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VITA O MORTE: IL GIANO BIFRONTE DELLA SCIENZA.

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martedì, Luglio 16, 2024

Il termine “vita” non è associato ad un concetto definito né da un punto di vista scientifico, né da un punto di vista filosofico.
Per vita da un punto di vista biologico si intende una serie di condizioni che caratterizzano un determinato organismo e lo rendono appunto “vivente”, ovvero in grado di manifestare una serie di funzionalità (sussistenza, sviluppo, alimentazione, riproduzione, movimento ecc.).
Per vita da un punto di vista filosofico si intende il modo di esistenza del soggetto di riferimento dell’indagine filosofica, ripartita tra il mondo naturale degli esseri vegetali e animali, per poi riferirsi nello specifico dell’uomo, nella ulteriore ripartizione tra vita corporea, vita psichica e vita spirituale.
Il tentativo di definire un concetto specifico ed onnicomprensivo di vita fu effettuato inizialmente effettuato dai greci.
Nel mondo greco il concetto di vita era declinato in tre possibili accezioni :

  • ζωή (zoè) indicava la caratteristica di tutti gli esseri animati, ed in quanto tali viventi, in contrapposizione con gli esseri non viventi ed inanimati;
  • βίος (bíos) indica le condizioni e le modalità in cui si svolge la vita, le sue caratterizzazioni;
  • Ψυχή (psyché) indica il principio vitale, il riferimento alla esistenza nel suo complesso.
Empedocle.

Nell’antica filosofia greca tutto il mondo sensibile viene concepito come essere vivente, secondo la teoria dell’ilozoismo che considera la materia come una forza dinamica vivente.
In particolare Empedocle considerava la realtà materiale una combinazione dei quattro elementi fondamentali costitutivi del mondo materiale, ovvero aria, acqua, terra e fuoco, associati ciascuno ad una divinità, e miscelati in base a due principi che operano nel mondo, ovvero Amore e Odio.
Le teorie dell’ilozoismo hanno subito nel tempo alternanti fortune, riaffiorando nel periodo rinascimentale con il pensiero di Giordano Bruno, Tommaso Campanella e Marsilio Ficino.
Aristotele credeva che tutti gli esseri viventi, a differenza delle cose inanimate, contenessero tre tipi di anima : quella vegetativa, quella animale e quella razionale. Quest’ultima era esclusiva caratteristica degli esseri umani.
Aristotele distingueva la vita teoretica da quella pratica, la forma dalla materia. La distinzione resterà condizionante per la filosofia fino al periodo rinascimentale, periodo in cui le concezioni naturalistiche riaffiorano con una nuova visione della natura che viene espressa dal vitalismo, e successivamente dalla nuova filosofia della natura sviluppata da Schelling, Hegel e Goethe.
Dalla filosofia della natura, e dal periodo rinascimentale, si svilupperanno gli studi scientifici che porteranno, con la loro evoluzione, a studiare ed approfondire le caratteristiche che definiscono un essere vivente.
Attualmente, come evidenziato, il concetto di vita non esprime una definizione propria ed omnicomprensiva, ma viene espresso de relato ovvero con riferimento a determinate caratteristiche dell’essere vivente.

La scienza e la ricerca della vita
Per la scienza il concetto di vita è legato alle caratteristiche che manifestano gli organismi viventi, caratteristiche che, valutate nel loro insieme, esprimono la capacità di un organismo di evolversi, trasformarsi, riprodursi e alimentare la propria esistenza.
Il termine vita si riferisce in ogni caso ad un concetto dinamico, ed esprime la capacità di un organismo di adattarsi, trasformarsi ed evolversi rispetto all’ambiente di riferimento.
La biologia come scienza è quella disciplina che ha classificato le varie forme di vita presenti sul nostro pianeta.
In un panorama di più ampio spettro, analizzando il proprio sistema di riferimento (il nostro pianeta) ed analizzando il contesto esterno a tale sistema (esplorazione dello spazio), l’umanità si è chiesta se quella del nostro pianeta sia l’unica eccezione alla apparente sterilità riscontrata nello spazio interno ed esterno al nostro sistema solare.

Rispondere alle domande se siamo soli nell’universo e se esistono altri mondi in cui l’uomo abbia la possibilità di vivere, e compatibili con la nostra biologia, è diventato un imperativo assoluto per verificare quale sia effettivamente il limite ed il confine della vita umana, e quale sia in definitiva il nostro ruolo all’interno del mondo che conosciamo.
In questa spasmodica ricerca, nella quale sono versate tutte le nostre speranze e prospettive future, l’umanità e la scienza hanno potuto verificare che la “vita” costituisce l’eccezione nell’universo, da contrapporre alla situazione di mortale tendenza entropica che manifestano tutti i corpi celesti.
L’assoluta quiete dell’universo, sia pure nelle dinamiche celesti, tende ad uno stato di equilibrio che potrebbe essere descritto in un diagramma di stato, un equilibrio che richiama l’immobile rigidità della morte.
Nulla a che vedere con la dinamica concezione della vita, dell’adattamento, della evoluzione e dello sviluppo.
Appare quindi evidente l’emozione dei ricercatori espressa nella ricerca e nell’individuazione di tutte quelle situazioni, esterne al nostro ambiente di riferimento, in cui si manifestano le possibilità di esistenza di organismi viventi e di loro proliferazione.

Il miracolo della vita, nella sua possibilità di esistenza in altri mondi, con la speranza di nuovi sviluppi per il genere umano. Il futuro di un’umanità sempre più numerosa e bisognosa di risorse, si gioca oltre che sulla razionalizzazione dello sfruttamento delle risorse e sulla riduzione dell’impatto dell’uomo nel proprio sistema di riferimento, anche sul tavolo dell’espansione dei territori e degli ambienti in grado di ospitare la vita.
Proprio nel caso dell’umanità, la scienza ha sviluppato una propria specifica branca, quale quella della medicina, che si occupa della cura e della tutela fisica e psichica della persona umana, della protezione e della custodia della vita umana.
Dai tempi di Ippocrate, e del giuramento che ne prende il nome, il medico (scienziato della vita e della persona per antonomasia), pronuncia il vincolo solenne di adoperarsi a tutela ed a difesa della vita.

Nel giuramento antico dell’originale greco era riportato il seguente contenuto:

Διαιτήμασί τε χρήσομαι ἐπ’ ὠφελείῃ καμνόντων κατὰ δύναμιν καὶ κρίσιν ἐμὴν, ἐπὶ δηλήσει δὲ καὶ ἀδικίῃ εἴρξειν. Οὐ δώσω δὲ οὐδὲ φάρμακον οὐδενὶ αἰτηθεὶς θανάσιμον, οὐδὲ ὑφηγήσομαι ξυμβουλίην τοιήνδε. Ὁμοίως δὲ οὐδὲ γυναικὶ πεσσὸν φθόριον δώσω.
La cui traduzione è la seguente:
Sceglierò il regime per il bene dei malati secondo le mie forze e il mio giudizio, e mi asterrò dal recar danno e offesa. Non somministrerò a nessuno, neppure se richiesto, alcun farmaco mortale, e non prenderò mai un’ iniziativa del genere; e neppure fornirò mai a una donna un mezzo per procurare l’aborto.

L’entusiasmo della scienza per la ricerca della vita, e per l’individuazione di tutti i sistemi in grado di accoglierla e ospitarla, si infrange puntualmente ed inesorabilmente con l’altra faccia del mondo medico e scientifico, quella emersa prepotentemente nell’era moderna con la rimodulazione dei diritti dell’individuo nell’ambito del contesto sociale.
Ci riferiamo nello specifico alla fattispecie del riconoscimento dell’aborto come diritto in specifiche circostanze, e della sostanziale attribuzione alla volontà della persona della possibilità di porre fine alla esistenza di una vita umana già formata, sia pure in embrione.
Il dibattito sul tema è sempre più acceso, e la disputa si svolge principalmente in tre distinti scenari: in ambito normativo, in ambito etico ed in ambito scientifico.

La situazione in Italia
La legge 194 del 1978 disciplina l’aborto in Italia. Prima dell’introduzione della legge, l’interruzione volontaria della gravidanza era considerata reato dal codice penale, ed il reato veniva punito con la reclusione da due a cinque anni da comminarsi tanto nei confronti dell’esecutore della pratica abortista, quanto della donna che effettuava tale scelta.
L’introduzione della legge 194 del 1978 perseguiva più obiettivi con la nuova disciplina normativa: in primis il contrasto alle pratiche di aborti illegali e clandestini che costituivano una vera e propria emergenza sanitaria e causavano una serie di conseguenze particolarmente gravi, fino alla morte delle persone che si sottoponevano a tali pratiche. In secundis veniva riconosciuta la possibilità di scelta nel caso di scelta di tutela per la salute della donna o la salute dell’embrione. Proprio il riconoscimento di questa tutela era stato posto a fondamento della sentenza della Corte Costituzionale n. 27 del 18 febbraio 1975.

In seguito all’introduzione della legge 194 del 1978 l’aborto è ammesso entro i primi 90 giorni della gravidanza come scelta autonoma della donna. Dopo il novantesimo giorno l’aborto è ammesso solo nei casi in cui un medico rilevi e certifichi che la gravidanza costituisce un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna, o per la vita della stessa.
In particolare, l’articolo 6 della legge prevede che l’interruzione di gravidanza possa essere praticata dopo i 90 giorni nei seguenti casi: a) quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna; b) quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna.
Per poter accedere all’interruzione di gravidanza è necessaria la certificazione di un medico (sia esso di un consultorio o un medico privato) del servizio ostetrico-ginecologico che attesti la richiesta di interruzione di gravidanza e l’eventuale urgenza di tale procedura.
Nel caso in cui la procedura non risulti essere urgente, la donna è invitata a rispettare un “periodo di riflessione” di 7 giorni (art. 5 legge 194/1978).
La legge disciplina anche le ipotesi in cui la donna sottoposta alla procedura sia di età inferiore ai 18 anni, nel qual caso è richiesto l’assenso di chi esercita la responsabilità genitoriale o la tutela. Nei casi di urgenza o di contrasto nei pareri o ancora di motivi di conflitto per l’esercizio della consultazione, il medico o la struttura sanitaria possono rivolgersi direttamente al giudice tutelare per ottenere l’autorizzazione. Qualora il medico attesti l’urgenza dell’intervento per un grave pericolo della salute, la certificazione delle condizioni che giustificano l’interruzione di gravidanza costituisce titolo per ottenere l’intervento e, se necessario, il ricovero (art. 12).
Sono altresì disciplinate le procedure per i casi di interruzione di gravidanza da praticare su donne interdette per infermità mentale (art. 13).
Il contesto normativo non è valso a placare un acceso dibattito tra chi è nettamente contrario alla normativa espressa ed al principio di concedere la possibilità di scegliere e decidere l’interruzione di gravidanza, e chi, invece, spinge per un’ulteriore estensione ed apertura delle ipotesi previste dalla normativa esistente in linea con l’evoluzione delle pratiche abortive, quali ad esempio il riconoscimento dell’aborto farmacologico.
Inoltre anche a livello internazionale il dibattito è stato ulteriormente riacceso dalle recenti iniziative assunte, ci riferiamo dal riconoscimento operato dalla Francia in ambito costituzionale del diritto all’aborto.

I profili etici
L’articolo 1 della legge 194/1978 dispone testualmente che “Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio.” Dispone inoltre che “L’interruzione volontaria di gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite”.
Il riconoscimento della procreazione cosciente e responsabile viene associato ad una completa rispondenza ai principi della bioetica, con il riconoscimento del valore sociale e morale della maternità. Ma la coscienza e la responsabilità sono naturalmente associati ad un processo della volontà secondo il quale la decisione di affrontare e portare avanti la gravidanza viene attribuita alla espressione di volontà della donna, il cui diritto di autodeterminazione risulta essere prevalente sulla tutela della vita già in essere.

Il punto è che la concezione di vita che la scienza insegue da sempre, che la filosofia ha cercato di cogliere, e che la medicina ha assunto l’impegno di tutelare, viene spazzato via dal primato della volontà dell’individuo riconosciuto, fondamentalmente, per una specifica motivazione assorbente: riconoscere la piena dignità alla donna ed al suo ruolo nella maternità.
In nome di questo riconoscimento, il sistema da copernicano è tornato Tolemaico, il primato dell’individuo e della sua volontà risulta essere centrale rispetto alla tutela della vita come realizzazione di un evento eccezionale nelle dinamiche nell’universo conosciuto.
La riflessione che ci induce un approccio di questo tipo, porta a concludere che nel riconoscimento legislativo dell’aborto si sia perso di vista il quadro d’insieme generale, il valore etico e scientifico del fenomeno che da origine alla vita, e che giustifica la nostra esistenza.

Due sono gli aspetti che assumono rilievo nel procedimento di interruzione di gravidanza: l’arbitrio e il giudizio.
Associare tali elementi alla coscienza ed alla responsabilità, appare francamente un azzardo destituito da ogni fondamento scientifico.
Su cosa debba intendersi per coscienza, non basterebbero interminabili trattati ad esaurire l’argomento. Anche a voler comprendere la massima estensione di questa capacità/facoltà interiore, potremmo semplificare ritenendo che per coscienza si intenda sia l’essere presenti a se stessi, ovvero uno stato di perfetto funzionamento di tutte le proprie capacità intellettive e sensoriali, sia la consapevolezza di sé, in riferimento alla capacità di comprensione basata sulle proprie esperienze e sulla propria preparazione culturale, sia infine in riferimento alle proprie convinzioni morali ed alla capacità di discernimento morale applicato a determinate situazioni.

Riconoscere, quindi, e garantire la “procreazione cosciente” costituisce un’enunciazione fuorviante, perché in realtà collega l’atto procreativo a parametri che non hanno alcun riferimento oggettivo e scientifico; gli aggettivi “cosciente e responsabile” costituiscono vuoti contenitori riempiti da contenuti politici, sociali e giuridici, spesso disancorati da valutazioni etiche e dalle vere finalità perseguite dalla scienza.

Altro aspetto etico di rilievo è l’esercizio del diritto di obiezione di coscienza da parte dei medici sanitari, disciplinato dall’art. 9 della Legge 194/1978, secondo la quale il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie non è tenuto a prendere parte alle procedure di cui agli artt. 5 e 7, e agli interventi per l’interruzione della gravidanza, quando sollevi obiezioni di coscienza con preventiva dichiarazione.
La parte delicata della normativa è relativa alla disposizione del comma 3 dell’art. 9 secondo il quale “l’obiezione di coscienza esonera il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza, e non dall’assistenza antecedente e conseguente all’intervento.”
Le criticità connesse alla previsione normativa si riflettono sul piano etico nell’ultima parte del comma sopra riportato, ovvero all’assistenza antecedente e conseguente all’intervento che secondo la legge ha comunque carattere obbligatorio, e non esonera il personale dal prestare tutta l’assistenza necessaria e richiesta anche se conseguente alla pratica abortiva.
In buona sostanza, da un punto di vista concreto, la previsione normativa ha cercato di forzare la libertà di direzione etica del personale sanitario obbligando lo stesso a partecipare comunque alla pratica abortiva decisa dalla donna, anche in presenza di un loro diverso convincimento legato, peraltro, proprio al concetto stesso di scienza medica intesa principalmente come tutela della vita della persona e con la finalità di preservare la vita stessa della persona.

Se appare acceso il confronto sulla opportunità di consentire alla volontà personale della donna di accedere alla pratica abortiva, e di determinare la fine di un’esistenza, ancora più acceso è il confronto portato sul piano della scienza medica e teso a determinare qual è il confine di intervento del medico quale custode e guardiano della vita umana e/o del personale sanitario in forza alla struttura che è preposta alla tutela della vita stessa.
In buona sostanza medici e personale sanitario sono tenuti ad assecondare ed a partecipare della volontà abortiva della donna, in nome del rispetto del diritto della stessa di autodeterminarsi e della piena dignità della volontà espressa, anche nei casi in cui eticamente è da ritenersi prevalente il senso stesso dell’attività e della scienza medica finalizzato a tutelare ed a proteggere la vita e l’esistenza in ogni sua forma. E ciò avviene quale effetto delle disposizioni normative che tendono a sovrastare le considerazioni di carattere etico.
Giuridicamente, poi, secondo la legislazione italiana l’obiezione di coscienza trova sempre il proprio limite nella tutela della salute della donna; nei contenuti il limite espresso non è un limite posto a confine dell’obiezione di coscienza, ma è un limite posto a confine dell’etica della scienza medica ed è un limite distorsivo della finalità della stessa.

I profili scientifici
In relazione a quanto abbiamo espresso in ordine al concetto di vita e di organismo vivente, come inteso dalla scienza, sembrerebbe univoca la posizione assunta dalla stessa relativamente alla tematica abortiva.
In realtà profili scientifici sono riscontrabili tanto nella ricerca e nelle procedure volte a proteggere e custodire il feto, dal suo concepimento fino al momento del parto, quanto le procedure finalizzate a realizzare l’esatto opposto, ovvero la soppressione della vita e l’interruzione della gravidanza.

Appare del tutto evidente che il dato scientifico relativo all’aborto non può essere esaminato e preso in considerazione indipendentemente dalle questioni etiche, morali e politiche che si confrontano in questo campo.
Esiste di fatto, quindi, una scienza pro-abortiva e una scienza anti-abortiva che rispondono a connotazioni diverse nel contesto socio-culturale di riferimento.
Ogni Stato ha sviluppato, nel corso della sua storia, una propria visione politica, etica e sociale relativa all’istituto dell’aborto che viene posta alla guida della applicazione delle procedure scientifiche in questo campo.
Pertanto se quello della scienza è un dato universale, trasversale ed uniforme nel contesto mondiale, quello etico, politico, religioso e sociale è un contesto fortemente localizzato e caratterizzante l’adozione delle procedure che alla scienza fanno riferimento, che vengono applicate all’istituto dell’aborto.
Sostanzialmente potremmo sostenere che la scienza è, in questo caso, uno strumento tecnico, e quello che fa la differenza nell’applicazione della visione scientifica sul tema della vita e dell’aborto è il contesto di riferimento nel quale lo stato dell’arte della scienza si trova ad operare.
In una nostra prossima riflessione andremo a considerare alcuni dei contesti nazionali che si pongono su un piano di assoluto rilievo relativamente al tema dell’aborto.

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