Trust e crowdfunding: la fiducia non basta più.

Perché la raccolta diffusa di capitali, così com’è, non regge alla prova del mercato — e come il trust può trasformarla in un’infrastruttura credibile

Il Prof. Mauro Norton Rosati di Monteprandone

*prof.Mauro Norton Rosati di Monteprandone

Full Professor di Diritto del Trust

Albany International School- London

Negli ultimi anni il crowdfunding è stato raccontato come la democratizzazione della finanza. In realtà, nella sua versione più diffusa, resta un modello fragile, costruito su un presupposto sempre più insostenibile: la fiducia personale nel promotore.

È proprio qui che il sistema mostra le sue crepe. Chi conferisce denaro — che si tratti di donazioni, prestiti o investimenti non dispone, nella maggior parte dei casi, di strumenti giuridici effettivi per controllarne l’utilizzo. Le somme confluiscono direttamente nella disponibilità del promotore, si mescolano al suo patrimonio e diventano, di fatto, indistinguibili. Se il progetto fallisce, o semplicemente devia, il rischio ricade integralmente su chi ha finanziato. È una struttura che il mercato tollera solo finché funziona. Ma non è una struttura robusta.

Il crowdfunding non è un’infrastruttura: a differenza  dei mercati finanziari regolati, il crowdfunding non dispone — salvo rare eccezioni — di una vera architettura di garanzia. Non c’è segregazione patrimoniale. Non c’è governance indipendente. Non c’è, soprattutto, un presidio giuridico sull’uso delle risorse. E questo spiega due fenomeni evidenti:

– la diffidenza crescente degli investitori evoluti;

-la ritrosia del sistema bancario a interagire con tali flussi.

In altri termini: il crowdfunding resta un sistema fiduciario, non istituzionale.

Ma la soluzione esiste, ma non viene utilizzata né proposta dagli addetti ai lavori. Esiste uno strumento che, se correttamente impiegato, risolve in modo strutturale queste criticità: il trust. Non come costruzione teorica, ma come infrastruttura operativa. Inserire un trust tra raccolta e progetto significa introdurre tre elementi che oggi mancano:

1-segregazione patrimoniale reale: i fondi non appartengono al promotore;

2-vincolo di destinazione opponibile: le somme possono essere usate solo per il progetto;

3-gestione indipendente : un trustee terzo controlla i flussi.

Il passaggio è netto: dalla fiducia personale alla fiducia istituzionalizzata.

Ma molti potrebbero affermare che sia  una sofisticazione giuridica: No, è economia reale! L’obiezione più frequente è che il trust rappresenti una complicazione. In realtà è vero il contrario. Senza una struttura giuridica adeguata, il crowdfunding resta confinato a operazioni marginali o emotive. Con una struttura robusta, può diventare uno strumento utilizzabile anche per:

– operazioni immobiliari

– progetti infrastrutturali

– iniziative culturali di medio-lungo periodo

– raccolte con partecipazione diffusa ma gestione unitaria

Il trust, in questo senso, non è un costo: è un fattore abilitante di scala.

Ed allora in che cosa consiste il vero vantaggio? la bancabilità

Il punto decisivo è un altro, raramente esplicitato. Le banche non diffidano del crowdfunding per pregiudizio, ma per assenza di struttura. Flussi non segregati, beneficiari indeterminati, governance opaca: sono elementi incompatibili con qualsiasi logica di compliance. Un crowdfunding incardinato in un trust, invece:

-presenta conti intestati a un soggetto giuridicamente qualificato

-consente tracciabilità integrale

-separa nettamente promotore e patrimonio

In altre parole, diventa leggibile per il sistema finanziario. E ciò cambia radicalmente le possibilità operative.

L’Italia resta indietro — per scelta, non per necessità!

Il paradosso è che nulla impedisce realmente l’adozione di questo modello.

Le criticità sono note: fiscalità incerta, approccio prudenziale dell’amministrazione, assenza di una disciplina organica del trust.

Ma il problema non è normativo. È culturale.

In ordinamenti più evoluti — Regno Unito, Jersey, Dubai — il trust è utilizzato come strumento ordinario di gestione di capitali diffusi. In Italia, invece, continua a essere percepito come  come sospetto. Il risultato è un ritardo competitivo evidente!

Allora quale può essere un  punto di svolta? Il crowdfunding, così come oggi configurato, ha già mostrato i suoi limiti. Non scomparirà, ma è destinato a evolvere. La direzione è chiara:

-meno fiducia personale

-più struttura giuridica

-maggiore integrazione con il sistema finanziario

Il trust rappresenta, in questo scenario, il passaggio necessario per trasformare la raccolta diffusa da fenomeno episodico a strumento stabile di finanziamento dell’economia reale. Il tema non è se il crowdfunding funzioni. Funziona, ma entro limiti evidenti. Il vero tema è se possa diventare qualcosa di più: uno strumento credibile, scalabile e accettato dal mercato. Per farlo, deve smettere di essere un atto di fiducia. E diventare, finalmente, una struttura. Il trust offre esattamente questo. Il fatto che venga ancora poco utilizzato non è un limite dello strumento, ma del sistema che lo ignora.

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