C’è un momento preciso in cui la maggior parte degli italiani pensa per la prima volta alla donazione degli organi: quando rinnova la carta d’identità e lo sportello comunale chiede se vuole registrare la propria volontà. Una domanda secca, inattesa, spesso imbarazzante, che molti liquidano con un «ci penso» e rimandano a data da destinarsi. Eppure quella risposta — o quella non-risposta — ha conseguenze concrete su migliaia di vite. Capire cosa succede davvero quando si dice sì, sfatare i timori più comuni, e ragionare sui numeri reali di un sistema che funziona ma che ha ancora molto spazio per crescere: è di questo che vale la pena parlare.
I numeri di un sistema in salute, ma non abbastanza
Nel 2025 in Italia sono stati eseguiti 4.697 trapianti — un record storico, il più alto mai registrato — con un tasso di 30,2 donatori per milione di abitanti che colloca il nostro Paese tra i primi in Europa. I trapianti di cuore hanno segnato una crescita particolarmente significativa, con 461 interventi contro i 413 dell’anno precedente. Una rete che funziona, costruita in vent’anni di lavoro da professionisti delle rianimazioni, coordinatori locali e regionali, e strutture trapianto distribuite su tutto il territorio nazionale.
Eppure, al 6 luglio 2026, il Sistema Informativo Trapianti registra ancora migliaia di pazienti in lista di attesa: persone che aspettano un rene, un fegato, un cuore, un polmone, con tempi che variano da mesi ad anni a seconda dell’organo e della regione. Il rene è l’organo per cui la lista è più lunga, anche perché la dialisi consente di sopravvivere nell’attesa — ma a un costo umano e clinico enorme, fatto di anni di trattamenti trisettimanali che condizionano ogni aspetto della vita. Per il cuore, invece, l’attesa non è mai indolore: molti pazienti con scompenso terminale non arrivano al trapianto.
Come funziona davvero il sistema
Contrariamente a quanto molti immaginano, la donazione degli organi non avviene quasi mai su decisione estemporanea di un medico al pronto soccorso. Nella grande maggioranza dei casi, il donatore è un paziente ricoverato in terapia intensiva, in stato di morte cerebrale — la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo, diagnosticata da un collegio di medici specialisti con procedure rigide e tempi definiti dalla legge. Solo quando questa diagnosi è certificata, il coordinatore ospedaliero alla donazione entra in scena e verifica la presenza o l’assenza di una volontà espressa.
Se la persona ha registrato il proprio consenso — nella carta d’identità, all’AIDO, o presso la propria ASL — la procedura può avviarsi. In assenza di una dichiarazione, la decisione spetta ai familiari più prossimi, che vengono coinvolti in un colloquio delicato con il coordinatore. È in questi momenti — spesso di dolore acuto, nel mezzo di un lutto inaspettato — che il peso dell’assenza di una volontà dichiarata pesa di più: sui familiari chiamati a decidere nell’urgenza, e sull’intero sistema.
I falsi miti che frenano il consenso
Il più diffuso e il più resistente: i medici si impegnano di meno per salvare la vita a chi ha detto sì alla donazione. È una convinzione priva di qualsiasi fondamento. Il team che si occupa della cura del paziente e quello che si occuperà eventualmente del recupero degli organi sono completamente separati, con obiettivi diversi e senza alcuna sovrapposizione. La morte cerebrale non è una diagnosi che si affretta: è accertata con criteri clinici precisi e osservazione obbligatoria di sei ore, da medici che non hanno alcun coinvolgimento nei programmi di trapianto.
Un secondo mito riguarda l’età: molti credono che oltre una certa soglia gli organi non siano più utilizzabili. Non è così. Non esiste un limite anagrafico assoluto per la donazione: ogni caso viene valutato singolarmente in base allo stato di salute degli organi, non all’anagrafe del donatore. L’età media dei donatori in Italia nel 2024 ha raggiunto i 62,6 anni — un dato che riflette sia l’invecchiamento della popolazione sia la capacità del sistema di valutare e utilizzare organi di donatori più anziani di quanto si facesse in passato.
Terzo mito: donare gli organi sfigura il corpo e impedisce il funerale. Anche questo è falso. La procedura chirurgica avviene in sala operatoria, con le stesse modalità di qualsiasi intervento, e il corpo viene riconsegnato alla famiglia integro e in condizioni tali da consentire qualunque tipo di cerimonia funebre.
Come registrare la propria volontà
Il modo più semplice e diretto è esprimere la propria volontà al momento del rilascio o del rinnovo della carta d’identità presso il Comune di residenza: il sistema è attivo in quasi tutti i Comuni italiani e la dichiarazione viene registrata automaticamente nel Sistema Informativo Trapianti, accessibile a tutti gli ospedali della rete. In alternativa, è possibile iscriversi all’AIDO, l’Associazione Italiana per la Donazione di Organi, o depositare una dichiarazione scritta presso la propria ASL. Il consenso non è irrevocabile: può essere modificato o revocato in qualsiasi momento, nelle stesse sedi.
Dietro ogni trapianto eseguito c’è una catena di scelte, di professionalità e di coincidenze fortunate — ma anche, all’inizio, la decisione silenziosa di qualcuno che un giorno ha detto sì. Non per eroismo, non per altruismo performativo, ma per la consapevolezza semplice che ciò che rimane di noi, quando non ci siamo più, può ancora fare qualcosa di straordinario. La prossima volta che il Comune chiederà, forse vale la pena non rimandare.
