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Wimbledon: la mancanza di Murray già si sente.

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In una Wimbledon che gioisce per il successo inglese, dell’Inghilterra di calcio (fermando la partita di Djokovic), vi è anche una gran parte dei tifosi dei Championships delusa e rammaricata di non poter vedere arrivare in fondo un campione britannico della racchetta. L’ultima festa sotto la Union Jack nel torneo più prestigioso al mondo (in singolare) risale al 2016 quando Andy Murray festeggiò per la seconda volta (la terza considerando l’oro olimpico) a Church Road. Proprio Sir Muzza adesso è realmente sulla strada che porterà al ritiro e la sua ultima comparsa ai Championships non poteva che lasciar scorrere qualche lacrima di commozione in se, nei suoi colleghi e negli amanti di questo sport. “Sono pronto a smettere perché non posso più giocare al livello che vorrei” è la frase che riassume la sua conferenza stampa di addio, tenutasi dopo la sconfitta in doppio in compagnia del fratello Jamie contro gli australiani Peers/Hijikata. Non giocherà neanche il doppio misto, nel quel era in tabellone con Emma Raducanu a causa del ritiro di quest’ultima. Il che significa che quelle viste l’altro giorno sul centrale sono le ultime immagini di Andy a Wimbledon. Fotogrammi di tristezza e di rispetto reciproco da parte degli altri campioni per i quali è stato amico, rivale e modello da seguire. Sul Centrale c’erano John McEnroe, Martina Navratilova, Novak Djokovic che lo ha abbracciato come Tim Henman; l’intero mondo del tennis ha voluto celebrare la carriera londinese del Maestro scozzese.

Andy Murray

Sfuggito alla tragedia per diventare leggenda

Puoi diventare un maestro senza aspettare la fortuna” cantavano i The Script, e Andy Murray, se vogliamo, nel corso della sua carriera è diventato un Campione addirittura facendo i conti con una storia più sfortunata degli altri, almeno per quanto accaduto sul campo da tennis. Murray ha affrontato la sua strada, e più in generale la sua vita con la consapevolezza di essere sfuggito ad una tragedia, quando aveva solamente otto anni. Il 13 marzo 1996 per lui doveva essere un qualsiasi giorno di scuola a Dunblane, in Scozia, invece quel giorno non lo dimenticherà mai. Alle ore 9.30 del mattino, un uomo di 42 anni, Thomas Watt Hamilton, fece irruzione nella palestra dell’istituto scolastico armato di quattro pistole con le quali aprì il fuoco sui bambini. Morirono 16 alunni e un’insegnante oltre allo stesso Hamilton che si tolse la vita. Andy Murray ed il fratello Jaimie erano proprio in quella palestra e si salvarono nascondendosi sotto una cattedra. “La cosa più orrenda è che conoscevamo tutti quel ragazzo” dice il campione nella sua biografia del 2009 intitolata Hitting Back. Nove anni dopo l’essere sfuggito alla strage, Andy da astro nascente del tennis mondiale sfiorò l’accesso agli ottavi di Wimbledon perdendo al quinto set in lacrime contro David Nalbandian: “Voglio dare ai cittadini di Dunblane un motivo per essere felici” commentò il non ancora campione scozzese. I quell’edizione dei Champinoship Andy si rivelò al mondo del tennis, aveva appena vinto la sua prima partita al livello ATP (contro Santiago Ventura al Queens), sollevò il primo trofeo nel circuito maggiore l’anno successivo (2006) quando a San Josè sconfisse prima Andy Roddick (al tempo numero 3 al mondo) e poi Lleyton Hewitt (numero 1). Passarono due anni e finalmente, il più celebre cittadino di Dunblane portò a casa i primi titoli prestigiosi: Cincinnati, finale a US Open e Shangai. Era solo il prologo della carriera d’oro di Andy Murray che nel 2012 riesce ad inserirsi tra i fantastici 3 perdendo con Federer la finale di Wimbledon e vincendo a New York contro Djokovic. Arrivarono altri due Slam e due ori olimpici, tutti nell’era più brillante delle leggende (Nole, Roger e Rafa) e soprattuto 3 di essi (nel 2016 vinse a Rio) nel tempio della racchetta britannica, su quello stesso campo Centrale di Wimbledon dove l’altro giorno ha per l’ultima volta respirato l’erba verde dei Championships. Tenacia, dedizione e perseveranza per i suoi obiettivi, per i suoi sogni lo hanno portato fino alla prima posizione mondiale, lo hanno portato a superare i mostri sacri del tennis pagando dazio poi con una serie di sfortunati infortuni che hanno limitato il suo tempo nel mito. Murray ha alla fine raggiunto la sua ossessione di poter competere con gli altri tre, ha soprattutto tenuto fede alla promessa di renderete felice il popolo di Dunblane sconvolto dalla tragedia del 1996 e si è poi arreso solo all’usura del proprio corpo che lo costringerà al ritiro in questo 2024. Se a Federer e Djokovic è sempre sfuggito l’oro olimpico la “colpa” è anche sua essendo diventato a Rio 2016 l’unico bicampione a cinque cerchi della racchetta, la storia del tennis è più bella anche grazie ad Andy Murray.

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