Guerra in Iran sospesa, ma Teheran minaccia: ‘Se attaccati uranio al 90%’.

Trump vola in Cina: 'Non ho fretta'. Ma la guerra finora è costata 29 miliardi

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Cartellone pubblicitario gigante che raffigura il volto del presidente degli Stati Uniti Donald Trump con le labbra cucite e sigillate da una striscia d'acqua che rappresenta lo Stretto di Hormuz. L'installazione si trova a Teheran, in Iran (precisamente nella centrale piazza Valiasr), ed è accompagnata dallo slogan in inglese e persiano “At the Breaking Point” ("Al punto di rottura") EPA/ABEDIN TAHERKENAREH

Teheran avvisa che, se venisse nuovamente attaccata, potrebbe arricchire le sue scorte di uranio sino al 90%, un livello idoeneo per l’arma nucleare.

È l’ultima di una serie di minacce incrociate tra Iran e Usa che, insieme a preparativi militari e negoziati indiretti, accompagnano una tregua fragile e una situazione di stallo.

Il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, Esmaeil Baghaei, ha dichiarato che Teheran ha messo in guardia che “chiunque osi mettere piede sul suolo iraniano subirà gravi danni”. Intanto i pasdaran hanno “esteso la definizione dello Stretto di Hormuz fino a considerarlo una vasta area operativa, ben più ampia rispetto a prima della guerra”, che si estende dalla città di Jask a est fino all’isola di Siri a ovest, ha annunciato Mohammad Akbarzadeh, alto ufficiale della Marina delle Guardie rivoluzionarie.

“BYE, BYE, fast boats” (Ciao ciao, navi veloci), ha provocato dal canto suo Donald Trump, postando su Truth una foto creata con l’Intelligenza artificiale in cui si vede un jet americano sganciare missili contro due imbarcazioni con la bandiera della Repubblica islamica. “Sull’Iran non ho fretta, siamo in contatto con dei funzionari”, assicura il commander in chief, dopo la frustrazione per la risposta, da lui definita “spazzatura”, di Teheran al piano di pace Usa. Dicendosi “sicuro al 100%” che si fermeranno e consegneranno l’uranio arricchito, per la cui rimozione solo Stati Uniti e Cina hanno “le tecnologie necessarie”. Quanto all’imminenza della ripresa degli attacchi all’Iran, appare molto improbabile che accada fino a quando Trump non avrà terminato la sua missione in Cina, dove oggi incontra il presidente Xi Jinping, accompagnato dal capo del Pentagono, Pete Hegsethal: viaggio dal cui esito potrebbe dipendere la nuova traiettoria del braccio di ferro in Medio Oriente. Il presidente americano infatti è intenzionato a premere su Xi perché usi le sue leve con Teheran e contribuisca alla soluzione di un conflitto che penalizza anche la Cina, principale importatore del petrolio iraniano. Con questo obiettivo non ha esitato a imporre nuove sanzioni contro 12 tra individui ed entità che hanno venduto o contribuito a vendere il greggio di Teheran al Dragone.

Allo stesso tempo, Trump prima di partire per Pechino ha incontrato martedì la sua squadra per la sicurezza nazionale e gli alti vertici delle forze armate per discutere le future strategie per il conflitto con l’Iran, inclusa la possibilità, appunto, di riprendere le azioni militari. Intanto, oltre all’inflazione alta in America (3,8%), che rappresenta un incubo per Trump e i repubblicani in vista delle elezioni di medio termine di novembre, i costi della guerra Usa in Iran sono saliti finora a 29 miliardi di dollari, con un aumento di 4 miliardi di dollari rispetto alla stima fornita alla fine del mese scorso, come ha riferito un dirigente del Pentagono in un’audizione alla Camera, dove i democratici hanno torchiato Hegseth. 

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