Da street a pool gangs, intorno all’ascesa e crollo del grande sogno americano, in parallelo alle sorti fragili di una gioventù bruciata fra bullismo, gelosie, odio di razza e una violenza territoriale gratuita. Persino sanguinaria, ad arma bianca, e neanche troppo distante da quel che avviene oggi fra le strade della movida notturna d’ultima generazione nelle nostre città. Fino a indicare, quale messaggio universale in chiusa, che solo grazie all’amore, e con il rispetto, si può pensare di compiere il miracolo di migliorare il contesto di ogni tempo in ogni dove.
Intanto di miracolo si tratta, per la qualità dell’arte e caratura di tutte le componenti in concorso fra musica, danza, canto, parola, immagini e taglio di genere, secondo quanto portato splendidamente a segno con il mitico musical West Side Story di Leonard Bernstein, per la prima volta in scena e in meritato trionfo fra le monumentali rovine del sito archeologico di Caracalla, titolo d’apertura del segmento alle Thermae Antoninianae nella locandina targata Teatro dell’Opera di Roma dopo l’inaugurazione alla Basilica di Massenzio del Festival 2025, quest’anno interamente firmato dal regista Damiano Michieletto. Un trionfo pieno e dovuto, se non altro, per la riconsegna del celebre musical americano alla sua più autentica vocazione di opera lirica (lyric theatre) moderna, con tanto di cifra linguistica globale e potenzialità d’arte assoluta riconducibile, nell’occasione, a ben più di una mano salda, lucida e vincente ai fini della coesione armonica entro il continuo gioco di rimandi fra la sgargiante tradizione di Broadway e il rigore della classicità storica, fra la trama dei significati del testo e il rimbalzo simbolico sulla società moderna.
Sogno americano e gioventù bruciata si rivelano difatti subito, a colpo d’occhio, i poli tematici su cui poggia simbolicamente lo spazio abbandonato originalmente ideato per l’occasione ricorrendo non al consueto e prevedibile scenario di strada, bensì all’intuizione astrusa di una piscina anni Cinquanta in disuso, riempita soltanto con vari copertoni d’auto e, nell’atto secondo, con il corpo spezzato e praticabile dell’immensa fiaccola della Statua della Libertà, lasciata al centro della vasca come detrito e testimone dello scontro omicida fra le bande metropolitane. Una vasca-nave buona per qualunque luogo e su cui si erge imponente un trampolino che funziona a meraviglia come balcone d’amore, teso verso la promessa di un mondo migliore e verso l’inviolabile purità del cielo. Ancora, in scena, le lettere mobili e luminose di volta in volta sistemate in sequenza a formare diversi lemmi, da America a Maria (utile sarebbe stato anche Mirror, a specchio con la realtà dei nostri giorni) fino a quel Miracle corrispondente alla definizione data da Nadia Boulanger valutando a prima vista la partitura di Bernstein.
La nuova produzione del Teatro dell’Opera, realizzata dalla premiata squadra capitanata dal regista Michieletto e formata come di consueto da Paolo Fantin per la scena insolita quanto indovinata, da Carla Teti per i costumi di cifra efficacissima e da Alessandro Carletti per il perfetto sortilegio delle luci, parte quindi dall’idea – strana, in verità, ma solo all’apparenza – di una vasta piscina come contenitore unico e fisso della storia, lasciandosi alle spalle le lunghe strade e i larghi palazzi a mattoncini rossi dalle alte scale antincendio dell’Upper West Side.
Sul palco c’è un vuoto strano e desolante che, tuttavia, della tragica storia d’amore di Maria e Tony, versione americana liberamente elaborata fra il 1953 e il varo del 1957 al Winter Garden Theatre di Broadway sull’unione impossibile d’opposta fazione del Romeo e Giulietta shakespeariano, dice praticamente tutto. E, forse, anche di più rispetto a quanto riprodotto altrove in precedenti rappresentazioni. Intanto, scavando nella genesi dell’impresa, è proprio intorno a una piscina hollywoodiana che l’autore del testo Arthur Laurents e il compositore Bernstein si incontrarono nel ’55 optando per il twist sul tema definitivo dello scontro di razza fra bande giovanili americane (i Jets, di origini italo-polacco-irlandesi) e portoricane (gli Sharks), in luogo della faida tra cattolici e minoranze ebraiche nel Bronx ipotizzata inizialmente nel libretto poi versificato da Stephen Sondheim. Ma soprattutto, fra l’ascolto e l’azione in scena, c’è il mondo profondo e forse anche più vero di West Side Story. C’è il vapore degli inverni newyorkesi che incornicia costantemente il contesto a rinvio dei caldi getti fluttuanti dai tombini stradali, c’è il ricalco esatto della polizia americana e della parodia verso le istituzioni (oltre che dei genitori) con le grandi figure cartonate, così come a fuoco risulta la spavalda tracotanza degli americani conciati in bianco e nero, a metà via tra un Elvis Presley e un Johnny Bravo, versus il mondo coloratissimo e insaporito dallo slang linguistico-comportamentale degli immigrati meticci. E, naturalmente, ci sono l’odio e la violenza, come la poesia dell’amore, percepibili a stacco netto con forza e a fior di pelle nel controluce fra la realtà e il sogno, nel concreto visivo opponendo gli scatti geometrizzati e meccanici dei gesti coreutici, sparati con luce chiara per la ferocia degli istinti, agli affondi puri e magnifici fra le speranze del cuore, isolati e quasi proiettati (come nello stupefacente duetto del balcone) nello spazio altissimo del trampolino, immerso nella notte naturale di stelle, fra il verde dei vapori-nuvola e l’intenso color glicine delle turrite rovine di Caracalla.
C’è poi il compito non facile della reinvenzione delle coreografie originali dell’ideatore numero uno del musical, Jerome Robbins, affidato all’eccellente binomio artistico Sasha Riva e Simone Repele, tra l’altro in significativa continuità con il theatre piece Mass sempre dell’eclettico compositore e direttore ebreo russo americano Bernstein e sempre in apertura a Caracalla, recensito tre anni fa (qui il link). Ebbene, ne nasce una coreografia inedita e potente, a elevato potenziale drammaturgico-comunicativo, acuminata nella solidità accademica quanto al contempo originalmente reindirizzata a conciliare la teatrale gestualità del musical con i linguaggi d’arte del neospressionismo tedesco e della post modern americana. Le angolazioni rapaci, la destrutturazione del valzer fino all’effetto mannequin (splendido lo scontorno cinetico nella “Dance at the Gym” fra il tutti e il colpo di fulmine in sospensione con un infinito bacio al primo incontro dei protagonisti) come delle danze afro e latino-americane, le formazioni in parodia circense o da can can. E ancora, il bamboleggiare meccanico “alla Petit” delle amiche Rosalia, Consuelo, Teresita e Francisca mentre Maria intona magnificamente “I Feel Pretty”, la verità e la veloce vivacità dei movimenti dal sincrono perfetto, il coloratissimo e scatenato mambo, l’estatico passo a cinque (unito all’unico canto lirico) limpido, centrifugo e metaforico per il sogno ad occhi aperti (Something’s Coming) di Maria e Tony, affidato ai bravissimi Sara Loro, Luca Curreli, Flavio De Vargas, Ramon Agnelli e al danzatore ospite Francesco Fasano. Grandi lodi naturalmente, per l’energia e il rigore, all’intero Corpo di Ballo diretto da Eleonora Abbagnato.
Assolutamente sorprendente quindi, non solo a garanzia d’amalgama nella totalità dello spettacolo ma per l’alta quota qualitativa parimenti impressa sulla rifinitura del dettaglio come nella sintesi fra stili, rinvii e linguaggi, il lavoro svolto sul podio dal direttore musicale Michele Mariotti, alla testa di un’Orchestra del Teatro dell’Opera ancora una volta di più apprezzabile e meritevole per la versatilità e l’efficacia di ogni sua risposta ritmica, timbrica, dinamica. Si riscopre, così, anche un singolare quanto inatteso lato “jazzy” di Mariotti che, con sensibilità neanche troppo distante da quella del compositore e direttore straordinariamente eclettico Lenny, individua e ben cesella ciascun filo della trama in partitura, esaltandone il vigore dell’azione e i profili di opposto segno nella caratterizzazione antitetica per le due bande, nel riprodurre con peculiarità di fibra e stile i vari codici compresi entro l’intero ventaglio della nuova musica d’Oltreoceano, dal be bop al cubana bop e al cool jazz, dai ritmi carioca alle timbriche più raffinate del Modern Jazz Quartet, fino alle svolte atonali, cubiste e oltre. Per di più e a sorpresa, sapientemente tingendo di toccanti e realmente miracolose nuances pucciniane sia la promessa d’amore (Tonight) che il sogno nuziale (One Hand, One Heart) dei giovani amanti, non dimenticando di farne saltar fuori e a dovere i motivi-reminiscenza dal Romeo e Giulietta di Prokof’ev.
Infine le tante voci, tutte perfettamente in parte, scenicamente prestanti, stilisticamente notevolissime.
Nell’impossibilità di citare ogni singolo nome del bel cast di specialisti del repertorio, qui corre l’obbligo di premiare senz’altro la coppia dei protagonisti e almeno le parti principali.
In primo piano nel ruolo di Tony si apprezza il tenore americano di origini polacche Marek Zurowski, al suo debutto assoluto in Italia: gran phisique du rôle a parte, l’artista sfodera un timbro bello come il sole accanto a un’emissione a pasta piena e intensa, carica di mille sfumature nel brano cult “Maria”. Il suo canto dolcemente naturale, gode di volume e fiato, di morbida tempra melodica, di legato nobile quanto gli affetti del suo cuore. Al suo fianco c’è Sofia Caselli, soprano brillante formato e votato al musical theatre per una Maria che ha l’esatta cifra “come d’incanto” da musical, limpida e quasi bambina nel melos fino alla maturazione nella tragica declamazione finale, impugnando l’arma ma scegliendo la vita per dare una lezione a tutti. È bella, brava e scattante, accuratissima nella dizione dei lunghi parlati, deliziosa nella sua disarmata ingenuità in cima al trampolino-balcone, capelli al vento e un cuore immenso.
Notevole, sia per la prontezza di battuta che per l’agilità del canto anche l’Anita della performer pugliese Natascia Fonzetti, di grande efficacia Sergio Giacomelli (Bernardo), Sam Brown (Riff), i poliziotti Krupke (Nico Di Crescenzo) e Schrank (Cristian Ruiz, anche nel ruolo di Glad Hand), il Chino di Felice Lungo, il Doc di Sebastian Gimelli e, per l’unico intervento canoro lirico, Sofia Barbashova (A girl) dal Progetto Fabbrica dell’Opera di Roma.
Alla fine, miracolo compiuto e gran festa a sorpresa, bissando il coloratissimo e paillettato Mambo, danzato in chiusura da tutti gli artisti al proscenio, direttore, regista e Tony (sul fondo a destra) compresi, felici per il successo di un vero cult oltre ogni tempo e confine.
Si replica fino al 17 luglio.
Paola De Simone
Fonte: connessiallopera.it
