Chi sono davvero gli assistenti all’autonomia e alla comunicazione? Nella terza e ultima parte dell’intervista al dottor Marco Sciutto, vicepresidente della Misaac, facciamo chiarezza su una professione essenziale e troppo poco riconosciuta.
Chi è, oggi, l’assistente all’autonomia e alla comunicazione? Un professionista o l’ultima ruota del carro?
È una figura educativa – non sanitaria – prevista dalla Legge 104/1992. Interviene su autonomia, comunicazione e relazione per garantire il diritto allo studio agli alunni con disabilità. La responsabilità del servizio è affidata agli enti locali. Nel Lazio è nata così la figura dell’AEC, oggi OEPAC, affiancata da un corso regionale di qualifica. Serve però un inquadramento nazionale.
È una figura regionale?
Sì e no. Serve un recepimento regionale, ma anche i Comuni possono attivare il servizio. In genere la Regione copre la secondaria di secondo grado, i Comuni gli altri ordini. Il Lazio ha introdotto un corso abilitante di 322 ore, obbligatorio per chi non ha lauree specifiche o il diploma magistrale. Altre regioni usano solo la laurea L-19, altre ancora includono psicologia, logopedia, servizio sociale. In alcune zone si parla genericamente di “educatori” anche per diplomati, senza collegamento alla Legge 104. In Veneto si tenta di inglobare la funzione negli operatori socio-sanitari (OSS); altrove la figura non esiste. Il quadro è caotico e diseguale. Serve una normativa unitaria.
Che competenze deve avere?
Competenze ibride: pedagogiche, relazionali, comunicative e tecnico-specialistiche. Deve collaborare col docente di sostegno, mediare gli apprendimenti e lavorare sull’autonomia e sulla comunicazione.
Esempi pratici?
Aiutare a vestirsi, mangiare, orientarsi, scegliere. Sul piano comunicativo: facilitare l’espressione di bisogni, pensieri, emozioni anche con CAA, LIS, Braille, tecnologie inclusive. Ogni studente è unico, l’operatore deve adattarsi.
Basta buona volontà?
No. I corsi OEPAC/ASACOM sono generici. Anche la L-19 è utile, ma non professionalizzante: mancano moduli clinici. Serve una formazione simile al TFA per il sostegno: percorsi professionalizzanti, continui, gratuiti e garantiti dallo Stato. La critica a una preparazione integrativa dipende anche da sfruttamento e precarietà: molti si chiedono perché studiare tanto per un lavoro malpagato e poco riconosciuto. Ma il diritto allo studio dell’alunno impone una preparazione adeguata. Servono soluzioni strutturali.
Le proposte?
Corsi di laurea triennali dedicati o percorsi intensivi da 600-900 ore, oltre a master. Per chi già lavora: aggiornamenti specifici. L’obiettivo è chiaro: formazione seria, specialistica, continua.
E la figura dell’“educatore di classe”?
Distinguiamo. Il disegno di legge 1319, poi decaduto con la XVIII legislatura, prevedeva l’istituzione dell’educatore e del pedagogista scolastico. Non è mai diventato legge: quindi oggi non esistono né educatori scolastici né pedagogisti scolastici, né tantomeno “di classe”.
Nel sistema della scuola pubblica non esiste una figura educativa specifica dedicata agli alunni con disabilità tranne l’assistente all’autonomia e alla comunicazione. Esiste però il pedagogista clinico, altamente specializzato sulle disabilità, che si forma con laurea magistrale e master universitario o diploma postuniversitario equipollente. Io, ad esempio, sono un pedagogista clinico con laurea in pedagogia e diploma biennale in pedagogia clinica.
Evidentemente anche l’educatore può svolgere la funzione prevista dalla Legge 104/1992: assistenza all’autonomia e alla comunicazione. Le due uniche figure di educatore normate sono:
– l’educatore professionale socio-sanitario (sanitario, in ambito riabilitativo e su piano terapeutico)
– l’educatore professionale socio-pedagogico (non sanitario, attivo anche a scuola, con compiti educativi e formativi generali).
Le altre denominazioni, come “educatore di plesso”, non sono riconosciute a livello nazionale. L’educatore di plesso, nella prassi, è un educatore interno alla scuola che promuove inclusione e benessere, non solo per studenti con disabilità. In sé non è una figura negativa, ma spesso viene usata in modo improprio: a molti educatori si chiede di svolgere funzioni di assistenza all’autonomia e alla comunicazione, che però può essere garantita solo ad alunni con disabilità e con rapporto individuale, uno a uno.
Nella realtà, invece, questi educatori vengono sovraccaricati: seguono 6, 8, 10 studenti, con poche ore a disposizione, senza tempo per programmare o preparare materiali, sballottati da una classe all’altra. Il risultato è un uso improprio e svilente della funzione. L’educatore di plesso, in questo contesto, diventa una testa di ponte per scardinare il principio del rapporto individualizzato.
Attenzione: per rapporto uno a uno non si intende che un operatore segua un solo alunno in assoluto, ma che non debba seguirne più di uno contemporaneamente. L’ipotesi che per risparmiare si arrivi ad affidare a un solo operatore più studenti nello stesso momento è sbagliata perché non tiene conto di differenze inconciliabili all’apprendimento in gruppo, di tipo sensoriale e cognitivo, oltreché non seguire il dettato della Legge 104. In quel caso, più che educatori, sarebbero badanti.
Parliamo dei titoli richiesti. Cosa serve per lavorare come assistente?
Dipende dal territorio. Le regole variano da regione a regione e da comune a comune. A Roma, ad esempio, sono richieste attestazioni professionali o lauree appartenenti a classi ben precise. Il nuovo Testo Unificato in discussione, il cosiddetto NT1, prevede che in futuro la laurea diventi requisito obbligatorio.
Siete favorevoli a questa scelta?
Sì, l’obiettivo è giusto: professionalizzare la figura. Ma l’attuale testo è parziale ed escludente. Non valorizza abbastanza l’esperienza di chi ha lavorato per anni con titoli coerenti alle norme regionali. Prevedere criteri troppo rigidi sull’anzianità rischia di penalizzare ingiustamente migliaia di lavoratori. Serve un principio di salvaguardia più equo.
Riassumendo: oggi l’assistente all’autonomia e alla comunicazione è una figura essenziale, ma frammentata, sottopagata e poco riconosciuta?
Esattamente. L’inclusione scolastica si regge su tre pilastri: il docente di sostegno (didattica), il personale ATA (assistenza materiale) e l’assistente all’autonomia e alla comunicazione (assistenza educativa specialistica). Se manca anche solo uno di questi, l’inclusione resta sulla carta. Per dare dignità al ruolo servono: contratto stabile, formazione garantita, internalizzazione e riconoscimento nazionale.
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