PROFESSIONE DI DUBBIO: IL VOLTO LAICO DEL PROTESTANTESIMO VALDESE.

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In questa terza e ultima parte dell’intervista al pastore Daniele Bouchard parliamo di laicità, democrazia e impegno sociale. I valdesi, protestanti sobri che non si sentono “eletti”, credono che il cristianesimo non si misuri tanto da come lo si predica, quanto da come lo si “razzola”. Educazione, responsabilità civile e libertà sono per loro la traduzione concreta di una fede che rifiuta gli eccessi della forma e della dottrina in nome di un antico essenziale: Gesù, la coscienza e il pane spezzato con Dio.

Nell’immaginario collettivo i valdesi sono associati alla laicità. Cosa significa per voi?

Significa che Stato e Chiesa devono restare distinti a ogni livello, centrale e locale. Lo Stato deve fare lo Stato, la Chiesa la Chiesa. Anche se tutti i cittadini fossero protestanti, lo Stato dovrebbe comunque restare laico. Questo implica che le scelte etiche appartengano all’individuo, non allo Stato e neppure alla Chiesa.

Su alcune questioni etiche avete posizioni differenti rispetto alla Chiesa cattolica, ad esempio sull’omosessualità.

Sì. Negli anni Ottanta è iniziato un confronto approfondito, a tratti anche conflittuale, che nel 2007 ha portato a una decisione chiara: l’orientamento sessuale non è rilevante per l’appartenenza alla nostra Chiesa. Nel 2010 il Sinodo ha stabilito che è possibile benedire le unioni tra persone dello stesso sesso. Non tutti erano d’accordo, ma la maggioranza sì. Quanto ai diritti civili, condividiamo la convinzione che lo Stato debba garantirli a tutti.

In che cosa consiste questa differenza rispetto al cattolicesimo o alla religiosità tradizionale italiana?

Se parliamo del cattolicesimo di oggi, va detto che è molto cambiato. Cinquant’anni fa la principale differenza riguardava la centralità della Bibbia: per noi valdesi la lettura critica, personale e comunitaria delle Scritture è essenziale. Con il Concilio Vaticano II la Bibbia è stata messa nelle mani dei fedeli cattolici e le distanze si sono ridotte, ma non annullate.

Un’altra differenza rilevante è l’assenza di un magistero ecclesiastico. Nella nostra Chiesa esistono libertà di opinione, di discussione e di applicazione pratica. Nel cattolicesimo, invece, molte persone si prendono questa libertà, ma con il rischio della disapprovazione da parte della gerarchia. Da noi non esiste un’autorità che possa dire: “tu questo non lo puoi credere o fare”.

Naturalmente anche tra noi esistono divergenze, ma vengono discusse senza condanne. Essendo sempre stati una minoranza, per noi è naturale riconoscere e rispettare le minoranze interne.

E riguardo al dialogo ecumenico e interreligioso?

L’ecumenismo nasce nel Novecento: prima dominavano guerre di religione e logiche di concorrenza. Il movimento si sviluppò inizialmente tra Chiese protestanti e ortodosse, con la creazione del Consiglio Mondiale delle Chiese; la Chiesa cattolica rimase inizialmente fuori. Con il Concilio Vaticano II si aprì poi anche il dialogo con il cattolicesimo. In Italia questo percorso è stato lento, ma oggi non mancano esempi molto positivi. Io vivo un dialogo ecumenico di altissimo livello. Naturalmente restano differenze e qualche diffidenza, ma il clima è profondamente cambiato.

La vostra è una Chiesa molto attiva sul piano sociale. Possiamo dire che pedagogia e impegno sociale fanno parte della spiritualità valdese?

Assolutamente. L’istruzione è sempre stata considerata uno strumento di emancipazione e di realizzazione personale: è un tratto intrinseco del protestantesimo. Quanto all’ambito sociale, i valdesi erano già attivi, ma i metodisti hanno contribuito a rafforzare e strutturare ulteriormente questa vocazione.

La vostra democrazia interna — sinodi, assemblee: come funziona?

È un elemento costitutivo della nostra identità. Il pluralismo è un valore che consideriamo imprescindibile. La democrazia moderna si è sviluppata parallelamente al protestantesimo, e la Chiesa valdese è tra quelle che più ne hanno interiorizzato la struttura. Ogni comunità partecipa, ogni decisione viene discussa: è parte integrante del nostro modo di essere Chiesa.

Qual è il ruolo dei pastori nella Chiesa valdese?

Diversamente dal cattolicesimo, il pastore non ha uno status distinto da quello del credente. È una figura utile, ma non indispensabile. Nei nostri testi fondamentali è chiaramente affermato che nessuna delle sue funzioni è di esclusiva competenza: ogni compito può essere svolto anche da altri membri della comunità. Per questo parliamo di ministeri al plurale: esistono pastori e pastore, diaconi e diacone, anziani e anziane. Tutti collaborano, senza una struttura gerarchica rigida.

Mi sembra che per i valdesi il dubbio non sia un nemico.

Esatto. Il dubbio è uno strumento, non un fine. Possiamo dire “non so” su alcune questioni, e questo è accettabile. Nella nostra visione della fede non offriamo risposte certe, ma proponiamo una ricerca condivisa e appassionata, con punti di riferimento ma senza verità definitive.

Daniele Bouchard, 65 anni, è nato a Biella. Ha vissuto in diverse città e paesi d’Italia e ha viaggiato a lungo in Europa, America e Africa. Si è formato alla Facoltà valdese di teologia di Roma e al Princeton Theological Seminary (New Jersey, USA). Da quasi quarant’anni svolge il ministero pastorale nelle chiese valdesi e metodiste. Da pochi mesi vive a Bologna, dove è pastore della Chiesa metodista di Bologna e Modena. Da decenni è impegnato nel dialogo ecumenico. Sposato, con due figlie e due figli, dedica grande attenzione e passione alla propria famiglia. Da venticinque anni si occupa di identità maschile e del legame tra maschilità e violenza.

Per saperne di più: www.chiesavaldese.org

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