Possiamo essere felici quando gli altri non lo sono? È difficile immaginare una domanda più potente per un diciottenne. Ma pensandoci bene, anche per un adulto. Non una nozione da memorizzare, ma un interrogativo che attraversa etica, politica, economia, psicologia e perfino il nostro rapporto con i social network. Mentre discutiamo di intelligenza artificiale, competenze digitali e professioni che ancora non esistono, la Francia continua a fare una scelta sorprendentemente moderna: chiedere ai maturandi di fermarsi e pensare. Non di ricordare ma di argomentare. In Francia la prova di filosofia del Baccalauréat si è svolta pochi giorni fa, precisamente lunedì 15 giugno, mentre il Grand oral si è chiuso lo scorso fine settimana. Anche in Italia perla parte orale siamo alle battute finali. Ed è allora il momento migliore – a bocce ferme, come si dice in gergo – per fare un ragionamento più ampio. E se la prossima maturità italiana, anche scritta, ricominciasse dalla filosofia?
Per rispondere vi propongo di restare Oltralpe, dove ormai trascorro molto tempo della mia vita. La prova di filosofia del Baccalauréat è una delle istituzioni più longeve della scuola francese. Affonda le sue radici nella tradizione napoleonica del 1808 ed è diventata uno dei simboli dell’idea repubblicana di istruzione: formare cittadini prima ancora che professionisti. Quest’anno una delle tracce chiedeva: «Possiamo essere felici quando gli altri non lo sono?». Una domanda che attraversa Aristotele, Kant, Levinas, Martha Nussbaum, ma anche il nostro presente fatto di guerre, disuguaglianze, crisi climatiche, algoritmi e social network. E allora viene spontaneo chiedersi: perché non in Italia? Abbiamo dato i natali a Giovanni Gentile, Benedetto Croce, Norberto Bobbio, Umberto Eco. Eppure la filosofia non è mai stata una prova scritta autonoma dell’esame di maturità. Dal 1923 in poi è comparsa nell’orale, come disciplina del liceo, ma non è mai diventata il cuore di una prova nazionale dedicata, come accade invece in Francia. Forse è arrivato il momento di riaprire la discussione perché la filosofia non insegna soltanto la storia delle idee. Insegna il dubbio, l’argomentazione, la capacità di distinguere un’opinione da un ragionamento e di convivere con la complessità senza ridurla a uno slogan. Insomma, come scrivo spesso, occorre leggere i segnali deboli in questi tempi forti e la filosofia diventa così un traduttore della contemporaneità. Cioè esattamente ciò che serve oggi, anche perché viviamo nell’epoca dell’AI generativa, capace di produrre milioni di risposte in pochi secondi. Ma il vero vantaggio competitivo non sarà avere una risposta in più. Sarà saper formulare una domanda migliore. Lo ricordava Edgar Morin, scomparso pochi giorni fa: la sfida del XXI secolo è imparare a pensare la complessità. E Martha Nussbaum insiste da anni sul fatto che le discipline umanistiche non sono un lusso, ma l’infrastruttura invisibile della democrazia, perché allenano giudizio critico, immaginazione ed empatia.
Vale ancora di più per chi mastica l’innovazione. Le startup non hanno bisogno soltanto di sviluppatori che progettano algoritmi, ma di persone che si chiedano quali conseguenze avranno quegli algoritmi. Il marketing non consiste più nel leggere i dati, ma nell’interpretare comportamenti, desideri, paure. La leadership del futuro non premierà chi saprà rispondere più velocemente, ma chi saprà leggere la complessità meglio degli altri. Ecco allora che la provocazione è semplice. E se la maturità del prossimo anno introducesse una grande prova nazionale di filosofia? Non per verificare quante pagine di Hegel siano state studiate ma per capire se una ragazza o un ragazzo, dopo tredici anni di scuola, sappia costruire un ragionamento, sostenere una tesi, ascoltare una posizione diversa dalla propria. Per cogliere risposte ancora non scritte.
Giampaolo Colletti
