Marche. Calabria. Toscana.
E all’orizzonte l’election day del 23 e 24 Novembre per la Puglia, Campania e Veneto.
Le prime tre tornate elettorali per il rinnovo dei Consigli Regionali e per l’elezione dei nuovi Presidenti ci hanno consegnato la conferma di un dato molto deludente riguardante la totalità dell’elettorato attivo: un profondo disinteresse per le urne che ha fatto registrare un’affluenza al voto che si è attestata intorno al 50%. Già con le elezioni politiche 2022 dove la coalizione di centro – destra raggiunse la maggioranza assoluta in entrambe le Camere, il fenomeno dell’astensionismo elettorale è stato molto elevato, facendo registrare l’affluenza più bassa di sempre.
Il buon funzionamento di una democrazia, la fiducia dei cittadini nelle istituzioni democratiche e l’effettiva rappresentatività delle stesse sono proporzionali, in primo luogo, alla stessa partecipazione all’espressione del diritto di voto.
Un sistema è democratico, se l’organo legislativo, legittimamente rappresentato dal popolo, senza vincolo di mandato, può, in maniera del tutto autonoma dagli altri poteri dello Stato, legiferare in virtù proprio di quella fiducia affidatagli dall’elettore.
Questa è stata la grande conquista del primo decennio del XX secolo, perfezionata nel 1946 con il diritto di voto esteso anche alle donne.
In ogni caso, sia nel sistema di democrazia rappresentativa che in quello di democrazia diretta, il “life motive” si esprime sempre nella libera scelta dei cittadini, attraverso la partecipazione attiva all’esercizio al voto, da cui poi deriva la sovranità popolare.
Eppure, nonostante l’affermazione di questo fondamentale baluardo di partecipazione, l’astensionismo elettorale cresce in modo costante: se analizziamo il dato, specialmente a partire dai primi anni Ottanta del secolo scorso, in tutti i tipi di competizione elettorale, a seconda della salienza delle scadenze e del tipo di elezioni.
Interessante, ai fini della comprensione persistente del fenomeno, è l’analisi dei fattori che influiscono sulla robustezza del dato.
Mi spingerei ad individuare almeno tre cause che la determinano:
- il condizionamento dell’attuale legge elettorale;
- l’insieme dei naturali elementi socio – economici e di marginalità sociale;
- l’inevitabile distanza tra il paese reale ed il paese legale.
Nel libro bianco dell’astensionismo, pregiato lavoro del Dipartimento delle Riforme istituzionali della Presidenza del Consiglio dei Ministri del maggio 2022, la commissione preposta ai lavori ha suddiviso il fenomeno in due macro-categorie.
L’astensionismo apparente e quello reale.
Con il termine astensionismo apparente si intende una sovrastima della percentuale di mancata partecipazione dovuta sostanzialmente al diverso modo di tenere conto degli iscritti all’Aire (anagrafe italiani residenti all’estero) a seconda delle elezioni e delle incongruenze negli archivi anagrafici e nei registri elettorali dei comuni italiani.
Per quanto riguarda, invece, l’astensionismo reale, la commissione suddivide i cittadini che non si recano al seggio in tre diverse sotto-categorie:
- involontari (impedimenti dovuti a problemi di età/salute o distanza dal seggio);
- indifferenti (scarso interesse, disinformazione);
- alienati (critica radicale, insoddisfazione, sfiducia).
Per quanto riguarda gli astensionisti involontari sottolinea come su questa componente influisca in maniera significativa l’aumento dell’età media della popolazione. Spesso infatti con l’avanzare dell’età si va incontro a problemi di salute, oltre che a difficoltà negli spostamenti. Elementi che rappresentano un ostacolo non indifferente nel recarsi al seggio per una quota sempre maggiore di italiani.
Ma l’astensionismo involontario non riguarda solamente gli anziani. Non è infrequente infatti che gli elettori si trovino lontani dal proprio comune di residenza per motivi di studio e di lavoro. Una difficoltà logistica che spesso, anche per motivi economici, diventa un forte disincentivo al voto: secondo le stime, tratte dai dati Istat, potenzialmente ci riferiamo ad oltre 5 milioni di elettori.
E’ innegabile che si sia profondamente modificato il rapporto con la politica: ci si informa di politica più di quanto se ne parli e la partecipazione attiva si esprime a diversi livelli, istituzionalizzata e non, in riferimento anche allo stato sociale dei diversi attori.
Si prende parte alla vita politica in maniera manifesta quando si cerca di essere presenti sulla scena, di esprimere le proprie esigenze, il proprio punto di vista, a comizi o cortei, organizzando forme di protesta, sostenendo un partito, un movimento, un’organizzazione, oppure anche quando, pur senza entrarvi direttamente e visibilmente, non si è indifferenti a quanto accade e si segue o ci si informa, magari solo per tematiche di diretto interesse.
Molto spesso però l’interesse dimostrato non si traduce nel sostegno all’attività politica in senso stretto o in azioni con una chiara visibilità esterna. Più che credere nei principi fondanti del partito, il cittadino analizza l’offerta politica che un partito decide di propinare, si informa se la proposta potrà essere favorevole alla sua classe di appartenenza o magari possa solo apportare un beneficio una volta attualizzata. Ovviamente tutto ciò racchiude i misteri di una scommessa, onde poi scoprire che la norma o non era stata ben intesa nella sua forma autentica o conteneva le famigerate clausole, origine di una iniziale delusione verso coloro che avevano fatto intendere l’impianto normativo come risolutivo o molto vantaggioso.
Dunque colpa del linguaggio comunicativo troppo complicato o di un’abile attività oratoria tesa all’inganno? Molte volte quanto più ci si sposta verso posizioni sociali elevate tanto meno numerosi sono coloro che guardano alla politica con distacco e indifferenza o che non partecipano agli avvenimenti politici.
Ne deriva che la classe medio borghese, forse è quella più colpita nel coinvolgimento dell’illusione. Questa visione si collega all’idea che la politica si fondi su miti e simboli e che le promesse di un futuro migliore possano nascondere realtà meno lusinghiere, portando a un rapporto di fiducia basato sull’utopia piuttosto che su una reale consapevolezza.
Dunque crisi della fiducia, fantasticherie che minano il legame fiduciario fondamentale su cui si basa ogni convivenza sociale, compromettendo la capacità di vivere insieme e il vincolo morale tra governati e governanti.
Ci si spingerebbe a dire quindi illusione della democrazia!!
Allora occorre necessariamente la nascita di una spinta.
Smuovere più che convertire.
Coinvolgere più che conquistare.
Luca D’Alessio
