Il malessere non è altro che la testimonianza della vitalità, lo diceva Papa Wojtyla in persona: “Non allarmiamoci se ci troviamo assetati inquieti incompiuto desiderosi di senso e di futuro. Non siamo malati siamo vivi. Non siamo fatti per una vita dove tutto è scontato e fermo”. Una massima di Giovanni Paolo II da imparare e da usare nei momenti di difficoltà che si può rapportare anche al tennis, anche all’anomalo lunedì di finali in questo discusso e caldissimo Masters 1000 combined di Cincinnati. In finale l’Italia schierava le sue carte sia nel maschile che nel femminile oltre anche al doppio di Lorenzo Sonego e Lorenzo Musetti che si sono fermati proprio sul più bello nel loro miglior torneo. Il solo fatto di essere arrivati in finale per la maggior parte dei nostri azzurri è sintomo di vitalità, è sintomo di crescita e stabilità anche se la sconfitta pesa e non poco e può causare diversi grattacapi soprattutto a chi da quando è rientrato nel circuito, non era più abituato a lanciarsi in calcoli considerando l’enorme bottino immagazzinato lo scorso anno. Jannik Sinner per la prima volta vede minacciata la sua prima posizione al mondo, a fermarlo questa volta è Alcaraz, ma solo figurativamente perchè il vero nemico che lo ha sconfitto in questa occasione è un malore che si è trascinato fino in campo. La finale della Volpe Rossa non c’è stata, dopo 23 minuti è costretto a stringere la mano all’arbitro sul 5-0 per Alcaraz, impotente, e con lo spagnolo quasi rammaricato di abbracciare un titolo in questo modo al termine di due settimane estenuanti, in un torneo dove non si è mai espresso al meglio prima d’ora. D’altronde questo torneo non è stato facile per nessuno, anche Zverev ha patito il caldo, l’umidità, i ritiri si sono susseguiti, ben 8 nel tabellone maschile con i raccattapalle affaticati sotto a sole e addirittura il francese Rinderknech è svenuto in campo. Sinner ha ottenuto solamente otto punti, si capiva da subito che era sceso in campo il fantasma del numero uno al mondo, ma la cosa peggiore è che per questo incidente di percorso adesso quel primato rischia anche di svanire: lo US Open è molto più vicino dell’orizzonte e Jan dovrà difendere i suoi 2000 punti della vittoria del 2024, Carlitos invece ha solo da guadagnare essendo stato vittima dell’upset dell’anno nella passata stagione contro Botic Van de Zandschulp. Lo sapevamo che sarebbe stato difficile, ma ora intanto Alcaraz rosicchia punti perché a Cincinnati Sinner era campione in carica, e con il murciano che aveva circa 4000 punti in meno da difende rispetto al nostro azzurro la finestra per riprendersi il numero uno al mondo a fine anno si spalanca. Con questo ritiro si interrompe una serie di 26 vittorie consecutive sul cemento di Jannik, l’ultimo a batterlo era sempre Alcaraz a Pechino, er ala quarta striscia più lunga di sempre. Il master 1000 dell’Ohio quindi rimane una parentesi felice per quanto riguarda il 2024; come abbiamo detto è comunque una finale, è comunque l’affermazione di un numero uno che sta cercando di difendere il suo primato e che se non contro il suo rivale fatica a vacillare. Le lezioni di tennis impartite nei giorni scorsi a gente di esperienza e talento come Mannarino o Auger Aliassime (che in passato inflisse a Jan la peggior sconfitta della carriera a Madrid) insegnano in tal senso e sono tutti segnali confortanti come anche la vittoria sulla rivelazione Terence Atmane. Sinner poteva eguagliare Federer, l’ultimo a vincere due volte consecutive il torneo di Cincinnati, nel 2015, dove aveva inventato una delle sue magie, il Sabr. Con 37 gradi percepiti e 33 effettivi il campo centrale di Cincy è diventato un’autostrada per l’inferno, un calvario che ha trascinato con se anche l’indistruttibile Jannik vittima a quanto pare di un virus e per fortuna non d’un infortunio muscolare o traumatico. Dalle sue stesse parole sapeva come sarebbe andata a finire, un po come Tamberi lo scorso anno alle Olimpiadi quando combatteva con i calcoli renali: “Mi dispiace davvero tanto avervi deluso. Da ieri non mi sentivo bene, pensavo che durante la notte sarei migliorato invece è andata peggio”. Per chi guarda il lato positivo della vicenda si può pensare che questo ritiro sia giunto nel torneo meno doloroso da perdere in finale, anche se dopo la vittoria nel giorno del suo compelanno sarebbe stato il giusto regalo alzare al cielo la coppa del campione e invece si aggiunge un’atra delusone a Cincinnati come quella del 2023 che prima di quest’anno (contro Lajovic) era l’ultima sconfitta contro un giocatore fuori dalla top 20 prima di Bublik ad Halle.

Cincinnati, Paolini è tornata, ma Swiatek è ancora inarrivabile
Tutto sommato, Jannik in finale ormai non è una novità nei masters 1000. Ogni torneo ha una storia a se, questo è vero, si può raccontare come abbiamo fatto delle difficoltà climatiche o delle curiosità legate alle carte Pokemon di Atmane una della quali è diventata un regalo di compleanno proprio per Sinner. Ma Cincinnati è stato un altro torneo per i italiani, un’altra affermazione del nostro straordinario momento tennistico anche se non è culminato con un trofeo. Avevamo nel torneo maschile 5 azzurri tra le teste di serie, ci giocavamo le nostre carte sia nel singolare che nel doppio e di quattro tornei abbiamo raggiunto tre finali. La notizia più bella delle due settimane in Oiho? Sicuramente il ritiro di Jasmine Paolini che ha ritrovato se stessa. Si era smarrita dalla vittoria doppia a Roma, nessuno le chiedeva di replicare le due finali slam del 2024 dell’estate culminata con l’oro olimpico. Ma i segnali erano incoraggianti e già qualcuno le aveva posto l’etichetta di meteora e iniziavamo a pensare a Roma come ad un ultimo acuto della carriera al vertice. Nel tennis femminile non sarebbe qualcosa di impensabile vedere una giocatrice tra le prime dieci arrancare in quel modo, e invece a Cincinnati Jasmine ha ritrovato quella freddezza e quella precisione che l’avevano portata a vincere entrambe le finali 1000 disputate in carriera. Questa l’ha persa, ma davanti a se c’era l’ostacolo invalicabile, la Swiatek che sta lavorando per tornare 1ga, per riportare la bandiera polacca in cima alla classifica del tennis femminile. Comunanza idiomatica, tra Jas e la nuova numero due del ranking il polacco è la lingua comune, sappiamo delle origini polacche della Paolini e infatti è proprio nella lingua che ha scambiato gli omaggi negli inni nazionali che le due conversavano tra una parte e l’altra della rete. Questa affinità di organi ha portato ad una partita piacevole e sopratutto incerta, e non era scontato visto la recente devastante finale a Wimbledon vinta da Iga con un doppio 6-0 con Amanda Anisimova. Per Jasmine la crisi potrebbe essere alle spalle pronta per lo slam newyorkese al quale ci arriva dopo un torneo in cui ha sconfitto Coco Gauff e in cui è riuscita quantomeno a tenere testa a Swiatek ottenendo un break già nel secondo game approfittando di un’inizale confusione tattica della polacca. Con il rovescio però rinviene la nuova numero 2 al mondo e si lancia con 5 game di fila fino al controbreak e poi all’affondo per il primo set. Nel secondo parziale invece parte sicura e toglie subito il servizio all’allieva di Federica Gaio, ma poi il 4-3 polacco, il suo terzo break è definitivo. Iga campionessa, ma Jasmine è tornata con un occhio su New York.
