Tennis, Zverev scusate il ritardo: vince a US Open il secondo slam della carriera.

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Alexander Zverev

“Adesso sono comunque un campione slam e questo mi da’ tranquillità perché dovessi giocare un’altra finale resterei comunque un campione slam“, il riassunto dello stato mentale e della finale di USOpen 2026 si ritrova nella parole che Alexander Zverev pronunciò al termine del Roland Garros di inizio estate, subito dopo aver vinto il suo primo Major della carriera. Dopo quel successo contro Flavio Cobolli si era definitivamente tolto dall’ombra della fama di diventare un Re Senza corona, era risucito a chiudere i conti in sospeso con quello stadio, lo Chatrier dove si era frantumato i sogni e le ossa, e prorio li dove è rinato da campione, approfittando dell’assenza dei Dioscuri Sinner e Alcaraz. In questo US Open le condizioni erano simili, Jan tagliato fuori dal torneo per infortunio e Carlitos al rientro dopo lunghi mesi di stop, e soprattuto anche in questo caso con un ricordo da cancellare sull’Arthur Ashe, il più grande impianto al mondo dove si possa giocare a tennis. Era il 2020, lo slam americano andava in scena in chiusura di un anno travagliato per il mondo e per le racchette e si giocava nella bolla di Flushing Meadows tra mascherine e rinunce per via del covid. In finale ci arrivarono due giocatori che non erano mai saliti sul tetto di uno dei quattro maggior tornei del circuito, da una parte l’Adone teutonico e dall’altra Dominic Thiem con il suo meraviglioso rovescio ad una mano. Il tedesco andò in vantaggio 2 set a 0, ma ad alzare le braccia al cielo nell’anomalo silenzio newyorkese fu l’austriaco. La prima finale persa da Zverev in carriera fu l’anticipo di altre due sconfitte prima di poter gioire circa 6 anni più tardi, prima a Parigi e ora a New York, al termine di una fantastica estate per lui in cui in mezzo ha anche perso il titolo di Wimbledon. Finalmente ha trovato la formula vincente per affermarsi alle spalle dei Sincaraz e chissà pianificare di superarli con i suoi oltre due metri di altezza, servendo come un bombardiere e con il miglior rovescio del circuito. Di fatto ha una delle prime migliori tant’è che anche in finale con Shelton nei primi due set sono arrivati il 90% dei punti con la prima di servizio, ingiocabile anche per chi aveva lo stadio a suo favore, anche per chi cercava di riportare in America il torneo di Flushing Meadows a 23 anni di distanza da Roddick.

Alexander Zverev

Zverev campione in uno slam dimezzato

Scusate il ritardo, si potrebbe sentenziare per parlare della carriera di Zverev e di questo suo secondo slam. Magicamente diventa il giocatore più vincente negli slam nel 2026, due per lui contro uno di Sinner e uno di Alcaraz e rimanda ancora almeno di un altro anno la statistica che vede il 2014 come l’ultimo anno in cui i quattro major andarono a quattro giocatori diversi. Si è preso l’eredità di Becker, che fino ad oggi era l’ultimo tedesco ad aver vinto lo US Open, era il 1989. Si aggiudica il titolo sfruttando anche le difficoltà dell’avversario, Ben Shelton, americano, mancino con un dritto dal finale sopra la testa, forse il migliore tra gli imitatori di Rafael Nadal. Giocava con lo stadio a favore Ben, come fece Fritz nel 2024 contro Sinner, con l’Arthur Ashe che sperava di vedere un tennista a stelle e strisce trionfante dopo Roddick, che rimane l’ultimo ad aver vinto per la superpotenza americana. Non ha funzionato per i primi due set il servizio e il dritto, lo schema classico con il quale sta costruendo una ottima carriera e forse la pressione lo ha portato ad alcuni errori fin troppo banali che Alex non gli ha mai perdonato. Infatti dopo due set a guidare e giocare per il titolo era il tedesco, che tuttavia è forse caduto parzialmente nell’incubo ricordando quella finale del 2020 sovracitata, mentre dalla parte opposta della rete il classe 2002 di Atlanta poteva finalmente giocare con libertà di pensieri e di conseguenza con una diversa fluidità nel braccio, infatti era riuscito a ritardare la premiazione ancora per un set. Stavolta però l’Adone teutonico non poteva cadere di nuovo nella trappola che gli tese Thiem nel 2020, stavolta ha tolto il servizio al suo avversario immediatamente nel primo game e poi ha iniziato a giocare in gestione affidandosi sopratutto alla battuta. Nel convertire il match point non ha neanche esultato, non per superiorità, non per rispetto come fanno i calciatori quando segnano ad una loro ex squadra, semplicemente per aver perso il conto del punteggio e a molti italiani ha ricordato Donnarumma che a Wembley non si rese immediatamente conto di aver vinto l’europeo parando l’ultimo rigore agli inglesi. A proposito di italiani: erano ormai diversi anni in cui non ci trovavamo a dover assistere da esterni ai successi degli altri negli slam, addirittura in questo momento il tedesco ha scavalcato Jannik Sinner nella race, la classifica che a fine anno assegnerà il titolo di numero uno, staccandolo persino di 700 punti. D’altronde era uno slam quasi dimezzato, con Sinner bloccato dai problemi al ginocchio dovuti forse ad una caduta sui prati inglesi del Centre Court, e con Alcaraz che non giocava dallo scorso 14 aprile. Carlitos era arrivato nella Grande Mela per testarsi, ma la sua presenza inevitabilmente lo ha inserito nell’elenco dei favoriti. Nella città dove la sua Spagna ha vinto il mondiale meno di due mesi prima si è invece trovato a giocare 4 partite in crescendo, ma poi la maratona di 4 ore e 28 chiusa alle 3.33 del mattino (d’altronde siamo nella città che non dorme mai) si è rivelata una richiesta eccessiva per il murciano. Ben Shelton quella notte ha vinto la partita più improntate della sua carriera, nel corso della quale ha mostrato tutti i suoi miglioramenti, in risposta e al servizio principalmente con questa verticalità che gli ha permesso anche di ottenere il terzo set contro Zverev. Dopo le Furie Rosse di De la Fuente, dopo i Knicks di Thibodeau anche Alex ha festeggiato nonostante gli ostacoli che ha incontrato nel corso del torneo, interpretando alla perfezione il concetto espresso da Taylor Swift relativamente alla città dove “Le luci sono così luminose ma non mi accecano mai. Benvenuti a New York”.

Flavio Cobolli Alexander Zverev

Italia, Uno slam anonimo: non accadeva dal 2023

Tra un Sinner infortunato e un Musetti in recupero l’Italia arrivava a questo slam in sofferenza, con tante speranze riposte in Flavio Cobolli che avrebbe dovuto replicare il gran cammino realizzato a Parigi anche sul Laykold dell’Arthur Ashe, non esattamente la sua superficie preferita. Che sarebbe stato un torneo difficile per tutti lo si è capito dal primo turno, da quando il 4 volte campione Novak Djokovic è stato eliminato da Mariano Navone all’esordio, un ragazzo argentino che aveva il serbo come idolo e che gli ha rifilato un 6-2 6-1 a partire dal quarto set. Eccoci proiettati nella giungla di cemento dove nascono i sogni, disse Jay Z, ma ci verrebbe anche da dire dove tali sogni finiscono per spengersi ed infatti uno dopo l’altro gli azzurri del tennis si sono smarriti tra le strade geometriche e i grattacieli della Grande mela. Prima Sonego (eroico nel portare Zverev al quinto set, l’unico insieme ad Halys), Passaro, Guerrieri, Cinà, Arnaldi eliminati subito al primo turno; poi Bellucci annientato da Fritz, Berrettini che non ha sfruttato l’upset di Djokovic perdendo anche lui da Navone e Lorenzo Musetti non al meglio della forma con Sweeny. Continuare a tener viva la striscia di almeno due giocatori nei quarti di finale in ogni slam, che continuava da USOpen 2024 escluso, sembrava già impossibile perchè sulla strada di Darderi c’era proprio Zverev agli ottavi ed è infatti quello il miglior risultato azzurro in questo slam. Il rammarico è di non averne portato neanche uno tra i migliori otto considerando l’eliminazione di Flavio Cobolli (autore comunque del punto del torneo con un lob in tweener) per mano di Blockx al terzo turno. Era dall’Australian Open 2024 che c’era sempre un italiano in semifinale in ogni slam, da Wimbledon 2023 almeno uno ai quarti mentre rimane il torneo di Melbourne 2019 l’ultimo senza nessun azzurro neanche agli ottavi. A rincuorarci c’è la classifica per arrivare alle Finals: non siamo mai riusciti a qualificare due giocatori direttamente considerando che Musetti lo scorso anno sfruttò il ritiro di Djokovic e Sinner nel 2022 entrò da riserva. Stavolta con Jannik già certo del posto e Cobolli in quinta posizione al momento con un ottimo margine sul nono, Rafa Jodar, si può quasi affrontare con tranquillità questo finale di stagione anche se mancano ancora 4 ATP 500 e due Master 1000. Ora si va in Asia e poi si tornerà in Europa, con Jannik pronto a tornare per sfidare il nuovo numero uno della race verso Torino.