Oggi l’Italia e il mondo celebrano la Giornata internazionale delle vittime del terrorismo. Una ricorrenza che invita a ricordare chi ha perso la vita o è rimasto ferito in attentati e stragi, ma anche a riflettere su quanto ancora resti da fare per garantire giustizia e tutela a tutte le vittime.
L’Italia, in particolare, conosce bene il peso del terrorismo. Non solo per gli “anni di piombo” – che tra gli anni ’60 e ’80 hanno insanguinato il Paese con oltre 350 morti e 1.000 feriti – ma anche per le stragi mafiose dei primi anni ’90, per gli attentati di matrice separatista in Alto Adige e Sardegna, per la violenza anarchica, fino alle azioni del terrorismo internazionale ed islamista.
“Non basta istituire giornate della memoria: è necessario superare il tecnicismo giuridico e tutelare in modo effettivo tutte le vittime”, afferma Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Vittime del Dovere, realtà da anni impegnata in prima linea nella difesa dei diritti dei cittadini e dei servitori dello Stato colpiti da terrorismo e criminalità organizzata.
Un calendario della memoria
Il 21 agosto si aggiunge a un calendario già fitto: l’11 marzo l’Europa ricorda le vittime degli attentati di Madrid del 2004; il 9 maggio l’Italia celebra la propria giornata nazionale, fissata in coincidenza con l’anniversario dell’assassinio di Aldo Moro. Ma se le date aiutano a tenere viva la memoria, per chi resta il problema più grande è il presente: assistenza, riconoscimento, risarcimenti.
Vittime di serie A e di serie B
È proprio su questo che l’Osservatorio punta il dito, spiega Bonanni: “La legislazione italiana distingue ancora troppo tra terrorismo, criminalità organizzata e criminalità comune. Ma chi perde un familiare in una rapina o un carabiniere ucciso in servizio meritano la stessa tutela di chi cade per mano di un terrorista. Non si possono creare vittime di serie A e di serie B”.
Un tema delicato, che tocca da vicino migliaia di famiglie. Non solo quelle di magistrati e uomini delle istituzioni, ma anche di cittadini comuni travolti dalla violenza cieca. “Le differenze di trattamento – sottolinea – creano discriminazioni inaccettabili e aumentano il senso di abbandono di chi, già colpito da un dolore immenso, si trova anche a dover combattere contro lo Stato per il riconoscimento dei propri diritti”.
Dalle bombe mafiose al terrorismo internazionale
Il terrorismo, in Italia, ha avuto molte facce. Dall’estremismo politico degli anni di piombo alla strategia della tensione, dalle bombe mafiose del 1992-93 – che hanno ucciso Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e colpito Roma, Firenze e Milano – fino all’attacco alla Sinagoga di Roma del 1982, in cui morì il piccolo Stefano Gaj Taché e rimasero ferite 37 persone. Episodi che hanno segnato intere generazioni e che mostrano come, pur con origini diverse, la violenza terroristica abbia sempre avuto lo stesso obiettivo: destabilizzare la democrazia e colpire lo Stato nei suoi uomini simbolo.
Una battaglia ancora aperta
Nonostante la sconfitta militare del terrorismo rosso e nero, e i duri colpi inflitti alle organizzazioni mafiose, la sfida non è chiusa. “Verità, giustizia e tutela effettiva – ricordano dall’Osservatorio – devono restare le parole chiave. Senza queste, ogni giornata di memoria rischia di essere solo un rituale”.
Per chiunque abbia bisogno di informazioni o assistenza, l’Osservatorio mette a disposizione il sito www.vittime-del-dovere.it e il numero verde 800 034 294.

