis. Una canzone che meriterebbe più o meno 72 articoli. Perché? Prima o poi affronterò anche questo tema. Ma non ora.
Squilla lo smartphone. È Anita. “Ivano, hai finito di scrivere il nuovo articolo della rubrica? Sono troppo curiosa!” E ride, solare come solo lei è capace. Mia cara sorellina, non solo ho appena finito l’articolo, ma sono anche pronto per la grande sfida che ci attende. Perché l’affronteremo insieme, come sempre. E chi vorrà, potrà unirsi a noi. Perché i tempi stanno cambiando.

Ascolto la sua risposta e sento il mio viso, rivolto verso il finestrino dell’auto dove una falena sta scomparendo avvolta nel fascio di luce abbagliante del sole, che si illumina ancora di più. Ho finito l’articolo il giorno del tuo compleanno cara sorellina. Questo è il mio piccolo regalo.

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