Home Rubrica LA STELE DI ROSETTA MASADA, L’ULTIMA FORTEZZA.

MASADA, L’ULTIMA FORTEZZA.

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Il perché di un nome

Un oggetto di aspetto singolare: una stele di basalto nero con un’iscrizione in tre lingue ed in tre diversi caratteri che divenne la chiave di tutti i segreti dell’antico Egitto. Fu trovata nel 1799 nella località egiziana di Rosetta, facente parte del governatorato di Beheira, presso la foce del ramo omonimo del Nilo. Era il tempo della campagna in Egitto di Napoleone. Fu un disastro militare (Nelson – quello di Trafalgar – snidò la flotta francese ad Abukir e piombò su di essa distruggendola), ma ebbe il risultato di schiudere alla vita politica europea l’Egitto moderno e alla ricerca scientifica quello antico. La pietra, chiamata appunto Stele di Rosetta, mostra tre iscrizioni: in geroglifico, in demotico (la lingua degli antichi Egizi scritta in corsivo) e in greco. Jean-Francois Champollion, usando l’iscrizione greca come chiave, riuscì a decifrare i geroglifici in essa contenuti nel 1820. Da allora, la scrittura degli antichi Egizi non fu più un mistero: la Stele di Rosetta ha quindi rappresentato il tramite, la chiave, lo strumento attraverso il quale un intero mondo si è schiuso per tutti. Questa nuova rubrica ha lo stesso scopo della Stele: porsi come lo strumento che può permettere a tutti di conoscere meglio una materia non facile. È il frutto di un lavoro di ricerca eseguito e dedicato a chi, come lo scrivente, romano classe ’68, pubblicista freelance e da oltre trent’anni studioso di archeologia e storia, si accosta con umiltà e passione alle testimonianze del passato. Un passato che non è solo storia di guerre, ma anche curiosità e – perché no? – un pizzico di mistero. Ma è tempo di dare spazio al primo argomento di questa rubrica. Oggi indagheremo su uno straordinario episodio della storia antica, ossia:

MASADA, L’ULTIMA FORTEZZA

Anche i veterani ed i più cinici di noi rimasero come di sasso contemplando ciò che era stato scoperto. Sulle scale che conducevano alla piscina e nel corridoio giacevano tre scheletri. Uno era quello di un uomo di circa vent’anni, forse uno dei comandanti di Masada. Non lontano, sulle scale, era lo scheletro di una giovane donna. I suoi capelli neri, mirabilmente intrecciati, apparivano come se fossero stati pettinati di recente. Il terzo scheletro era quello di un bambino”. Così scriveva Yigael Yadin, l’archeologo israeliano, che dal 1963 al 1965 scavò a tappeto il sito di Masada, una fortezza eretta da Erode il Grande in cima ad una rocca che svetta a 400 metri di altezza sulle distese infuocate del Mar Morto, nella Giudea sud-orientale. L’assedio di Masada (o Metzada in ebraico) da parte dell’esercito romano è stato l’episodio che concluse la prima guerra giudaica nel 73 d.C. Tutto ciò che conosciamo sulla sua storia lo dobbiamo a Giuseppe Flavio, lo storico ebreo del I secolo. Quando la rivolta della Giudea ebbe inizio nel 66 d.C., Giuseppe fu inviato dal Sinedrio di Gerusalemme in Galilea come comandante militare. Ma dopo l’assedio e la presa di Iotapata, la piazzaforte che difendeva con i suoi soldati, egli si consegnò ai Romani. Condotto davanti a Vespasiano, allora generale comandante dell’esercito, egli ne profetizzò l’ascesa al trono imperiale, conquistandosi così il perdono e, quando la profezia si avverò, si guadagnò anche il favore e la libertà. Quale liberto di Vespasiano, prese il nome di Flavio Giuseppe. Tornò in Palestina al seguito di Tito (al quale il padre Vespasiano aveva affidato il comando supremo dell’esercito) e fu così un importante testimone oculare delle ultime vicende della guerra.

Una fortezza formidabile

Cerchiamo di capire la conformazione del sito. Vasta spianata a forma di nave sulla sommità di un’altura rocciosa completamente isolata e praticamente inaccessibile da ogni lato, Masada costituiva una postazione difensiva naturale unica nel suo genere. Era circondata da profondi burroni che “nessun essere vivente potrebbe scalare”.Erode la trasformò in una formidabile roccaforte: vi fece costruire un muro a casematte che circondava l’altura ed era fortificato da diverse torri. All’interno sorsero palazzi, magazzini, terme, caserme ed arsenali. Il sovrano della Giudea vi depositò una grande quantità di viveri e di armi di ogni tipo, sufficienti a diecimila armati, oltre a ferro non lavorato, bronzo e piombo. La fortezza doveva servire ad Erode come rifugio in caso di sollevazione popolare oppure nel caso in cui Cleopatra (che egli detestava) avesse ottenuto da Marco Antonio la sua testa e il regno. Quando nel 66 scoppiò la rivolta, un gruppo di Zeloti (una setta che propugnava la lotta armata per l’indipendenza, nonché convinti sostenitori dell’ortodossia ebraica dell’epoca), si impadronì della fortezza, sterminando la guarnigione romana e vi si insediò con donne e bambini. Nel 70 Tito diede inizio alle operazioni ponendo l’assedio a Gerusalemme, che venne espugnata nello stesso anno. Tuttavia, nonostante la caduta della capitale, in Palestina si sarebbe ancora combattuto. Seppur completamente isolate, tre fortezze resistevano ancora. Al governatore romano Flavio Silva, inviato in Giudea come Legatus Augusti pro praetore, fu affidato l’incarico di espugnarle. La fortezza di Herodium, nelle vicinanze di Gerusalemme, fu conquistata con facilità, a differenza di Machaerus, nel deserto di Moab, ai cui difensori fu permesso di abbandonarla con l’onore delle armi. Agli inizi del 73, a quasi tre anni dalla fine della guerra, soltanto un ultimo focolaio della rivolta giudaica resisteva ancora: Masada. Grazie alla sua posizione, la fortezza venne raggiunta anche dai pochi sopravvissuti alla caduta di Gerusalemme sfuggiti alla cattura e decisi a vender cara la pelle. Per due anni, usandola come base per le loro incursioni, gli Zeloti tennero in scacco i Romani.

Ricostruzione artistica di alcuni dei palazzi del sito di Masada.

Inizia l’assedio

Una situazione intollerabile per l’Impero: Masada doveva assolutamente essere conquistata con ogni mezzo. E così Flavio Silva, riunendo alla legio X Fretensis le forze ausiliarie che si trovavano distaccate nei fortini della zona, marciò con circa 17.000 uomini contro Masada, difesa da 967 unità, tra effettivi e non, comandati da Eleazar Ben Yair, che si preparò alla difesa ponendo molte speranze sull’abbondanza di cibo ed acqua di cui disponevano. Ma era un particolare che conosceva anche Flavio Silva: la fortezza doveva quindi esser presa d’assalto. Fu innalzato intorno ad essa un impressionante muro fortificato di circonvallazione per evitare qualsiasi tentativo di sortita, mentre le truppe romane edificavano ai piedi di Masada otto campi situati ad intervalli regolari e di cui esistono ancora le tracce. Infine, i legionari iniziarono la costruzione di un enorme rampa d’assalto in terra battuta. Lunga 180 metri e ancora esistente, sulla sua sommità venne installata una piattaforma e vi trasportarono un ariete che aprì una breccia nel muro di cinta. Gli Zeloti si misero all’opera per costruire un altro muro, ma Silva fece appiccare il fuoco alle nuove strutture che arsero irrimediabilmente in pochi istanti. Era ormai il tramonto e i Romani tornarono alle loro basi, decisi ad attaccare il nemico alle prime luci dell’alba. Quella notte le sentinelle vegliarono più attentamente del solito: neppure uno dei ribelli doveva sfuggire alla vendetta di Roma!

La rampa d’assedio romana ancora oggi visibile.

Il gesto estremo

Ma né Eleazar né gli Zeloti pensarono di tentare la fuga. Contemplando il muro che bruciava inesorabilmente, i ribelli si resero conto che non esisteva ormai nessuna possibilità di scampo. Tuttavia non si sarebbero mai sottomessi ai Romani, non avrebbero mai permesso alle loro donne di essere violentate e ai bambini di diventare schiavi dei vincitori. Questi eroici difensori anteposero perciò l’onore e la libertà alla loro stessa vita: estrassero a sorte dieci uomini ai quali toccasse il compito di uccidere il resto di loro. E dopo che i dieci ebbero eseguito il triste compito, estrassero a sorte fra di loro uno che avrebbe ucciso gli altri nove. Poi anche l’ultimo si suicidò, dopo aver appiccato il fuoco al palazzo. Così morirono 960 persone. Il mattino successivo, i Romani sferrarono l’assalto finale, ma entrati nella fortezza la trovarono nel più profondo silenzio. Solo due donne ed alcuni bambini che si erano nascosti, sfuggendo così al massacro, informarono i Romani dell’accaduto e li guidarono sul luogo. Essi videro la moltitudine dei cadaveri, ma non provarono alcuna esultanza…” né poterono fare a meno di meravigliarsi del coraggio della loro decisione (…) di portare a termine un’azione di tale eroismo come quella era stata” (Giuseppe Flavio-La Guerra Giudaica).

Gli scavi e le ricerche

Torniamo agli scavi del sito. Nei magazzini furono trovate centinaia di giare spezzate contenenti ancora residui di cibo. L’archeologia ha provato che i difensori avrebbero potuto resistere a lungo senza ricevere provviste dall’esterno, confermando la testimonianza di Giuseppe Flavio. Alcune delle giare mostravano di essere state frantumante intenzionalmente per impedire che i Romani potessero fare uso delle provviste. Sulla spianata si rivelò agli scavatori anche un palazzo cerimoniale ed amministrativo: con i suoi 10.000 metri quadrati, rappresentava l’edificio più imponente e splendido della fortezza. In esso fu rinvenuto un grande mosaico, uno dei più belli e antichi finora scoperti in Israele. Fu scavato anche un edificio nel cui pavimento erano stati sotterrati alcuni rotoli di pergamena contenenti passi della Bibbia, dei libri di Ezechiele e del Deuteronomio. Tuttavia, rimaneva ancora un mistero: che fine avevano fatto i resti dei 960 Zeloti? La scoperta tanto attesa ebbe luogo in una caverna sul pendio roccioso vicino alle cisterne erodiane. Sparsi in disordine sul pavimento erano i resti di crani ed ossa umane. In seguito essi rivelarono di appartenere a 25 individui: 14 uomini, un vecchio, 6 donne e 4 bambini. Gli archeologi erano incappati nei resti degli ultimi difensori di Masada, i cui corpi senza vita erano stati gettati nella caverna dai Romani. Ma ancora più toccante fu la scoperta di 11 frammenti di terracotta su cui erano incisi dei nomi di persona, apparentemente tutti scritti dalla stessa mano. Erano i nomi degli ultimi comandanti sopravvissuti di Masada. Su uno dei frammenti era inciso il nome di Ben Yair, il capo della disperata difesa: così era confermato il racconto di Giuseppe Flavio sulle ultime ore della fortezza assediata.

Il sito di Masada.

Oggi il sito è collegato con una teleferica che percorre in pochi minuti i trecento metri che separano Masada dalla piana sottostante, permettendo a centinaia di turisti di accedere giornalmente alle rovine. L’importanza di Masada non è soltanto archeologica. Per i cittadini di Israele, il luogo che vide la coraggiosa difesa degli Zeloti e il loro coraggioso suicidio è assunto a simbolo dell’eroismo del popolo ebreo nel difendere tenacemente e dovunque, a prezzo delle più gravi persecuzioni, la fede e le tradizioni dei padri.

Il giornalista pubblicista free lance Enzo Zappalà.

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