Ogni estate, quando il termometro raggiunge valori eccezionali e le cronache parlano di “caldo record”, nasce spontanea una domanda: è davvero la prima volta che il Mediterraneo sperimenta temperature così elevate?
La risposta della storia e della paleoclimatologia è molto più complessa di quanto possano suggerire i titoli dei giornali.
Il Mediterraneo ha conosciuto, nel corso degli ultimi millenni, fasi climatiche sensibilmente più calde o più fredde di altre. Una di queste coincide proprio con il periodo nel quale Roma costruì la propria potenza: quella che gli studiosi hanno spesso definito Roman Warm Period, o più prudentemente periodo caldo romano.
Ma attenzione: dire che “ai tempi di Roma faceva più caldo che oggi” è una semplificazione.

La ricerca scientifica ci permette invece di affermare qualcosa di molto più interessante: in alcune aree del Mediterraneo, durante il periodo romano, le acque superficiali raggiunsero temperature mediamente superiori rispetto a quelle dei secoli successivi, mentre le condizioni climatiche dell’Italia mostrarono una forte variabilità regionale e temporale.
E a raccontarcelo non sono soltanto gli storici. Lo fanno i sedimenti marini, i pollini, gli organismi microscopici conservati nei fondali, gli alberi e persino — con tutte le cautele del caso — le parole degli stessi Romani.
IL TERMOMETRO NASCOSTO NEI FONDALI
Una delle prove più interessanti arriva dal fondo del Mediterraneo. Nel 2020 una ricerca pubblicata su Scientific Reports ha ricostruito l’andamento della temperatura superficiale del mare (SST) nel Canale di Sicilia utilizzando un particolare indicatore geochimico: il rapporto tra magnesio e calcio (Mg/Ca) conservato nei gusci di minuscoli organismi planctonici, i foraminiferi.

di Globigerinoides ruber proveniente dal Golfo del Messico. Fonte: USGS
Il protagonista è il Globigerinoides ruber, un organismo microscopico che vive nelle acque superficiali. Quando muore, il suo guscio precipita sul fondo del mare. Strato dopo strato, millennio dopo millennio, quei gusci formano una sorta di archivio naturale del clima. Analizzandone la composizione chimica, gli studiosi possono ricavare informazioni sulle temperature delle acque nelle quali quegli organismi vivevano.
Il risultato è sorprendente. Il record del Canale di Sicilia mostra un progressivo aumento della temperatura superficiale a partire da circa 3300 a.C., fino a raggiungere il massimo intorno al 330 d.C., nel pieno dell’età romana. La ricostruzione evidenzia inoltre una fase calda persistente durante il periodo romano.
Il confronto con altri archivi marini del Mediterraneo — dal Mar di Alborán al bacino di Minorca fino all’Egeo — rafforza l’idea di una fase mediterranea particolarmente calda durante l’età romana. Secondo quello studio, il Mediterraneo occidentale e il Canale di Sicilia risultavano durante il periodo romano circa 2 °C più caldi rispetto alla media dei secoli più recenti considerati nella ricostruzione.

È un dato impressionante, ma bisogna leggerlo correttamente. Non significa che l’intero pianeta fosse due gradi più caldo di oggi, e nemmeno che a Roma la temperatura dell’aria fosse sistematicamente superiore di due gradi rispetto a quella del 2026.
Si tratta soprattutto di una ricostruzione della temperatura superficiale del Mediterraneo in specifiche regioni, ottenuta attraverso proxy paleoclimatici. Ed è proprio questa distinzione a fare la differenza tra divulgazione scientifica e slogan.
IL MEDITERRANEO ROMANO NON ERA UN MONDO CLIMATICAMENTE UNIFORME
La ricerca più recente invita infatti alla prudenza. Uno studio sulla storia ambientale e climatica dell’Italia romana sottolinea come i dati locali mostrino una notevole eterogeneità geografica e temporale. Non esiste un unico “clima romano” valido contemporaneamente per tutta la penisola e per tutti i secoli dell’espansione romana.
Un altro importante lavoro, pubblicato nel 2024, ha analizzato archivi marini relativi all’Italia romana tra il 200 a.C. e il 600 d.C.
I dati indicano una fase caratterizzata da temperature relativamente elevate e stabili soprattutto nell’Italia meridionale tra circa il 200 a.C. e il 100 d.C., con una fase particolarmente calda nel I secolo d.C. Ma emergono anche oscillazioni climatiche di breve durata.

Il clima romano, insomma, non fu tanto una linea retta, quanto una sequenza di fasi calde, variazioni, periodi più umidi o più secchi e improvvisi cambiamenti. Ed è un concetto fondamentale, perchè una fase climatica mediamente calda non significa assenza di estati fredde, siccità, piogge eccezionali o singole ondate di calore.
GLI ALBERI RICORDANO CIO’ CHE GLI UOMINI DIMENTICANO
Ma come possiamo conoscere il clima di un’epoca nella quale non esistevano stazioni meteorologiche? È qui che entra in gioco la paleoclimatologia.
Gli alberi, per esempio, registrano anno dopo anno le condizioni ambientali attraverso gli anelli di accrescimento. Un anello più largo può indicare condizioni favorevoli alla crescita; uno più stretto può essere associato a stress ambientali, siccità o temperature sfavorevoli, anche se l’interpretazione deve tenere conto della specie, dell’area geografica e di molti altri fattori.

Poi ci sono i pollini. Un lago o una torbiera possono conservare per secoli e millenni enormi quantità di granuli pollinici. Analizzandoli è possibile ricostruire la composizione della vegetazione e, indirettamente, le condizioni ambientali.
E ci sono i sedimenti. Ogni strato è una pagina.
La paleoclimatologia trasforma questi archivi naturali in una sorta di macchina del tempo. Non restituisce però un termometro perfetto,ma intervalli, probabilità, tendenze e segnali che devono essere confrontati tra loro. È proprio la convergenza di più indicatori a rendere una ricostruzione più robusta.
ANCHE GLI ANTICHI PARLAVANO DEL CALDO
E qui la Storia incontra la paleoclimatologia: gli antichi Romani non possedevano termometri moderni, ma avevano qualcosa che nessun carotaggio può restituire completamente: la percezione umana del clima.

Cicerone, in una lettera al fratello Quinto del 54 a.C., scrive di avere sperimentato un caldo eccezionale. La sua espressione è straordinariamente moderna: racconta infatti di un periodo di “caldo straordinario”, aggiungendo di non ricordare di averne mai sperimentato uno maggiore. Nello stesso passaggio parla anche di una estrema siccità. Non abbiamo, naturalmente, una temperatura precisa. Cicerone non ci dice se quel giorno il termometro avrebbe segnato 35, 38 o 40 °C. Ma la testimonianza è preziosa perché documenta la percezione di un’anomalia meteorologica da parte di un osservatore contemporaneo.
E non è un caso isolato. Uno studio pubblicato nel 2025 ha raccolto 319 osservazioni storiche relative a fenomeni ambientali e climatici nell’Italia centrale tra il 753 e il 29 a.C. Le fonti diventano particolarmente affidabili, secondo gli autori, a partire dal V secolo a.C. e costituiscono un’importante fonte regionale per la ricostruzione del clima antico.
La letteratura antica, dunque, può diventare una sorta di archivio meteorologico narrativo. Con una differenza fondamentale rispetto a quello moderno: il dato non è strumentale, ma umano.
TACITO E IL CALDO NELLA ROMA DI NERONE

Ancora più suggestiva è una testimonianza di Tacito. Siamo nel 64 d.C., Roma è stata devastata dal grande incendio sotto Nerone e si discute della ricostruzione urbanistica della città. Tacito racconta che alcuni cittadini rimpiangevano la vecchia struttura urbana, con strade strette e case alte. Perché? Perché quelle strade garantivano maggiore ombra. La nuova Roma, con spazi più ampi e aperti, avrebbe invece lasciato entrare maggiormente la radiazione solare.
Tacito utilizza proprio il linguaggio del calore e dell’afa: gli spazi aperti erano percepiti come più esposti a un calore opprimente. Il passo è diventato una delle testimonianze antiche più interessanti sulla percezione del microclima urbano. È una piccola osservazione contenuta in una grande opera storica. Ma racconta qualcosa di importante: anche gli abitanti della Roma imperiale conoscevano il problema dell’isola di calore urbana, almeno nella sua percezione quotidiana. Pur non possedendo climatizzatori né asfalto moderno, avevano strade, edifici, ombra, acqua, marmo, fontane e differenti forme di ventilazione e sapevano perfettamente che il modo nel quale una città veniva costruita poteva modificare la percezione del caldo.
ROMA SAPEVA DIFENDERSI DAL CALDO
La società romana sviluppò infatti numerose strategie per convivere con le temperature estive. Le domus aristocratiche disponevano di cortili interni, porticati, giardini e vasche. Le ville marittime consentivano ai ceti più ricchi di trasferirsi in luoghi più ventilati. Le terme rappresentavano naturalmente uno dei grandi luoghi della vita sociale romana e dell’uso dell’acqua. Le fontane distribuivano acqua nella città. Gli edifici monumentali offrivano spazi ombreggiati. E la stessa organizzazione della giornata poteva adattarsi alla stagione.
Ma non tutti vivevano allo stesso modo. Un senatore con una villa in Campania aveva possibilità di adattamento completamente diverse rispetto a un lavoratore che abitava ai piani superiori di una insula sovraffollata. È una considerazione importante anche per il presente.

La temperatura non è l’unico elemento che determina l’impatto del caldo. Contano l’abitazione, l’accesso all’acqua, l’ombra, il lavoro svolto, l’età, le condizioni economiche e la possibilità di spostarsi.
MA ALLORA NEL 2026 FA MENO CALDO CHE AI TEMPI DI ROMA?
Qui dobbiamo fermarci. La risposta corretta è: non possiamo dirlo in questi termini. Possiamo dire che il Mediterraneo ha conosciuto durante l’età romana una fase di temperature superficiali particolarmente elevate, e che alcune ricostruzioni indicano valori circa 2 °C superiori alla media dei secoli più recenti esaminati. Ma non possiamo trasformare questo dato in: “Nel Mediterraneo romano faceva 2 °C più caldo che nel 2026.”, perché sarebbe scientificamente scorretto.

Stiamo, infatti, confrontando grandezze differenti: ricostruzioni della temperatura superficiale marina, temperature dell’aria, periodi cronologici differenti e aree geografiche differenti. E soprattutto c’è un’altra questione. Il clima non si misura soltanto attraverso la temperatura media. Conta la frequenza degli eventi estremi, la durata delle ondate di calore, la siccità, la disponibilità d’acqua, la distribuzione delle precipitazioni e, infine, la velocità con la quale il sistema climatico cambia.
IL VERO CONFRONTO NON È TRA “CALDO ROMANO” E “CALDO MODERNO”
La scoperta di una fase mediterranea molto calda durante l’età romana non smentisce automaticamente il riscaldamento contemporaneo. E, allo stesso tempo, il fatto che oggi assistiamo a temperature eccezionali non significa che il passato fosse climaticamente stabile. Le due cose possono essere vere contemporaneamente.
Il Mediterraneo romano fu capace di raggiungere temperature elevate. Il Mediterraneo moderno sta vivendo un’altra fase climatica, caratterizzata da un riscaldamento che deve essere studiato con gli strumenti della climatologia contemporanea.
Il confronto storico serve proprio a comprendere come reagiscono gli ecosistemi e le società quando il clima cambia. Lo studio del passato ci mostra che le civiltà non vivono mai in un ambiente completamente immutabile.
Roma stessa si sviluppò adattandosi continuamente alle condizioni ambientali. L’agricoltura doveva affrontare siccità e precipitazioni irregolari, le città dovevano garantire l’approvvigionamento idrico, gli eserciti dipendevano dalla disponibilità di acqua e cibo, le rotte commerciali erano influenzate dalle condizioni meteorologiche, e le popolazioni dovevano continuamente adattarsi.

I SEDIMENTI, ARCHIVI NATURALI
Un carotaggio marino non conosce propaganda, un guscio di foraminifero non ha opinioni, un anello di un albero non ha ideologie, un deposito pollinico non legge i giornali. Sono archivi naturali e neutrali. Quando questi archivi vengono messi a confronto con le fonti storiche, emerge un’immagine molto più complessa del passato.
Il Mediterraneo dell’età romana fu effettivamente caratterizzato, in alcune regioni e in determinati periodi, da condizioni particolarmente calde.
Cicerone ci racconta un’estate che gli sembrò eccezionalmente calda e siccitosa, Tacito ci consegna la memoria di una Roma nella quale l’ombra delle strade era considerata una protezione dal calore, i sedimenti marini ci mostrano temperature superficiali elevate. Gli archivi ambientali permettono di ricostruire siccità, precipitazioni e variazioni della vegetazione, facendo diventare la storia del clima una storia a più voci.
NON C’ERA UN “PARADISO CLIMATICO ROMANO”

Esiste però un’altra tentazione da evitare: trasformare il periodo caldo romano in una sorta di età dell’oro climatica. Non fu così. Un clima più caldo non equivale automaticamente a un clima migliore. Infatti, un aumento della temperatura può favorire alcune colture e danneggiarne altre, una maggiore disponibilità di precipitazioni può essere positiva in una regione e devastante in un’altra, una fase calda può essere accompagnata da siccità locali e un singolo evento estremo può avere conseguenze enormi anche all’interno di una fase climatica complessivamente favorevole.
La stessa ricerca sull’Italia romana sottolinea proprio la forte variabilità locale e mette in guardia dall’idea di un unico e uniforme “Roman Warm Period” valido ovunque e nello stesso momento. Roma non conquistò il Mediterraneo semplicemente perché “il clima era bello”. La Storia è sempre più complessa.
L’EREDITA’ DI ROMA

Giunti a questo punto, la domanda più interessante non è: “Faceva più caldo ai tempi di Roma?”, ma “Come reagì Roma a un ambiente che cambiava?”
La risposta è sorprendentemente moderna. Costruì acquedotti, organizzò sistemi di distribuzione dell’acqua, modificò il paesaggio agricolo, sviluppò infrastrutture, adattò l’architettura, creò sistemi di approvvigionamento su scala imperiale. E, soprattutto, sviluppò una straordinaria capacità di adattamento.
Questo non significa che i Romani possedessero una consapevolezza del cambiamento climatico paragonabile alla nostra. Non l’avevano. Significa però che una grande civiltà aveva imparato una lezione fondamentale: l’ambiente non è uno sfondo immobile della storia. È uno dei protagonisti.
LA VOCE DELL’UOMO DAVANTI AL CLIMA

La storia del clima ci insegna quindi a diffidare delle frasi assolute come “È il caldo più terribile di sempre.” “Anticamente il clima era sempre migliore.” “Durante l’Impero romano faceva più caldo di oggi.”
Sono formule semplici. La realtà è molto più affascinante: come abbiamo visto, sotto il Mediterraneo esistono archivi vecchi di migliaia di anni, negli alberi sono conservate informazioni sulle stagioni e nei sedimenti sono rimasti pollini, organismi microscopici e tracce chimiche.
Nei testi di Cicerone, Tacito e degli altri autori antichi sopravvive qualcosa che nessun laboratorio può ricostruire completamente: la voce dell’uomo davanti al clima.
È questo il messaggio che ci arriva dall’antichità: il caldo e la variabilità climatica non sono una novità. Le società umane hanno sempre dovuto adattarsi, ma questo non rende irrilevante ciò che accade oggi, al contrario. Conoscere il passato ci permette di capire quanto sia complesso il sistema climatico e quanto profondamente esso possa influenzare una civiltà.
Il Mediterraneo romano ci ricorda che il clima può cambiare. La scienza contemporanea ci permette di misurare come. E la Storia ci pone la domanda più importante: quanto siamo preparati ad adattarci al prossimo cambiamento?
- Fonti essenziali
- G. Margaritelli et al., Persistent warm Mediterranean surface waters during the Roman period, Scientific Reports, 10, 10431 (2020).
- C. Paparella et al., Historical archives from the Roman Monarchic and Republican periods show human perceptions of environment and climate change in Italy, 753–29 BCE (2025).
- Climate change, society, and pandemic disease in Roman Italy between 200 BCE and 600 CE.
- L. Sadori et al., An Environmental and Climate History of the Roman Expansion in Italy.
- Cicerone, Epistulae ad Quintum fratrem, 54 a.C.
- Tacito, Annales, XV, 43.
